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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

Month

November 2013

Compromessi? No, grazie.

“E’ incredibile” disse Yehuda guardando per terra. “Hanno tolto sistematicamente tutti i sigilli da ogni boccetta, lasciando intatto il contenuto.” Volse lo sguardo verso il fratello. “Secondo la halachà potremmo accendere la menorah anche con l’olio non puro,” gli rispose Yonathan. I loro piedi continuavano a sbattere contro le centinaia di boccette disseminate a terra. “I Greci sapevano benissimo come vincere il nostro popolo senza troppe battaglie…” riflettè Elazar rigirando un’ennesima boccetta dissacrata tra le mani. “A loro non dava fastidio che noi studiassimo la Torà. No,” dice Yehudà “a loro dava fastidio che noi studiassimo la Torà in quanto saggezza di D-o. A loro non importava se circoncidevamo i nostri bambini, se li nutrivamo con carne kasher. Bastava che tutte le nostre azioni venissero dettate dalla logica. Di una salute più forte, di una nutrizione migliore. A loro non interessava se accendevamo la menorah. L’importante era che non lo facessimo seguendo le leggi, prive di razionalità,  della purità e impurità. Quello che non volevano assolutamente è che vivessimo la nostra vita come una serie di atti di fede.” I fratelli si sedettero a terra stanchi e stremati, guardando delusi il buio profondo che li circondava. “I Greci sapevano” sussurra Yonathan “che finchè il popolo ebraico segue le leggi della Torà in quanto comandamenti di D-o, non avrebbero mai potuto interrompere, né loro, né nessun altro al mondo, quella catena che ha iniziato Abramo il nostro avo”. “E quindi cosa facciamo?” domandarono i fratelli in coro. “Continuiamo a cercare. Proprio in questo momento di grande difficoltà per il nostro popolo non possiamo lasciare spazio a compromessi sul volere di D-o. Sarebbe concedere una vittoria, una breccia da cui poter ripartire per combatterci, ai nostri nemici.” Dall’Alto Qualcuno ascoltava le loro voci, avvertendo quella volontà così forte, al di sopra di ogni logica e ragione, di portare avanti l’ebraismo senza tentennamenti. Meritano un miracolo, venne deciso. E all’improvviso, uno di loro inciampò in una piccola ampolla. La prese in mano senza troppa speranza. Il sigillo ancora intatto del Cohen Gadol lo abbagliò come un raggio di sole in una caverna profonda. Increduli e frastornati dall’emozione i fratelli diedero vita a sette nuove piccole fiamme. Contavano i minuti sapendo che entro poche ore si sarebbero spente. Ma dall’Alto era già stato tutto deciso. E quelle fiamme alimentate da un’identità più forte di qualsiasi regola della natura, continuarono a consumare l’ossigeno del santuario per otto lunghi giorni. Tramandando fino a oggi la consapevolezza che D-o aspetta solo un piccolo gesto da ognuno di noi. Del resto, dei miracoli, della sopravvivenza al di là di ogni logica e storia, se ne occuperà poi Lui.

ampolla chanuka

Gheula Canarutto Nemni

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Un ebreo è sempre un ebreo che è sempre un ebreo

 

Si accomodi pure, gli disse il medico.

Isacco spostò la sedia, imbarazzato. Era la prima volta che varcava la soglia di uno psicologo. Ma lui non ce la faceva più. Avvertiva dentro di sé un senso di inadeguatezza, di incapacità di affrontare la realtà. Tutto gli sembrava troppo pesante, troppo grande, troppo difficile da sopportare.

“Tutto in che senso?” gli domandò lo psicologo. Tutto. Il risveglio, il mettere giù un piede dal letto, il guardarmi allo specchio. Andare a lavorare, le liti dei miei figli…

”Lei è ebreo?” gli domandò a bruciapelo il dottore. Isacco si spostò sulla sedia di scatto. Non mi bastano quelli là fuori a ricordarmelo, pensò dentro di sé, aggiungendo alla lista mentale delle cose che non sopportava anche quella seduta che avrebbe dovuto essere terapeutica. “Che differenza le fa se sono ebreo o meno? Tutti i pazienti dovrebbero essere uguali per lei!” tuonò Isacco.

“Si calmi,” gli pregò il medico, “sono pronto a spiegarle”. Isacco provò a rilassarsi. Ma dentro di sé si sentiva ancora ribollire. L’ebraismo era l’ultima cosa di cui voleva ricordarsi. “Conoscerà sicuramente quel detto. Un ebreo è sempre un ebreo che è sempre un ebreo. Vede, caro Isacco, essere ebrei è scritto nel dna della persona. Uno che nasce ebreo può cercare di non esserlo per tutta la sua vita, può provare a ignorare questo proprio status. La sua essenza rimarrà, suo malgrado, volente o nolente, eternamente ebraica. Partendo da questo presupposto, lei ha davanti a sè due opzioni.

La prima di continuare a provare medicinali, cure antidepressive, sedute terapeutiche, viaggi in estremo oriente. Sono le alternative razionali che la sua mente cerca per colmare quel vuoto che sente dentro di sè alternato alla sensazione di un peso profondo,  a quell’incapacità di affrontare il mondo.

La seconda opzione è di partire dalla consapevolezza dell’esistenza della sua anima ebraica. E provare a darle voce, a nutrirla con Torah e mizvoth. Immagini un individuo che nasce con un talento incredibile di pittore. Un talento di cui egli stesso non è a conoscenza. Metta questo individuo per vent’anni dietro a una scrivania a fare conti. Tra i numeri vedrebbe emergere schizzi di ogni dimensione e colore, ritratti di paesaggi cittadini, palme e fiori. E, con molta probabilità, sarebbe il prossimo paziente in attesa là fuori. Un ebreo che non dà voce alla propria ebraicità è come un artista che non mette a frutto il proprio talento. Sentirà sempre una sorta di inspiegabile frustrazione dentro di sé.”

Isacco lo guardò senza emettere sillaba. Si ricordò di quella volta che aveva partecipato a una cena del venerdì sera, alla sensazione di irrefrenabile gioia con cui era uscito da quella casa illuminata come nel 1800 dal lume delle candele. Forse aveva capito qualcosa di se stesso. Si alzò, tendendo la mano al medico che aveva di fronte.

“Mi sono dimenticato di domandarle il suo nome” disse Isacco prima di uscire.

“Mi chiamo chassidut”, gli disse il dottore sparendo tutto d’un tratto.

TanyaE lasciando sul tavolo un libro intitolato Tanya, accompagnato da un bigliettino.

Lo studi, vedrà che le farà bene. Rimango, come per qualsiasi altro ebreo di questo mondo, sempre a sua disposizione… 

Buon Rosh Hashanà della chassidut

Gheula Canarutto Nemni

May your soul, Eden Attias, rest in peace

eden-attias

Good bye little boy whose life was robbed in a middle of a dream.

With that sweet snack in the pocket that mum has given you when you were already out of the door.

With the phone ringing because she wanted to know how far you were from the military base where that coffin on wheels was supposed to take you.

Good bye to your dreams, to the family you will never build.

To your room, to your music, to all the things and people you loved.

You have now millions of brothers and sisters praying for your soul.

Feeling the pain of your mum and dad like a knife in the heart.

Tonight, in front of our renewed shabat candles a special prayer will be whispered for you.

That your future life will be like the name you were given at eight days. Eden. Only that. Only paradise and good.

And from above, where we are sure, angels are embracing you welcoming you like a king, ask G-d to protect all his children. On buses, on their way home, in synagogues, schools and battlefields.

Dear Eden Attias, may your departure from earth be not in vain, making the world understand that peace is possible only with somebody who is taught from childhood that life and not death is the most precious and desirable gift.

May your soul be tied for ever and ever with the bond of life.
We all love you
Am Israel

Gheula Canarutto Nemni

Moni Ovadia, le spiego cosa succede quando critica Israele

Caro Moni Ovadia,

mi perdoni per questa mia interferenza nei suoi piani di disiscrizione alla Comunità Ebraica di Milano. Dettati, secondo lei, dalla mancata accettazione da parte della comunità delle sue opinioni circa Israele. Gad Lerner ricorda ai suoi lettori di avere compiuto lo stesso passo a suo tempo.

Vede, che lei sia iscritto o meno alla Comunità riguarda solo lei e le sue scelte di vita. La presenza del suo nome nelle liste, nella mailing del Bollettino, negli inviti ad eventi e feste, impattano solo sulla sua casella postale di casa ed elettronica. Nessun altro subirà delle conseguenze da questa sua scelta.

Che lei invece faccia sentire la sua voce da artista seguito e ascoltato da molti,  criticando la politica di Israele e dando vita a una vera e propria campagna negativa nei confronti dello stato dei suoi correligionari, non riguarda solo lei e le sue scelte di vita.

Purtroppo no.

Riguarda anche i miei bambini che girano per la città con la kippà in testa.

Riguarda anche i ragazzi che andando a scuola devono superare quattro volanti della polizia prima di entrare a studiare ogni mattina.

Riguarda anche le persone che frequentano una sinagoga in qualsiasi parte  d’Italia e devono sottomettersi a perquisizioni per poter porgere il proprio cuore a D-o.

Riguarda tutti gli ebrei d’Italia e del mondo.

Perché quando lei si mette su un palco con la sua grande kippà colorata e da lì critica in maniera pesante lo stato d’Israele, lei non rappresenta un artista qualunque a cui sia saltato in mente di analizzare la situazione geo politica mediorientale. Lei rappresenta l’artista ebreo.

E se un ebreo critica in maniera così feroce i propri fratelli, se un ebreo racconta a gran voce cose che, a suo parere, sono errori della propria nazione, se un ebreo si schiera in maniera così decisa contro l’unico posto del pianeta che dà asilo all’ebreo in qualsiasi momento lo chieda, allora tutto il mondo si sentirà in diritto di farlo.

E, partendo dalle sue posizioni, le userà per giustificare tutti gli atti di antisemitismo a cui vorrà dare vita. Il mondo partirà dalle sue parole per rendere leciti gli attacchi agli ebrei, ovunque si trovino.

Lei è libero di esprimere le sue opinioni a tavola, circondato dai suoi cari amici. Ma non è libero di farlo davanti a un microfono. Perché lì, la sua libertà si scontra con la mia.

E si ricordi caro Ovadia, se un ebreo sputa sul proprio popolo, apre la porta perché l’intero mondo si senta legittimato a farlo.

Gheula Canarutto Nemni

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