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Uno più uno fa due, nella normale scienza matematica. In quella che ti insegnano a scuola quando hai sei anni e ti convincono che sommando una unità all’altra ne otterrai due. Durante quell’ora di scuola, il mondo si basa solo su enunciati, teoremi e regole.

Poi cambia prof, entra in classe quello che dovrebbe insegnarti chi sei. E ti racconta che c’è una festa che si chiama sukkot, in cui tutti stanno sotto a un’unica sukka’, a prescindere dal proprio livello spirituale, dal proprio background, livello di osservanza e conoscenza.

Siamo molti, tutti diversi tra noi, ma sotto alla sukka’ ci ricordiamo che siamo un tutt’uno dice il prof, che in molti chiamano anche rabbino.

Ma prof, domanda un bambino, ci hanno appena spiegato che uno più uno fa due. Quindi se ci sono tanti ebrei nella sukka’, sommandoli saranno dieci, venti, cinquanta, cento. Ma mai uno.

Quanti sono gli elementi che compongono il lulav? Domanda il prof al suo alunno.

Quattro, il cedro, la palma, il mirto e il salice, risponde lo studente tutto fiero.

In realtà dipende da dove li conti, risponde il maestro.

Il bambino si guarda intorno tutto confuso. La matematica cambia a seconda del contesto in cui la applico? Non è una regola che vale ovunque mi trovi?

I quattro elementi del lulav mantengono una loro identità ben precisa, risponde il maestro. Sono distinti, diversi, e in questo sta la loro grandezza. Sono quattro e ognuno di essi condizione necessaria ma non sufficiente per compiere la mizva al completo. Basta che manchi un elemento e il lulav tornerà ad essere un semplice insieme di arbusti e frutta.

Ci vogliono tutti, ogni elemento ricco della propria diversità e identità unica.

Poi però li portiamo in sukka’.

Li’, sotto allo schach, sotto agli strati di rami e foglie da cui si intravedono spiragli di stelle e cielo, li’ i quattro elementi diventano un’unica cosa. Ognuno, pur rimanendo se stesso, possiede lo stesso valore agli occhi del Creatore.

Sukkot ci racconta che la strada per l’integrazione non è l’assimilazione.

Che si può diventare un uno più grande senza dimenticare chi si è e da dove si viene.

Se io sono io perché tu sei tu e tu sei tu perché io sono io, allora io non sono io e tu non sei tu; ma se io sono io perché io sono io e tu sei tu perché sei tu, allora io sono io e tu sei tu, dice il maestro riportando le parole del Rebbe di Kozk, prima di andare.

Ci sono infinite tipologie di individui, ognuno con il proprio modo unico e diverso di servire D-o.

Ognuno di noi è condizione necessaria ma non sufficiente, ognuno di noi è un uno.

Ma sotto allo schach, agli occhi di nostro Padre, uno di noi più uno di noi farà di nuovo uno.

Chag sameach!

Gheula Canarutto Nemni

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