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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

Month

April 2013

I Miei figli…

Adoro quando i miei figli stanno insieme. Radunati intorno a un tavolo, seduti sul divano, accovacciati per terra a chiacchierare fino a tardi. Mi riempie il cuore quando cala la notte e tutti dovrebbero essere nel proprio letto, sentire  i loro sussurri attraversare l’aria mentre pensano che nessuno li stia intercettando. Mi piace vederli camminare mano nella mano, mentre cercano di indovinare quale direzione prendere e poi guardarli procedere spediti verso la meta senza farsi distrarre da chi gli sta intorno. Li guardo sperando che nessuno faccia caso a questo loro grande amore. A questo affetto primordiale che li lega al di là dei vincoli di parentela. E che li rende in grado di creare una catena di solidarietà e aiuto appena sentono che un fratello o una sorella è in difficoltà. Quando questa armonia si rompe, per me è un’indicibile sofferenza. Li osservo mentre strillano uno addosso all’altro, con una voce che non ricordavo di avere loro creato. Assorbo in silenzio i colpi che provengono dalle loro futili discussioni, che annebbiano l’indissolubilità del loro legame, rendendolo più un sentiero minato che un armonico campo, come ho sempre sperato. Mi nascondo dietro le quinte perché non mi piace vederli combattersi in questo modo. Sono tutti figli miei, li ho allevati con lo stesso amore. Eppure sembrano dimenticarsene quando interessi, capitali, potere, idee politiche e tutte quelle cose che la vita spaccia come importanti, prendono il sopravvento rispetto familyal comune percorso. E’ per questo che ogni tanto soffio dall’alto un vento silenzioso, facendo volare cappelli, etichette, titoli e appartenenze. Il mondo li guarda e li riconosce per quello che sono. I miei figli. E quando da fuori qualcuno ricorda loro da dove provengono, l’unicità di quell’origine e cammino solitario, ecco che per incanto, anche loro se ne rendono conto. E nell’abbraccio che si dedicano l’un l’altro, nel  recuperare quel senso di famiglia e di appartenenza, nella capacità di ricominciare a volersi bene al di là di confini e bandiere, lì ritrovo i miei veri figli. I figli del mio popolo.

Gheula Canarutto Nemni

Un regalo scontato (?)

Past_Present_FutureHai tre opzioni ogni giorno. Tre svincoli su cui deviare il tuo ritmo di vita e da lì procedere verso il tuo obiettivo. Puoi camminare guardando sempre all’indietro. Rivolgere gli occhi verso il passato remoto, prossimo o l’imperfetto. Puoi sospirare ogni secondo pensando ai bei tempi che furono. A ciò che non hai, a ciò che non senti, a ciò che non vedi, più. Puoi rimpiangere sentimenti e emozioni, albe e tramonti, lune piene e solstizi. Puoi vivere nel ricordo perenne di ciò che ormai è svanito e continuare a constatare che nulla è più come prima. Oppure puoi svegliarti con il pensiero che domani sarà sicuramente diverso. Che il cielo del mese prossimo sarà più azzurro di quello di oggi, che i bambini saranno più gestibili tra qualche anno, che il paese dove un giorno andrai a vivere non avrà nulla in comune con lo sfacelo che ti sta intorno. Puoi sognare conti correnti con molti più zeri di quelli che possiedi, metri quadrati in cui ti perderesti per ritrovare la tua stanza da letto, cibi raffinati che finora non hai mai assaggiato. Oppure puoi svegliarti al suono della tua sveglia e ringraziare D-o per quello che, oggi, possiedi. Per quelle voci che, al di là della tua porta, reclamano un biberon, una tazza di latte e cereali, l’attenzione di un genitore distratto. Puoi guardare con occhi nuovi tutto quello che già ti sta intorno e che magari, per il tuo vicino, è parte di un lontano passato, di un futuro ancora non arrivato, di un sogno mai realizzato. Puoi inspirare l’aria che ti circonda, la preziosità di un istante, la fugacità di un attimo, il regalo che ti è stato appena fatto. Quella manciata di secondi che stanno proprio ora trascorrendo, che costituiscono il tuo presente, rendendolo così poco afferrabile e impalpabile. Se non ora quando, diceva Hillel il saggio qualche migliaio di anni orsono. Sapendo che la difficoltà  di apprezzamento del momento sarà scritta nel Dna dell’uomo  per ancora lunghissimo tempo.

Sono una femminista non femminista

Sono una femminista. Antifemminista.

Credo nel diritto delle donne ad entrare in qualsiasi ruolo e posto e da lì dimostrare di avere talento. Non credo nelle quote rosa. Nel loro poter davvero cambiare qualcosa. Quei posti numerati e dedicati a poche donne che comunque, per potere sedere nei consigli di amministrazione fino a tarda notte probabilmente rinunceranno ad allattare i propri figli, se mai ne metteranno al mondo almeno uno.

Credo nella donna, così come è stata creata da D-o. Credo nel suo spirito battagliero ma pacifico, nella sua capacità di ottenere ciò che desidera con toni tenui, nel suo ruolo fondamentale per portare avanti la gente di domani.

Non credo nell’appiattimento della donna sul modello maschile. Nel suo indossare i pantaloni a tutti i costi per dimostrare di poter arrivare. Nel suo ragionare, vivere, lavorare come un uomo.

Credo nel sacrosanto diritto della donna a vivere una vota tranquilla. A non dovere temere di trovarsi per strada dopo le sette di sera, a non aprire il portone con le mani che tremano per la paura di ciò che aspetta davanti all’ascensore, a non soccombere davanti a un uomo solo perché è fisicamente più forte di lei.

Non credo nel diritto della televisione di mostrare le donne molto scoperte, nelle pubblicità di appiccicare alla donna il ruolo di adescatrice.

Credo nella donna in quanto tale. In quanto madre di famiglia, compagna di vita, figlia di genitori anziani, docente, dottoressa, professoressa, ricercatrice, scrittrice, giornalista, deputata. In quanto in grado di tenere in equilibrio persone e ruoli e ostentare fiori colorati in un vaso e un sorriso ammaliante sul viso.

Non sono una femminista, nel senso inteso dal mondo. Non per questo ritengo che il mio sia “un grido di battaglia al contrario, uno slogan negativo che si ritorce contro le stesse donne.” Credo semplicemente che il femminismo abbia preso una piega sbagliata, una strategia non sempre vincente.

Mi dichiaro non-femminista, ma non perché provengo da un ceto basso. Forse non farò parte di un’elite di intellettuali, ma sono laureata, ho un master e ho insegnato per anni in una delle università più prestigiose d’Italia. E, anche se non femminista, posso sottoscrivere e giurare di essermi formata in un ambiente stimolante e paritario, quello della mia famiglia, d’origine e che mi sono formata, in cui uomini e donne non sono giudicati in base alla M o alla F che segnano su moduli e questionari, ma in base al proprio talento, attitudini, capacità e ruoli che la natura (che mi ostino a chiamare D-o) dà ad ognuno.

In una cosa dò ragione a Sabina Sestu nel suo articolo su Giulia Giornaliste (http://giulia.globalist.it/Detail_News_Display?ID=56814&typeb=0&-Io-sono-femminile-non-femminista-)

Sono una donna che ha tanti figli, che ha provato con tutta se stessa a non mollare. Ma quando tento di fare sentire la mia voce a quei movimenti che si definiscono ‘femministi’, invece di solidarietà e aiuto trovo molta opposizione. Per questo “sento davvero lontano e ostile qualsiasi movimento femminista. Forse perché troppo teorico e slegato dalla loro realtà quotidiana, troppo intellettuale”, come dice Sabina Sestu. C’è troppa  autoreferenzialità. I movimenti femministi che vengono in aiuto solo delle proprie associate, iscritte, affiliate, mentalmente allineate, non sento che difendono me, donna e madre, ma solo se stessi.

 

Gheula Canarutto Nemni

http://www.nonsipuoaveretutto.com

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