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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

Month

October 2015

La bontà immorale del mondo

D-o creò il mondo con la sola severità. Poi vide che nulla e nessuno avrebbe potuto sopravvivere nemmeno per mezzo minuto e vi unì la compassione, la pietà. Bontà e rigidità, pietà e severità avrebbero dovuto imparare a convivere, formando un’emulsione in grado di mantenere in vita l’intero universo. Dopo dieci generazioni D-o mandò il diluvio, distruggendo l’intero creato. Quando finì, Noach, Noè, mandò fuori dall’arca un corvo per controllare a che livello fosse scesa l’acqua. Il corvo era un volatile serio, severo, con poca propensione alla compassione. Il corvo volò sulla terra, poi tornò indietro. Noè allora mandò la colomba. Alla seconda ricognizione, tornò indietro con un ramo di ulivo in bocca.

Settantasette anni fa prendeva piede in Europa un movimento basato su ordine, disciplina, l’eliminazione sistematica dalla società di tutto ciò che era considerato inutile. Una severità portata all’estremo che ha dato origine alla peggiore macchina omicida mai esistita. Il nazismo. Dopo la guerra le democrazie hanno tentato la fuga da questa rigidità ad oltranza. Iniziava l’era dell’uguaglianza a tutti i costi, della bontà trasformata in buonismo, della condanna per chi spara per legittima difesa, del rilascio per buona condotta di chi ha ucciso a sangue freddo.

Quando D-o creò il mondo lo costruì in modo che non potesse sopravvivere senza severità e pietà in un equilibrio armonico.

Quando Noach mandò i volatili fuori dall’arca, scelse di fare volare prima il corvo, simbolo di severità, sopra alla terra. Solo dopo le regole, le leggi uguali per tutti, la moralità senza compromessi, la colomba avrebbe potuto rientrare con un ramo di ulivo, simbolo di pace, in bocca.

Abramo era chessed, bontà assoluta. Convinto che tutto si potesse ottenere con amore e dolcezza. Isacco era severità, gvurà, ad oltranza. Strenuo fautore delle misure rigide per raddrizzare ogni cosa.

Poi venne Giacobbe e riunì dentro di sé le qualità dei propri avi. Le rimescolò, ottenendo tiferet, splendore.

Pochi giorni fa a Roma, in Vaticano, in una piazza in cui si è abituati a sentire parlare di pace, di fratellanza e d’amore, sventolavano le bandiere nere, rosse, bianche e verdi. Quelle stesse che sventolano durante i funerali d’onore riservati ai terroristi. Un rappresentante di queste bandiere stava seduto in prima fila, fiero del proprio soprannome ‘angelo di pace’.

La severità ad oltranza ha lasciato dietro di sé sei milioni di morti innocenti.

Ma la bontà illimitata trasforma i terroristi in angeli.

Insegna Maimonide, se sei buono con chi è crudele, finirai per essere crudele con chi è buono.

Gheula Canarutto Nemni

colomba ulivo

 

 

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Am Israel Chay, il popolo di Israele vive

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E io che non riesco a smettere di leggere le notizie sui giornali e sul web, che mi sento assalire dalla rabbia ogni volta che vedo un titolo relativo al Medio Oriente, io che non riesco a mangiare senza pensare che i miei fratelli, i miei figli si trovano lì ad aspettare un autobus tremando per la propria vita, io, da qui cosa posso fare?

E tu, tu che twitti i messaggi per fare girare il più possibile la verità tra la gente, che prendi il microfono e cerchi di spiegare la realtà a chi la vuole negare e manipolare, tu che cambi status ogni dieci minuti per raccontare agli amici virtuali quello che non vedrebbero da nessuna altra parte, tu, cosa puoi fare?

E noi, noi che guardiamo con sospetto chiunque si aggiri nei dintorni ebraici, che ci ritroviamo nei bar, nelle scuole e non possiamo permetterci di distrarci un attimo, che sussurriamo le parole in ebraico per la paura di venire riconosciuti, noi, cosa possiamo fare?

C’è una porzione di mondo, là fuori, a cui noi ebrei non stiamo simpatici. Non importa che passaporto abbiamo, se con una copertina blu e un candelabro a sette braccia o una bordeaux con lo stemma europeo. Non importa che lingua parliamo in casa e dove sono nati i nostri nonni. Non importa come abbiamo coniugato la nostro vita. A questa porzione di mondo noi non piacciamo perché siamo ebrei. Punto. E il loro sogno più grande è vederci un giorno sparire.

Io, tu, noi in questi giorni abbiamo una sola cosa da fare. Cercare di dare ancora più vitalità al nostro popolo. Con fatti, azioni concrete, torà e mizvoth che rinforzano la nostra identità ebraica. Gli arabi che accoltellano gli ebrei per le strade non lo fanno guardando il loro passaporto. E nemmeno il terrorista nel supermercato kasher di Parigi. A loro non interessa che lingua parliamo. Quello che li disturba è il nostro essere ancora qui, nonostante tutto. A pregare, a chiudere i nostri negozi di shabat, a cercare la carne kasher e a recitare lo shemà con i nostri figli. Diamo fastidio perché non abbiamo mai smesso di essere ebrei.

Am Israel Chay, il nostro popolo è, grazie a D-o, ancora vivo. E mai smetteremo di dimostrarvelo.

Gheula Canarutto Nemni

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Un’ebrea dalla parte del popolo palestinese

 

C’era una volta un non ebreo che desiderava convertirsi all’ebraismo, mentre stava su un piede solo. Andò da Shamay, un rabbino noto per la sua severità, comunicandogli le proprie intenzioni. Il rabbino lo cacciò in malo modo. L’individuo in questione non si perse d’animo e andò a fare la stessa richiesta a Hillel, rabbino noto invece per la sua pazienza e bontà. “Non fare agli altri quello che considereresti odioso per te stesso”, gli disse, mentre il signore stava su un piede solo. “Questa è tutta la Torah. Il resto è commento. Ora vai e studia”.

Nel corso dei secoli questo motto è diventato la base di tutte le società civili.

Perché quando si pensa a se stessi è più facile immedesimarmi negli altri.

In questi giorni di crescente violenza e atti terroristici in Israele, una domanda sorvola sopra ai filmati di morte, di sangue, di pugnali e armi.

Cosa significa amare il popolo palestinese e sposare in pieno la sua causa?

Non dovrebbe forse significare allontanare questo popolo da ciò che a noi, nati e cresciuti in democrazie e paesi civili, è odioso, da ciò che a noi non piace?

Nessuno di noi vorrebbe che al figlio di sette anni insegnassero a scuola come impugnare un pugnale o un fucile al ritmo di ‘a morte gli ebrei.’ Perché i bambini ‘hanno diritto di godere di un’educazione che contribuisca alla loro cultura generale e consenta di sviluppare il loro senso di responsabilità morale e sociale (settimo principio della dichiarazione dei diritti del fanciullo).

 

Nei paesi civili i bambini imparano le filastrocche sulla pioggia e le nuvole e non inni razzisti e canzoni su martiri che si sono fatti saltare per aria.

 

Nessuno di noi vorrebbe un figlio che a tredici anni va a pugnalare a morte un ragazzo di tredici anni mentre pedala la sua bicicletta, solo perché israeliano. Perché ‘i bambini devono avere tutte le possibilità di dedicarsi a giochi e attività ricreative orientate a fini educativi’(settimo principio della dichiarazione dei diritti del fanciullo)

Nei paesi civili ai bambini si insegna di sognare di diventare calciatori o musicisti. Non assassini.

Nessuno di noi vorrebbe vivere in una società in cui la massima aspirazione dei giovani  è alzarsi al mattino e prendere l’autobus per pugnalare e sparare sui passeggeri di religione diversa che stanno andando a scuola e al lavoro. Perchè ‘il fanciullo deve essere protetto contro le pratiche che possono portare alla discriminazione razziale, alla discriminazione religiosa e ad ogni altra forma di discriminazione. Deve essere educato in uno spirito di comprensione, di tolleranza, di amicizia fra i popoli, di pace e di fratellanza universale, e nella consapevolezza che deve consacrare le sue energie e la sua intelligenza al servizio dei propri simili’ (decimo principio della dichiarazione dei diritti del fanciullo)

Nei paesi civili i bambini imparano a rispettare chi prega D-o chiamandolo in un modo diverso dal proprio.

Stare dalla parte dei palestinesi significa lottare perché vengano insegnati a ognuno di loro i principi universali su cui si basano le società civili. Significa contagiarli con i nostri sogni di figli architetti e dottori e potere pensare a un loro domani basato sulla convivenza e la tolleranza verso chi è diverso.

Stare dalla parte dei palestinesi significa trovare la voce per condannare chi inculca nei giovani sogni di violenza e di morte, per condannare qualsiasi atto di terrorismo e terrore.

Solo così si potrà sperare in una loro condizione di vita migliore.

Al popolo palestinese mancano dei leader che li instradino in un cammino civile.

E mancano dei veri amici.

Persone capaci di non fare distinzione tra ciò che sognano per se stessi e ciò che invece sognano per il prossimo che dichiarano di amare.

Gheula Canarutto Nemni

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Gli ebrei? Vittime da diciottesima pagina. Lezioni di finta democrazia dai nostri mass media

corriere della seraSpettabile Corriere della Sera,
Spettabile Davide Frattini,
Ieri sera e’ stato perpetrato un duplice omicidio.
Due uomini, due padri, sulla strada per il Muro del Pianto, durante uno dei giorni più sacri del calendario ebraico, sono stati massacrati a pugnalate e colpi di arma da fuoco.
Una donna, la moglie di una delle due vittime, sta lottando per non lasciare orfani di madre e padre i propri figli.
Ho preso oggi il Corriere della Sera in mano. La notizia non c’è in prima pagina, ne’ in seconda. Non c’è in terza.
Èalladiciottesima.
Racchiusa in un riquadro senza fotografie, poche righe. Subito dopo si passa a parlare del bambino palestinese ucciso ad agosto, della spianata.
Sembra che queste vittime non abbiano dignità, non abbiano una storia, ne’ un volto.
Sono ultra-ortodossi, questa è l’unica descrizione che si legge.
Questa definizione che dietro all’ultra cerca di togliere umanità a chi è morto, quando ogni ebreo osservante che porti una kippah nera ricadrebbe in questa definizione senza alcun senso.
Questo ultra e’ una pugnalata dopo la loro morte.
L’educazione al domani passa molto attraverso i mass media. Sono loro che raccontano, descrivono, fanno vivere la realtà, suscitano empatia nel lettore.
No, non voglio il poveri ebrei.
Lo siamo stati già per troppo tempo.
Voglio uguale dignità, nella vita e nella morte.
Non ci sono esseri umani di seconda categoria.
Non ci devono essere padri di famiglia che si trasformano in ebrei ultraortodossi e quindi vittime ideologicamente  antipatiche.
Ci deve essere uguaglianza, anche nelle righe, negli spazi, nelle immagini.
Siamo stati creati tutti a immagine e somiglianza di D-o.
Siamo tutti, a prescindere dalla kippah che portiamo, dal foulard col quale ci copriamo, meritevoli di degna sepoltura. Anche mediatica.
Questa  è la vera democrazia che mi è stata insegnata.

Gheula Canarutto Nemni

An open letter to the Jewish nation (and its writers)

Haaretz
Haaretz

It’s 1 a.m.

Men are gathering in synagogues for Hoshana Rabah night. This is the last call for asking G-d for a good year. During the next twenty five hours G-d will put on our yearly destiny, a seal.

I am trying to pray but my thoughts constatly run in another way. The two young parents killed just in front of their kids and now two more men. All of them, only because they were Jews.

I look at myself in the mirror. I have two eyes, a not so perfect nose, I have two hands and I use my legs to walk.

What makes me different from the rest of the world? When members of my nation are brutally killed in front of their children, or in the streets of their holy city, while trying to reach the western wall, the world is silent. This is a fact.

For the world my blood has a lower price compared to others, my humanity has a lower specific weight.

Strong of my ancient experience,  I don’t expect anything new from there.

This is an olam hasheker, as our rabbis define it. In it, lies, do reign.

In it countries that raise their children in terrorism are chosen to defend human rights.

My expectations are going in another direction.

To the direction of those who stood up, just a few minutes after an innocent Palestinian child was shot by somebody whose identity has not been discovered yet, ready to make a strong J’accuse against the observant world.

My expectations are directed towards those who open their computers everytime a Jew is suspected for a negative act and shout ‘we cannot stay silent in front of this’.

 

I was taught by my rabbis we are made of body and soul.

While we can see the other’s external manifestation, we are not able to see its untangible one.

At our shabat table Jews of every color and observance degree sit. I respect everyone of them, for what he/she is.

We Jews are a whole body, when a part hurts all the body suffers.

When something happens in my nation, I do not need to analyze the religious background of a Jew to feel empaty with him.

It cannot be that a kipah, and zizit, a hunkerchief covering a woman’s head, make a difference for those who are always in first line to defend human rights. It cannot be that a victim is defined ‘ultra-orthodox’, in an Israeli newspaper.

My love for my nation is too deep to dare thinking my suspects can be right.

I hope  with all my heart to be wrong. I hope to see in a few hours all the israeli newspapers flooded by condemantion words.

I hope to see all those famous Jewish writers and journalists, who asked rabbis, teachers, politicians, to condemn acts before waiting to see what really happened. I hope to hear from them these words.

‘Our hearts are full of sorrow, we cannot be silent anymore. We will not stop asking the condemnation of these barbarian terrorist acts by all the arab world’.

When I see these words, I will now peace has really a chance.

Because in order to be able to get peace with your neighbors, you need firstable to be able to live in peace inside your own nation.

Shalom comes from the root shalem, whole. You cannot get real peace if you are not whole inside yourself.

May G-d seal our year with real shalom

Gheula Canarutto Nemni

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