“E’ incredibile” disse Yehuda guardando per terra. “Hanno tolto sistematicamente tutti i sigilli da ogni boccetta, lasciando intatto il contenuto.” Volse lo sguardo verso il fratello. “Secondo la halachà potremmo accendere la menorah anche con l’olio non puro,” gli rispose Yonathan. I loro piedi continuavano a sbattere contro le centinaia di boccette disseminate a terra. “I Greci sapevano benissimo come vincere il nostro popolo senza troppe battaglie…” riflettè Elazar rigirando un’ennesima boccetta dissacrata tra le mani. “A loro non dava fastidio che noi studiassimo la Torà. No,” dice Yehudà “a loro dava fastidio che noi studiassimo la Torà in quanto saggezza di D-o. A loro non importava se circoncidevamo i nostri bambini, se li nutrivamo con carne kasher. Bastava che tutte le nostre azioni venissero dettate dalla logica. Di una salute più forte, di una nutrizione migliore. A loro non interessava se accendevamo la menorah. L’importante era che non lo facessimo seguendo le leggi, prive di razionalità,  della purità e impurità. Quello che non volevano assolutamente è che vivessimo la nostra vita come una serie di atti di fede.” I fratelli si sedettero a terra stanchi e stremati, guardando delusi il buio profondo che li circondava. “I Greci sapevano” sussurra Yonathan “che finchè il popolo ebraico segue le leggi della Torà in quanto comandamenti di D-o, non avrebbero mai potuto interrompere, né loro, né nessun altro al mondo, quella catena che ha iniziato Abramo il nostro avo”. “E quindi cosa facciamo?” domandarono i fratelli in coro. “Continuiamo a cercare. Proprio in questo momento di grande difficoltà per il nostro popolo non possiamo lasciare spazio a compromessi sul volere di D-o. Sarebbe concedere una vittoria, una breccia da cui poter ripartire per combatterci, ai nostri nemici.” Dall’Alto Qualcuno ascoltava le loro voci, avvertendo quella volontà così forte, al di sopra di ogni logica e ragione, di portare avanti l’ebraismo senza tentennamenti. Meritano un miracolo, venne deciso. E all’improvviso, uno di loro inciampò in una piccola ampolla. La prese in mano senza troppa speranza. Il sigillo ancora intatto del Cohen Gadol lo abbagliò come un raggio di sole in una caverna profonda. Increduli e frastornati dall’emozione i fratelli diedero vita a sette nuove piccole fiamme. Contavano i minuti sapendo che entro poche ore si sarebbero spente. Ma dall’Alto era già stato tutto deciso. E quelle fiamme alimentate da un’identità più forte di qualsiasi regola della natura, continuarono a consumare l’ossigeno del santuario per otto lunghi giorni. Tramandando fino a oggi la consapevolezza che D-o aspetta solo un piccolo gesto da ognuno di noi. Del resto, dei miracoli, della sopravvivenza al di là di ogni logica e storia, se ne occuperà poi Lui.

ampolla chanuka

Gheula Canarutto Nemni

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