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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

Month

October 2013

Se vuoi renderti indimenticabile

maria luceDa quando è stato creato il mondo, esiste un metodo infallibile per farsi notare. Per ottenere visibilità, per avanzare. E per potere lasciare una traccia indelebile di sé nei tempi a venire. Basta essere dei trasgressori. Una volta lo erano quelli che, bombolette alla mano, riempivano i muri cittadini di graffiti e slogan multicolori. Fino a qualche tempo fa riempivano le pagine dei giornali quelli che, pur di fare sentire un proprio pensiero diverso, si arrampicavano fino al tetto del grattacielo più alto dell’universo. Facevano parlare di sé quelle donne che, coperte da pochi centimetri di stoffa, camminavano per la strada sperando di fare notare più le proprie cellule epiteliali che quelle neuronali. Oggi tutto questo non fa più notizia. Non esiste più un muro che non sia stato imbrattato, dai tetti più alti si urlano slogan identici in tutte le lingue, nessuno nota più un corpo di donna, da quanti ne girano senza mistero persino con il termometro sotto zero. Oggi per rientrare nella categoria dei trasgressori, di quelli che vanno contro le usanze comuni, per fare notizia e venire notato basta dire buongiorno, grazie e per favore, restituire qualche migliaio di euro trovato per caso in un cassonetto, tenere la porta aperta alla vecchietta vicina di casa. O, come ha fatto una ragazza di nome Maria Luce, rifiutarsi di salire su un palco quando il regista richiede di togliere un po’ troppi abiti e veli. La notizia è rimbalzata su Facebook e le maggiori testate italiane. “Una ragazza non si è spogliata, mettendo a rischio la propria carriera”. Questo ormai fa scoop, il non essere come tutti si aspettano che si sia. Tutti corrono per sette giorni su sette all’impazzata? Basta fermarsi per venticinque ore. Tra qualche settimana si avrà un giornalista che verrà a domandare come ci si può permettere questa pausa forzata. Tutti si siedono al primo ristorante in cui ci sia un rapporto qualità prezzo ragionevole? Basta girare per la città domandando dove si trovi il ristorante kasher della zona. Il numero di persone che si volterà a guardare sarà più alto di quelle che si sono girate per il vip appena passato. Tutte si conformano al modello femminile che dilaga, alla donna oggetto, senza senso del pudore o regola di un vestire un po’ modesto? Basta coprire la scollatura, indossare gonne oltre al ginocchio e maniche oltre il gomito. E aspettare sicure. Nel prossimo numero di Vogue si sarà in copertina.

Gheula Canarutto Nemni

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Cittadino e straniero

 

 

diverso

 

 

 

 

 

Ho aperto gli occhi stamattina accecato dalla luce che entrava attraverso la tenda. Eppure intorno a me toccavo con mano un buio pesante. Ho camminato per terre e paesi alla ricerca delle radici di quell’assenza di luminosità, domandando ai viandanti che via via incontravo, se anche loro sentissero sulla propria pelle quel peso perenne di risposte mai date. Scuotevano la testa dicendo, a noi non interessa, stiamo bene così, dove ci troviamo, con i piedi, la testa e il cuore. Non si dia troppo da fare, signore, non vale la pena, si occupi della sua vita quotidiana, non di dare un significato profondo alla sua esistenza. Li ho guardati in faccia e ho capito. Non mi sarei mai sentito davvero parte di quelle genti. Anche se con loro spartiscol’aria, il sole, la terra. I frutti, le paure e i venti. Anche se parlo la loro lingua e muovo le mani allo stesso modo. Io quel buio lo avverto in ogni mia cellula.  Percepisco nell’animo quel vuoto che mi circonda. Dopo lunghe peregrinazioni del corpo e della mente ho trovato la ragione di quell’assenza di luce. Era l’Io, il sentire solo se stessi, come motore propulsore, fattore scatenante, ragione d’essere e per cui correre, di ogni cosa.  Ora volgo gli occhi verso il cielo e nei disegni che formano le nuvole, vedo una Mano che muove ogni cosa. Dietro al fruscio di una foglia so che ci sta una precisa intenzione.  Il mondo per me non è un insieme casuale di causa ed effetto, di concatenazioni arbitrarie gestite da un destino o da un dispetto, una macchina messa in moto qualche volta dall’uomo e in alcuni giorni, quando si è incapaci di fornire spiegazioni, da un caso cieco e arbitrario. Ora so che l’universo è parte di un Essere al di là di ogni cosa, ma che dentro di sé comprende tutto il creato. Seppellisco i miei morti in una terra, in un insieme di polvere e sassi, che accoglie indifferentemente ogni fine respiro. Io oggi però so. Che nella mia essenza e nell’essenza dei miei figli sarò sempre diverso. Un non allineato. Io Abramo, padre di Isacco e futuro progenitore del popolo ebraico, sarò pure un cittadino come ogni altro abitante. Ma dentro di me e di ogni mio discendente ci sarà un sentimento che permetterà al mio destino di rimanere infinito. Sarà la percezione di ogni ebreo, rispetto ai cittadini del mondo, di essere sempre uno straniero.

 

Gheula Canarutto Nemni

Un sogno tramandato

bambina shoàMi chiamo Anna. Ho dodici anni. Ho occhi e capelli castani. La mia adolescenza è appena iniziata. Ma la mia vita sta per finire. Mi chiamo Rebecca. Ho cinque anni. Ho occhi azzurri e capelli biondi. Non festeggerò mai il mio compleanno di sei anni. Mi chiamo Isaac. Non so esattamente quanti anni ho. Forse uno. Forse due. L’unica cosa certa è che mi hanno separato dalla mia mamma. E che non la rivedrò mai più. Mi chiamo Ruben. Sarei dovuto nascere tra due mesi. La mia anima non giungerà mai in questo mondo. Qualcuno ha deciso che non meritiamo di vivere. Che siamo colpevoli di una diversità insopportabile. La lingua parlata dai nostri genitori è troppo differente da quella del posto. Il nostro modo di vestire non segue sempre le mode dettate dagli stilisti. I nostri nomi, durante l’appello, risuonano come suoni stranieri tra le mura di scuola. La nostra identità è troppo sentita per passare inosservata. Il nostro orgoglio come nazione troppo potente per rimanere silente. Coloro che ci hanno negato il futuro avevano un unico progetto in testa. Un sogno tramandato dal faraone fino al 1938. Cancellare per sempre l’esistenza del popolo a cui apparteniamo. Annientare il nostro presente per evitare un vostro domani. Un disegno, grazie a D-o, mai trasformato in realtà. Voi, che vi trovate lì oggi, a leggere comodi in una sinagoga o tra le accoglienti pareti di casa, potete scegliere. Se piangere per noi, commiserandoci e ricordandoci. O riportarci in vita. Quando una bambina di nome Anna compirà dodici anni e prenderà su di sé tutte le mizvot. Quando una bambina di nome Rebecca accenderà una candela al venerdì sera. Quando un bambino di nome Isaac pronuncerà ‘torà’ tra le sue prime parole. Quando un bambino di nome Ruben vedrà la luce e farà il brit milà all’ottavo giorno. Il sogno dei nostri nemici andrà in frantumi. E voi ci avrete ridato la nostra vita rubata.

Una pietra miliare

libro

 

 

 

 

 

 

 

 

Non pretendere che seguano le tue orme quando di orme, sul terreno che calpesti, non ne hai mai lasciate. Non illuderti che credano in ciò che ti ha guidato, se nell’aria di casa, non lo hai mai condiviso. Non pensare che vadano dove raramente le tue gambe ti hanno portato, se nemmeno tu ci vai molto convinto. Non immaginarli uguali ai tuoi progenitori, se non hai mai investito del tempo a spiegare in che modo erano diversi, i tuoi avi, dal mondo in cui vivevano. Non fare affidamento sui miracoli in un universo che si basa sulla regola ‘la ricompensa è proporzionata allo sforzo compiuto’. Non appoggiarti una mano sul petto quando leggi numeri e statistiche che descrivono il futuro del tuo popolo. Non scuotere la testa con grandi movimenti dicendo ‘oy vey’ a ogni dato che parla di trend in discesa. Non guardarti intorno alla ricerca del colpevole o di colui il quale troverà la soluzione perfetta. Non c’è nessuno che possa svolgere la tua funzione. Nessun individuo che possa sostituirti nel compito che ti è stato affidato. Guarda i tuoi figli negli occhi e inizia a parlare. Prendili per mano e accompagnali lungo questo eterno cammino. Racconta loro la tua fierezza di essere nato parte di una storia antica. Accarezza i loro cuori con le parole che hanno accompagnato da sempre il viaggio dei tuoi nonni e dei nonni dei tuoi nonni, lungo le strade della loro vita. Volgi lo sguardo verso i libri che contengono quei caratteri che non molti sono in grado di decifrare e prometti a quelle pagine che qualcuno e qualcuno dopo quel qualcuno, le leggerà fino a consumarle a dovere. Ricorda a chi è dipeso da te nei suoi primi anni di vita, che una compagna non appartenente al suo popolo reciderà di netto, con un colpo secco, tutto questo retaggio prezioso.

La tua gente ha bisogno di te, per non sentirsi mai abbinata alla parola estinzione. Il tuo contributo non sarà una goccia in un mare. Ma una pietra miliare nel respiro futuro della tua nazione.

 

Gheula Canarutto Nemni

 

Un potere innegabile

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Tutto inizia con un sonno profondo e una costola sottratta. L’uomo si sveglia senza una parte di sé da cui ha preso vita la compagna dei suoi giorni futuri.  Solo allora, dopo che si trova sdoppiato, gli viene ricordato che, a un certo punto del cammino, dovrà lasciarsi alle spalle il passato e creare insieme alla propria metà, un comune destino. La storia continua con un uomo di nome Abramo, il primo a proclamare l’unicità di D-o nel mondo e con sua moglie Sarah, una donna il cui livello di profezia, così dicono gli stessi maestri, è di gran lunga superiore a quello del proprio compagno. Ad Abramo D-o dice “in tutto ciò che ti dirà Sarah, ascolta la sua voce”, perché Sarah si è impuntata. Ha percepito, più di suo marito, che Isacco con le sue qualità sarebbe diventato un degno patriarca. E che Ismaele, con la sua influenza negativa, va allontanato. Arriva Rebecca che senza alcun tentennamento devia le benedizioni da Esaù a Giacobbe, ritenendo quest’ultimo più degno di tramandare ogni morale ed insegnamento. Da quel figlio nasce Yehudà, il cui destino viene travolto da una donna di nome Tamar. Con un sigillo, una corda e un bastone, Tamar fa capire in maniera estremamente pudica ed elegante che è lui, Yehudà, il padre dei figli che aspetta. E lo risparmia dalla vergogna. Yehudà, colpito dalla grandezza, saggezza e lungimiranza della donna, sentenzia “ ha più ragione di me”, questa signora vede più lontano persino di un capo tribù.  Nove generazioni dopo, dalla loro unione, uscirà David, il re della nostra nazione. Shlomo, Salomone, il suo diretto discendente, proclamerà che “una donna di valore è la corona del marito”, ponendo una pietra miliare per il femminismo futuro.  Viene la halachà e sancisce: un figlio è ebreo solo se nato da madre ebrea. E ora, ditemi voi, chi ancora pensa che l’ebraismo non dia abbastanza spazio, importanza e protagonismo alle donne?

Gheula Canarutto Nemni

Penso diversamente quindi sono

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Era un periodo in cui non ci si preoccupava troppo di trovare il legittimo proprietario di ciò che piaceva. Se una cosa la si desiderava, semplicemente si prendeva. Erano anni in cui il cuore si versava davanti a entità ben tangibili e visibili. La ricerca di una Divinità eterea, secondo i più, non serviva. Correva un’era durante la quale il valore della vita era soggettivo e contingente. Una morale universale era il concetto più remoto a cui fare riferimento. Erano giorni in cui limiti e confini erano passati di moda. La famiglia era una nozione ormai antiquata, le specie, come D-o le aveva create, una configurazione della natura da tempo superata. Era un periodo in cui il pensiero del mondo si era perfettamente omogeneizzato, vivere come gli altri era una pratica comoda e priva di effetti collaterali indesiderati.  La coscienza un’appendice emarginata e dimenticata. La riflessione autonoma e indipendente richiedeva troppe energie dalla gente, essere e pensare come tutti era comodo, efficace ed efficiente. Correvano gli anni del diluvio universale.  L’aria era impregnata del conformismo dilagante. E dei colpi di martello dell’unico anticonformista di quel tempo.  Le assi si stavano lentamente trasformando in un’arca.  E il sogno di riuscire a scuotere il mondo dal suo intorpidimento, diventava di giorno in giorno, una vana speranza. Noè, Noach, ci provò per centovent’anni a farli ragionare. Di fare capire agli individui della sua generazione che appiattirsi sul pensiero comune, può risultare così pericoloso da portare alla totale distruzione. Dopo centovent’anni di tentativi, il conformismo ebbe la meglio. Trascinando con sé, negli abissi profondi, tutti quelli che non avevano avuto il coraggio di guardare il mondo con lenti diverse. Di questi individui che osservavano l’acqua mentre oltrepassava le loro spalle e in silenzio annegavano insieme al proprio mondo, non conosciamo nemmeno un nome. E’ Noach il protagonista assoluto di questo momento di trasformazione. Solo di lui e della sua famiglia consociamo la vita in ogni dettaglio. Sono i diversamente allineati, quelli che rimangono quasi senza fiato pur di continuare a nuotare controcorrente che incidono i libri di storia. Sono quelle voci fuori dal coro, quelle minoranze spesso derise, che sopravvivono alle correnti dei tempi. Sono i Noach, i Noè di ogni generazione che hanno il potere di forgiare il futuro del mondo. Sono quelli che si battono ogni giorno pur di non cadere nella trappola del tutti uguali a ogni costo, i privilegiati della sopravvivenza. Solo loro, quelli che non smettono nemmeno per un istante di pensare in maniera diversa, possono dire,  dopo migliaia di anni, io sono.

 

Gheula Canarutto Nemni

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