Un canto uguale a quello di un antenato,

 un biglietto nuovo posto accanto a migliaia di altri ingialliti, consumati, invecchiati, tra le pietre di un muro avamposto del cielo, secondo un’usanza di migliaia di anni.

Una mano di donna che ogni venerdì sera senza eccezione, nel momento del tramonto si muove verso una fiamma,

un bambino che ad ogni risveglio e ad ogni nuovo sonno recita parole come il bisnonno.

Benedizioni che non cambiano con il progresso,

principi che non si modificano nonostante rivoluzioni che stravolgono, riti tramandati senza interruzione attraverso mari e monti, continenti e paesi, in un viaggio infinito intorno al mondo.

Cosa è tutto questo se non la definizione perfetta di eternità?

Cosa è  se non una catena incessante, anelli tenaci sopravvissuti a persecuzioni, cosa è l’eternità se non un filo sottile resistente come l’acciaio in grado di unire presente, passato e futuro?

E se qualcuno la pensa diversamente, se fosse convinto che tutto è destinato a consumarsi inesorabilmente,  diriga lo sguardo verso la tristezza  del 17 di Tamuz, alle lacrime nel giorno del 9 di Av.

Si lasci avvolgere da quel dolore vero, profondo, che si ripete anno dopo anno dopo anno,  da più di duemila anni, dal momento della distruzione del santuario di Gerusalemme.

In ogni figlio di quei padri portati prigionieri lungo le strade di Babilonia e Roma c’è una ferita che mai si è rimarginata.

Sulla bocca di questi discendenti, da più di duemila anni c’è un’implorazione. Che D-o ci tolga al più presto possibile da questo esilio dolente e impregni la storia della Sua Gloria.

L’eternità esiste, eccome.

E’ la capacità di guardare avanti in ogni momento senza dimenticarsi mai da dove si viene e verso dove si sta sperando di andare.

Gheula Canarutto Nemni

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