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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

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July 2013

Mi dò da fare per il futuro del mondo…

bambini carrozzineQuando lo diciamo noi, umili donne talvolta lavoratrici. Quando alziamo la testa per esprimere la nostra opinione al riguardo. Quando ci capita di intervenire per dire la nostra sul tema. Quando tutti la pensano diversamente da noi e ci batte il cuore all’impazzata a prendere in mano quel microfono. Quando ti guardano con aria mista di compassione e pietà perché le ruote della carrozzina che spingi sono così consumate da dimostrare altri abitanti prima di questo. Tu ti domandi. Ma sono l’unica a pensarla così? A credere che se non si cambia il modo di correre e vivere, questo mondo tra qualche decennio sarà ridotto a un unico grande ospizio universale? Sono la sola (con pochissime eccezioni) a cercare di combattere perché alla domanda “che lavoro fai?” si possa rispondere “la madre” con lo stesso gusto e orgoglio che si può avere nel rispondere “l’ingegnere aerospaziale” o “il neurochirurgo”? La maggior parte delle volte sì. Siamo sole. Un esercito sparute di donne che forse molti pensano non ce l’abbiano fatta  a fare nient’altro che le madri e per questo cercano di ricordare al mondo più volte al giorno l’importanza della propria funzione, del proprio ruolo nella storia del futuro. Ma poi apri per caso il Corriere della Sera di qualche giorno prima. I bambini si sa, non concedono molto tempo per dedicarsi alle letture del giorno stesso. E lì, tra notizie di cronaca e fallimenti politici, trovi un’intervista a un uomo famoso, a un medico ammirato e stimato. Un articolo in cui si parla del calo della fertilità maschile. Causata, così spiega il famoso medico, dall’annullamento sempre più forte, della differenza tra i generi. “La donna oggi deve sviluppare aggressività, fare carriera, comandare persone, competere con gli uomini” e questo attenua “la polarità che è all’origine del fenomeno dell’attrazione in natura. I poli opposti si attraggono, quelli uguali si respingono.” Il dottore non se la sente di proporre come soluzione un ritorno al passato, a una ridefinizione dei ruoli. Demanda alla scienza il ruolo di sostituto dei fenomeni naturali. La fecondazione assistita è un ottimo rimedio a tutto ciò, dice. Solo alla fine si sbilancia e il sapore delle buone tradizioni ricompare magicamente. I politici facciano leggi che aiutano i giovani a procreare. Altrimenti si rischia un futuro senza bambini. Grazie dott. Umberto Veronesi. Per qualche minuto mi sono sentita indispensabile per il futuro come uno dei suoi ricercatori.

Gheula Canarutto Nemni

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La famiglia Karnowski

israel Joshua Singer
israel Joshua Singer

Di cognome fa Karnowski. Di nome David. Di fatto, come molti prima, durante e dopo di lui, un ebreo alla ricerca affannosa dell’equilibrio segreto. Quel bilanciamento perfetto tra lingua del posto parlata in maniera impeccabile, cultura approfondita sulla storia, la filosofia e le scienze, e quella religione antica a cui appartiene. La famiglia Karnowsky potrebbe anche chiamarsi famiglia Cohen, Ginzburg o Levi. E’ una famiglia tipica ebraica. Con le proprie abitudini, i propri dubbi, i propri lessici famigliari, il proprio modo di vivere lo shabat, il proprio modo di interpretare il kasher, il proprio modo di vedere D-o. E’ una famiglia che inizia con un capostipite David, che non vuole più saperne di quei “selvaggi, bifolchi, oscurantisti e retrogradi” chassidim, quegli ebrei ancora non benedetti dal lume della ragione come lo sono invece tanti ormai nella Germania moderna. E’ un capostipite che, nella propria ricerca della “buona, vecchia, aurea, via di mezzo” dà al figlio due nomi. Moshe, col quale l’avrebbero chiamato alla lettura della Torah quando sarebbe stato più grande e Georg, un nome tedesco da usare nella vita di tutti i giorni. “Sii un ebreo a casa tua e un uomo quando ne esci” gli augura in ebraico e in tedesco a otto giorni di vita.  Il figlio cresce ogni giorno più conscio del proprio nome tedesco e sempre meno di quello ebraico. Al momento di scegliere una moglie, prende Teresa, un’infermiera bionda che con i Karnowski non condivide nessuna storia e destino passati. Il padre David ricerca tra le proprie macerie di vita la colpa che genererà dei futuri nipoti non ebrei. “Siamo goyim in casa ed ebrei per strada” gli  rivela un maestro. Qualcuno là fuori, nella Berlino degli anni ’30 è sempre troppo pronto a ricordargli la propria essenza nonostante il tedesco impeccabile e le poesie recitate meglio dei germanici stessi. Israel Joshua Singer muore nel 1944. Le leggi razziali le fiuta dagli stati Uniti, dove trascorre gli ultimi anni della sua vita. I suoi personaggi così colmi di dubbi millenari sembrano dotati di poteri veggenti. “Mio D-o, che cosa ci è successo?” domanda sopraffatto dal dolore Georg a Colui nel quel non aveva mai creduto,” dopo che il  figlio avuto dalla moglie non ebrea gligrida in faccia “Giudeo!”. “Allora forse, alla fin dei conti, avevano ragione quei chasidim assolutamente non al passo coi tempi” pensa disperato David. La buona, vecchia, aurea via di mezzo, così inseguita, non è per gli ebrei una via di mezzo. Ma una via senza ritorno.  Lo leggi tutto d’un fiato questo romanzo di Israel Joshua Singer. E la tua testa annuisce mentre dagli occhi sgorgano lacrime. Perché “nonostante tutto siamo ancora qui”. Questa volta non sei tu a parlare dell’importanza di continuare a seguire la Torah e le mizvot per poter continuare a parlare del futuro ebraico. “Non si può annientare lo spirito, come non si può annientare il Divino, rabbi Karnowski”, l’ha detto Israel Joshua Singer morto nel 1944.  Questa volta riporti parole che, come le quotazioni di un pittore dopo la sua morte, valgono ogni giorno sempre di più.

Gheula Canarutto Nemni

Se ancora…

napoleone bonaparteEra il 9 di Av. Non importa di che anno. Tutto assume una dimensione relativa quando in ballo c’è l’Assoluto. Napoleone Bonaparte passeggiava per la strada quando sentì piangere dall’interno di un edificio.

“Cosa succede lì dentro?” domandò.

“E’ una sinagoga ebraica” gli risposero.

“Perché piangono?” domandò.

“Per la distruzione del loro Santuario” gli risposero.

“Quando è successo?” domandò.

“Quasi 1800 anni fa” gli risposero.

“Piangono ancora dopo 1800 anni? Se ancora piangono dopo tutti questi anni, sicuramente ritorneranno alla loro terra e vedranno ricostruito il loro Santuario” disse Napoleone.

E così Napoleone Bonaparte, in un giorno di Tishà Beav, sentenziò l’eternità del popolo ebraico. Condensandolo in un unico motto. Se ancora. Se ancora piangono per il Tempio. Se ancora ridono a Purim. Se ancora mangiano come i loro avi. Se ancora mettono i tefilin. Se ancora si fermano per lo shabat. Finchè ci sarà quell’ancora, saremo legati a quell’ancòra che da più di tremila anni ci fa affondare le radici nella storia del mondo. Finchè ci sarà quell’ancora, noi saremo qui. A dispetto dei venti di guerra e dei gridi di pace. Ma, solo a una condizione. Se ancora.

La mia libertà? La ritrovo nella famiglia e nelle tradizioni religiose

Stamattina ho aperto gli occhi e, come ogni giorno da quando ho imparato a parlare, ho ringraziato D-o per avermi dato una nuova opportunità di vita. Mi sono lavata e vestita. Una gonna di jeans che copre le ginocchia, una maglia bianca con la manica a tre quarti, un paio di orecchini di H&M. Ho percorso la tratta camera-cucina in punta di piedi. Come ogni madre nel mondo, godo di libertà vigilata. Da parte dei miei figli.

Come fai? Mi domandano donne che hanno optato per una vita priva di vincoli famigliari. Come farei senza, rispondo. Perché in questa vita delimitata dalle esigenze di altri essere umani, in questo rumore di sottofondo che si interrompe solo per qualche ora notturna, in questi chili di bucati e spaghetti da gestire ogni giorno, trovo rinnovata la mia libertà di donna.

Mentre tutto il mondo intorno prova a suggerirti percorsi di carriera e stipendi a cinque zeri e a convincerti che la libertà sta nel vivere una vita senza legami e obblighi famigliari, io la mia libertà la trovo qui. Nelle limitazioni che derivano dalla creazione e gestione di una famiglia.

Ho preso in mano il libro delle preghiere, approfittando della quiete prima della tempesta. Pronuncio le stesse frasi da circa trentacinque anni. A sei anni ho imparato a distinguere una alef da una beth. E a riversare il mio cuore a D-o con le stesse parole usate dagli ebrei portati in esilio da Gerusalemme a Roma nell’anno 70, scacciati dalla Spagna nel 1492, trasformati in fumo di ciminiera ad Aushwitz e Dachau. Mangio cibo kasher, come i miei antenati, rispetto lo shabat, venticinque ore di black out tecnologico in grado di riconnettermi a D-o e alla mia famiglia. Sono un piccolo anello di una lunghissima catena.

Sono una donna ebrea ortodossa. Dotata, secondo il Talmud, di una capacità intuitiva superiore all’uomo, un quid in più che fa trasmettere l’ebraismo solo per via matriarcale, che rende donne come Sarah, profetesse superiori al marito Abramo. Un’intelligenza esaltata dai rabbini che porta donne come Noa ad amare la terra di Israele a tal punto da farla diventare un’agguerrita avvocatessa della Bibbia. Un quid che fa tessere le lodi della donna al venerdì sera in un canto femminista pronunciato da milioni di uomini nello stesso momento. Cercare di osservare le leggi che D-o diede a Mosè più di tremila anni fa non è facile nel nostro mondo.

Come fai? Mi domandano persone che si tolgono decine di centimetri di indumenti appena il termometro sale sopra ai venti gradi, guardando le mie maniche lunghe con aria compassionevole. Come farei senza, rispondo.Perché in questo stile di vita che in ogni secondo ti richiede un esame di coscienza per diventare una persona migliore e i salti mortali per trovare una gonna che non sia troppo corta, in queste figure di donne che racconto ai miei figli (maschi e femmine) prima di andare a dormire, trovo rinnovata la mia libertà di essere umano.

Mentre tutto il mondo intorno prova a suggerirti di vivere una vita senza regole e limitazioni, io la mia libertà la ritrovo qui, nelle tradizioni religiose.

Nella lunghezza di una manica, nelle preghiere recitate dai miei figli prima di addentare un pezzo di cioccolato, nelle parole di Rabbi DovBer, un rabbino del 1800. «I cieli baciano la terra con i raggi del sole, la risvegliano con le gocce di poggia. Così impregnata, la terra dona la vita, la nutre, la sostiene. Le sfere spirituali più alte, i mondi degli angeli e delle anime, non posseggono questo potere, di dare vita dal nulla, di trasformare la morte in respiro. Perché la terra, nella sua essenza, va ben oltre i Cieli. I Cieli sono la luce di D-o. Ma la terra è un’estensione della Sua essenza primordiale. E proprio da questa essenza proviene il potere di generare l’esistenza. Questo è il motivo per il quale è l’uomo che va dietro alla donna e non viceversa. Perché l’anima dell’uomo va alla ricerca di ciò che gli manca, della vera essenza dell’esistenza. E sa che solo nella donna potrà trovare ciò che lui non possiede».

Gheula Canarutto Nemni

Pubblicato l’1 luglio 2013 su La 27 esima ora (Corriere della Sera)

http://27esimaora.corriere.it/articolo/la-mia-liberta-la-ritrovo-nella-famiglia-e-nelle-tradizioni-religiose/

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