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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

Month

September 2015

Per gli ebrei uno più uno fa uno

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Uno più uno fa due, nella normale scienza matematica. In quella che ti insegnano a scuola quando hai sei anni e ti convincono che sommando una unità all’altra ne otterrai due. Durante quell’ora di scuola, il mondo si basa solo su enunciati, teoremi e regole.

Poi cambia prof, entra in classe quello che dovrebbe insegnarti chi sei. E ti racconta che c’è una festa che si chiama sukkot, in cui tutti stanno sotto a un’unica sukka’, a prescindere dal proprio livello spirituale, dal proprio background, livello di osservanza e conoscenza.

Siamo molti, tutti diversi tra noi, ma sotto alla sukka’ ci ricordiamo che siamo un tutt’uno dice il prof, che in molti chiamano anche rabbino.

Ma prof, domanda un bambino, ci hanno appena spiegato che uno più uno fa due. Quindi se ci sono tanti ebrei nella sukka’, sommandoli saranno dieci, venti, cinquanta, cento. Ma mai uno.

Quanti sono gli elementi che compongono il lulav? Domanda il prof al suo alunno.

Quattro, il cedro, la palma, il mirto e il salice, risponde lo studente tutto fiero.

In realtà dipende da dove li conti, risponde il maestro.

Il bambino si guarda intorno tutto confuso. La matematica cambia a seconda del contesto in cui la applico? Non è una regola che vale ovunque mi trovi?

I quattro elementi del lulav mantengono una loro identità ben precisa, risponde il maestro. Sono distinti, diversi, e in questo sta la loro grandezza. Sono quattro e ognuno di essi condizione necessaria ma non sufficiente per compiere la mizva al completo. Basta che manchi un elemento e il lulav tornerà ad essere un semplice insieme di arbusti e frutta.

Ci vogliono tutti, ogni elemento ricco della propria diversità e identità unica.

Poi però li portiamo in sukka’.

Li’, sotto allo schach, sotto agli strati di rami e foglie da cui si intravedono spiragli di stelle e cielo, li’ i quattro elementi diventano un’unica cosa. Ognuno, pur rimanendo se stesso, possiede lo stesso valore agli occhi del Creatore.

Sukkot ci racconta che la strada per l’integrazione non è l’assimilazione.

Che si può diventare un uno più grande senza dimenticare chi si è e da dove si viene.

Se io sono io perché tu sei tu e tu sei tu perché io sono io, allora io non sono io e tu non sei tu; ma se io sono io perché io sono io e tu sei tu perché sei tu, allora io sono io e tu sei tu, dice il maestro riportando le parole del Rebbe di Kozk, prima di andare.

Ci sono infinite tipologie di individui, ognuno con il proprio modo unico e diverso di servire D-o.

Ognuno di noi è condizione necessaria ma non sufficiente, ognuno di noi è un uno.

Ma sotto allo schach, agli occhi di nostro Padre, uno di noi più uno di noi farà di nuovo uno.

Chag sameach!

Gheula Canarutto Nemni

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Yom Kippur. Questa è l’essenza di ogni ebreo

Schermata 2015-09-20 alle 15.45.24Eccomi di nuovo davanti a Te, come ogni anno.

Per l’ennesima volta i miei passi mi hanno portato qui dentro, in questo momento.

Nella mia testa ronzano quei propositi che avevo preso tra le lacrime dodici mesi fa, in un istante identico, e lentamente si sono volatilizzati tra i mille impegni.

Ripenso alle mizvoth che avevo promesso di osservare, all’amore e il timore per Te che, nel mio cuore, avevo assunto l’impegno di risvegliare, al lavoro intellettuale che avevo assicurato di iniziare.

Ce l’ho messa tutta.

Beh, almeno in parte.

Forse lo sforzo da parte mia avrebbe dovuto essere più grande. Mi , crederai se Ti dico che, nonostante non Te l’abbia molto dimostrato, il mio amore per Te non è mai cambiato?

Figlio mio, tutto l’anno osservo le tue azioni. Un tuo piccolo gesto per Me ha un enorme significato. Ogni giorno attendo con ansia le tue dimostrazioni d’amore,  gli attimi di studio che ti ritagli.
Ma oggi, nel giorno di Kipur, non è su questi che mi concentro.

Oggi sono qui per ricordarti che il nostro legame va al di là di tutto questo.

Durante l’anno ti chiedo diversi gesti.

Oggi Io e te, a prescindere da ogni pensiero, parola e azione del tuo passato, siamo un’unica entità, un’unica manifestazione.

Perché oggi non sei tu a essere al mio cospetto.

È’ la tua Yechida, quella parte dell’anima che ci lega al di là di ogni cosa. È lei che si risveglia in questo momento, è lei che mi è venuta a cercare.

Chiudi gli occhi e lasciala parlare.

Ti racconterà di un’essenza incorruttibile anche nell’ebreo più lontano. Ti spiegherà perché i tuoi passi ti portano in sinagoga a kipur ogni anno.

Incidilo nel tuo cuore e non lo dimenticare.

Come mi senti vicino ora, così potrai bussare alla mia porta e, in qualsiasi momento, ritornare.

Papà, D-o, aspetta, ti prego. Non te ne andare.

Sei tu, figlio mio, che sparisci ogni tanto, che ti dimentichi di Me e intraprendi strade lontane.

Papà, come posso ritrovarti quando mi sembrerà di averti perso?

Domandarono alla chochma, all’intelligenza, cosa bisognerebbe fare con chi ha peccato. La chochma rispose.  Merita di ricevere il male.

Domandarono alla profezia cosa bisognerebbe fare con chi da D-o si è allontanato. La profezia rispose. Merita la morte.

Domandarono alla Torá cosa dovrebbe fare chi ha peccato. La Torá rispose. Porti un sacrificio.

Domandarono a D-o cosa dovrebbe fare chi ha cercato di allontanarsi da Lui. E D-o rispose. Faccia teshuva. Ritorni a me con tutto il suo cuore.

La Mia porta, è vero, si spalanca a Yom kipur. Ma durante l’anno non è mai chiusa.

Gmar chatimá tová
Gheula Canarutto Nemni

Rosh hashanà, la festa dell’imperfezione

 

Psalm-of-the-Shofar Schermata 2015-09-06 alle 00.26.18All’inizio D-o creò il mondo. Nel cielo e nella terra mise il basso e l’alto, l’infimo e il sublime, la capacità di guardare all’insù senza staccarsi da giù. Creò i mari, i fiumi, le onde e le correnti e la possibilità di un continuo movimento. Fece spuntare gli alberi, le loro radici e l’attaccamento ancestrale al posto da cui si è venuti. Appese nel cielo il sole e la luna, le stelle. Da allora ogni cosa può essere vista sotto una luce diversa. Creò la dipendenza vitale dei pesci dall’acqua pensando che sarebbero stati una metafora per l’uomo che senza Torà non avrebbe potuto vivere. Anche l’istinto di sopravvivenza, quello che instillò negli animali qualche ora prima del momento cruciale di quei sei giorni, avrebbe insegnato che, di fronte a una prova, tiriamo fuori forze di cui ignoravamo l’esistenza. Ora dopo ora, ad ogni particolare D-o aveva assegnato un tratto comune, un messaggio da cui avrebbe potuto trarre insegnamento l’ultima delle creature, ma la prima che aveva in mente. Fatto di cielo e terra, di radici e correnti, di luce e istinti, sarebbe stato l’essere umano a portare avanti lo scopo di tutta la creazione. Così solo in lui D-o soffiò l’anima dentro, prendendola dalla parte più profonda di Se Stesso. La creatura di D-o, l’essere più perfetto mai esistito, aprì gli occhi in un mondo pronto a soddisfare ogni sua esigenza. Pochi istanti dopo, disubbidendo al comandamento divino, insieme alla propria compagna di vita, mangiò il frutto dell’etz hadaat, l’albero della conoscenza. La perfezione dell’uomo, nonostante non gli mancasse nulla, era durata solo pochi istanti. Giusto il tempo di rendersi conto che gli spazi concessi per sbagliare sono infiniti. A Rosh Hashanà celebriamo la creazione di Adamo ed Eva, esseri venuti al mondo grazie a un insieme di terra, acqua e il respiro di D-o stesso. A Rosh Hashana suoniamo un corno, lo shofar. Ed emettiamo suoni diversi. Alcuni sono lunghi, continui. Perfetti. Altri intermittenti. Come fossero singhiozzi. I primi si chiamano tekia, un suono nitido, ininterrotto. La perfezione dell’Eden tradotta in segnali acustici. Poi seguono shevarim, suoni letteralmente rotti. D-o ci ha creati perfetti, tekia allo stato puro, sapendo già che questo status non sarebbe durato tanto. Giusto il tempo di voltarsi ed il primo peccato era già stato commesso. Ma quella caduta in basso non fu una vera discesa a un livello inferiore. Shevarim, un insieme di suoni che parlano di allontanamento, errori, fallimenti, che raccontano di noi esseri umani che non siamo angeli nè creature celesti stabili e obbedienti. Eppure è con noi che D-o ha voluto popolare la terra. Questa creatura si chiamerà mehalech, disse, non starà mai ferma. Dal cielo alla terra, dalla terra al cielo. Cadrà e si rialzerà, si troverà in basso continuando a guardare il cielo. Tutto era perfetto nel mondo, non mancava nulla. Da allora i movimenti verso il basso, guardati sotto la luce giusta, non sarebbero stati altro che l’indietreggiare di un atleta in preparazione di un salto ancora più alto. Adamo aveva spianato la strada per svegliarsi ogni giorno migliori di ieri, posando l’ultimo tassello del mosaico di tutto il creato. L’imperfezione.

 

Shanà tovà umetuka

Che sia un anno buono e dolce

Gheula Canarutto Nemni

 

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