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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

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July 2015

Quando in un ristorante trovi tre maestri di vita

denzelUna delle prime preghiere che recitiamo al mattino dice ‘D-o attaccami alle persone buone’. Attaccami, non semplicemente fammi stare vicino, fai in modo che possa domani essere come loro.

Però non si incontrano persone del genere tutti i giorni. Individui in grado di farti auspicare di assumere un po’ delle loro caratteristiche positive. Che ti invogliano a  svegliarti l’indomani con addosso, attaccata e parte integrante di te, la cosa buona che da loro hai imparato.

A Milano c’è un piccolo ristorante che amiamo. E non solo per il cibo che serve.

È’ un posto piccolo, accogliente, il cui proprietario e’ Afshin, un mio ex compagno di classe. Ai tempi della scuola era l’unico, tra i compagni maschi, a non subissarmi di scherzi e secchiate d’acqua in testa.

Adoro entrarci, respirare l’aria di cibo fresco. Ma, è soprattutto l’atmosfera ad essere speciale. Afshin non è solo dentro al suo ristorante. Dietro al bancone c’è suo fratello Ruben, tra i tavoli spesso volteggia la sorella. E negli ultimi mesi è comparsa la sua fidanzata diventata poche settimane fa sua moglie.

Ultimamente il papà non era stato bene. Afsaneh, la sorella, ha iniziato a fare  la spola tra l’ospedale dove stava il papà e il ristorante. Quando lei appariva, Afshin fuggiva e così a rotazione non c’era un secondo in cui il padre fosse da solo.

E i figli vivevano ogni secondo come se, oltre a lui, non ci fosse nient’altro.

Forse è stata l’assenza degli scherzi cattivi a portarmi all’inizio tra le mura di Denzel, il ristorante di questi fratelli.

Ma ora so che lì, in via Washington, non c’è solo l’hamburger migliore d’Italia.

Lì ho incontrato tre grandi maestri.

Tre persone che mi hanno insegnato il vero significato del rispetto di un genitore. Che mi hanno trasmesso il vero senso di forza, potere. Siamo forti quando stiamo tutti insieme, quando tre fratelli si muovono all’unisono per la stessa causa, quando ci si alterna per non fare mai sentire il padre solo, anche a costo di apparire sciupati, smagriti, senza una lista definitiva degli invitati, a due settimane dal matrimonio.

Non esiste una gioia più grande per un genitore che vedere i propri figli aiutarsi a vicenda, crescere insieme e costruire il proprio futuro appoggiandosi l’uno all’altro.

Non c’è regalo più grande che si possa chiedere.

E voi, fratelli Kaboli, ci avete insegnato come farlo questo dono. Non a parole e con lezioni sui manuali. Ma con un esempio di vita vissuta.

Il secondo santuario è stato distrutto perché tra il popolo ebraico non c’era una grande quantità d’amore, anzi.

D-o ammette più gli sgarri rivolti a Lui, che quelli rivolti ai nostri fratelli.

Quando mi domando cosa significhi fare felice D-o, nostro padre, ora so rispondere. Significa fare fronte compatto con il mio popolo e tutti insieme affrontare le difficoltà, le sfide, le minacce, i momenti bui.

Solo così, come i fratelli Kaboli mi hanno insegnato, dimostreremo  di amarLo con tutto il nostro cuore. E verremo premiati con giorni migliori. I migliori.

Ora il loro papà è in cielo, insieme alla moglie e ai serafini.

E senza dubbio sta brillando non solo di luce propria. Ma di tutta la luce che i suoi figli hanno creato.

Gheula

Quando Noa era un’avvocatessa innamorata della propria terra…

bnot tzlafchadTzlafchad  muore nel deserto lasciando 5 figlie femmine. E nessun figlio maschio. Noa, Milca, Tirza, Machla e Chogla, questi erano i loro nomi. Nei 40 anni di pellegrinaggio nel deserto non si sentono molto. Anzi, per niente.

Poi, a un certo punto della storia, spunta la loro voce.

E non è un momento  qualsiasi.

È il momento precedente all’entrata in terra d’Israele, in cui la terra viene divisa.  Terra che spetta secondo la legge agli eredi maschi della famiglia. Terra che passerà di padre in figlio, come l’ebraismo che passerà di madre in figli. La legge era stata accettata da tutto il popolo senza riserve. Finché un intero nucleo famigliare al femminile si presenta da Mosè.

‘Nostro maestro, noi siamo cinque figlie. Non c’è nessun erede maschio nella nostra famiglia. Ma non per questo siamo pronte a rinunciare a una parte d’Israele. Possiamo ricevere noi la porzione di terra che spettava a nostro padre?’

Mosè rimane di stucco. La legge parla chiaro. Le donne non rientrano nell’asse ereditario. Eppure c’è qualcosa in quelle donne, nel loro amore così profondo verso la terra di Israele da farle sfidare il leader di un’intera nazione, qualcosa di così sacro e reverenziale, che Mosè dimentica quale dovrebbe essere la legge.

E si rivolge a D-o per sapere cosa fare in merito.

Hanno ragione le figlie di Tzlafchad, gli viene risposto.

Nel caso in cui non ci siano uomini, saranno le donne ad entrare nell’asse ereditario.

La legge arrivò in terra per merito loro, di queste cinque sorelle, donne tenaci convinte della proprie ragioni, che aprirono il varco a chiunque, nel corso del futuro, avrebbe creduto fermamente, con tutto se stesso, in qualcosa.

D-o non ha preparato una situazione perfetta.

Ma ha spianato il terreno perché tutto sia perfettibile per mano nostra. Basta osare il cambiamento.

Gheula Canarutto Nemni

 

Esiste l’eternità?

 Un canto uguale a quello di un antenato,

 un biglietto nuovo posto accanto a migliaia di altri ingialliti, consumati, invecchiati, tra le pietre di un muro avamposto del cielo, secondo un’usanza di migliaia di anni.

Una mano di donna che ogni venerdì sera senza eccezione, nel momento del tramonto si muove verso una fiamma,

un bambino che ad ogni risveglio e ad ogni nuovo sonno recita parole come il bisnonno.

Benedizioni che non cambiano con il progresso,

principi che non si modificano nonostante rivoluzioni che stravolgono, riti tramandati senza interruzione attraverso mari e monti, continenti e paesi, in un viaggio infinito intorno al mondo.

Cosa è tutto questo se non la definizione perfetta di eternità?

Cosa è  se non una catena incessante, anelli tenaci sopravvissuti a persecuzioni, cosa è l’eternità se non un filo sottile resistente come l’acciaio in grado di unire presente, passato e futuro?

E se qualcuno la pensa diversamente, se fosse convinto che tutto è destinato a consumarsi inesorabilmente,  diriga lo sguardo verso la tristezza  del 17 di Tamuz, alle lacrime nel giorno del 9 di Av.

Si lasci avvolgere da quel dolore vero, profondo, che si ripete anno dopo anno dopo anno,  da più di duemila anni, dal momento della distruzione del santuario di Gerusalemme.

In ogni figlio di quei padri portati prigionieri lungo le strade di Babilonia e Roma c’è una ferita che mai si è rimarginata.

Sulla bocca di questi discendenti, da più di duemila anni c’è un’implorazione. Che D-o ci tolga al più presto possibile da questo esilio dolente e impregni la storia della Sua Gloria.

L’eternità esiste, eccome.

E’ la capacità di guardare avanti in ogni momento senza dimenticarsi mai da dove si viene e verso dove si sta sperando di andare.

Gheula Canarutto Nemni

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