Parigi, 9 gennaio 2015. Babilonia, Auschwitz. E le nostre cetre.

psalm-137Sui fiumi di Babilonia là ci siamo seduti e abbiamo anche pianto al ricordo di Sion. Sui salici in mezzo a quell’acqua abbiamo appeso le nostre cetre, perché lì i nostri carcerieri ci domandavano parole di canto e i nostri tormentatori ci dicevano, portateci gioia, cantateci un canto di Sion. Ma come potevamo noi cantare un canto a D-o in terra straniera?

Nelle strade d’Europa i nostri nonni sono scappati e hanno pianto al ricordo dei paesi in cui erano nati. Tra corpi ammassati del proprio popolo, i nemici hanno provato a seppellire le loro speranze in un futuro migliore. Perché lì, tra i fumi di Auschwitz e Birkenau non sembrava esserci nascosto un domani. E poi come potevano cantare un canto a D-o in una terra grigia di cenere umana?

Sul fiume di Parigi lì ci siamo seduti e abbiamo anche pianto, ricordando la civiltà occidentale. Sui corpi massacrati di giornalisti ed ebrei abbiamo posato le nostre penne, perché lì i nostri valori sono rimasti insanguinati da chi prova gioia e sa cantare solo di fronte alla morte dei propri simili. Come possiamo noi cantare in in un mondo che ci è diventato di nuovo diventato straniero?

Dai fiumi di Babilonia ci siamo rialzati. Dopo un lungo cammino, l’aria di Gerusalemme ci ha di nuovo inebriati. Dalla shoà siamo risuscitati. Dalle ceneri dei campi di sterminio abbiamo tratto energie vitali.

Non è alla razionalità che il popolo ebraico si è sempre appellato. Fra i morti nelle redazioni e dentro ai supermarket casher, tra gli urli delle madri che vanno incontro alle bare dei figli avvolte dalla Stella di Davide, razionalmente la nostra voce non potrebbe essere altro che un muto canto.

E come possiamo noi cantare con il piede straniero sopra il cuore? Grazie a una forza suprema, irrazionale, eterna, che preme contro la gola trasformando gli ultimi respiri, nel suono dello Shemà Israel.

Alle fronde dei salici, grazie alla fede, non troverete le nostre cetre appese. No, le nostre cetre saranno dentro alle sinagoghe, nelle scuole ebraiche, nei luoghi di studio della Torà. E da lì continueremo a fare sentire la nostra voce, il nostro canto, le nostre preghiere.

Gheula Canarutto Nemni

 

2 Replies to “Parigi, 9 gennaio 2015. Babilonia, Auschwitz. E le nostre cetre.”

  1. Il nove gennaio Parigi. L’11 gennaio, tra la commozione generale, la comunità ebraica di Roma ha festeggiato l’anniversario di nozze tra Selma e Sami Modiano, sopravvissuti alla Shoà. Hanno perduto la loro famiglia, la loro comunità, noi oggi siamo la loro famiglia, la loro comunità. Canti, balli, lacrime di profonda gioia, i bambini intorno a loro a cantare, ballare e gioire per loro e con loro.

    Noi ci siamo. Da sempre facciamo vincere la vita.

    Noi non ci riempiamo la bocca di “restiamo umani”, non abbiamo mai smesso di esserlo. Non l’abbiamo capita la persecuzione, continuiamo a non capirla (“Sempre colpa delle biciclette e degli ebrei”. “E perché delle biciclette?”. “E PERCHE’ DEGLI EBREI???”), ci limitiamo a sopravvivere, a vivere, a creare il nostro stato e a difendere la nostra terra, a fare e distribuire ogni tipo di scoperta medica, scientifica, a offrire aiuti umanitari, in denaro e interventi, in tutto il mondo.

    Noi ci siamo. Continueremo a non capire, ma continueremo pure a non soccombere.

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