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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

Month

May 2015

Libertà individuale. Destino collettivo

benigni dieci comandamenti

Spesso pensiamo che ci sia un io e ci sia un noi. Quello che pertiene alla nostra sfera personale e quello che invece sta al di là di noi stessi. Che ci sia la nostra vita, nella nostra casa, quello che ci succede dentro. E che ci sia un là fuori, ciò che accade agli altri oltre la nostra soglia. Che ci sia uno e ci siano tanti. Era il 6 di Sivan del 2448 esimo anno dopo la creazione. Il mondo era in tumulto. E ovunque regnava il silenzio perfetto. Un intero popolo, uscito appena 49 giorni prima dalla terra da cui nessuno schiavo era mai fuggito, si ritrova ai piedi di un monte. E lì, tra i fumi e i suoni dello shofar che irrompono nell’aria fendendo il silenzio, si inizia a scrivere la storia al plurale. Davanti al monte Sinai si ritrova un insieme di genti. Uomini, donne, bambini, individui di ogni età e genere. Un’unica persona con un unico cuore, così vengono descritti. Mentre si accampano ai piedi di quella montagna, ognuno di loro si dissolve in un uno che li contiene. Ai piedi di quella montagna il singolo diventa collettività, si sente parte di qualcosa più grande, si dissolve al di là di se stesso. Ai piedi di quella montagna, dopo avere sentito i Dieci Comandamenti, quelle stesse persone affermano ‘naase venishmà’ faremo ed ascolteremo, ognuno di loro ritornando nella sfera dell’io, da cui era venuto. Da unità indistinta formata da infinite genti, si ritorna all’individuo, al singolo uomo, donna, bambino. Ai piedi di quella montagna il confine tra l’io e il noi si è trasformato in qualcosa di diverso. E’ diventato un’andata e ritorno tra ciò che faccio e ciò che succederà agli altri in conseguenza della mia azione. Ogni singolo atto dell’individuo ha un riverbero su una miriade di genti, magari distanti migliaia di chilometri dal luogo in cui quell’azione è stata fatta. Il libero arbitrio, da quel momento, è a disposizione di tutti. Ma è lì, in mezzo al deserto, nella terra di nessuno, che abbiamo imparato che non esiste atto, buono o cattivo, relativo solo a noi stessi. Da quel giorno, da quando la Torah è arrivata in terra, tutti noi siamo diventati parte di un uno più grande e ogni piccolo gesto individuale liberamente espresso, ha un impatto, nel bene o nel male, immenso.

Gheula Canarutto Nemni

Expo, nutrire il pianeta, energia per la vita. Ma forse qualcosa rimane anche all’anima

Si conta. Uno, due, tre, quattro, cinque…quando si arriva al decimo animale, quello è per D-o. Si conta uno, due, tre, quattro…quando si arriva al settimo anno, quello è per D-o. Si conta uno, due, tre, quattro, cinque…quando si arriva al cinquantesimo anno si suona un corno d’ariete,  lo shofar, in tutta la terra. Quello è un altro anno per D-o. Si conta uno, due, tre, quattro, cinque, sei, quando si arriva al settimo giorno, quello è lo shabat per D-o. Il settimo anno è l’anno sabbatico, di shmità, in cui la terra deve riposare. Non si può seminare, arare, raccogliere, ciò che cresce nei campi appartiene a tutti. Dopo un ciclo di sette shmitot, arriva anche il cinquantesimo anno, lo yovel, il giubileo. La proibizione di prendersi cura della terra si prolunga per un altro anno. Il settimo giorno è lo shabat, il giorno del riposo, dell’astensione da tutte le attività lavorative. Giorno sul quale D-o dice, ‘tu lavorerai per sei giorni, nel settimo il lavoro si farà da solo’. Questo mondo è stato costruito con regole precise.Bisogna lavorare, per poter guadagnare.Ci si deve dare da fare, se si  vuole avanzare. Certo, ci sono rare eccezioni in cui uno eredita fortune senza alzarsi dal proprio posto. Ma non è con questa regola che è stato creato il mondo. D-o vuole vederci correre, alzarci al mattino e misurare ogni micro secondo. D-o vuole percepire la nostra fatica, questo affanno per raggiungere ciò che desideriamo. Non siamo autorizzati a starcene seduti a braccia conserte e dire ’se D-o vorrà, provvederà’. Poi però Lui stesso vuole che ogni tanto questa corsa la interrompiamo. Che contiamo uno, due, tre, quattro… nove, questi sono per me. Dieci, la decima parte, D-o, questa è per Te. Che contiamo sei giorni in cui lavoriamo come dei matti, per poi fermarci tutto d’un tratto, al tramonto, mettendo in pausa la materialità e la sua rincorsa per poi riaccenderla solo dopo venticinque ore di riposo assoluto. Che si contino sei anni sudando nei campi e poi si dichiari. Basta. Ora tutto, per un anno intero rimarrà immutato. Questa è la sfida in cui D-o immerge l’uomo, una sfida per la quale si rischia di  perdersi per le vie del mondo. Vaghiamo alla ricerca spasmodica di ciò che desideriamo, del sostentamento di cui necessitiamo. Ma in questi pellegrinaggi economici rischiamo di perderci, di non ricordare più quale sia la vera fonte di ciò che accumuliamo. Così D-o dice alt, fermatevi, ogni sei giorni, ogni sei anni, quarantanove, ogni nove pecore che ci sono nel gregge. E ricordatevi che tutto, ma proprio tutto, appartiene a Lui ed è solo Lui che decide come retribuire questa nostra corsa.

Gheula Canarutto Nemni

 

expo

 

I nostri bambini a 5 anni devono imparare a leggere da destra a sinistra ma anche da sinistra a destra. Davanti a loro si spalancano le porte dell’intelligenza o della schizofrenia…

zohar

‘Come mai voi ebrei siete sempre così intelligenti?’ mi domanda una signora qualche giorno fa. ‘E’ legittima difesa’, le rispondo. ‘I nostri bambini a 5 anni devono imparare a leggere da destra a sinistra ma anche da sinistra a destra. Davanti a loro si spalancano le porte dell’intelligenza o della schizofrenia…’. Siamo destinati, come nazione, fin dalla nascita, a muoverci su due piani contemporaneamente. A guardare la terra, cercandoci il cielo, a rispettare il minimo dettaglio attribuendogli un’enorme importanza, ad osservare le lancette dell’orologio pensando alla dimensione interiore che stanno segnando. I più grandi mistici della nostra storia sono stati anche i più grandi legislatori di halachà. Ragionavano sull’infinito mentre discutevano sulla proibizione o meno di trascinare, durante lo shabat, un oggetto che lasciasse solchi sul suolo. Si lanciavano in disquisizioni politiche sui dominatori mentre si preparavano a santificare il nome di D-o, rinunciando alla propria vita. Pensavano al concetto di unità del popolo, di comunità, pur sapendo di dovere preservare il senso di responsabilità e il cammino di perfezionamento di ogni singolo individuo. Un dualismo eterno di anime consapevoli di avere una missione individuale sulle proprie spalle, anime che ogni giorno dichiarano ‘per me è stato creato il mondo’, ma che nel contempo si sentono parte indissolubile di un uno più grande, tasselli di anime che solo insieme contano.

Rabi Shimon bar Iochay ci ha insegnato tutto questo. Un rivoluzionario anti romano capace di scorgere la scintilla divina in un pezzo di legno. Un mistico, legislatore, che aprì gli occhi del popolo ebraico al di la di ciò che vedevano.

Un uomo che enfatizzò l’importanza di non dimenticarsi degli altri, lungo il percorso di raffinamento di se stessi e legò per sempre il destino di ogni anima con quelle che le vivono accanto. ‘il nostro popolo’, ha detto, ‘si può paragonare a due persone che si trovano sulla stessa barca. Uno di loro inizia a bucare sotto al proprio posto. L’altro gli domanda: ma cosa stai facendo? E il primo, continuando a formare il buco, risponde. Cosa te ne importa? Io sto bucando solo sotto al mio posto’.

Il dualismo perfetto esiste ed è D-o che lo tiene in equilibrio.

Gheula Canarutto Nemni

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