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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

Month

December 2013

Giuseppe Di Piazza immagina le donne ebree ortodosse

Immagino il signor Giuseppe Di Piazza immerso nelle scene del film di cui poi dovrà scrivere la critica. Lo immagino mentre prende appunti, spunti, dai dialoghi, dai paesaggi, dai costumi, per il suo prossimo articolo. Lo immagino di fronte allo schermo quando preme i tasti del suo computer e spera di farsi leggere più del solito. C’è un metodo, ultimamente, quasi infallibile. Infilare l’ebraismo, soprattutto in chiave negativa e denigrativa, tra frasi, parole, slogan e propagande. Se senza l’ebreo l’audience era a 100, con l’ebreo sale a 1000. Se senza la parola ebreo, ebree, ebraismo, l’articolo lo leggono in dieci persone, aggiungendo quell’ingrediente magico i lettori aumentano in maniera strabiliante. Quindi perché non farsi tentare dall’infilare “le donne ebree ortodosse e i loro abiti tradizionali”, perché non cedere di fronte a quel biglietto della lotteria facile di quelle “donne a cui è vietato, come a molte loro dirimpettaie  islamiche (il neretto finisce proprio prima della parola ‘islamiche’, n.d.a) mostrare qualche centimetro di pelle nuda, in un articolo di critica cinematografica? Ci cascano un po’ tutti, manifestanti che dovrebbero darsi da fare per un’Italia diversa e che invece si riempiono la bocca con banchieri ebrei per fare credere di capire qualcosa del mondo, giornalisti che dovrebbero diffondere cultura attraverso una testata rispettata e che invece riempiono un articolo di preconcetti, pregiudizi ed errori così grandi, pur di fare credere di capire qualcosa di cinema.

Per puro caso il film di Woody Allen, Blue Jasmine, di cui parla Giuseppe Di Piazza, l’ho visto. Nessun accenno, nemmeno sottinteso, all’ebraismo, in nessuna delle sue forme. E allora perché, come diceva la Fallaci, berciare contro donne (quelle ebree ortodosse) che con grandissima probabilità il signor Di Piazza non ha mai avuto l’onore di incontrare (altrimenti saprebbe che noi con il burqa proprio non abbiamo nulla a che fare)?  Forse perché il signor Di Piazza è anche lui, come dice di Jasmine, prigioniero di un burqa sociale. Quello della mania di immaginarsi l’ebreo diverso da quello che in realtà è. Quel burqa di cui, parafrasando Di Piazza, si avvolgono coloro i quali “preferiscono darsi ininterrottamente risposte effimere, volendo ignorare con forza tutto ciò che di vero accade intorno a loro”.blue jasmine

La invito ad incontrarmi, signor Di Piazza. Se per caso non riuscisse a riconoscermi tra la folla, cerchi una signora con  la gonna di jeans, un golfino nero e piumino grigio.  Se questi abiti li definirà anche allora ‘tradizionali’ rinuncerò alle sue scuse.

Gheula Canarutto Nemni

 

Ecco il link dell’articolo.

http://marilyn.corriere.it del 16 dicembre

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A noi la scelta

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Fino a qualche anno fa ci si svegliava al mattino con la paura di aprire i giornali. Di trovarci la fotografia della carcassa di un autobus, di bambini che credevano di andare a scuola, di madri convinte di poter scendere per entrare nel proprio ufficio. Il nome Israele faceva rima con terrore, con paura, con timore. Di non sapere cosa sarebbe successo nell’arco di poche ore.

Ci dicevano che la soluzione sarebbe passata attraverso la ‘restituzione’ di terre conquistate col sangue dei nostri soldati. Attraverso l’abbonimento di un nemico sulla cui cartina, noi ebrei e la nostra terra, non ci siamo mai stati.

E’ arrivata l’Europa, i movimenti di estrema destra alternati ai pacifisti incalliti, incuranti degli errori passati e della saggezza dell’apprendere la storia nella sua verità accecante.

Abbiamo cercato di farla felice, di darle tutto ciò che ci chiedeva.

L’Onu ci ha poi imposto trattati di pace, insediamenti bloccati, ‘coloni’ come li chiama il mondo, buttati in caravan con le loro famiglia.

In silenzio, in un angolo, c’era sempre l’America, baluardo della democrazia nel 1945, sentinella contro dittature e regimi.

L’America.

Con la sua innata propensione alla difesa della verità, dei diritti umani reali, quel paese, abbiamo pensato, non ci avrebbe mai abbandonato.

Così, in nome di una lunga amicizia dovevamo essere pronti a seguirne le direttive. Quegli inviti gentili, con toni da amici, a pendere sul serio le proposte di pace di chi ci sogna in brandelli, quei ritiri unilaterali in cui una parte si arrende mentre l’altra colpisce con ancora più forza.

Finché un giorno, un presidente di quell’insieme di stati, ha dichiarato apertamente che il peso sulla coscienza del mondo di una nuova casa costruita sul territorio ebraico è preponderante rispetto a testate nucleari nascoste nella sabbia di un paese islamico.

E tu ebreo ti svegli al mattino e pensi e ora cosa si fa?

Hai due scelte, ci risponde la storia e Chi la crea in ogni momento.

a)Puoi rimettere il tuo destino nelle mani e nelle menti di uomini in carne ed ossa, in strategie di armamenti e disarmo, di ritirate e rese, negli umori mattutini dei diplomatici o nel desiderio di fama dei presidenti di turno. Ma ricordati che affidandoti alla natura, D-o dirà Mi ritiro, che le leggi del mondo facciano la loro parte.

b)Oppure puoi rimetterti nelle mani di Chi quegli accadimenti li produce e guida. Capendo che la sopravvivenza del nostro popolo tra i settanta lupi che lo circondano, non è altro che un miracolo a ciclo continuo.

A voi la scelta, dice D-o. O ricadere nella normalità dei meccanismi causa-effetto, delle vittorie del più forte, degli ammiccamenti ai presidenti. Oppure affidarsi a D-o, al Suo volere, a ciò che si aspetta dall’ebreo in questo mondo. E alla Sua capacità di stravolgere le leggi della natura in mezzo secondo.

Gheula Canarutto Nemni

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