capodanno ebraico, rosh ahshanaD-o. Non so perchè Tu mi abbia messo al mondo, perché Tu ti sia preso la briga e dedicato del tempo per formare il mio corpo, per dare vita col Tuo respiro alla mia anima.

Presumo avessi in mente un piano speciale per me.

Altrimenti non sarei qui adesso.

Non so se ho fatto buon uso del tempo che mi hai concesso finora. Se ho sfruttato ogni minuto che mi hai regalato per migliorare me, per illuminare il mondo che mi sta intorno, per fare crescere i miei figli nella strada giusta della Torà, per dire ti voglio bene a chi mi sta accanto. Ne dubito molto.

Perché essere umani non è facile, come ben sai.

Hai messo sulla nostra strada miriadi di tentazioni, infinite scelte sbagliate abbaglianti che ci richiamano come sirene, col rischio di farci naufragare in ogni istante. A essere ottimisti probabilmente commettiamo un errore al minuto.

Eppure siamo di nuovo qui e troviamo il coraggio di bussare alla Tua porta. Per chiederti un anno buono, colmo di abbondanza, di serenità, di amore e salute.

Quando si torna a casa, da chi ci vuole bene, non sono le frasi che contano.

Basta uno sguardo, un’emozione, un abbraccio.

A Rosh Hashanà noi torniamo a casa e non sono solo le parole ad accompagnare il nostro rientro.

E’ un suono, quello dello shofar. Privo di vocali e consonanti, senza frasi su cui è necessario concentrarsi.

Lo shofar è come  il campanello di casa.

E’ il nostro segnale per dire sto arrivando, sto ritornando, per avvertire chi sta dietro la porta. Puoi esserti sporcato lungo il viaggio, puoi avere pensato, detto o compiuto cose diverse da quelle che che avresti dovuto. Puoi avere dimenticato la lingua di casa, le usanze della tua famiglia. Puoi avere ignorato le indicazioni che ti erano state suggerite.

Puoi avere persino dimenticato la strada.

Un ebreo, a prescindere dal percorso che abbia intrapreso, dalle scelte che abbia messo in atto, da tutto che ciò ha accantonato, nascosto, ignorato, un ebreo è sempre il benvenuto nella casa del proprio Padre.

Per farci aprire la porta basta un semplice suono, un po’ singhiozzante, varcare la soglia e cercare Chi ha creduto in noi dal primo istante, in cui ha deciso che il mondo, senza di noi, non avrebbe potuto farcela.

Teshuvà significa ritorno. D-o ci sta aspettando.

Shanà tovà umetukà

Che sia un anno dolce e colmo di buone cose

Gheula Canarutto Nemni

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