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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

Month

November 2015

I canarini della società

Quando c’erano le miniere, i minatori si portavano dietro dei canarini. Li mandavano all’interno, in esplorazione, per avvertire la presenza di gas velenosi. I canarini sono molto sensibili al monossido di carbonio, che avrebbe potuto compromettere la vita dei minatori.

Gli uccellini venivano liberati all’interno delle miniere e i minatori stavano in attesa. Aspettavano di sentire.

Se i canarini continuavano a cantare.

O se la loro melodia si interrompeva.

I minatori si sono salvati la vita migliaia di volte grazie alla sensibilità di questi volatili e, una volta imparato ad utilizzarla, non hanno mai smesso di mandare i canarini in avanscoperta.

Ci sono i canarini anche all’interno della società, in prima linea ad affrontare i gas velenosi del mondo.

Sensibili all’immoralità diffusa nell’aria, alla violenza che corre per strada.

Questi canarini amano la libertà, sono stati loro a portarla in terra per primi. Sono stati dotati di ali alla nascita e da sempre le usano per portare il proprio canto in ogni angolo della terra.

Sono i termometri della società in cui vivono, si ammalano sempre prima degli altri.  Da quando esiste il mondo sono i primi contro i quali i gas letali vengono puntati. Perché con le loro ali non hanno mai smesso di librarsi al di sopra della terra e sono stati in grado di fare volgere lo sguardo verso l’alto anche a chi la libertà non l’ha mai assaggiata.

Quando nell’aria tira il veleno, quando non si respira altro che il male, sono i primi a rallentare il proprio volo. A sentirsi pesanti, a percepire che c’è chi vorrebbe interrompere, ammutolire, il canto.

Ma vanno avanti imperterriti, sapendo che ogni suono della loro voce è una nota essenziale per contrastare chi vorrebbe ridurre la parola libertà a una sola riga del dizionario.

I canarini della società si chiamano popolo ebraico.

Quando vedete che si prova a farli smettere di cantare, iniziate a preoccuparvi.

Perché i veleni nell’aria li inala chiunque respiri. E non solo loro.

Gheula Canarutto Nemni

Bird_Mine

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Dear Pope Francis, desperation has never been a justification for Jews

We have been brought through Rome’s streets in chains while our Sanctuary in Jerusalem was burning in flames. We have been thrown in amphitheaters where hungry lions and spectators were waiting for our blood.
We have been burnt in autodafé, we have been called marranos, our candle lighting and prayers in our ancestors’ language were banned.

We have been sent away from Spain. We have been wandering around through countries looking for a new home.

We have been massacred in pogroms, our synagogues destroyed, our children enlisted in armies from which they never came back.

We have been deprived of our right to work, to own, to vote, to speak. We have been robbed of that dignity which every human being should enjoy by right when he was born. Our golden teeth were torn from our mouths and our arms were branded as if we were animals in the slaughterhouse.

We have been told for centuries ‘go back to your homeland’ and now that we are home they tell us ‘get away from there’.

We, Jews, are an indissoluble part of the historical fabric of our world.

The Jewish presence is the common denominator in most of the atlas.

In every place on the earth where we had arrived, we generated poets, matematicians, physicists, writers, polticians, scientists, doctors, inventors.

Even when we have been closed in ghettos we have never stopped writing, thinking, discussing, producing good.

We have never put our lives in standby, not even for a little while.

We did not cover our heads with ashes for thousands of years.

We have been sent away, we have been robbed, we have been deprived, massacred and killed.

We loaded up our destiny on our shoulders and our ancestors’ heritage in our hearts and we went to search for a new place where we could start breathing again.

There is neither time nor will to cry for yourself, if you have been taught that every instant on this earth is the biggest richness you own, and that life is the most precious gift you received when you were born.

And there is no space for resentment.

We went back without our parents, our brothers, our children and wives to Germany, Italy and France. We stood under the windows of our homes looking at strangers living in places which belonged to us before the war.

We rolled up our sleeves, uncovering numbers stamped with fire on our arms, and we started everything again from scratch.  

Countries interested in migration waves should study the Jewish history and our integration model.

Every new place where we arrived we had our golden rule.

Never slide on your tears.

We have not waited for compassion from the countries that opened their borders for us. Since the first instant we tried to integrate ourselves in the social fabric of the place which was hosting us. And while thanking them, we donated our talents to development and advancement. Ours and theirs.

There are those who use desperation as a justification for murdering innocents.

And there are those who put aside desperation, closing it in the memory drawer, and try to climb back to the top, concentrating on the new opportunities.

Dear Pope Francis, Hillary Clinton, John Kerry and hundreds of world influencers who are seeking for a reason, for a motif, behind the transformation of individuals into lethal splinters.

Even if you found out the personal, tragic life of these killers (though in most cases they have a life at a standard perfectly alligned to the society where they live), even if it was really like this, nothing, NOTHING, can justify a blind violence against another human being. Nothing, nothing, can give the right to an individual to deprive another of his tomorrow.

Looking for justifications means only one thing: Preparing the soil for the next brutal act, G-d forbids.

There has never been a nation mistreated by history more than the Jewish one.

But everywhere the hate wind has transported us, we integrated, we learned the local language, repeating by heart Whitman, Eliot and Dickinson, we invented the parve cheesecake. Integration is something you have to want and work on every single day. We have never asked the place which hosted us to adapt itself to our rules.

“Dina demalchuta dina, the law of the place must become your law too,” says the Talmud.

The real integration, even for the most desperate people, can be realized. But it depends on the first instance, on values transmitted by religion, families and teachers of those who have just arrived.

And it depends on the will to become part of the society in a constructive and positive way.

Gheula Canarutto Nemni

  
 

Cari Hillary Clinton e leader del mondo, la disperazione non è mai una giustificazione

parigi 13 novembre 2015

La disperazione non è mai stata per noi una giustificazione.

 

Hanno distrutto il nostro santuario di Gerusalemme e ci hanno portato in catene nelle strade di Roma. Ci hanno buttato nelle arene per fare divertire gli spettatori mentre i leoni ci sbranavano vivi. Ci hanno bruciato negli autodafé, chiamati marrani, maiali, ci hanno proibito di accendere le candele al venerdì sera e di pregare nella lingua dei nostri padri. Ci hanno cacciato dalla Spagna, costringendoci a cercare nuovi paesi che ci accogliessero. Ci hanno massacrati nei pogrom, devastato le nostre sinagoghe, arruolato i nostri figli in eserciti da cui non sarebbero mai più ritornati. Ci hanno tolto il diritto di lavorare, di possedere, di votare, di parlare. Ci hanno spogliato della dignità di cui ogni essere umano dovrebbe godere per diritto alla nascita, strappandoci  i denti d’oro dalla bocca e marchiandoci a fuoco come bestie al macello. Ci hanno urlato per secoli ‘tornatevene nella vostra terra’ e ora che ci siamo tornati ci urlano ‘andatevene’.

Eppure noi ebrei siamo parte indissolubile del tessuto della storia del mondo.

La presenza ebraica è il comune denominatore per la maggior parte dei paesi sulla cartina geografica.

In ogni posto della terra dove siamo approdati abbiamo generato poeti, matematici, fisici, scrittori, politici, scienziati, medici, inventori.

 

Anche quando ci chiudevano nei ghetti, abbiamo continuato a produrre. Non abbiamo smesso di scrivere, di riflettere, di discutere e di cercare di infondere il bene .

Non abbiamo messo la nostra vita in standby nemmeno per un istante.

Non ci siamo coperti la testa di cenere per migliaia di anni.

Ci hanno cacciato, derubato, privato, spogliato, ucciso, massacrato.

Abbiamo caricato in spalla il nostro destino e nel cuore l’eredità spirituale dei nostri avi e siamo andati alla ricerca di un nuovo posto in cui ricominciare a respirare.

Non c’è tempo né voglia di piangersi addosso per chi cresce sapendo che ogni istante in questo mondo è la ricchezza più grande che si possiede, per coloro a cui viene insegnato che la vita è un regalo da sfruttare in ogni istante che ci viene regalato.

E non c’è nemmeno spazio per il rancore.

Siamo tornati in Germania, in Italia, in Francia senza più genitori, fratelli, mogli e figli. Ci siamo messi sotto alle finestre a guardare altri vivere nelle case che prima della guerra ci appartenevano.

Ci siamo alzati le maniche, scoprendo numeri impressi a fuoco nel braccio e nell’anima e abbiamo ricominciato da capo.

I paesi invasi dalle ondate migratorie dovrebbero studiarsi la storia ebraica e il nostro modello di integrazione.

Ovunque siamo andati, abbiamo fatto attenzione a non scivolare sulle nostre lacrime.

Non abbiamo aspettato la pietà, la compassione dei paesi che ci accoglievano. Abbiamo detto grazie e, dal primo istante, cercato di integrarci nel tessuto sociale del luogo che ci ospitava donando  i nostri talenti e il nostro potenziale per lo sviluppo e l’avanzamento. Per il futuro nostro e degli altri.

C’è chi usa la disperazione per giustificare i massacri di innocenti.

E chi cerca di accantonare la disperazione nel cassetto dei ricordi e risalire la china concentrandosi sulle nuove opportunità offerte.

Gentile Hillary Clinton, politici europei e italiani che cercate una ragione, un motivo dietro alla trasformazione di questi esseri umani in schegge mortali.

Anche se scopriste una loro situazione personale tragica, seppure in molti casi queste persone abbiano in un tenore di vita allineato con la società in cui vivono, anche se così fosse, nulla, nulla, può giustificare la violenza cieca contro altri esseri umani. Nulla, nulla, può dare il diritto a un individuo di privare un altro del suo domani.

E andare alla ricerca di giustificazioni significa preparare un terreno fertile per i prossimi atti.

Mai un popolo è stato trattato peggio dalla storia come quello ebraico.

Eppure, ovunque ci abbia portato il vento dell’odio, ci siamo integrati, abbiamo imparato la lingua del posto, studiato a memoria Foscolo, Quasimodo e Leopardi.

Abbiamo ideato le lasagne al ragù senza latte, sappiamo che sta a noi doverci inserire nel luogo dove viviamo. Non abbiamo mai domandato che fosse il paese che ci accoglieva ad adeguarsi alle nostre usanze.

Dina demalchuta dina, la legge del posto deve diventare la tua legge, dice il Talmud.

Ai leader che  vanno alla ricerca di giustificazioni per atti assassini e criminali, forse sarebbe il caso di offrire qualche lezione di storia ebraica.

L’integrazione vera, anche dei più disperati della storia del mondo, è possibile e può diventare realtà. Ma dipende innanzitutto dai valori che trasmettono la religione e la famiglia dei nuovi arrivati. E dalla loro volontà di entrare a far parte in maniera positiva e costruttiva della società che li accoglie.

Gheula Canarutto Nemni

 

How Jews feel in Italy 

It’s just arrived. It has been flying over our heads, threatening in the air, crossing international borders through newspapers and Youtube.Now it’s here.

In Milano.

In my town.

I woke up thinking it was all about a bad dream. But after I thanked G-d for having given me back my soul, I thought ‘why shouldn’t it has arrived even here?’

Violent antisemitism and knifes against Jews.

 

I am thinking about that man, walking in the street while immersed in his own thoughts, when suddenly from the back a hater was taking out a knife. In a few instants, with nine stabs, his and our history, changed.

 

I know that man.

I know him well.

He is my friend’s husband, she is my son’s school teacher.

During shabat he gives us birkat cohanim, the blessing of the priests.

He is a tall and big guy, he seems like one of those characters living in the baal Shem Tov legends.

G-d must have given him such a body structure in order to survive to the hate that yesterday night hit him so brutally.

 

I look out from my window and I think that in 1942 my grandmother was escpaing with her family in these same streets.

 

I think about the fear running through her body while thinking that there, outside, there were people capable of hating her so much.

 

Her stories, those she used to tell us after lunch, come back to my mind.

Her night escape, the few things they could put in a suitcase.

 

‘Don’t bring anything that can make us recongnized as Jews’, recommends my grandfather.

 

And she hides in the suitcase, under the skirts, her siddur, her prayer book.

 

Their walk in the streets of my town, Milano, trying to hide who they really are.

The policeman who stops them and opens their suitcase.

 

‘What is this?’ He asks taking the prayer book in his hands.

On the front page there is written Jewish prayer book, Italian rite.

 

My grandmother looks at him straight in his eyes and lies.

‘It’s for my greek lessons’

And the miracle of the policeman who pretends to believe her and says

‘Go’.

 

 

I wake up my children and against any principle of mine, I put them carefully in the scary reality.

 

While I am telling them they have to pay attention, I feel like I am stealing part of their childhood from them.

 

I am creating the fears for monsters, the real ones, who are going around the world in a Jew hunt, like during the pogroms, during the fascism years.  

 

I straighten the kippah on their heads, we kiss the mezuzah on our door.

We are going the school feeling brave as we were going to war.

I imagine my grandmother, who’s already more that ninety, hugging me strong and telling me.  

‘G-d has always protected us and He will go on to save us from everything. Don’t stop having faith. Go on and believe. In G-d and in man’

Tonight in the synagogue, our prayers will be stronger than fear.

Gheula Canarutto Nemni

san gimignano

L’odio violento verso l’ebreo è arrivato a Milano

san gimignanoE’ arrivata anche qui. Sorvolava nell’aria minacciosa, varcava confini che non la possono fermare, camminava silente nelle pagine dei giornali e nei link di Youtube. E ora è qui.  A  Milano. Nella mia città. Mi sono svegliata stamattina con una sensazione di incredulità. Ma dopo avere ringraziato D-o per avermi restituito l’anima, mi sono detta ‘e perché non avrebbe dovuto arrivare anche qui?’. La violenza contro gli ebrei. Penso all’uomo che stava camminando ieri per strada tranquillo, immerso nei propri pensieri, mentre da dietro qualcuno sfilava un coltello e in pochi secondi cambiava il corso della sua e della nostra storia con nove pugnalate. Lo conosco quell’uomo, lo conosco bene. E’ il marito di una mia amica, al sabato, in sinagoga, ci dà la birkat cohanim, la benedizione dei sacerdoti. E’ un uomo alto e grosso, sembra uscito dalle leggende del Baal Shem Tov, D-o deve averlo fatto così per poter sopravvivere all’odio che ieri sera l’ha colpito in  maniera così brutale.

Guardo fuori dalla finestra e penso che in queste strade, nel 1942, mia nonna scappava con mio nonno e la loro famiglia.

Penso alla paura che doveva attanagliare il suo stomaco all’idea che là fuori ci fossero persone che la odiavano così tanto. Nella mia mente ritornano i suoi racconti che hanno segnato la mia infanzia. La fuga in mezzo alla notte, le poche cose care che stavano in una valigia, il ‘non portare niente che faccia capire che siamo ebrei’ di mio nonno, il suo infilare di nascosto il suo libro di preghiere. Il loro camminare nelle vie di Milano cercando di fingere di non essere chi sono. Il brigadiere che li ferma, che apre le loro valigie, che trova il libro di preghiere su cui sta scritto ‘libro di preghiere ebraico di rito italiano’, il loro cuore che si ferma. Alla domanda

‘e questo cosa è’

mia nonna risponde

‘un libro per dare ripetizioni di greco’.

E il miracolo del brigadiere che finge di crederci e dice

‘andate’.

Sveglio i miei figli e contro ogni mio principio educativo e di vita, li calo nella realtà in cui ci stanno avvolgendo.

Mentre sto dicendo  che devono stare attenti, mi sento che sto rubando una parte della loro infanzia. Sto creando la paura verso i mostri, quelli veri, che girano per le strade alla ricerca dell’ebreo, come nel Medioevo, come nei pogrom, come durante il fascismo.

Sistemo la kippah sulla loro testa, baciamo la mezuzà sullo stipite prima di uscire. Andiamo a scuola con la sensazione di stare andando al fronte.

Immagino mia nonna, ormai ultra novantenne, abbracciarmi come una volta. E dirmi.

‘D-o ci ha protetto finora e continuerà a proteggerci. Non smettere di avere fede. Continua a credere. In D-o e nell’uomo.’

Stasera in sinagoga le nostre preghiere saranno più forti della paura dei mostri che ci stanno inseguendo.

Gheula Canarutto Nemni

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