Un’ebrea dalla parte del popolo palestinese

 

C’era una volta un non ebreo che desiderava convertirsi all’ebraismo, mentre stava su un piede solo. Andò da Shamay, un rabbino noto per la sua severità, comunicandogli le proprie intenzioni. Il rabbino lo cacciò in malo modo. L’individuo in questione non si perse d’animo e andò a fare la stessa richiesta a Hillel, rabbino noto invece per la sua pazienza e bontà. “Non fare agli altri quello che considereresti odioso per te stesso”, gli disse, mentre il signore stava su un piede solo. “Questa è tutta la Torah. Il resto è commento. Ora vai e studia”.

Nel corso dei secoli questo motto è diventato la base di tutte le società civili.

Perché quando si pensa a se stessi è più facile immedesimarmi negli altri.

In questi giorni di crescente violenza e atti terroristici in Israele, una domanda sorvola sopra ai filmati di morte, di sangue, di pugnali e armi.

Cosa significa amare il popolo palestinese e sposare in pieno la sua causa?

Non dovrebbe forse significare allontanare questo popolo da ciò che a noi, nati e cresciuti in democrazie e paesi civili, è odioso, da ciò che a noi non piace?

Nessuno di noi vorrebbe che al figlio di sette anni insegnassero a scuola come impugnare un pugnale o un fucile al ritmo di ‘a morte gli ebrei.’ Perché i bambini ‘hanno diritto di godere di un’educazione che contribuisca alla loro cultura generale e consenta di sviluppare il loro senso di responsabilità morale e sociale (settimo principio della dichiarazione dei diritti del fanciullo).

 

Nei paesi civili i bambini imparano le filastrocche sulla pioggia e le nuvole e non inni razzisti e canzoni su martiri che si sono fatti saltare per aria.

 

Nessuno di noi vorrebbe un figlio che a tredici anni va a pugnalare a morte un ragazzo di tredici anni mentre pedala la sua bicicletta, solo perché israeliano. Perché ‘i bambini devono avere tutte le possibilità di dedicarsi a giochi e attività ricreative orientate a fini educativi’(settimo principio della dichiarazione dei diritti del fanciullo)

Nei paesi civili ai bambini si insegna di sognare di diventare calciatori o musicisti. Non assassini.

Nessuno di noi vorrebbe vivere in una società in cui la massima aspirazione dei giovani  è alzarsi al mattino e prendere l’autobus per pugnalare e sparare sui passeggeri di religione diversa che stanno andando a scuola e al lavoro. Perchè ‘il fanciullo deve essere protetto contro le pratiche che possono portare alla discriminazione razziale, alla discriminazione religiosa e ad ogni altra forma di discriminazione. Deve essere educato in uno spirito di comprensione, di tolleranza, di amicizia fra i popoli, di pace e di fratellanza universale, e nella consapevolezza che deve consacrare le sue energie e la sua intelligenza al servizio dei propri simili’ (decimo principio della dichiarazione dei diritti del fanciullo)

Nei paesi civili i bambini imparano a rispettare chi prega D-o chiamandolo in un modo diverso dal proprio.

Stare dalla parte dei palestinesi significa lottare perché vengano insegnati a ognuno di loro i principi universali su cui si basano le società civili. Significa contagiarli con i nostri sogni di figli architetti e dottori e potere pensare a un loro domani basato sulla convivenza e la tolleranza verso chi è diverso.

Stare dalla parte dei palestinesi significa trovare la voce per condannare chi inculca nei giovani sogni di violenza e di morte, per condannare qualsiasi atto di terrorismo e terrore.

Solo così si potrà sperare in una loro condizione di vita migliore.

Al popolo palestinese mancano dei leader che li instradino in un cammino civile.

E mancano dei veri amici.

Persone capaci di non fare distinzione tra ciò che sognano per se stessi e ciò che invece sognano per il prossimo che dichiarano di amare.

Gheula Canarutto Nemni

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6 Replies to “Un’ebrea dalla parte del popolo palestinese”

  1. ב”ה
    Salve, condividerei in pieno il suo articolo se parlasse di arabi. Il popolo di cui Lei parla non esiste, non e’ mai esistito e non esistera’ mai. Volendo risolvere il problema, dovremmo prima circoscriverlo e definirlo. Secondo la mia modesta opinione quello che e’ in corso e’ la vecchia guerra tra arabi ed ebrei che prosegue dal 1850 in eta’ contemporanea.

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  2. Mettersi dalla parte di questi vicini di Israele che non vogliono Israele chiunque siano i loro leader non serve se non si elimina alla radice il terrorismo. Via Hamas, via fatah, via Isis, vediamo quanti moderati arabi ci sono in Israele,. Per un medico che cura, una folla sputa su una madre che chiede aiuto per il suo bambino ferito e la maledice.
    non so se mi metterei dalla parte degli arabi. Palestinesi…non la vogliono la Palestina, quindi non esistono palestinesi. Lo diceva Golda Meir ed è piu che mai attuale

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  3. In passato lavoravo come psicologa coi delinquenti giovani e usavo dire che loro sono persone _mucche” goral_, in italiano letterale, col destino picchiato, ma adesso picchiano, stanno picchiando il destino degli altri e questo che è l”importante. Anche in questo inferno il fatto che il lavaggio al cervello sia alla base, porti mamme a fare figli e ad aspettare il momento che possono diventare shaidim(desiderosi di correre in paradiso dopo avere ucciso quanti più ebrei) non m”interessa proprio!!Questo interessa gli studiosi, non una mamma che vuole manda suo figlio a fare un giro in bicicletta e nel frattempo riposarsi un po”

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  4. L’odio non si insegna a scuola!
    Prova a tenere un animale in gabbia, prendiamo come esempio un cane, per tutta la sua vita, questo cane cercherà in tutti i modi la sua libertà, diventerà rabbioso e violento verso il suo carceriere! Nessuno gli ha insegnato ad odiare, ma è la natura stessa che si ribella alla condizione di vita che qualcuno gli ha imposto!
    Con tutto il rispetto, non condivido minimamente le parole scritte, la colpa non è da ricercare solo in chi si ribella, ma proviamo a cercarla anche in noi stessi!

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    1. DD si dia un nome per dare dignità al suo commento.
      Avvierei un confronto civile. Ma prima la inviterei a informarsi sui fatti. Gli assassini e terroristi degli ultimi giorni sono tutti arabi israeliani con regolare lavoro, assistenza medica e sociale e spesso più diritti degli stessi ebrei israeliani.

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