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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

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February 2015

L’Amaca di Michele Serra (17.02.2015)

 

Michele Serra ci ricorda che il pregiudizio e, qualche volta, il non essere a conoscenza dei fatti, sono, nella storia umana, un fattore purtroppo notevole. Glielo spiego io (forse meno autorevole di Gad Lerner ma sicuramente portavoce di molti sentimenti comuni tra gli ebrei italiani) perché questi inviti di Netanyahu a trovare rifugio in Israele non concedono al terrorismo proprio niente. Sono semplicemente una patente di salvezza per chi si sveglia al mattino con l’idea di fare ritardare i propri figli a scuola, perché il momento più pericoloso per un bambino italiano ebreo o ebreo italiano, e’ quello dell’entrata e dell’uscita. Per chi, recandosi in un luogo di culto deve superare soldati, porte blindate e telecamere. Per chi va fare la spesa nei negozi kasher guardandosi avanti, dietro e di fianco. Provino i giornalisti a girare per qualche giorno con la kipa’ in testa e provare l’ebbrezza di sentirsi la saliva di chi non li ama pur non avendoli mai conosciuti, arrivare a fontana sul viso accompagnata da imprecazioni (se gli va bene) contro la loro religione. Provi per credere, signor Serra. E poi capirà perché ognuno di noi, ebreo europeo o europeo ebreo, con ancora i racconti dei nostri nonni che risuonano dentro alle orecchie, si sente sì europeo, ma da ebreo trema. Immagini un continente in cui la metà delle vittime del terrorismo si chiamano Serra. In cui i Serra vengono ammazzati davanti ai loro luoghi d’incontro, nei negozi che frequentano. Non si guarderebbe intorno alla ricerca di un posto dove i Serra possano vivere più tranquilli? Dove un Serra si possa svegliare al mattino e pensare al menù della sera invece che a iscriversi a corsi di autodifesa?

Noi siamo ebrei, lo sono anche quelli che a volte se lo vogliono dimenticare. Il mondo ce lo ricorda periodicamente, in una triste e terribile parabola dall’andamento ciclico. Il patto sociale tra i concittadini sicuramente esiste, altrimenti nessun ebreo sarebbe tornato a calpestare il suolo macchiato di sangue ebraico da Mussolini e Hitler. Però si fermi un attimo e legga i commenti al suo articolo. Capirà che anche tra i miei, i suoi,  concittadini, ce ne sono molti che demonizzano Israele, solo perché  stato degli ebrei, quando in tutti i paesi circostanti  le decapitazioni sono all’ordine del giorno. Legga i commenti e si immedesimi in noi, ebrei fieri di essere italiani dal 1300, che abbiamo già rischiato una volta di sparire da questo suolo. C’è un unico posto al mondo dove essere ebrei non è più rischioso che attraversare la strada con il rosso.

Gheula Canarutto Nemni
Repubblica l'amaca

 

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Siamo tutti Dan Uzan? La Stampa colpisce ancora (stavolta con Cesare Martinetti)

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Scene di fuoco, spari, raffiche di mitra. In terra rimangono chiazze di sangue. Alzato lo sguardo si cerca di attribuire quel sangue alla persona a cui appartiene. E’ un processo lento, meticoloso. L’attribuzione di quel sangue influenzerà i titoli dei giornali del giorno dopo. Ha un nome ebraico, si sussurra per la strada.Ha la madre israeliana, dicono i suoi conoscenti. Faceva la guardia da più di vent’anni fuori dalle sinagoghe e dai centri ebraici. Ah, si dicono, quindi è…

Lo è. Lo era. E lo sarà per sempre. Dan Uzan è, è stato e sarà per sempre, ebreo.

Si schiariscono la gola. E domani, nelle notizie, dovremo riportare che un altro di loro, voglio dire, di quelli lì, capisci cosa intendo, è stato ucciso?

Si può sempre fare finta di niente.

Dirottare l’attenzione sui militari feriti, sulla vittima colpita al posto del vignettista Lars Vilks, sulle tombe ebraiche (quelli tanto sono morti) profanate in Francia, l’importante è arrabbiarsi, indignarsi, difendere a spada tratta la democrazia. Fa niente se quella democrazia ancora divide i cittadini e le vittime in diverse categorie. La linea è sottile, ma in pochi se renderanno conto. Nel silenzio, quasi nessuno si accorge dei suoni che mancano.

Se stessi in silenzio, sarei colpevole di complicità, disse Einstein.

Cesare Martinetti, la domanda non è perché non siamo Lars Vilks, ma perché non siamo DanUzan, perché non siamo Yoav Hattab, perché non siamo Yohan Cohen, Philippe Braham e Francois Michel Saada. Questa è la domanda più forte. L’occidente ha difficoltà ad immedesimarsi nel sangue ebraico. Per la cultura occidentale noi siamo, siamo stati e saremo sempre diversi. Forse è questa la grande prova a cui sono messi di fronte i paesi europei, gli Stati Uniti e tutti quei posti da cui si grida in difesa dei valori occidentali. Lo spartiacque della vera democrazia, dei veri diritti civili indistinti, della vittoria contro gli estremismi e i terrorismi di ogni tipo, sta qui.

Nella risposta a questa domanda.

 

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Un’ebrea risponde a una cristiana (Francesca Paci, La Stampa) che scrive a un musulmano

Schermata 2015-02-05 alle 11.33.17Gentile Francesca Paci,

Ho appena finito di leggere la sua lettera a Mohammed. È piena di belle parole, di esortazioni a guardare dentro di se’ come condizione per poter davvero un giorno vedere un mondo migliore.

Riga dopo riga stavo col fiato sospeso. Leggevo la sua lista degli ultimi orrori perpetrati dagli estremisti islamici. Leggevo e cercavo tra le righe, in mezzo alle parole, forse anagrammato. Ho trovato Charlie Hebdo, ho trovato le decapitazioni, violenze contro le donne, ho ritrovato persino le Torri Gemelle. Ma quella parola, quell’aggettivo che ancora oggi, nel 2015, viene usato con cautela o evitato intenzionalmente, non c’era. Ebreo. Ebraico. Non c’erano le vittime del supermercato kasher, non c’erano i morti al museo ebraico di Bruxelles. Spariti. Inghiottiti dal politically correct e trasformati in morti scomodi per le coscienze occidentali.

Invece non mancano i bambini di Gaza. No, quelli ci sono sempre. La morte dei bambini di Gaza da lei ripetuta per due volte (e sulla quale spero lei, giornalista qualificata, abbia davvero indagato prima di lanciare accuse a democrazie e giustificare dittature) quella sì’ che c’è. Così gli ebrei serpeggiano, aleggiano, bloccano, impongono, per non dire di peggio. Ma gli ebrei non hanno dignità di persone. Gli ebrei non subiscono, non vivono blindati (la invito in una qualsiasi sinagoga europea in un qualsiasi sabato dell’anno o in qualsiasi scuola ebraica in qualsiasi giorno della settimana), non possono essere ancora vittime. Gli ebrei sono esseri invisibili nel panorama del terrore.

Lei si auspica che il signor Mohammed pianga davanti alla sagoma del pilota bruciato, che condanni le barbarie compiute, che guardi dentro lo specchio i suoi fantasmi. Io mi auspico che lei, insieme a tutta l’Europa e al mondo intero, riesca a scrivere la parola ‘ebreo’ senza timore, accanto alle vittime del terrorismo mondiale. Che lei restituisca dignità a ogni essere umano, anche a chi prega dentro a una sinagoga. Quando il coraggio del mondo di guardare dentro allo specchio i propri fantasmi ebraici supererà quella invisibile soglia del non detto, allora sì che la società civile sarà in grado di combattere davvero per la propria sopravvivenza. E, unita con i propri ebrei, invece che cancellarli dai propri articoli e post, vincerà davvero.

Gheula Canarutto Nemni

 

 

Ecco il motivo per il quale il mondo odia così tanto gli ebrei…

Corriere_testata_1938 2015‘Faraone ma lei si rende conto di quello che ha appena fatto?’ Il faraone sembrò risvegliarsi da un sogno. ‘Lei ha appena permesso a un popolo intero di fuggire dal nostro paese. Eravamo noti per essere il posto da cui nessuno schiavo poteva scappare e questi sono usciti addirittura con tanto di ricchezze. Uomini, donne, bambini, bestiame, ori, argenti. Faraone dobbiamo fare qualcosa. Ne va della nostra fama di potenza schiavista’. Così iniziò la storia del popolo che più di ogni altro nuotò controcorrente. Scrollandosi di spalle la schiavitù e varcando a testa alta, da uomini liberi, i confini insuperabili del paese più potente del mondo, attraversarono le acque di un mare spaccato ad hoc e giunsero davanti a un monte, nel cuore del deserto. Non farti altri dei, sentirono dire lì da D-o stesso. Nella loro mente tutti gli idoli egizi, tutte le divinità adorate dagli altri popoli che avevano incontrato, tornarono alla polvere da cui erano giunti. Rispetta il riposo del settimo giorno. Tu, la tua famiglia, i tuoi schiavi. La casta iniziò a tremare. Nessun privilegio avrebbe potuto durare per più di sei giorni. Non rubare. La proprietà diventò un diritto inalienabile. L’usurpazione e il furto sarebbero rientrati nella categoria degli atti illeciti. Gli ebrei si guardarono in faccia. Da quel momento la loro vita non sarebbe più stata all’insegna solo di se stessi. Avrebbero attraversato deserti, confini, imparato nuove lingue, errato di paese in paese, per insegnare i valori che avevano appena udito da D-o. Avrebbero proclamato la sacralità della vita di ogni individuo al di là dell’appartenenza ad una classe sociale. Avrebbero ricordato alle società schiaviste che quegli schiavi su cui basavano il proprio potere, dovevano godere di molti diritti. E alla fine del sesto anno, avrebbero dovuto tornare a essere uomini liberi. Avrebbero insegnato la libertà di credo, il rispetto per lo straniero. Avrebbero raccontato il dovere di preservare la natura come un dono dato in custodia da Chi l’ha creata. E il diritto al riposo anche di qualcosa che in molti avrebbero continuato a calpestare, la terra. Gli ebrei si guardarono in faccia. Amico, disse uno al proprio vicino, ci aspetta una vita non facile. Non saremo molto amati, temo, gli rispose l’altro. Le società schiaviste tenteranno di metterci a tacere, le dittature ci odieranno. Gli sfruttatori ci rinchiuderanno, i negatori dei diritti civili, se ci andrà bene, ci imbavaglieranno. Non possiamo esimerci, si dissero, siamo arrivati fin qui proprio per questo. Che D-o ci aiuti…si augurarono a vicenda. In quel preciso istante, ai piedi di un monte nascosto dal fumo, la storia del mondo assunse una nuova piega. Fatta di diritti, doveri, morale, etica e le basi per tutte le future società civili. In quel preciso momento sul popolo ebraico ricadde un’ardua impresa. Fungere da coscienza per l’universo intero.

Gheula Canarutto Nemni

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