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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

Month

March 2016

C’è una sola condizione per la convivenza tra Occidente e Islam. Anzi sette

 

bruxelles 22 marzo 2016Schermata 2016-01-25 alle 13.25.03

 

 

‘Che piacere rivederti’ esclamò I. quando O. venne ad aprirgli la porta.

Si abbracciarono dandosi forti pacche sulle spalle, proprio come fanno i vecchi amici.

‘Sono secoli che non ci vediamo’, disse I. entrando in casa.

‘Vedo che ti sei dato da fare. È tutto nuovo qui, mi sembra di capire’.

‘Oh sì, dall’ultima volta che sei stato qui abbiamo rivoluzionato parecchio. Allargato finestre, ora la nostra visione è più ampia. Buttato giù muri, gli ospiti non devono mai sentirsi stretti’

‘Bello, davvero un ambiente invitante’ disse I.

‘C’è anche una grande ricerca dei colori, sembra non ne manchi quasi nessuno’

‘Si, è proprio così’ disse O. compiaciuto. ‘Desidero che chi entra qui si trovi a proprio agio, che sia senta come a casa propria’.

‘Senti O.’, disse I. un po’ sussurrando. Si schiarì la voce. ‘In casa, uhm, avrei qualche problema. Mi ospiteresti per qualche tempo? Sai, mi permetto di domandatelo solo perché hai fatto tutte quelle premesse sull’ospitalità…’

O. sorrise.

‘Ma certo amico mio, sarò molto felice di aiutarti. Seguimi ti faccio vedere la stanza dove potrei ospitarti.

Il giorno seguente I. arrivò carico di valigie e pacchi.

O. lo guardò e un filo di preoccupazione pervase il suo viso. ‘Ma, se posso permettermi, per quanto tempo intendi fermarti?’

‘Non ho idea, ma almeno finché le cose in casa non si sistemano’ rispose I

O. non disse niente. Sarebbe stato contrario a tutti i principi della buona educazione e dell’accoglienza che gli erano stati insegnati.

Mentre O. rifletteva, I. iniziava già a sistemare le proprie cose.

Appoggiò la valigia sul comò antico della nonna, quello che era sopravvissuto a decine di traslochi e di guerre. E lo strisciò tutto.

‘Oh scusa, mi dispiace tanto. Si potrà riparare immagino?’ disse I.

O. non si scompose più di tanto.

‘Fa niente, tanto era vecchio’, disse ricordando improvvisamente tutti gli sforzi che erano stati fatti per mantenerlo integro fino a quel giorno.

I.svuotò tutti i cassetti, buttando le cose per terra.

‘Hai qualcuno che pulisce e riordina vero?’

O. rimase un po’ sbigottito.

‘Sì, certo, viene qualcuno qualche ora alla settimana’ disse. Ma pensò che avrebbe ripulito lui stesso.

I giorni passarono e diventarono settimane. Le settimane passarono e diventarono mesi.

‘Senti O. quella foto li di tua nonna, quella che c’è nella mia stanza. Mi dà un po’ fastidio. Ti dispiacerebbe metterla in un posto dove il mio sguardo non la incroci?’

O. la spostò e la mise nella propria stanza. Così la nonna veglierà su di me mentre dormo, sorrise tra se’ e se’ mentre appoggiava la cornice sul comò di fronte al suo letto.

‘O., scusa se te lo dico, ma hai visto in che modo esce di casa tua moglie? Dovresti farla coprire un po’ di più. Lo dico perché ti voglio bene, davvero’

O. si vergognò.

‘I. suggeriscimi tu come dovrebbe vestirsi’

‘Aspettavo che me lo chiedessi’

E da quel giorno la moglie di O., una femminista incallita che aveva urlato nelle piazze e combattuto per ottenere più diritti per le donne, dovette passare l’esame di I. prima di uscire di casa.

 

Una sera O. si chiuse nella propria stanza un po’ allarmato. Non era questo il risultato che si aspettava dall’ospitalità offerta a un amico.

Dopo un po’ lo raggiunse la moglie. Si guardarono negli occhi.

‘Teniamo duro. D’altronde quando lo abbiamo accolto gli abbiamo fatto capire che doveva sentirsi come se fosse nella propria, di casa’.

Dalla sala iniziarono a provenire dei rumori strani. Musica a tutto spiano, odori strani, invasero l’ambiente domestico.

‘Ma cosa sta succedendo?’

‘Ho invitato un po’ di amici. Sto dando una festa. Mi avevi detto di fare come se fossi a casa mia. O sbaglio?’ L’ultima frase I. la pronunciò lentamente, nei suoi occhi si poteva leggere lo sguardo di chi si sente quasi padrone.

E i sensi di colpa di O. si riaccesero all’istante.

‘Certo, certo, va pure avanti’ disse al proprio ospite mentre notava che in sala erano stati spostati i quadri, il tavolo era stato girato, molti dei soprammobili, misteriosamente spariti.

‘Mi sembra sempre meno la mia casa’ osò pensare O. trasgredendo per qualche istante i valori con cui era stato allevato. Se ne vergognò subito. E per rimediare andò in cucina a lavare i piatti che la moltitudine di ospiti continuava a sporcare.

L’indomani si alzò e andò in sala. Le tapparelle erano ancora tutte giù, nonostante fosse quasi mezzogiorno.

Si avvicinò per tirarle su. Amava la luce del giorno.

‘No, no, lasciale così, per favore. Meglio vedere il meno possibile quello che ci sta là fuori. Tanto non c’è proprio nulla di interessante’

La sera i figli di O. rientrarono a casa. Fecero una rapida apparizione in cucina, dove I. se ne stava a tavola con altri ospiti che aveva invitato. E si rinchiusero nella propria stanza. I ragazzi accesero la musica. Dopo pochi minuti arrivò I. e si mise a bussare con forza.

‘Spegnete subito quel marchingegno infernale!’ urlò cercando di abbassare la maniglia e di entrare. I ragazzi corsero verso la porta e la chiusero a doppia mandata.

Poi telefonarono al padre.

‘Ma dove siete?’ Domandò O. ‘mi sembrava di avervi visto entrare’

‘Siano in camera nostra papà, potresti venire un attimo per favore?’

Mentre O. cercava di riprendersi dalla sorpresa di quella telefonata avvenuta da una stanza all’altra della sua, almeno così ancora si illudeva, casa, vide che qualcuno stava provando ad abbassare la maniglia della sua, di stanza

I. entrò senza domandare nemmeno scusa.

‘Uhm, saresti nella mia stanza I’ provo’ a dirgli.

‘Lo so. E allora? Tutto ciò che è tuo ormai è un po’ anche mio’ disse I. buttandosi sul letto di O. come se fosse ormai il proprio.

O. bussò alla stanza dei suoi figli, entrò e si chiuse a doppia mandata. Non aveva quasi il coraggio di guadarli negli occhi.

‘Papà, una cosa però te la vorremmo dire. Non ci siamo opposti quando hai preso I. in casa. Sei stato tu stesso a insegnarci lo spirito e il dovere dell’ospitalità e dell’accoglienza. Ma I. non si sta più comportando da ospite. Ormai ha preso così tanto piede in casa da sembrare lui il padrone. Non possiamo ascoltare la musica, vestirci come ci pare. Ha tolto i quadri dei nonni, le fotografie di quando eravamo piccoli. Negli armadi si trova quasi solo quello che piace a lui, di cibo. Papà una sola domanda. I. sta infrangendo a una a una tutte le regole che ci hai insegnato. Quando noi le trasgrediamo, ti arrabbi, urli, ti alteri profondamente. Perché a lui non dici niente?’

Ad O. bastò un attimo.

Per capire che aveva commesso un solo errore nell’accoglienza di I.

E che ormai era troppo tardi.

‘Quando l’ho accolto, mosso dalla pena nei suoi confronti, ci ho messo tutto me stesso per farlo sentire bene, per offrirgli tutto ciò che potesse servirgli. Ho tralasciato solo un piccolo dettaglio. Le regole. A quelle, in nome di un’ospitalità perfetta, non ho mai fatto alcun cenno.’

Quando il popolo ebraico si presentò alle porte della terra di Israele, aveva uno scopo in mente. Portare la civiltà e la giustizia là dove non ne sapevano niente.

3300 anni fa il popolo ebraico imponeva ai popoli che incontrava nel proprio cammino, sette regole:

  1. Un sistema giudiziario che garantisse giustizia e diritti civili a tutti
  2. Il divieto di blasfemia, di porsi in maniera diretta contro D-o e i Suoi principi morali
  3. La proibizione dell’idolatria e l’accettazione di un D-o unico
  4. Il divieto di relazioni illecite. Il rispetto dell’istituzione matrimoniale.
  5. Il divieto di uccidere e di fare del male al prossimo. Nessuno può disporre della vita altrui a proprio piacimento.
  6. Il divieto di rubare, di appropriarsi illecitamente di ciò che appartiene agli altri.
  7. Il divieto di nutrirsi di un animale mentre è ancora in vita. Ciò implica il rispetto della natura e di tutto il creato.

Sette regole.

Oggi è stato di nuovo colpito il cuore dell’Occidente. Ogni vittima di Bruxelles è un passo indietro della civiltà. Basterebbe insegnare queste regole perché l’accoglienza che l’occidente sta dando all’immigrazione non si trasformi nella bara dei nostri valori e della nostra libertà.

Gheula Canarutto Nemni

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Dove era D-o durante Purim (e la Shoà)?

shoàIn ogni generazione, in ogni periodo storico, secolo e millennio c’è stato qualcuno desideroso di porre fine al popolo ebraico.

Di vederlo diventare un reperto archeologico, trasformato in un ricordo, in una lezione di storia.

In ogni generazione si è alzato un Haman il cui sogno era di cancellare ogni traccia ebraica dalla faccia della terra.

Anche in quelle generazioni in cui gli ebrei quasi non si distinguevano dagli altri.

Anche in quei decenni in cui l’ebraismo veniva relegato a qualche ora all’anno, a qualche rito sporadico tramandato.

Anche in quei momenti in cui l’ebreo faceva di tutto per ingraziarsi il regnante di turno, convinto che il proprio destino dipendesse dall’umore del regno.

D-o non viene menzionato nella meghilà nemmeno una volta.

Bisogna scovarlo tra le righe, andarlo a cercare negli acronimi delle parole, si devono fare i salti mortali per ritrovarlo nelle allusioni, nelle espressioni.

Non c’è il Suo nome, sembra sparito nel nulla. Come dalla vita degli ebrei di quel periodo storico.

D-o è relegato ai margini della storia, perché gli ebrei Lo avevano relegato ai margini della propria vita.

Poi però si alza Haman e tutto cambia profondamente.

Gli ebrei, appena venuti a conoscenza dell’imminente sterminio, usano tutti i propri canali diplomatici, mandano delegazioni.

La regina mette la propria vita a repentaglio.

Ma nello stesso tempo è la regina stessa a dire, guardatevi dentro.

Perché il mondo ci considera diversi seppure abbiamo provato a fare dimenticare la nostra identità a tutti?

E gli ebrei si riunirono e pregarono, si strapparono le vesti e digiunarono.

Ricordarono ai propri figli chi erano, proprio in quel momento in cui la minaccia pendeva pericolosamente sulla loro testa.

Quando qualcuno si alza e dichiara ‘ripuliamo il mondo da questa nazione così diversa’, il popolo ebraico, pur avendo fatto di tutto per assimilarsi e rendersi uguali agli altri, ritrova la propria essenza.

Dove era D-o durante Purim?

Dove era durante le tragedie che hanno colpito il Suo popolo?

D-o è lì nella fede ritrovata di chi pensava di non averla mai avuta, D-o sarà nel risveglio di quell’ebreo a cui apparentemente, della propria identità, non è mai importato niente.

D-o è in quegli gli ebrei che rischiavano la propria vita per indossare i tefilin di nascosto ad Auschwitz, quando nella comodità delle proprie case non l’avevano mai fatto.

D-o è nelle raccomandazioni ai figli di festeggiare il proprio bar mizvah prima di metterli in salvo su un treno.

E’ in quei figli che, sporgendosi dal finestrino, domandano ‘ma papà, cosa è un bar mizvah?’, perché nessuno glielo aveva mai detto.

D-o è nei raduni segreti per celebrare il seder, con il rischio di finire in un gulag per il resto della propria vita.

D-o è nei Daniel Pearl che, con la spada sul collo urlano al mondo ‘io sono ebreo’ negli ultimi respiri.

D-o è sempre con noi anche se non lo riusciamo a vedere.

E’ lì, nell’anima ebraica che rinasce sotto minaccia, quando razionalmente dovrebbe cercare di nascondersi ancora più di prima.

Quando Haman si mette d’accordo con i governanti del momento, quando viene plaudito dalle Nazioni Unite e gli viene concessa via libera per l’antisemitismo, quando essere ebreo è la cosa più scomoda che ti possa accadere, lì ritrovi D-o.

D-o è nella gioia, nell’orgoglio ritrovato di appartenere a questa nazione.

Buon Purim!

Gheula Canarutto Nemni

Where was G-d during Purim (and the Holocaust)?

THE TIMES OF ISRAEL | http://www.timesofisrael.comshoah jews

Where was G-d during Purim (and the Holocaust)?

GHEULA CANARUTTO NEMNI

There has been no generation without its Haman. Without an individual eager to put an end to the Jewish nation.

Many have dreamt and still are dreaming to see Jews become an archeological find, a memory, a history lesson.

Every generation has seen its Haman rising and trying to eradicate any Jewish trace from our earth.

Even during those years in which it was hard to tell between Jews and others.

Even during those decades in which Judaism was relegated to some hours a year, to rare transmitted rites and liturgies.Even during those moments in which Jews were trying their best to become a king’s best friends, because that way, they were convinced, was the only way to go on with their destiny.

G-d is not mentioned in the Megillah, in Ester’s scroll, not even once.

You need to look for Him between the rows, in the acronyms of words, in allusions and expressions.

His name is not there, it has vanished into nowhere. As happened in the lives of Jews during that historical period.

G-d is pushed to the sidelines of the Megillah, as Jews have pushed Him to the sidelines of their own lives.

Then Haman arrives and everything drastically changes.

As Jews come to know his plot to exterminate them, they start sending delegations to the king, they start using all their diplomatic means, Queen Esther herself puts her own life at risk.

But at the same time she tells her brothers and sisters, look inside yourselves.

Why does the world consider us different, though we have tried again and again to meld with the surrounding society and make it forget our original identity?

And Jews reunited and prayed. They tore their clothes and fasted for three days. They reminded their own children who they really were, in that precise moment in wich they were threatened as never before.

When the Haman of the generation gets up and declares ‘let’s cleanse the world of this annoyingly different nation’ Jewish people, those people who a few minutes before were trying to hide who they were, find and affirm their identity, precisely then.

Where was G-d during Purim? Where was He during the tragedies that hit His nation again and again?

G-d is in the awakened faith of those who thought not to have any at all, He is in that Jew who suddenly feels like caring about his identity again.

G-d is in those Jews who risked their own lives to put on tefilin in Auschwitz, while in the comfort of their homes, they never put them on

G-d is in those last recommendations to sons before the train for a safe haven left, ‘Son, celebrate your bar mitzvah, do not forget’.

G-d is the son’s answer, made through the window of that train, ‘but father what does a bar mitzvah mean?’

G-d is the secret meetings to celebrate the seder, at risk of being sent to a gulag for the next fifty years.

G-d is in Daniel Pearls’ words ‘I am a Jew’ when the sword is already coming down on his head.

G-d is always with us though we hardly see Him. He is there, in the Jewish soul that shakes itself from the dust just in those periods in which it should try to hide itself even more.

When Haman rises more and more, when he becomes so important as to to sit unpunished in the U.N, when he can speak loudly and the world claps its hands to his anti-Semitic plans, when being Jewish is the most inconvenient and uncomfortable thing that can happen to you, there you can find G-d.

G-d is there, in the joy, in the proudness of belonging and declaring, despite all odds, ‘I am a Jew’.

Gheula Canarutto Nemni

 

Miracoli scontati

Il sorriso di un bambino.

La magia di un nuovo mattino.

Un raggio di sole che ci colpisce a sorpresa.

Un baffo di cioccolato sul figlio vestito a festa.

 

Un abbraccio inaspettato.

Un amico ritrovato.

Lo sguardo di chi apre il regalo sognato, visto da chi glielo ha regalato.

Un fiore che nasce da un ramo secco.

La capacità di fermarsi, prima che sia troppo tardi.

Tutta una vita a inseguire quella felicità in più che sembra sfuggirci di mano.

Quelle soddisfazioni che siamo certi arriveranno solo se faremo.

Quella sensazione di appagamento che è lì, proprio dietro l’angolo.

L’ombra del domani che porterà con sé quella luce in più e che copre silenziosamente quella che già sta illuminando.

Un’intera umanità a caccia di qualcosa che non si sa.

Mishenichnas adar marbim besimcha. Da quando entra Adar bisogna aumentare la felicità.

Da quando si inizia a ricordare quel miracolo di Purim così ben nascosto nella natura, quel cambio d’umore del re più potente del mondo, quelle coincidenze così perfette da apparire quasi normali, dall’inizio del mese in cui cade Purim, la dose quotidiana di gioia deve almeno raddoppiare.

Giorni da cui trarre la forza per apprezzare quello che si possiede, le piccole banalità e sincronie di battiti cardiaci, di scorrimento del sangue in vene e arterie, di soli che sorgono e tramontano.

La gioia delle cose che ci sono, la felicità delle cose scontate, dei miracoli che non vedi, mimetizzati perfettamente nella natura.

Più che la spaccatura del mar Rosso, più che una vittoria contro nemici potenti, più che la voce di D-o stesso sul monte Sinai, i miracoli più grandi sono davanti ai nostri occhi ogni secondo.

La gioia è protagonista nel mese dell’unica festa in cui la normalità regna. Adar. Il periodo perfetto per alzare gli occhi al Cielo e dire ‘grazie’ per le piccole, miracolose, banalità di ogni giorno.

Gheula Canarutto NemniSchermata 2016-03-20 alle 00.14.28

L’8 marzo è passato. E per l’ebraismo la donna è sempre l’ultimo tassello del creato…

donne Cosa significa essere l’ultimo tassello del creato? Perché D-o mi ha messo in questo mondo dopo gli insetti, le costellazioni, i mari e i leoni? Perché si è preso la briga di formarmi, di darmi la vita, quando c’era già lui sulla faccia della terra? Cosa posseggo io di diverso? Forse porto un valore aggiunto? D-o la guardò e disse. Porta pazienza. Ti darò un livello di profezia più alto, quando ti chiamerai Sarah, moglie di Abramo. Salverai i maschi dal decreto di morte del Faraone quando avrai le sembianze di Miriam e Yocheved. Riceverai la Torah prima degli uomini, perché di te, del tuo senso di appartenenza, della tua responsabilità come portatrice di un’identità, mi fiderò molto di più che del tuo compagno. Entrerai nella terra di Israele insieme alla nuova generazione, tu non mi tradirai con il vitello d’oro. Accenderai le candele di shabat dentro agli armadi, racconterai storie dei tuoi avi ai tuoi figli mentre là fuori li chiameranno marrani. Sarai profetessa, sconfiggerai generali del campo avversario. Scaverai patate dentro ai campi di concentramento invece di mangiartele, pur di dare vita a una fiamma il venerdì sera. Tu, più di ogni altro, sarai la mia compagna fedele. A te il mio popolo, nel Cantico dei Cantici, verrà paragonato. Senza di te, la mia nazione non potrà sopravvivere nel corso dei secoli. E quando proveranno a farmi sentire inferiore perché sono più debole, perché porto i figli in grembo, perché non so fare la guerra, perché il mio animo si smuove per molte più cose? Dì loro che è vero che le fondamenta stanno in basso, anche un po’ nascoste, ma senza di esse l’intero edificio non starebbe in piedi. Rispondi che sono stato Io a decidere chi avrebbe portato i figli in grembo. E ho accordato questo privilegio solo a chi possiede la forza di vivere oltre se stesso. Non è con la forza fisica che si misura il valore di una persona. E la sensibilità d’animo? Sì, anche quella te l’ho messa Io. Perché così sarai in grado di percepire e interpretare ciò di cui, chi non sa parlare, ha bisogno. L’uomo dovrà portare la spiritualità in questa terra. Ma tu avrai la capacità di trasformare la materia in qualcosa di spirituale. Tu, donna, sei l’ultimo tassello del creato. Perché solo tu sarai l’anello che congiungerà il cielo con la terra.

Il mondo e la sua strategia di separazione del popolo ebraico

elal orthodoxHo visto innumerevoli cose nella mia vita.

Ho visto donne con indosso talit e tefilin volere pregare al Muro del Pianto. La notizia delle loro rivendicazioni fare il giro del mondo.

Ho visto una signora 81enne, sopravvissuta della shoà, fare causa alla El Al, la compagnia aerea israeliana, per averla spostata nella business class in seguito alle richieste di un ebreo ortodosso, sì uno di quelli che mette talit e tefilin e osserva lo shabat, che non voleva sedersi accanto a una donna.

Ho visto nemici esultare davanti ai sentimenti che queste notizie fanno nascere nell’animo del nostro popolo. Sentimenti di separazione, di non appartenenza, di divisione interna. Sentimenti di io con quelle persone non ho niente a che fare. Se c’è una cosa che sogna il nemico è vedere gli avversari farsi la guerra e distruggersi tra loro.

Ho visto profughi che bussano alle porte di paesi stranieri, il medio oriente ridotto in macerie. E i mass media dedicare spazi e notizie alle piccole controversie interne di una nazione corrispondente allo 0,2% della popolazione mondiale.

Ho visto un popolo ricevere la più alta rivelazione divina mai avvenuta in terra. L’ho visto pochi attimi dopo pregare a un vitello d’oro, come se la rivelazione non l’avessero mai percepita, come se la voce di D-o non fosse mai giunta alle loro orecchie, come se il Mar Rosso non si fosse spaccato davanti ai loro occhi. Ho sentito Mosè implorare il perdono per quella nazione.

E D-o dire ho perdonato come tu mi hai chiesto.

E poco dopo ho udito Mosè, il loro leader, chiamare tutti gli ebrei in raduno. Vayakhel Moshe’. Mosè li riunì. Avete appena peccato, è vero. Ma non è il peccato ciò che più dovete temere. Ma la separazione tra fratelli.

L’unione fa la forza, disse.

Anche di fronte ai peccati più grandi, anche di fronte alle discese spirituali più eclatanti, se starete insieme, ce la farete.

Sopravvivrete.

I vostri nemici faranno pubblicare notizie su ebrei ortodossi e su litigi davanti al Muro del Pianto.

Sappiate, è una strategia per indebolirvi. Ho visto D-o perdonare l’idolatria assoluta. Ma l’ho visto distruggere un santuario. Per l’odio che serpeggiava tra i suoi figli. Siamo nell’anno di Hakhel, l’anno in cui D-o si aspetta da noi uno sforzo per stare insieme.

Shemà Israel H’ è il nostro D-o, H’ è uno, diciamo ogni giorno. Nostro, di tutti gli ebrei insieme. Solo così nessuna forza esterna potrà mai sconfiggerci.

Gheula Canarutto Nemni

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