Sono qui seduto in attesa che un mio amico mi raggiunga per pranzo. Il sole batte come se fossimo in agosto e il colore del cielo è di una tonalità di cui mi sorprendo ancora dopo tutti questi mesi. Ho da poco finito di parlare con mia madre, non le è facile da quando sono qui. All’improvviso un’ombra copre i raggi destinati al mio volto.

“Posso offrirti un po’ della mia coca cola? “mi domanda un ragazzo che non ho mai visto prima.

“No, grazie”

“Guarda che non ho bevuto a canna” mi dice sorridendo.

“No, davvero.”

Il ragazzo si allontana. Mi infilo le cuffie nelle orecchie e mi immergo in una buona musica, di quelle che ti fanno dimenticare un po’ tutto. Dopo dieci minuti un’altra ombra si frappone tra me e il cielo.

“Prendi la coca cola, ti prego” sento dire prima di poter capire chi ho di nuovo davanti.

Non prendere mai nulla dagli sconosciuti, mi ha insegnato la mamma a quattro anni. E questo senso innato del sospetto verso chi non conosci è andato solo crescendo con gli anni e l’esperienza. Decido di prendere la bibita. Uno sconosciuto arrabbiato è potenzialmente più pericoloso di una bibita che tanto comunque non berrò. Prendo la bottiglia.

“Grazie” mi dice.

Lo guardo stranito. Lui ringrazia me per avere preso la sua bibita?

“Sei un soldato boded, solitario, vero? Sei venuto qui senza famiglia, senza nessuno?”

“Si” gli rispondo.

“Ma come hai fatto a capirlo?”

“Ti ho sentito parlare in una lingua straniera e ho visto il tuo cappello infilato nella spallina. Permettimi di offrirti il pranzo.”

Di nuovo mi suona in testa quel campanello d’allarme. Un perfetto sconosciuto che mi offre prima da bere e ora un pranzo intero.

“No, grazie, davvero. Tra pochi minuti arriva un mio amico e vado a mangiare con lui.”

“Perfetto. Lo offro a tutti e due allora.”

Insisto a dire di no e lui insiste a dire di sì, quando arriva il mio amico.

“Piacere di averti conosciuto” gli dico salutandolo.

“Vengo con voi, così vi pago il pranzo.”

Camminiamo un po’ imbarazzati verso il ristorante. Lo vedo avvicinarsi alla cassa e poi venire verso di noi.

“Tutto a posto. Godetevi il pranzo. E’ già tutto pagato”

Lo guardo senza capire.

“Sai, una volta anche io ero un soldato solo. E un uomo mi si è avvicinato dicendomi che voleva ringraziarmi per tutto quello che facevo per il nostro paese. Ha insistito a offrirmi il pranzo. Oggi ricambio quello che quello sconosciuto ha fatto per me, dandomi la sensazione di non essere  mai davvero solo, ma parte di qualcosa più grande”.

Il ragazzo, con indosso una maglietta di un bar dove mi fermo spesso a pranzare, deve avere speso per noi tutto quello che guadagna in una giornata di duro lavoro. Sono venuto qui in Eretz Israel solo per un motivo. Perché amo profondamente il mio popolo e la sua terra. Alzo gli occhi e stavolta non c’è niente che si frapponga tra me e il Cielo.

Grazie D-o per avermi fatto parte del popolo ebraico, sussurro. E mi siedo. Questo pranzo ha il sapore di un amore speciale. Quello che lega tutti i Tuoi figli.

Tratto da un episodio di vita vissuto davvero da Leonardo Aseni, chayal boded, soldato ‘solo’, che solo non sarà mai. Che D-o lo protegga con tutti i nostri soldati e l’intero popolo ebraico, in ogni secondo.

Gheula Canarutto Nemni

leo aseni

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