I volti di Eyal, Gilad e Naftali si confondono con quello di Shelly Dadon tingendo l’aria di lacrime e disperazione. I sassi grandi come mattoni raccolti da una terra a cui i padri fondatori hanno miracolosamente  ridato vita dopo migliaia di anni, finiscono nei parabrezza di automobili e autobus. Svastiche compaiono lunghe la città vecchia e bandiere naziste sventolano a pochi metri dal confine. Le sirene ululano costringendo ebrei di ogni età e origine a correre entro 15 secondi nei rifugi. Nei cieli di Israele una Mano invisibile gioca a ping pong con dei razzi assassini facendoli rimbalzare e cadere in luoghi miracolosamente disabitati. Terroristi minacciano di invadere il mondo e riportare in vita un califfato medievale punendo tutti gli infedeli. Nelle capitali d’Europa si sentono riecheggiare slogan che nessun paese civile dovrebbe permettere di fare vibrare nella propria aria. Ebrei vengono tenuti in ostaggio dentro a una sinagoga mentre fuori si inneggia alla loro morte. Ovunque ci si giri, in questi giorni, ci si sente in balia di qualcosa più grande, di qualcosa su cui nessuno ha il totale controllo. In molti, non sapendo che altro fare, pregano. E sospirano. Il sospiro di un ebreo che, D-o non voglia, proviene da un problema materiale, è comunque una grande teshuvà, un completo ritorno a D-o. Quando il sospiro proviene da un malessere spirituale, la teshuvà è infinitamente più profonda ed efficace. Il sospiro tira fuori la persona dalla profondità del buio in cui si trova, permettendole di raggiungere livelli di bene mai raggiunti prima (Hayom yom 3 di tamuz)

Rileggo le righe e capisco. Con tutta questa confusione, allarmi, razzi, slogan assassini, tentativi di distruggerci e farci sparire, c’è chi aspetta i nostri sospiri. Chi li raccoglie ad uno ad uno e li imbottiglia in una grande botte su cui sta scritto ci siamo quasi. Quei sospiri si accumulano da migliaia di anni. Dai tempi dell’Egitto, della distruzione di due santuari, delle crociate, dei pogrom, delle persecuzioni naziste. Si appoggiano l’uno sull’altro in attesa. Che dieci persone, solo dieci, dieci ebrei sospirino dal profondo del proprio cuore e, alzando gli occhi al Cielo, al proprio Creatore, tirino fuori dall’anima il grido: ad matai, fino a quando D-o, ci terrai in questo buio esilio? Tutta questa insostenibile pesantezza dell’essere, questa impossibilità di vedere la luce alla fine del tunnel, questa angoscia attanagliante che toglie il respiro prima del sonno spariranno presto. Aprendo il sipario sui tempi messianici e su una pace vera, senza compromessi.

 

 

Gheula Canarutto Nemnikeep-calm-because-moshiach-is-coming-2

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