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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

Month

June 2014

Antisemitismo. Prevenire è meglio che curare

antisemitismo_02Mi sono sempre domandata perché, invece di dedicare infinite risorse, economiche e umane, alla cura dei tumori, non si concentri l’attenzione sui fattori che lo innescano, quegli input fisici e cellulari che fanno crescere nel corpo un nemico creato da se stesso. Se si scoprisse la causa, almeno quella principale, l’epidemia si potrebbe fermare all’origine, invece che affrontarla con cure costose e devastanti. Prevenire è meglio che curare, diceva una vecchia pubblicità di quando ero bambina. Non ne capivo molto il senso. Oggi invece sì.

L’Europa e il mondo sono invasi da un cancro che si è risvegliato dalle ceneri di Auschwitz, dalle macerie dei villaggi polacchi rasi al suolo da contadini antisemiti, dalle fiamme di sinagoghe e case di studio, accese durante le migliaia di pogrom del passato, dagli autodafè spagnoli eretti nelle piazze per dimostrare che chi non ha trovato la via della verità merita solo la morte. Oggi l’antisemitismo è qui, tra noi, come un tumore maligno che si risveglia e invade con i suoi tentacoli il corpo del mondo. Noi corriamo ai ripari facendo indossare ai nostri figli un cappello mentre camminano per la strada o prendono la metropolitana, andando a pregare barricati da camionette della polizia e metal detector, portando i nostri figli a scuola e sentendo il cuore in gola. Dobbiamo fare veloce, nessuno sosti davanti all’entrata. Lì fuori non siamo più al sicuro.

Barricarsi, proteggere, provare a nascondersi, è l’unica cura rimasta dopo che la malattia è stata dichiarata diffusa a tutti i livelli dell’organismo. Questa è la cura, di una malattia che tutti accettano con passività.

Ormai nessuno pensa nemmeno a come riuscire ad estirpare questo male dalla mente dell’umanità.

Eppure la soluzione sarebbe così facile, quasi banale.

Immaginate una campagna mediatica in cui si racconti cosa fa Israele per curare i siriani massacrati dai loro fratelli musulmani. In cui si dica la verità su quello che succede dietro le quinte di un bambino ferito dai soldati israeliani. Su come, la maggior parte delle volte, viene allestita la scena, preparato un succo di pomodoro rosso e dopo che i fotoreporter vanno a bersi il caffè al bar, il finto ferito si alza e riceve la paga per l’ora di recitazione.

Immaginate pagine di giornale, telegiornali, in cui si racconta e ricorda il motivo per cui si sta mettendo a ferro e fuoco un’area popolata da molti terroristi.  Per riportare a casa tre ragazzini che, all’uscita da scuola, con l’anima piena di ottimismo verso l’umanità, prendono un passaggio da una presunta brava persona. Che invece li trascina con sé nel baratro, nel mondo del terrorismo globale, dove non importa se sei ebreo, cristiano o presbiteriano. Non sei parte dell’Islam e meriti solo la morte peggiore.

Immaginate giornalisti che insegnano la morale che da millenni guida e tiene al mondo il popolo ebraico. Una morale basata sulla parola vita, non solo tua, ma anche del tuo peggiore nemico, di chi ha fatto a brandelli esseri umani, bambini con in bocca un pezzo di pizza, mamme con il cucchiaino del gelato porto verso la bocca di un neonato che verrà sepolto vicino a loro. Nell’aldilà l’ebreo viene premiato solo se avrà rispettato quel soffio divino presente in ogni essere umano, ebreo e non. E in questo mondo c’è chi osa contrapporlo a chi nell’aldilà viene premiato in proporzione al numero di anime che falcerà da questa terra.

Ma come al mondo probabilmente fa più comodo il giro d’affari innescato dai miliardi spesi nelle cure dei tumori piuttosto che investire massicciamente nella prevenzione, così il mondo preferisce barricare gli ebrei, denunciare gli sputi, gli sfregi, le sparatorie, indagare sugli atti terroristici ex post, sulle sparatorie a Bruxelles, a Lione, sulle pietre ad Anversa e il saluto nazista in Ucraina, piuttosto che cercare di evitarli attraverso una massiccia campagna di vera informazione.

Nella Torah c’è l’obbligo di erigere una balaustra, una protezione nei punti dove la vita di una persona potrebbe essere in pericolo, dove si rischierebbe di cadere. Chi non previene è ritenuto pienamente responsabile nel caso accada qualcosa.

Una volta era la Chiesa e le sue predicazioni antisemite. Poi sono arrivati i protocolli dei Savi di Sion e la soluzione finale. Oggi si nasconde la parola antisemitismo dietro a un paravento talmente trasparente, che solo chi è in malafede non è in grado di vedere la mano che ci sta dietro. Una mano assettata di sangue infedele.

Non sogno un J’accuse a posteriori. Non ho bisogno di scuse del mondo quando ormai il tumore avrà fatto il suo lavoro. Sogno una massiccia operazione mediatica che racconti ad ogni essere vivente che questo maledetto male ha infestato la terra dai tempi della Babilonia, dell’impero romano, dell’Inquisizione, della Russia zarista, della Germania nazista. Israele ancora non esisteva ma il mondo da sempre ha cercato e trovato infinte scuse. Per dare addosso all’ebreo.

Finchè questo non succederà e la stampa, i telegiornali, inonderanno le case con notizie parziali e faziose, il mondo mediatico sarà colpevole di ogni atto antisemitico e terroristico ai danni di ogni ebreo, ovunque si trovi nel mondo. Perché la maggior parte di questi sono frutto di un indottrinamento alimentato con le bugie e diffamazioni antisemite che riempiono l’aria del mondo in ogni secondo.

Gheula Canarutto Nemni

La nazione ebraica non è nazione senza la Torà (Rav Saadia Gaon)

chagall

 

Intorno a me nulla si muove. Non si sente un battito d’ali, il vento si è fermato. I fiumi sono in attesa, le onde aspettano il prossimo segnale. Il destino del mondo sta cambiando in eterno.

D’ora in poi gli schiavi godranno di diritti che il sistema giuridico internazionale riconoscerà loro solo tra più di tremila anni, coloro che subiranno un danno fisico verranno risarciti in base alla professione che svolgono, i businessmen fermeranno la propria corsa per venticinque ore settimanali. Il creato avrà finalmente le leggi e la giustizia che solo il suo Creatore avrebbe potuto ideare. Abbiamo anelato questo momento.

Abbiamo contato ogni secondo che ci separava da questo traguardo. Da qui in avanti non saremo più un semplice insieme di genti, un gruppo di persone che si è incontrato per caso. La voce di D-o ci dirà quali azioni si aspetta da ognuno di noi. Le Sue parole contenute nella Torà ci indicheranno la strada comune in cui incamminarci.

Apro gli occhi dopo avere percepito il più alto livello di spiritualità mai manifestato all’uomo.

E invidio.

Quelle generazioni che, diversamente da noi, questa rivelazione non l’avranno vista con i propri occhi e che continueranno comunque a credere.

Sono geloso di chi andrà avanti a rispettare shabat, a fare kidush, in quei tempi in cui D-o sarà così nascosto, da sembrare quasi sparito.

Stimo chi camminerà per le strade con una kippà in testa, corazzato dal proprio orgoglio, diretto a una serata di studio, verso una preghiera, a un ristorante kasher.

Ammiro profondamente queste persone che, nonostante i tempi avversi, continueranno a portare avanti un messaggio antico di tremilatrecento anni che noi abbiamo ascoltato in diretta.

Individui che trasmetteranno ai propri figli il segreto della sopravvivenza del nostro popolo tra i settanta lupi, che insegneranno la resistenza fisica e spirituale di un raggio di sole minacciato da un buio incombente, attraverso le parole di shemà Israel pronunciate in posti chiamati Auschwitz e Mathausen, facendo rimbombare la fede nel proprio Creatore tra anime e cenere.

D-o metterà le future generazioni alla prova in tutti i modi.

Ma, da qui io lo posso vedere, loro non Lo dimenticheranno.

Oggi abbiamo visto il Cielo congiungersi con la Terra, la spiritualità con la materia, D-o con il Suo popolo.

Eppure, il più grande miracolo di tutti i tempi sarà poter percepire la fede della mia gente, il loro voler portare avanti a tutti costi e nonostante tutto, Torà e mizvoth, a Roma, a Milano, in una Bruxelles del 2014.

Questo sarà il cuore pulsante, l’elisir di eterna vita, della nostra nazione.

Monte Sinai, 6 Sivan 2448

Vostro Mosè

 

Gheula Canarutto Nemni

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