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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

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April 2015

Rav Toaff. Ci sono uomini che vivono al di là della propria vita

rav toaff

 

Ci sono certe persone in grado di unirne molte altre, al di là della loro diversità. Di guardare oltre ciò che si vede, scrutando scenari che pochi riescono a intravedere. Di lottare per mantenere vivo ciò in cui credono, a costo di sfidare personaggi importanti.

Persone che vivono in funzione del prossimo, pensando davvero poco a se stesse. Persone che raggiungono le vette della propria carriera ma continuano a camminare in pianura insieme alla gente comune. Tra questi ce n’è stato uno che si è scavato da solo la fossa, nel vero senso della parola. Davanti un plotone d’esecuzione, dietro la buca dove avrebbe dovuto cadere il suo corpo dopo la fucilazione, recitò imperterrito lo Shemà Israel. Il soldato commosso gli disse ‘scappa’ e lui capì di essere stato investito di una speciale missione dall’Alto. Le sue lotte furono infinite, tenere in equilibrio i valori in cui era stato allevato con quel mondo che stava risorgendo dalle ceneri della più grande tragedia mai vista, una sfida costante. Non voleva cedere, nemmeno per un secondo, a quel nuovo modo di vivere l’ebraismo, basato su compromessi, scendere a patti, con il mondo intorno. Un giorno però lo sconforto ebbe la meglio. Un personaggio importante della comunità ebraica aveva deciso di introdurre l’organo, in segno di avvicinamento alla cultura del luogo, per accompagnare la preghiera del venerdì sera. Lui, che aveva combattuto con tutte le proprie forze perché nessun movimento riformatore entrasse nell’aria della propria comunità, si chiuse in ufficio e iniziò a scrivere la lettera di dimissioni. Non era quello l’ebraismo che voleva fare rivivere nella città che lo aveva scelto. Mentre la penna scorreva sul foglio, due uomini bussarono alla sua porta. ‘Ci manda il Rebbe di Lubavitch. Ci ha domandato di riferirle che suo padre, di benedetta memoria, è preoccupato per lei. Sa che ci sono molti problemi, ma le domanda di tenere duro. In un paio di settimane tutto si dovrebbe risolvere.’ I due uomini si dileguarono senza lasciare traccia. L’uomo prese la lettera di dimissioni, quasi pronta per essere consegnata, e la fece in mille pezzi. Due settimane dopo colui il quale aveva proposto la musica del venerdì sera rinunciò per motivi sconosciuti, al proprio proposito. Da allora il nostro protagonista ha continuato nella propria missione. Ridare all’ebraismo quella vitalità, quella capacità millenaria di convivenza, pur rimanendo ancorato alle proprie regole.

Da pochi giorni ci sta vegliando dall’alto. Con il suo sorriso, con il suo fare ironico, starà sicuramente allietando insieme ai giusti della storia, gli angeli delle sfere celesti.

Che la sua anima riposi in pace rav Toaff, sicuramente il suo unico peccato, quello di avere rubato ai nazisti un carro armato, sarà già stato perdonato.

 

Baruch Dayan Haemet

 

Gheula Canarutto Nemni

 Pesach (la Pasqua ebraica) e la Stampa. Perché sull’ebraismo non fate scrivere chi lo vive ogni giorno?

 Mentre scrivo sto assumendo la decisione di mettermi a dieta.
Dopo soli tre giorni e mezzo di festa so che dovrò dedicare almeno un’ora al giorno alla ginnastica ed eliminare drasticamente ogni forma di carboidrati. Almeno finché avrò fatto la pace con la bilancia.
È’ una festa complicata la nostra, è’ vero. Svuotiamo gli armadi, puliamo la casa, eliminiamo ogni traccia di pane e cibi lievitati dal nostro orizzonte. Laviamo, tiriamo a lucido. La nostra casa non è mai così pulita. Ma abbiamo pochi minuti per assaporare il rumore del vuoto della nostra cucina. La copriamo, così nulla rischierà di entrare in contatto con ciò che poco prima aveva toccato il chametz, il cibo lievitato. E ricominciamo. Le patate vengono sbucciate, le uova dosate, le cipolle e carote soffritte. Il pollo arrostito,  Le pentole si riempiono, l’aroma di famiglia, di affetti, di nutrimento, si diffonde per la casa, nell’androne, negli appartamenti dei vicini.
Con il cibo cucinato possiamo   sfamare almeno altre quattro famiglie, oltre alle cinque che in ogni sera di festa si siedono  intorno al nostro tavolo.
Al mattino di festa, andiamo in sinagoga. Ma non ci restiamo per l’intero giorno. A pranzo torniamo a casa e di nuovo mangiamo.

Questi sono i giorni in cui ricordiamo l’uscita dall’Egitto, in cui ringraziamo D-o di averci salvato. Essendo usciti un po’ di fretta il pane dei nostri avi non era lievitato. Ma questo fu l’unico effetto collaterale di quella libertà così agognata. Dal momento dell’uscita dall’Egitto fino al ricevimento della Torah passarono giusto 49 giorni. Non 40 anni. E i rimanenti anni durante i quali gli ebrei rimasero nel deserto se è vero che furono contemplati come riparazione per un comportamento sbagliato, si rivelarono anni di coccole divine. C’era la manna dal cielo, l’acqua dal pozzo di Miriam, i vestiti crescevano addosso e venivano lavati dalle nuvole.  Colonne di nuvole e fuoco che si alternavano nella protezione dai nemici della nazione ebraica. La Torah si studiava da Mose’, il quale l’aveva sentita direttamente da D-o. Quando gli ebrei mandarono gli esploratori per capire come conquistare la terra, capirono che un periodo spiritualmente e materialmente così felice non si sarebbe mai più presentato. E così cercarono di ritardare l’entrata nella terra d’Israele.
Gentile redazione della Stampa, nella nostra tradizione la sofferenza non ha un ruolo centrale. Anzi. Il ruolo catartico nella tradizione ebraica ce l’ha a pieno titolo la gioia.
Le nostre feste si basano sul cibo, sugli amici, sui canti, su cene che si protraggono fino all’una di notte.
Hanno provato ad ucciderci, ci siamo salvati. E ora mangiamo.

P.s scusatemi, ma ora devo proprio tornare a cucinare. E se vorrete, la mia casa è sempre aperta per un incontro ravvicinato con questo tipo ebraico così sconosciuto…

Gheula Canarutto Nemni

 

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