Io, donna ebrea, sto dalla parte del burkini. A una condizione

Schermata 2016-08-18 alle 22.02.23L’ebraismo si basa su un principio fondamentale. Il libero arbitrio. La possibilità di ogni individuo di intraprendere la propria strada.

La Torah, la legge ebraica, suggerisce una via. Sta poi all’essere umano, uomo o donna che sia, seguirne o meno il suggerimento.

Nessuno impone di mangiare kasher, né di rispettare lo shabat.

Nessuno impone di mettere la kippah o di coprire il proprio corpo in spiaggia.

In Israele ci sono spiagge separate per uomini e donne, spiagge miste, spiagge libere e spiagge sorvegliate. Ognuno è libero di scegliere la spiaggia che più gli piace.

Sono ebrea e indosso un costume modesto per andare al mare. Copre le braccia fino al gomito, le gambe fino al ginocchio. Lo indosso per scelta. Non pensavo che il mio costume un giorno avrebbe fatto notizia, finendo sui titoli di tutti i giornali de mondo come minaccia ai valori occidentali.

Tra il burkini e il costume modesto ebraico esiste una differenza.

E si chiama imposizione.

Le donne ebree sono libere di indossare il costume che preferiscono, sono libere di andare nella spiaggia che vogliono. Sono libere.

Alle donne musulmane non sempre è concessa questa libertà.

Il fruscio del burkini ha svegliato improvvisamente l’Occidente dal proprio letargo.

Ha fatto più rumore delle decapitazioni di religiosi nelle proprie chiese, degli accoltellatori nei treni, dei camion che uccidono decine di innocenti lungo la Promenade Des Anglais.

Il burkini è diventato il simbolo della mancata integrazione di milioni di individui sul suolo europeo. La punta di un iceberg che nessuno ha mai osato provare a fare sciogliere nel mare della civiltà.

Non è imponendo il bikini a forza che si risolverà il problema.

Ma forse è più comodo lottare contro il burkini.

Invece di entrare nelle moschee e vietare i discorsi che infiammano con l’estremismo gli animi di milioni di giovani.

Invece di smantellare le reti terroristiche che agiscono indisturbate sul suolo europeo.

Invece di liberare veramente quelle donne. Alle quali, da oggi, verrà impedito anche di andare al mare.

Invece di educare all’accettazione del diverso e all’apprezzamento del valore della diversità.

Invece di imporre il diritto a essere diversi. Vietando il burkini si rischia di scivolare nelle metodiche delle società che impongono il velo integrale. E di vedere, in chi non si adatta al proprio stile di vita, una minaccia alla propria esistenza.

Non combattete contro il burkini o il costume modesto indossato dalle donne ebree. Non sono le religioni che vanno combattute né le loro espressioni. E’ l’imposizione della pratica religiosa. Combattete contro le società che il burkini lo impongono. Combattete contro quei mondi che uccidono la libertà ogni giorno.

Liberate le donne da chi le considera esseri umani inferiori. Non dai burkini, quando li indossano per libera scelta.

Non è con l’imposizione della laicità che cambieremo il corso della storia. Ma con l’imposizione della libertà di scelta.

Libertè è indossare il costume che si preferisce, è camminare per le strade con la kippah in testa senza rischiare di essere presi a calci, a sputi in faccia. E’ andare in chiesa o in sinagoga con la preghiera nel cuore. E non con il timore dell’urlo di morte  di un terrorista.

L’occidente si perde davanti a un burkini. Perché la battaglia contro l’estremismo è, con molta probabilità, già stata persa.

Gheula Canarutto NemniSchermata 2016-08-18 alle 22.05.44

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14 Replies to “Io, donna ebrea, sto dalla parte del burkini. A una condizione”

  1. chiaro che non è l’abito che risolverà il problema ma è altrettanto chiaro che “marchiare” a forza ( NON E’ LIBERA SCELTA VISTO CHE CHI SI RIBELLA E’ BASTONATA O PEGGIO) le donne è reato (da noi) oltre che imbecille !

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  2. Anni fa, a commento di un post che trattava una questione legata all’islam, una ragazza mi ha lasciato questo scritto (lonriporto in parte):

    Mi chiamo Hajar, sono una ragazza di 21 anni e vivo in italia da più di 15 anni. Qui ho frequentato tutte le scuole, mi sono sposata e porto il burqa da tre mesi, non perché qualcuno mi abbia obbligata, anzi, mio marito non voleva neanche che io lo mettessi. Ma ho indossato il burqa perché è una mia libera scelta e perché sono diventata più praticante.
    Nella città in cui vivo non ho trovato nessun problema con i concittandini e la polizia mi ha incontrato più volte per strada e non ha detto niente. […]

    Ecco, se una ragazza vissuta per la maggior parte della vita in Italia, ha preso questa decisione, ritengo sia da rispettare. Non comprendo la discussione nata attorno alla questione burkini, cercando di vietarne l’uso in nome dell’emancipazione della donna. Non lo comprendo soprattutto perché ognuno ha una propria idea di emancipazione e non possiamo certo imporre la nostra a persone che non la condividono.

    Bel post. Grazie per la tua testimonianza.

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  3. La libertà è un concetto molto ampio, come la schiavitù.
    Spesso, mi scopro schiavo delle mie convinzioni ed è proprio quello il momento in cui sento gridare dentro di me la mia voce laica, la voce della libertà dalle mie convinzioni.

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  4. Io sfido chiunque a trovare una donna musulmana, anche una sola, che dichiari in uno spazio pubblico di portare il velo integrale o il burkini perché le viene imposto. Il giorno in cui ne troverò una, forse (forse) potrò prendere in considerazione l’ipotesi, almeno in linea teorica, che qualcuna di quelle che dichiarano di portarlo volontariamente possa essere sincera. E se qualcuno si chiedesse perché allora vanno in giro a dichiarare che lo fanno per propria libera scelta, la risposta è molto semplice. Anzi, le risposte possibili sono due: perché è stato loro ordinato di farlo, o perché quello è il loro mestiere. Nel caso citato da Marisa si tratta chiaramente della seconda ipotesi, per via di quel “anzi, mio marito non voleva neanche”, che è un inconfondibile marchio di fabbrica della dichiaratrice di volontarietà professionista. Estremamente significative anche le aggiunte successive: i concittadini che non le danno problemi, la polizia che non dice niente. Che cosa ha a che fare questo con la questione della volontarietà? Assolutamente niente. Che cosa aggiunge al merito della questione? Assolutamente niente. Perché lo scrive, allora? Per propaganda, pura propaganda: donne, imburkatevi pure, che non ci sono problemi. Senza contare che il burka copre il viso, cosa vietata per legge: davvero possiamo credere che a nessun poliziotto sia rimasto un barlume di rispetto per la legge? Aggiungo ancora che l’islam, in fatto di abbigliamento, chiede di non attirare l’attenzione: girare in burka o niqab in una città europea è davvero il modo migliore per non attirare l’attenzione? Quello non è rispetto per una norma religiosa: quello è puro esibizionismo messo in atto come sfida alle nostre leggi e come rivendicazione della propria superiorità su di noi.
    PS: come ben sa Gheula, e forse anche qualcun altro, di islam e dintorni mi occupo intensamente da oltre quindici anni, cosa che mi ha fruttato, oltre a vagonate di insulti, anche una discreta botta di minacce di morte. Intendo dire: so di che cosa sto parlando, e le favolette buoniste e zuccherose con me non attaccano.
    PPS: Mi permetto di aggiungere un link a un articolo di Silvana De Mari, scrittrice e medico, la cui lettura ritengo utile: http://www.silvanademari.com/veli/benefici.htm

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  5. Aggiungo ancora un paio di cose.
    La parte superiore del burka, quella che si infila sopra la testa e copre testa viso e spalle, è strettissima intorno alle tempie, per non rischiare che scivoli, e provoca micidiali mal di testa: è davvero credibile che una donna si sottoponga volontariamente a una simile tortura?
    Il burka, come il niqab, consente unicamente la visione frontale: è credibile che una donna si esponga volontariamente al rischio di finire sotto una macchina ogni volta che attraversa una strada?
    Il burka, come il niqab, impedisce di respirare liberamente, creando situazioni di semisoffocamento: è credibile che una donna scelga volontariamente di rinunciare alla più elementare delle funzioni vitali?
    E infine: nell’Afghanistan pre-talebani il burka era l’abbigliamento che usavano le prostitute, per non essere riconosciute, il che la dice lunga su come i talebani consideravano le donne: è credibile che una donna – presumibilmente non propensa al sesso mercenario – scelga liberamente di andare in giro vestita come una prostituta?

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