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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

Month

May 2013

Il cerchio magico

salone del libro di torino

C’era una volta il censore. Un personaggio un po’ gobbo, sempre chino sui libri. Intento a scurire il presente con un pennino colmo d’inchiostro. Un lavoro fatto in sordina, il cui risultato doveva essere un mondo più piatto, vuoto di idee diverse, salvo da chi la pensava in maniera non allineata. Non era un lavoro facile, bisognava saper leggere dietro alle righe, sopra agli apostrofi, oltre alle virgole. Si doveva essere in grado di entrare nella testa di chi aveva scritto e sapere anticipare gli effetti sulla mente degli altri. Il censore doveva mettercela tutta. Solo così, quelle frasi dagli effetti collaterali indesiderati, non sarebbero mai giunte a destinazione. Solo così pensieri in grado di aprire nuovi spiragli all’anima e nuovi sentieri al genere umano, sarebbero rimasti per sempre sepolti sotto strati di inchiostro scurente. C’era una volta un libro. Un insieme di pagine riportanti il commento di Rashi al Pentateuco. Un’innovazione adottata da un certo Avraham Garthon, un ebreo di Reggio Calabria che sognava di affidare ad un mezzo più sicuro, la stampa, le parole di un grande maestro. Correva l’anno 1475 e i censori cercavano di svolgere al meglio il proprio lavoro. Anche le righe impresse sui fogli bianchi da Avraham Garton vennero passate al vaglio. E dopo una meticolosa attività fatta di cancellature, righe e abrasioni, sull’ultima pagina il censore appose il proprio marchio. Un cerchio dentro al quale stava un nome, una data e un luogo. Un cerchio grazie al quale oggi si è in grado di datare esattamente l’opera dell’ebreo calabrese. Un cerchio nato con l’intenzione di mettere al bando, di togliere voce, di impedire la trasmissione di idee e valori. E che oggi si rivela invece un alleato prezioso per collocare la stampa delle parole di Rashi nel tempo. Un cerchio, un censore, un tentativo di fare sparire l’ebraismo dalla faccia della terra. E un risultato che, per il popolo ebraico è quasi scontato. Eppure, a pensarci, qualche brivido lo fa correre lungo la schiena. La censura è finita, le correnti cambiate, al sud non regnano più gli Aragona. Ma le parole di Rashi, quelle stesse scurite da un censore meticoloso, sono ancora qui, a essere studiate ogni giorno dal popolo ebraico. E a raccontare, da una teca del salone del Libro di Torino, come la promessa di D-o sull’eternità della Sua gente, sia una garanzia senza scadenza.

 

Gheula Canarutto Nemni

Dieci regole per il quieto vivere (e per mettersi finalmente l’anima in pace)

Marc-Chagall-Moses-and-the-Ten-Commandments-large-1154213874Non sprecare energie per andare alla ricerca di qualche entità che possa soddisfare ogni tuo desiderio. Non scalare inutilmente cime innevate per ottenere risposte.  Regola numero uno. Alza gli occhi al cielo e ricordati. Che da D-o, Quello stesso che ti ha fatto uscire dall’Egitto e dimostrato attraverso miracoli la propria Onnipotenza, proviene ogni cosa.

Non dare troppo peso al denaro, al potere degli uomini, alla politica e al prestigio. Non asservirti a loro, mettendo anima e corpo nel loro inseguimento. Regola numero due. Non farti altri idoli. Perché tanto nessuno di loro avrà mai a cuore come il Signore tuo D-o, la tua vera felicità.

Non riempirti la bocca di brutte parole, di imprecazioni, di mancanza di rispetto verso Chi ti ha creato.  Regola numero tre. Acquisisci consapevolezza del potere infinito delle tue parole.  Prenditi un giorno tutto per te. Per tua figlio, tua figlia, tua moglie e coloro che ami. Impara a porre una distanza di sicurezza tra te e il mondo che ti circonda, a ritagliare degli spazi per la tua famiglia e per la tua anima. Regola numero quattro. Se a D-o sono bastati sei giorni per creare un intero universo, sicuramente il tuo lavoro può essere accantonato senza rischio di fallimento per un giorno alla settimana.

Sii sempre riconoscente verso chi ti ha messo al mondo.  Verso coloro che hanno ancora le occhiaie nere per la mancanza di sonno dovuta ai tuoi pianti notturni. Verso chi ti ha imboccato cantando canzoni stonate, facendo volare aeroplanini sulla tua testa, pur di vederti ingrassare di qualche benedetto grammo ogni giorno. Regola numero cinque. Ama tuo padre e tua madre e rispettali sempre. E un giorno, quando sarai vecchio e sdentato, anche tu verrai rispettato.

Non credere che tutto ti appartenga. Non essere arrogante al punto di pensare di potere disporre della vita degli altri come ti pare. Regola numero sei. La vita di ognuno, anche di chi ti sembra il più miserabile, è un dono di Chi l’ha creata. E non sta a te inventare nuovi criteri per decidere se valga la pena di essere vissuta.

Cerca di nuotare controcorrente. E se tutti dopo un po’ si stufano di quello che hanno, tu inventa una nuova moda. Regola numero sette. Ama ogni giorno di più chi ti sta accanto.

Sì è vero, sembra che la felicità dipenda da quella Maserati Biturbo. Da quel collier da trecentomila euro così facile da prendere, da quel gruzzolo di soldi che in quel momento nessuno controlla. Regola numero otto. Chi ruba, chi si impossessa illegittimamente di ciò e chi che non gli appartiene, non rischia solo qualche anno di prigione. Ma si arroga il diritto di sapere fare meglio i calcoli su cosa spetta a quali persone. Meglio di Chi distribuisce e assegna i possedimenti al genere umano.

Le bugie hanno le gambe corte. Anche se quel signore proprio non ti sta simpatico, non pensare di poterlo vedere soffrire semplicemente inventando su di lui qualche storiella. Regola numero nove. Sii sempre un testimone onesto ed attendibile. Se magari un giorno ti troverai tu sul banco dell’imputato, sicuramente desidererai solo la verità raccontata sul tuo conto.

Tutto questo per insegnare che esiste un ordine a questo mondo. Un’Entità che decide presente, passato e futuro. Il tuo conto in banca, l’aspetto di tua moglie, la marca del letto su cui dormi ogni sera. E quindi è inutile che cerchi di scoprire costantemente col binocolo la marca della giacca del tuo amico. Che tu chiuda gli occhi sognando quello che lui possiede. Regola numero dieci. E poi vuoi sapere la verità? L’erba del vicino non è sempre più verde come ti potrebbe sembrare. Parola di D-o e dei Suoi dieci eterni comandamenti.

Buon shavuot, buona festa della Torà

Gheula Canarutto Nemni

Manifesto dell’ebraismo

manifesto

Manifesto dell’ebraismo*

 

Uno spettro s’aggira per il mondo- lo spettro dell’ebraismo. Tutte le potenze si sono alleate in una santa battuta di caccia contro questo spettro: scettici e atei, agnostici e antisemiti, ignoranti e persone colme di pregiudizi.

Quale partito d’opposizione non è stato tacciato di filosemita dai suoi avversari di governo; qual partito d’opposizione non ha rilanciato l’infamante accusa di ebreo, talvolta addirittura ortodosso, tanto sugli uomini più progrediti dell’opposizione stessa, quanto sui propri avversari reazionari?

Da questo fatto scaturiscono due specie di conclusioni.

L’ebraismo è di già riconosciuto come la religione da cui tutte le altre prendono spunto.

E` ormai tempo che gli ebrei espongano apertamente in faccia a tutto il mondo il loro modo di vedere e di vivere, i loro fini, le loro tendenze e che contrappongano alla favola dello spettro dell’ebraismo un manifesto della religione stessa.

A questo scopo si sono riuniti sotto al Monte Sinai ebrei ed ebree dalle personalità più diverse e hanno ricevuto il seguente manifesto che rimarrà eternamente immutato in tutte le parti del mondo.

La rivoluzione ebraica è la più radicale rottura con i rapporti tradizionali di razionalità; nessuna meraviglia che nel corso del suo sviluppo ci siano stati vari tentativi di ricondurre tutto alla logicità, cercando di sminuire tutto ciò che è riconducibile alla fede, alla emunà.

L’ebreo, dal momento in cui ha sentito le parole di D-o tuonare nella sua anima e nel proprio intelletto, non ha smesso di adoperare tutte le forze concesse dal Cielo per tramutare il buio in luce e moltiplicare al più presto possibile la massa delle forze del bene.

Queste misure saranno recepite in maniera differente a seconda dei diversi individui. Ci saranno quelli più portati alla razionalità, che tenderanno a dimenticare un po’ i comandamenti legati all’unicità di D-o e alla proclamazione costante della Sua esistenza. E quelli che invece enfatizzeranno più gli aspetti irrazionali, accantonando erroneamente i comandamenti che esigono rispetto del prossimo, della sua famiglia e dei suoi beni.

Tuttavia, dovranno essere applicati a tutti gli ebrei indistintamente i (Dieci) provvedimenti (o Comandamenti) seguenti:

1. Il principio di fede nel D-o dei nostri padri.

2. L’unicità di D-o e il divieto di servire qualsiasi divinità al di fuori di Esso.

3. Il divieto di pronunciare il nome di D-o invano.

4. L’obbligo di rispettare la santità del Sabato.

5. Il dovere di rispettare il padre e la madre.

6. Il divieto di uccidere.

7. Il divieto di commettere adulterio.

8. Il divieto di rapire e rubare.

9. Il divieto di testimoniare il falso.

10. Il divieto di desiderare ciò che appartiene al prossimo.

Da quel momento gli ebrei sdegnano di nascondere le proprie opinioni e le proprie intenzioni. Dichiarano apertamente che i propri fini possono esser raggiunti soltanto seguendo ciò che D-o da loro richiede. Il popolo ebraico, ottemperando ai dettami della Torà, non ha da perdervi che le catene di un mondo che cerca di appiattire tutti su una stessa posizione e opinione. Hanno un mondo (presente e futuro) da guadagnare.

EBREI DI TUTTI I PAESI, UNITEVI!

*Liberamente tratto e riadattato dal Manifesto del partito comunista

Gheula Canarutto Nemni

L’accento

numeriC’è la cabala e la kabalà. C’è quella con la ‘c’ iniziale e quella con l’accento sulla ‘a’. C’è quella che cerca di indovinare i numeri dell’Enalotto, l’oroscopo del mese prossimo, la posizione degli astri quando nascerà un figlio. Quella con la ‘c’ all’inizio, inseguita da chi è alla ricerca di una vita più facile, di un futuro meno incerto, di carte da scoprire e segnali propiziatori da interpretare. Quella senza accento, che scarica l’uomo delle proprie responsabilità rimettendo il suo destino nelle mani di numeri e pianeti, che illude l’individuo sulla possibilità di ottenere ciò che vuole senza sforzo e con un pizzico di magia. E poi c’è la kabalà, quella rivelata sulla terra da Rabbi Shimon bar Yochai. Quella che racconta l’intenzione che sta dietro alla creazione del mondo, alla discesa di D-o, attraverso diverse contrazioni, in un universo dal buio così profondo. Quella che descrive il possibile equilibrio armonico di giustizia e misericordia, di forza e bontà nelle sfere divine e la potenzialità di riconciliazione di questi opposti, grazie allo studio e al lavoro costante dell’uomo,  a livello terreno. Questa è la kabalà, quella vera, originale, con l’accento sulla ‘a’. Un accento che pone l’accento sull’individuo, mettendolo al centro del proprio mondo, fautore di ciò che gli sta intorno. Un accento in più che attribuisce alla vita dell’uomo un significato profondo, la responsabilità del destino, l’importanza dello sforzo e di un duro lavoro interiore per potersi svegliare domani, una persona migliore. Una strada aperta da Rabbi Shimon bar Yochai che, alla vigilia di shabat, prima del tramonto, vide un uomo correre con due rami di mirto in mano. “Per cosa sono?” gli domandò. “Sono in onore dello shabat” gli rispose. “Perché non ne basta solo uno?” gli chiese. “Uno è per il comandamento ‘ricorda’ e l’altro è per ‘osserva’. Rabbi Shimon si rivolse al figlio e gli disse “guarda come sono preziosi i comandamenti per i figli di Israele” diventando così il tramite di una filosofia, di una mistica accentata, in grado di trasformare le buone intenzioni, le piccole azioni, i pensieri di un uomo in costante cammino, in profonde rivoluzioni.

Gheula Canarutto Nemni

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