jewish tefilin

Non si sarebbero mai parlati se non fosse stato per quel particolare momento della vita. Un venerdì mattina in cui tutti e due pregavano, a modo loro, che tutto si risolvesse per il meglio. Finchè Menachem alzò lo sguardo e incrociò quello di Daniel.

‘Vuoi mettere i tefilin?’ domandò Menachem.

Daniel lo guardò sorpreso.

‘No, grazie’ rispose.

‘Non lo faresti per me’, insistette il giovane, ‘ma per mia madre che è in sala operatoria in questo momento’, ci tenne a precisare Menachem.

‘Anche mio padre è sotto i ferri ora’, rispose Daniel con un’alzata di spalle.

‘Cosa ti costa metterli?’ si intromise una voce femminile dalla sedia accanto, ‘fagli un piacere, non vedi che ci tiene davvero?’

Daniel si alzò un po’ sbuffando domandando quale manica dovesse arrotolare.

Lentamente la sala d’attesa dell’ospedale si riempì delle parole dello Shemà un po’ storpiate pronunciate da un israeliano di trent’anni laureato in ingegneria.

‘Se mi vedesse mia nonna’ disse Daniel dopo avere finito. ‘Lei non accende il fuoco durante lo shabat e non guarda la televisione. Noi la prendiamo tutti in giro. Mi fai una foto così, con i tefilin, che gliela mando?’

Il flash del cellulare illuminò la stanza.

‘E’ la seconda volta della mia vita che li metto. La prima volta è stata durante il mio bar mizvah’ disse daniel forse più a se stesso che al proprio interlocutore.

Menachem iniziò a srotolargli i tefilin dal braccio. Daniel abbassò lo sguardo sui solchi che le strisce di cuoio avevano lasciato sulla sua pelle.

‘Se non mi avessi domandato di mettere i tefilin probabilmente io e te non ci saremmo mai rivolti la parola in vita nostra. Tu con la kippà e i tzitzit, io totalmente laico…’

‘Dovremmo imparare ad andare oltre a ciò che vediamo. Permettiamo che dei segni esteriori ci dividano. E ci dimentichiamo che la nostra origine spirituale è la stessa. Solo una. Perché ognuno di noi contiene dentro di sé una parte dell’Anima di D-o stesso.’

La donna, che fino a quel momento era stata in silenzio ad osservare la scena, disse

‘Sono la madre di Daniel. Ti posso dire che anche se siamo tutti laici in famiglia, vederlo con i tefilin al braccio, mentre mio marito si trova in sala operatoria, è stato come trovare le preghiere che non conosco’

Menachem le sorrise.

‘Saremmo il popolo più forte del mondo se riuscissimo a ritrovare la nostra unità perduta’.

La donna annuì, stringendo forte la mano del figlio. Due ore dopo vennero a comunicare che le operazioni dei parenti erano perfettamente riuscite. La donna esclamò un forte ‘baruch Hashem’ e cercando lo sguardo di Menachem gli disse ‘so che non mangeresti nulla da casa mia. Ma visto che tua madre sarà in ospedale per shabat, posso andare a comprarti delle chalot e portartele?’

E’ molto importante meditare prima della tfila, figlio mio. Ma questa meditazione è nulla in confronto a ciò che si smuove nei cieli quando si fa un favore al prossimo. La meditazione è importante. Ma solo se ti porta a desiderare di fare il bene ad un’altra persona, disse il Rebbe Rashab a suo figlio.

Gheula Canarutto Nemni

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