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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

Month

January 2015

Io ho vissuto, tu ricordi, egli vivrà. La memoria coniugata all’ebraica

ebrei prima guerraCaro vicino di pianerottolo che mi saluti con un tono arrabbiato perché non ho accettato la serratura elettronica da te proposta,

caro fiorista che mi porti i fiori lanciando occhiate a quell’oggetto sospeso sullo stipite destro della mia casa,

cara sarta che a volte mi prendi un po’ in giro per la mia mania di allungare le gonne, in questi giorni siete bombardati di immagini.

Volti di bimbi in bianco e nero che da lì a dopo svaniranno nel nulla, donne a cui vengono strappate le loro valigie di cartone, inconsapevoli che l’espropriazione dal proprio bagaglio sarà davvero l’ultimo dei loro futuri pensieri, cappotti dal taglio sartoriale impeccabile deturpati da stelle gialle, uomini assaggiati dalla morte quando ancora il cuore pulsava nel loro corpo.

Vi siete mai domandati chi ci stia dietro a queste immagini?

Chi fossero queste persone prima di trasformarsi in Olocausto?

Stanno cercando di spacciarveli per memoria.

Per noi non sono solo questo.

La memoria non è un museo, un insieme ingiallito di foto, ma una voce vera. Non è una teca su cui attaccare voci al passato remoto, ma oggetti che passano di mano in mano, che si consumano, che vengono utilizzati ogni giorno.

Molti di loro correvano a fare la spesa al venerdì per acquistare i cibi migliori al mercato, al tramonto spegnevano i fuochi e indossavano i loro migliori vestiti, per alcuni all’ultima moda, per altri i migliori tra gli stracci che possedevano. Altri invece magari dimenticavano per 364 giorni all’anno della proprio provenienza. Per poi incamminarsi verso la sinagoga nelle venticinque ore del giorno più santo. Per quanto potessero essere diversi, perfetti sconosciuti, condividevano qualcosa per il quale sarebbero stati rastrellati, ammassati e ammazzati. Condividevano un’identità, una coscienza, un’anima, diversa dal mondo.

Caro vicino di pianerottolo, noi siamo la loro continuazione. Nel nostro insistere imperterriti a non utilizzare l’elettricità durante il sabato, ridiamo corpo al loro buio quando le candele del venerdì sera, nelle loro case in Polonia, in Ungheria, in Germania, si spegnevano. Con le pergamene sugli stipiti, proiettiamo nel 2015 le loro mani protese a baciare la mezuzà prima di varcare la soglia e incamminarsi verso le proprie botteghe di ciabattini, sarti o verso un’aula universitaria e uno studio medico.

Cara sarta, gentile fioraio, popolo italiano e mondo intero. La memoria per noi ebrei non è solo un ricordo. E’ uno scalino su cui salire, per ricordarci da dove veniamo. E da lì continuare la nostra corsa, attaccati alle nostre tradizioni per proiettarci verso il futuro.

 

Gheula Canarutto Nemni

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Parigi, 9 gennaio 2015. Babilonia, Auschwitz. E le nostre cetre.

psalm-137Sui fiumi di Babilonia là ci siamo seduti e abbiamo anche pianto al ricordo di Sion. Sui salici in mezzo a quell’acqua abbiamo appeso le nostre cetre, perché lì i nostri carcerieri ci domandavano parole di canto e i nostri tormentatori ci dicevano, portateci gioia, cantateci un canto di Sion. Ma come potevamo noi cantare un canto a D-o in terra straniera?

Nelle strade d’Europa i nostri nonni sono scappati e hanno pianto al ricordo dei paesi in cui erano nati. Tra corpi ammassati del proprio popolo, i nemici hanno provato a seppellire le loro speranze in un futuro migliore. Perché lì, tra i fumi di Auschwitz e Birkenau non sembrava esserci nascosto un domani. E poi come potevano cantare un canto a D-o in una terra grigia di cenere umana?

Sul fiume di Parigi lì ci siamo seduti e abbiamo anche pianto, ricordando la civiltà occidentale. Sui corpi massacrati di giornalisti ed ebrei abbiamo posato le nostre penne, perché lì i nostri valori sono rimasti insanguinati da chi prova gioia e sa cantare solo di fronte alla morte dei propri simili. Come possiamo noi cantare in in un mondo che ci è diventato di nuovo diventato straniero?

Dai fiumi di Babilonia ci siamo rialzati. Dopo un lungo cammino, l’aria di Gerusalemme ci ha di nuovo inebriati. Dalla shoà siamo risuscitati. Dalle ceneri dei campi di sterminio abbiamo tratto energie vitali.

Non è alla razionalità che il popolo ebraico si è sempre appellato. Fra i morti nelle redazioni e dentro ai supermarket casher, tra gli urli delle madri che vanno incontro alle bare dei figli avvolte dalla Stella di Davide, razionalmente la nostra voce non potrebbe essere altro che un muto canto.

E come possiamo noi cantare con il piede straniero sopra il cuore? Grazie a una forza suprema, irrazionale, eterna, che preme contro la gola trasformando gli ultimi respiri, nel suono dello Shemà Israel.

Alle fronde dei salici, grazie alla fede, non troverete le nostre cetre appese. No, le nostre cetre saranno dentro alle sinagoghe, nelle scuole ebraiche, nei luoghi di studio della Torà. E da lì continueremo a fare sentire la nostra voce, il nostro canto, le nostre preghiere.

Gheula Canarutto Nemni

 

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