israel Joshua Singer
israel Joshua Singer

Di cognome fa Karnowski. Di nome David. Di fatto, come molti prima, durante e dopo di lui, un ebreo alla ricerca affannosa dell’equilibrio segreto. Quel bilanciamento perfetto tra lingua del posto parlata in maniera impeccabile, cultura approfondita sulla storia, la filosofia e le scienze, e quella religione antica a cui appartiene. La famiglia Karnowsky potrebbe anche chiamarsi famiglia Cohen, Ginzburg o Levi. E’ una famiglia tipica ebraica. Con le proprie abitudini, i propri dubbi, i propri lessici famigliari, il proprio modo di vivere lo shabat, il proprio modo di interpretare il kasher, il proprio modo di vedere D-o. E’ una famiglia che inizia con un capostipite David, che non vuole più saperne di quei “selvaggi, bifolchi, oscurantisti e retrogradi” chassidim, quegli ebrei ancora non benedetti dal lume della ragione come lo sono invece tanti ormai nella Germania moderna. E’ un capostipite che, nella propria ricerca della “buona, vecchia, aurea, via di mezzo” dà al figlio due nomi. Moshe, col quale l’avrebbero chiamato alla lettura della Torah quando sarebbe stato più grande e Georg, un nome tedesco da usare nella vita di tutti i giorni. “Sii un ebreo a casa tua e un uomo quando ne esci” gli augura in ebraico e in tedesco a otto giorni di vita.  Il figlio cresce ogni giorno più conscio del proprio nome tedesco e sempre meno di quello ebraico. Al momento di scegliere una moglie, prende Teresa, un’infermiera bionda che con i Karnowski non condivide nessuna storia e destino passati. Il padre David ricerca tra le proprie macerie di vita la colpa che genererà dei futuri nipoti non ebrei. “Siamo goyim in casa ed ebrei per strada” gli  rivela un maestro. Qualcuno là fuori, nella Berlino degli anni ’30 è sempre troppo pronto a ricordargli la propria essenza nonostante il tedesco impeccabile e le poesie recitate meglio dei germanici stessi. Israel Joshua Singer muore nel 1944. Le leggi razziali le fiuta dagli stati Uniti, dove trascorre gli ultimi anni della sua vita. I suoi personaggi così colmi di dubbi millenari sembrano dotati di poteri veggenti. “Mio D-o, che cosa ci è successo?” domanda sopraffatto dal dolore Georg a Colui nel quel non aveva mai creduto,” dopo che il  figlio avuto dalla moglie non ebrea gligrida in faccia “Giudeo!”. “Allora forse, alla fin dei conti, avevano ragione quei chasidim assolutamente non al passo coi tempi” pensa disperato David. La buona, vecchia, aurea via di mezzo, così inseguita, non è per gli ebrei una via di mezzo. Ma una via senza ritorno.  Lo leggi tutto d’un fiato questo romanzo di Israel Joshua Singer. E la tua testa annuisce mentre dagli occhi sgorgano lacrime. Perché “nonostante tutto siamo ancora qui”. Questa volta non sei tu a parlare dell’importanza di continuare a seguire la Torah e le mizvot per poter continuare a parlare del futuro ebraico. “Non si può annientare lo spirito, come non si può annientare il Divino, rabbi Karnowski”, l’ha detto Israel Joshua Singer morto nel 1944.  Questa volta riporti parole che, come le quotazioni di un pittore dopo la sua morte, valgono ogni giorno sempre di più.

Gheula Canarutto Nemni

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