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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

Month

December 2017

Chanuka. E se fossi tu il responsabile del destino del mondo?

Se percepisci il vuoto come assenza di quella cosa che avrebbe potuto esserci.

E il silenzio come quelle parole mancanti che nessuno ha ancora avuto il coraggio di pronunciare.

Se senti il peso inesistente del nulla come un’entità incombente.

Ricordati di quell’epoca in cui un popolo conquistatore emise degli editti contro una piccola nazione.

Riporta alla memoria la storia di quello sparuto gruppo di ebrei che ha deciso di ribellarsi contro la repressione.

Racconta ai tuoi figli il coraggio dei maccabei, poche persone che sfidarono i molti e il miracolo di quella fiamma rimasta accesa  contro ogni legge fisica e pronostico.

Se senti che qualcosa non va nel tuo mondo, se percepisci la necessità di aggiustamento, non fermarti perché ti sembra non esserci nemmeno un’ampolla intatta di olio puro.

Non ti arrendere anche se davanti a te c’è il nemico più forte del mondo.

Ce la puoi fare.

A colmare quel vuoto,

a dare consistenza a qualcosa che ancora non esiste,

a pronunciare quelle parole che cambieranno il destino di molti.

Non sei solo nella tua sfida come non lo erano i tuoi avi.

C’è il Tuo Creatore che amplificherà le tue azioni.

Ma sappi che lassù c’è Qualcuno in attesa della tua introduzione, del tuo calcio d’inizio,  del tasto start premuto senza timore.

D-o aspetta il tuo incipit, il tuo input iniziale, le prime righe di un manifesto mai scritto prima di adesso.

Tutto il creato rimane in sospeso finché una persona prende il coraggio in mano per provare a cambiare quello che c’è là fuori.

E quando un uomo decide di darsi da fare, di tentare nonostante tutto sembri remargli contro, allora in Cielo si inizia a danzare e la risposta di D-o si muove al ritmo delle azioni.

D-o ha programmato il mondo in modo che sia l’essere umano a dare il via ad un nuovo processo.

Discendiamo da avi che accendono la prima fiamma sapendo che poi D-o dirà: ci penso io alle altre.

Quando guarderai la fiamma di Chanukà muoversi quest’anno, sappi che ti sta parlando.

E’ la tua fiamma che il mondo sta aspettando.

Sei tu, solo tu, la persona da cui dipende il cambiamento.

Buon Chanukah!

Gheula Canarutto Nemni

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Ma chi l’ha detto che Gerusalemme appartiene agli ebrei?

Abramo fu il primo individuo della storia a capire che D-o esiste e guida il mondo.

E D-o chiamò Abramo e gli disse ‘Abramo’ e Abramo rispose ‘eccomi’. E D-o gli disse ‘Prendi per favore tuo figlio, l’unico che hai, quello che ami, e dirigiti verso la terra di Moriah e portalo in sacrificio su una delle montagne che ti farò vedere’.

Abramo si svegliò al mattino presto, affrettandosi a compiere il comandamento divino.

Arrivò alla terra di Moriah e lì cercò di offrire il proprio figlio in sacrificio a D-o. Un angelo lo chiamò giusto in tempo per fermarlo.

Abramo allora prese un montone e lo sacrificò al posto del figlio. E Abramo chiamò quel posto ‘D-o vedrà’. Fino ad oggi quella è la montagna della rivelazione di D-o dove D-o può essere visto (Genesi 22:2)

Quella terra, chiamata nella Torah terra di Moriah e in seguito D-o vedrà, corrisponde oggi a Gerusalemme..

In quel posto Davide, primo re di Israele, costruì il proprio palazzo reale, proclamando Gerusalemme capitale del regno.

Su quel fazzoletto di terra il figlio di re Davide, Salomone, costruì il primo santuario ebraico, seguendo le istruzioni che D-o gli aveva dato.

Nel 578 prima dell’e.v  Nabuccodonosor conquistò il regno di Israele, distrusse il primo Santuario e diede vita al primo esilio del popolo ebraico. Sulle rive di Babilonia dove stavamo seduti e piangevamo mentre ricordavamo Sion.

Dopo settanta anni Ezrah e Nechemia, due profeti ebrei, ricostruirono il santuario di Gerusalemme.

Arrivarono i greci- siriani e provarono, non riuscendoci, a conquistare quel minuscolo pezzo di terra.

La nazione ebraica continuò a vivere ancora per qualche secolo in pace e a compiere per tre volte all’anno i pellegrinaggi verso Gerusalemme prescritti nella Torah.

Arrivarono i Romani e distrussero il secondo Santuario nel 70 e.v. Gli ebrei si sparsero in molti paesi del mondo.

Negli ultimi 1947 anni gli ebrei non hanno mai smesso di menzionare Gerusalemme nelle proprie preghiere, hanno continuato a volgersi per tre volte al giorno verso Gerusalemme per pregare, ad ogni matrimonio hanno infranto un bicchiere cantando tra le lacrime ‘se ti dimenticherò Gerusalemme verrà dimenticata la mia mano destra’.

Gli ebrei non hanno mai smesso di vivere a Gerusalemme, fisicamente e spiritualmente, resistendo ai conquistatori che si presentavano periodicamente alle sue porte, cercando di farvi ritorno sfidando neve, deserti e briganti. Non c’è stato un solo minuto senza respiro ebraico nella Città Santa.

Caro Presidente Trump,

Grazie per averci ricordato che gli ebrei non vivono in Israele perché amano particolarmente le sfide, le difficoltà, il clima desertico e le alte temperature.

Non viviamo in Israele perché non abbiamo trovato casa in nessun altro posto.

Se siamo lì e non in Uganda,  se continuiamo a volgerci verso est, verso Gerusalemme, è perché proprio lì il nostro primo patriarca Abramo ha dimostrato il proprio amore e la propria devozione a D-o.

L’ebraismo non è una cultura, non è solo una lingua, un insieme di tradizioni, non è solo una lunga catena di storia, sacrificio e amore.

L’ebraismo non è solo un modo di pensare, amore per la conoscenza, per l’innovazione e per la pace.

L’ebraismo è tutto questo e molto di più.

Ma c’è un elemento essenziale senza il quale non sarebbe arrivato fino ai nostri giorni. Qualcosa che ha resistito alle tragedie, alle persecuzioni, all’odio irrazionale. Quella cosa si chiama fede. Fede nel Re Creatore del mondo.

Gerusalemme è il simbolo dell’amore eterno degli ebrei per D-o.

Perché noi madri italiane spingiamo i nostri figli a lasciare l’Italia

Chiudo la porta dietro di me. Dall’altra parte mio figlio, 23 anni.

Penso a quando era piccolo, a come ho lottato per tenerlo accanto alla famiglia in tutti questi anni.

Penso alle sue parole mentre prepara la valigia ‘mamma, qui in Italia per noi non c’è futuro’.

Immaginavo di avanzare negli anni e trovarmi accanto figli, figli di figli, un tavolo grande in cui le sedie non sarebbero mai state abbastanza.

Mi ritrovo a cercare le offerte per i voli per andare a vederli nel paese dove hanno intravisto possibilità che sul suolo natio non hanno più.

L’Italia sta tradendo i suoi figli, sta tradendo anche i miei, di figli.

Il nostro paese sta abbandonando chi vuole darsi da fare, castigando chi osa buttarsi in un’impresa diversa.

L’Italia punisce chi riesce, nonostante tutto, a produrre valore.

Trattiene l’Iva a chi va a credito, tiene in ostaggio i profitti sudati con coraggio e fatica.

Rende le pratiche così complicate che ci vogliono almeno tre commercialisti prima di capire quante tasse dovresti pagare.

E soprattutto l’Italia non premia.

Non premia chi ha talento, ingegno, chi osa pensare sopra alle righe.

Non ringrazia chi si mette dietro a un microscopio per cercare di capire il nesso tra un Dna impazzito e un tumore raro. Dovrebbe essere il ricercatore a ringraziare se l’istituto dove fa ricerca, bontà sua, lo paga il minimo per arrivare a fine mese.

Nel resto del mondo il progresso cammina inesorabile facendo vincere premi agli italiani che hanno avuto la preveggenza di fare valigia e guardare al nostro paese solo come meta di vacanza e di svago.

In Italia chi sta fermo avanza lentamente e chi si muove viene sbattuto all’inizio della corsa con la speranza che si stanchi di correre.

E’ così triste dovere dire addio ai tuoi figli, salutare i tuoi nipoti solo attraverso un cellulare.

E’ terribile vedere la casa svuotarsi e sapere che, se sei fortunato, si riempirà per le feste.

Ti senti impotente davanti a un paese che, pur di non permettere alle nuove generazioni di minacciare l’inamovibilità delle vecchie, lascia scappare  in silenzio talenti e potenziali.

Ma non c’è altro da fare che asciugarsi le lacrime e augurare ai nostri figli che arrivino in paesi dove possano crescere, spaziare, inventare.

Che arrivino in posti dove le domande non rischino di minare l’autorità del docente, dove la loro curiosità venga accolta con soddisfazione da chi l’ha risvegliata e non con stizza perché disturba il ritmo della lezione.

Chiudo la porta dietro di me.

Dall’altra parte mia figlia, 21 anni. Anche lei sta partendo.

Prego che a destinazione trovi un sistema che premia il merito, una società dove la capacità di un individuo sia vista come un punto di forza e non una minaccia per chi è già arrivato.

Lo so, nessun posto là fuori, è davvero perfetto.

Sicuramente anche lì, dove stanno andando, troveranno ostacoli da superare.

Ma non sono gli ostacoli, cara Italia, che mi fanno paura.

Sono queste mura innalzate dal mondo del lavoro, sono le persone che gridano a chi vuole tentare una nuova strada: noi qui spingiamo solo slitte già in discesa.

C’era una volta un’Italia creativa dove la gente si  muoveva al ritmo delle nuove idee che balenavano in testa. C’era una volta un’Italia che osava, che si rimetteva in gioco per inventarsi un domani diverso.

«A volte la gente mi chiede: “Qual è il più grande risultato che hai raggiunto nella tua vita o che raggiungerai in futuro?” Io rispondo citando il grande pittore Mordecai Ardon, che diceva: “Il quadro che disegnerò domani”. È anche la mia risposta», così ha detto Shimon Peres.

Prego che i miei figli trovino un terreno che accolga il cavalletto con la loro tela e che possano dare vita al quadro che hanno da sempre sognato senza temere che qualcuno dica: hai usato i colori sbagliati.

Gheula Canarutto Nemni

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