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In questi giorni nei quali tanto si discute del voto dell’Unesco sui luoghi sacri agli ebrei, sorge una domanda. Ai cristiani di tutto il mondo.

Non è facile preservare la propria identità, dare continuità a quello in cui si crede. Il passaggio di padre in figlio rischia sempre di fare perdere qualche pezzo di quello che si vuole trasmettere, per strada.

Non è così naturale che tra cento anni ci siano ancora persone che la pensano come pensiamo noi oggi, che alzino gli occhi al cielo invocando aiuto e protezione dalla stessa Entità in cui noi crediamo.

Fare sopravvivere l’ebraismo fino ai nostri giorni, è stata un’impresa ardua.

Per trasmetterlo intatto, immutato, con lo stesso cocktail di fede, di domande, di dubbi e risposte, di studio e osservanza, ci è voluto un impegno infinito.

E una narrazione sempre uguale a stessa, senza alcuna interruzione.

Per la nazione ebraica la narrazione dei fatti avvenuti nel passato, non è una semplice storiella con alcuni insegnamenti morali. La storia, per gli ebrei, è la linfa vitale che l’ha tenuto in vita. La storia è la connessione con le radici, il collegamento con le origini, il cuore degli avi che batte nel cuore dei discendenti.

Tre volte al giorno, quattro durante il sabato e le feste, gli ebrei volgono il corpo e la mente verso la storia. Verso Est. Mizrach. Verso Gerusalemme, dove una volta stava il santuario e ora c’è solo un Muro a dare vita ai ricordi. Cerchiamo Est e troviamo re Davide e re Salomone, il grande sacerdote. Ritroviamo la civiltà ellenistica, gli imperatori romani e i loro decreti contro la l’osservanza della Torah.

Judea capta per il mondo è l’incisione su una moneta antica, un’epigrafe per celebrare la vittoria di un impero che non esiste più. Per gli ebrei Judea capta è un matrimonio la cui celebrazione non è completa senza un bicchiere rotto sotto al piede dello sposo in memoria del santuario di Gerusalemme distrutto, è una serie di digiuni che culminano nel digiuno del 9 di Av, in cui si piange per fatti avvenuti duemila anni fa, con lacrime vere.

Est per gli ebrei non è un punto cardinale. È una direzione verso la quale, per migliaia di anni, si sono rivolti i cuori.

Il pane azzimo, i digiuni, i cedri, le capanne, l’est. Sono i dettagli immutati, la ripetizione senza apportare alcun cambiamento, di una narrazione identica nel corso del tempo.

L’identità si tramanda con la consapevolezza di appartenere a qualcosa di certo.

E poi viene l’Unesco e con la votazione di decine di stati totalitari, paesi in cui nessuno gode del diritto di voto, cerca di riscrivere la storia.

Quella stessa storia che gli ebrei si tramandano da migliaia di anni.

E che, in teoria, si tramandano anche i cristiani.

In teoria. Perché il silenzio del papa, del mondo cristiano, degli ultimi giorni, fanno sorgere qualche dubbio.

Quando qualcosa è tuo, quando vivi da sempre solo per preservarlo, quando la tua vita oggi non sarebbe la stessa se i tuoi avi non avessero calpestato quel pezzo di terra, quando tutte le tue celebrazioni rimandano a quella storia, non permetti a giochi geopolitici di cancellare in pochi attimi quello che la tua fede ti ha sempre raccontato.

Il mondo cristiano sta accettando passivamente che si modifichi la propria, di storia.

Cari cristiani, ribadire l’origine ebraica di Gerusalemme e dei luoghi sacri è avere la speranza che tra cento anni ci siano ancora persone che condividono e a loro volta trasmettono la stessa fede e il desiderio profondo, di rimanere uguali a se stessi.

Gheula Canarutto Nemni

 

 

 

 

 

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