C’era una volta,  giugno del 2015, una famiglia che si era seduta in un ristorante kosher a Venezia. In attesa di venire serviti, i genitori tirarono fuori la pappa della piccola di otto mesi.

 Appena provarono a mettere la pappa nel cucchiaio del ristorante, da dietro balzo’ un temibile cameriere. ‘Come osate dare la pappa al vostro bambino utilizzando il nostro cucchiaio?’ Urlo’. I due genitori si guardarono straniti. ‘Ma guardi che non c’è niente che non vada bene qui dentro. È’ una pappa a base di verdure e grana’ provarono a dire. Ma il cameriere si adirò ancora di più. ‘Grana?’ Esclamò paonazzo, ‘ve lo vieto in maniera assoluta’. I due ospiti si alzarono adirati, presero la piccola in braccio e se andarono a mangiare da  un’altra parte. La’ dove le esigenze di un bambino di otto mesi venivano prese molto più in considerazione. L’Ansa subito riprese la notizia. Gli ebrei cattivi fanno sempre click e condivisioni. Perché non approfittare e creare uno scoop sulla mancanza di sensibilità e comprensione di questi ebrei sempre un po’ demoni? La voglia di colpire nel segno  l’immaginario collettivo fu maggiore dell’etica che ogni giornalista e testata dovrebbero usare come condizione minima alla base di ogni pubblicazione. Maggiore del dovere di sapere prima di far sapere. Maggiore del doveroso  approfondimento  che avrebbe portato il giornalista di turno a Venezia, a scoprire che il ristorante e’ kosher e pure di carne e che quindi qualsiasi cibo non kosher soprattutto  derivato del latte non può entrare in contatto con le posate e piatti del posto. Cari giornalisti, cum grana salis, parafrasando  gli antichi maestri. 

Gheula Canarutto Nemni 

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