No, non te ne sei andata via. Non ti sei allontanata da me. Hai solo voltato l’angolo per andare a cercare qualcosa di importante. 

 E io ti sto aspettando.

La fiamma della candela sta ancora ballando, dentro ci sei tu con i tuoi insegnamenti.

Ci sono le tue storie, quelle che ci ripetevi ogni domenica con infinita pazienza mentre noi saltavamo sul tuo lettone. Tre materassi, uno sopra all’altro. Il più alto che abbia mai visto.

C’è l’amore che passi attraverso il profumo della pasta con il ragù, attraverso il soffritto che canta dentro alla pentola di terracotta. C’è la torta al cioccolato che ci portavi alla fine di ogni partita di tennis, perché le tue bimbe non potevano mai avere fame. 

C’è il rispetto per ogni formica, gli scarafaggi alla cui vista noi scappavamo a nasconderci e che tu raccoglievi dolcemente in una paletta. Posandolo poi sul davanzale della tua casa di Gerusalemme. Ogni creatura ha diritto di vivere e solo D-o può decidere quando riprendersi il respiro di ognuno, mi hai sempre detto.

C’è la musica della tua voce mentre ci canti ‘il suo nome è Amore’ della Turandot, mentre descrivi con le lacrime agli occhi le bandierine con cui gioca il figlio di Madama Butterfly mentre la madre pone fine alla propria vita. C’è l’amore per la cultura, per la musica, per Pascoli e il colle di Leopardi.

C’è il fiato sospeso mentre ci racconti del  filo spinato tra l’Italia e la Svizzera, i cani che abbaiano sentendo la vostra presenza. C’è l’indescrivibile stima per tuo padre che quasi muore di fame, pur di non toccare il cibo non kasher.

C’è il rumore dei  sacchetti neri della spazzatura che ci aprivi come tappeti sulla montagnetta di San Siro, quando Milano diventava bianca davvero per la neve di gennaio. E il tuo sorriso che ci accompagna ad ogni scivolata perfetta. Ma anche ad ogni caduta. 

Ci sono le cinquanta mila lire che ci regalavi con il nonno a ogni compleanno perché i sogni potessero  un giorno diventare realtà. C’è il regalo per la laurea che mi guarda ogni mattina dalla mia biblioteca. E le parole con cui me l’hai messo nelle mie mani. Sei parte della nostra rivincita. Così mi avevi detto. 

E c’è l’amore per D-o e la Torah, la forza motrice di ogni tuo passo, al punto di rischiare la vita tua e dei tuoi cari durante il fascismo, pur di portarti lungo la fuga il tuo libro di preghiera. 

C’è il campanello che suoniamo la domenica mattina e tu che ci vieni ad aprire baciandoci sulle guance senza pronunciare parola. Perché sei in mezzo al tuo dialogo con D-o come ogni giorno della tua vita.

C’è il mio sentirmi importante quando mi portasti con te dall’orafo per ritirare i braccialetti da donare in tre copie uguali alle tue figlie. ‘In tutte le tue strade ritrova D-o’ , avevi fatto incidere sul medaglione attaccato. 

C’è il tuo sguardo chiuso mentre annusi l’etrog durante sukot. 

C’è la mia incapacità di pensare che tutto questo sia sospeso per sempre. 

Il peso delle tue mani sulla mia testa mentre mi dai la bracha, la stessa benedizione che i sacerdoti danno al popolo ebraico, i tuoi mormorii per concentrare in poche parole i desideri per le persone che amavi. 

C’è il mio sogno che li’, dove ti trovi, insieme al nonno, ai tuoi genitori e a tuo fratello, li’ D-o ponga le mani sulla tua testa e dica di nuovo le parole con cui ci hai benedetto dal primo momento  in cui siamo venuti al mondo

‘D-o ti benedica e ti protegga. Faccia D-o risplendere il Suo volto si di te e tu conceda grazia. Rivolga D-o il Suo volto verso di te e ti dia pace’ 

Nonna, ti ritroverò in ogni passo che compio, in ogni sorriso dei miei nipoti, ti ritroverò nella mano che allungo per baciare la mezuza’ all’uscita da casa, nell’orgoglio di essere ebrea mentre il mondo li’ fuori di nuovo ci minaccia. 

Ti ritroverò in ogni abbraccio della mia mamma, in ogni canto degli uccellini.

Ti ritroverò nella fatica di dare agli altri che genera però l’unica vera gioia in questo mondo, come tu mi hai insegnato. 

La cosa più difficile da fare è stata cercare di non piangere per te durante Shabat, poche ore dopo che ci avevi lasciato. Ad ogni lacrima che minacciava di scendere dai miei occhi mi ripetevo la storia che mi avevi raccontato. Di quello zio che aveva perso il figlio durante lo Shabat ma solo dopo l’uscita delle tre stelle si era messo a piangere. Per te, solo per te, ho provato a ingoiarmi le lacrime per venticinque ore. 

Nonna, ti ritroverò nei colori che D-o ci regala ad ogni alba. Ma il mondo per me non avrà mai più la stessa luce. 

Mi mancherai per sempre, nonna Alba. 

Tua Ghilli 

nonna

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