Immagino il signor Giuseppe Di Piazza immerso nelle scene del film di cui poi dovrà scrivere la critica. Lo immagino mentre prende appunti, spunti, dai dialoghi, dai paesaggi, dai costumi, per il suo prossimo articolo. Lo immagino di fronte allo schermo quando preme i tasti del suo computer e spera di farsi leggere più del solito. C’è un metodo, ultimamente, quasi infallibile. Infilare l’ebraismo, soprattutto in chiave negativa e denigrativa, tra frasi, parole, slogan e propagande. Se senza l’ebreo l’audience era a 100, con l’ebreo sale a 1000. Se senza la parola ebreo, ebree, ebraismo, l’articolo lo leggono in dieci persone, aggiungendo quell’ingrediente magico i lettori aumentano in maniera strabiliante. Quindi perché non farsi tentare dall’infilare “le donne ebree ortodosse e i loro abiti tradizionali”, perché non cedere di fronte a quel biglietto della lotteria facile di quelle “donne a cui è vietato, come a molte loro dirimpettaie  islamiche (il neretto finisce proprio prima della parola ‘islamiche’, n.d.a) mostrare qualche centimetro di pelle nuda, in un articolo di critica cinematografica? Ci cascano un po’ tutti, manifestanti che dovrebbero darsi da fare per un’Italia diversa e che invece si riempiono la bocca con banchieri ebrei per fare credere di capire qualcosa del mondo, giornalisti che dovrebbero diffondere cultura attraverso una testata rispettata e che invece riempiono un articolo di preconcetti, pregiudizi ed errori così grandi, pur di fare credere di capire qualcosa di cinema.

Per puro caso il film di Woody Allen, Blue Jasmine, di cui parla Giuseppe Di Piazza, l’ho visto. Nessun accenno, nemmeno sottinteso, all’ebraismo, in nessuna delle sue forme. E allora perché, come diceva la Fallaci, berciare contro donne (quelle ebree ortodosse) che con grandissima probabilità il signor Di Piazza non ha mai avuto l’onore di incontrare (altrimenti saprebbe che noi con il burqa proprio non abbiamo nulla a che fare)?  Forse perché il signor Di Piazza è anche lui, come dice di Jasmine, prigioniero di un burqa sociale. Quello della mania di immaginarsi l’ebreo diverso da quello che in realtà è. Quel burqa di cui, parafrasando Di Piazza, si avvolgono coloro i quali “preferiscono darsi ininterrottamente risposte effimere, volendo ignorare con forza tutto ciò che di vero accade intorno a loro”.blue jasmine

La invito ad incontrarmi, signor Di Piazza. Se per caso non riuscisse a riconoscermi tra la folla, cerchi una signora con  la gonna di jeans, un golfino nero e piumino grigio.  Se questi abiti li definirà anche allora ‘tradizionali’ rinuncerò alle sue scuse.

Gheula Canarutto Nemni

 

Ecco il link dell’articolo.

http://marilyn.corriere.it del 16 dicembre

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