Adoro quando i miei figli stanno insieme. Radunati intorno a un tavolo, seduti sul divano, accovacciati per terra a chiacchierare fino a tardi. Mi riempie il cuore quando cala la notte e tutti dovrebbero essere nel proprio letto, sentire  i loro sussurri attraversare l’aria mentre pensano che nessuno li stia intercettando. Mi piace vederli camminare mano nella mano, mentre cercano di indovinare quale direzione prendere e poi guardarli procedere spediti verso la meta senza farsi distrarre da chi gli sta intorno. Li guardo sperando che nessuno faccia caso a questo loro grande amore. A questo affetto primordiale che li lega al di là dei vincoli di parentela. E che li rende in grado di creare una catena di solidarietà e aiuto appena sentono che un fratello o una sorella è in difficoltà. Quando questa armonia si rompe, per me è un’indicibile sofferenza. Li osservo mentre strillano uno addosso all’altro, con una voce che non ricordavo di avere loro creato. Assorbo in silenzio i colpi che provengono dalle loro futili discussioni, che annebbiano l’indissolubilità del loro legame, rendendolo più un sentiero minato che un armonico campo, come ho sempre sperato. Mi nascondo dietro le quinte perché non mi piace vederli combattersi in questo modo. Sono tutti figli miei, li ho allevati con lo stesso amore. Eppure sembrano dimenticarsene quando interessi, capitali, potere, idee politiche e tutte quelle cose che la vita spaccia come importanti, prendono il sopravvento rispetto familyal comune percorso. E’ per questo che ogni tanto soffio dall’alto un vento silenzioso, facendo volare cappelli, etichette, titoli e appartenenze. Il mondo li guarda e li riconosce per quello che sono. I miei figli. E quando da fuori qualcuno ricorda loro da dove provengono, l’unicità di quell’origine e cammino solitario, ecco che per incanto, anche loro se ne rendono conto. E nell’abbraccio che si dedicano l’un l’altro, nel  recuperare quel senso di famiglia e di appartenenza, nella capacità di ricominciare a volersi bene al di là di confini e bandiere, lì ritrovo i miei veri figli. I figli del mio popolo.

Gheula Canarutto Nemni

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