salone del libro di torino

C’era una volta il censore. Un personaggio un po’ gobbo, sempre chino sui libri. Intento a scurire il presente con un pennino colmo d’inchiostro. Un lavoro fatto in sordina, il cui risultato doveva essere un mondo più piatto, vuoto di idee diverse, salvo da chi la pensava in maniera non allineata. Non era un lavoro facile, bisognava saper leggere dietro alle righe, sopra agli apostrofi, oltre alle virgole. Si doveva essere in grado di entrare nella testa di chi aveva scritto e sapere anticipare gli effetti sulla mente degli altri. Il censore doveva mettercela tutta. Solo così, quelle frasi dagli effetti collaterali indesiderati, non sarebbero mai giunte a destinazione. Solo così pensieri in grado di aprire nuovi spiragli all’anima e nuovi sentieri al genere umano, sarebbero rimasti per sempre sepolti sotto strati di inchiostro scurente. C’era una volta un libro. Un insieme di pagine riportanti il commento di Rashi al Pentateuco. Un’innovazione adottata da un certo Avraham Garthon, un ebreo di Reggio Calabria che sognava di affidare ad un mezzo più sicuro, la stampa, le parole di un grande maestro. Correva l’anno 1475 e i censori cercavano di svolgere al meglio il proprio lavoro. Anche le righe impresse sui fogli bianchi da Avraham Garton vennero passate al vaglio. E dopo una meticolosa attività fatta di cancellature, righe e abrasioni, sull’ultima pagina il censore appose il proprio marchio. Un cerchio dentro al quale stava un nome, una data e un luogo. Un cerchio grazie al quale oggi si è in grado di datare esattamente l’opera dell’ebreo calabrese. Un cerchio nato con l’intenzione di mettere al bando, di togliere voce, di impedire la trasmissione di idee e valori. E che oggi si rivela invece un alleato prezioso per collocare la stampa delle parole di Rashi nel tempo. Un cerchio, un censore, un tentativo di fare sparire l’ebraismo dalla faccia della terra. E un risultato che, per il popolo ebraico è quasi scontato. Eppure, a pensarci, qualche brivido lo fa correre lungo la schiena. La censura è finita, le correnti cambiate, al sud non regnano più gli Aragona. Ma le parole di Rashi, quelle stesse scurite da un censore meticoloso, sono ancora qui, a essere studiate ogni giorno dal popolo ebraico. E a raccontare, da una teca del salone del Libro di Torino, come la promessa di D-o sull’eternità della Sua gente, sia una garanzia senza scadenza.

 

Gheula Canarutto Nemni

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