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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

Month

April 2018

Quando il 25 aprile l’Anpi sfila accanto ai nuovi fascisti

Buon 25 aprile a voi che nascondendovi sulle montagne e rischiando la vita giorno e notte, avete combattuto affinché le dittature e i governi di pochi diventassero ricordi storici di un passato sepolto.

Che la vostra memoria possa esserci d’aiuto a ricordare quanto sangue ha dovuto essere sacrificato per liberare la storia dal razzismo e garantire diritti uguali per tutti.

Buon 25 aprile ai soldati ebrei che riposano nei cimiteri italiani dopo avere attraversato mari e monti per liberare l’Italia e l’Europa dalle aberrazioni naziste e fasciste, ragazzi che hanno lasciato la terra di Israele nella quale erano appena approdati, che hanno convinto i loro generali a riunirli in battaglioni di idealisti,

voi della Brigata Ebraica che non avete voluto delegare l’onore di combattere per vedere l’alba di una nuova era in cui gli ebrei non sarebbero stati perseguitati e massacrati, in cui la vita umana sarebbe diventata un valore supremo.

Buon 25 aprile a voi che sfilate nelle vie delle città italiane che sono state liberate da uomini audaci, caparbi, che hanno visto nella democrazia e nella libertà, l’unica via per governare in maniera giusta il popolo.

E a voi dell’Anpi,

voi che scrivete sulle vostre pagine ‘ci aspettiamo che tutti accolgano con fraternità tutti i simboli delle formazioni combattenti e partigiane della Resistenza e della Guerra di Liberazione che sfileranno con noi’ e che dichiarate che ‘durante il 25 aprile la priorità è la risposta al fascismo di ieri e al fascismo di oggi’

fermatevi un attimo a guardare accanto a chi state sfilando.

Domandatevi se i partigiani, quelli veri, avrebbero  camminato accanto a persone il cui ideale supremo è guerra contro chi non professa la stessa religione, il cui sogno più grande è l’annientamento di uno stato in cui vivono i figli e i nipoti di quei rari scampati alla macchina di morte del nazismo e del fascismo.

Chiedetevi se dando voce e spazio a persone che si fanno saltare sugli autobus e nei bar per fare a pezzi più civili ebrei possibili, invece di portare alto il vessillo della democrazia non lo state calpestando a terra e disonorandolo.

State passeggiando accanto a individui che distorcendo il valore della resistenza, fanno uso dei propri figli come scudi umani, mettono rampe di missili all’interno di ospedali e di scuole, caricano di tritolo bambini di dieci anni promettendo loro paradisi e gioia eterna.

Se questi sono i valori fondamentali che volete ‘siano condivisi molto largamente per un momento di festa inclusivo e aperto a tutti coloro che condividono i valori posti alle fondamenta della nostra Repubblica’ come si legge sul vostro sito,

se questi pensate siano i principi per i quali i veri partigiani si sono sacrificati,

se pensate che vedendovi sfilare accanto a chi urla nel 2018

‘a morte gli ebrei!’

e inneggia alla guerra santa per riportare la macchina della storia indietro al medioevo,

se ritenete i loro ideali di distruzione e di morte, allineati ai vostri,

non scrivete sul vostro sito che ‘le ragioni del 25 aprile stanno come monito e risposta per non soccombere ai vecchi e ai nuovi fascismi’.

Società civile è Israele che con il suo milione di arabi insegna al mondo cosa significhi la vera convivenza tra i popoli, che permette ai suoi deputati arabi che siedono nel parlamento israeliano, di urlare contro lo stato in cui vivono.

Mentre nei paesi arabi limitrofi vengono massacrati uomini, donne e bambini nel silenzio complice e assassino di tutti, compreso il vostro.

Stati in cui nessun ebreo può entrare se non vuole uscirci in una cassa da morto.

I veri partigiani si sono sacrificati in nome di valori che nei vostri cortei, state offuscando.

E voi oggi, sfilando accanto a quei gruppi che inneggiano la distruzione di una democrazia per instaurare una teocrazia, state dando voce al vecchio antisemitismo che si è ripresentato puntuale, stavolta indossando kefiah al posto della croce uncinata.

Gli slogan vuoti a cui non fanno seguito azioni allineate, non sono questi che hanno permesso alla democrazia di scrivere una nuova pagina della nostra storia.

I nuovi fascisti stanno sfilando accanto a voi, si stanno facendo largo nella società democratica facendo uso dei vostri stendardi.

Le nuove pagine della storia le state scrivendo anche voi, ANPI e sono l’introduzione a un domani in cui anche le vostre bandiere verranno bruciate.

Gheula Canarutto Nemni

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Gli ultraortodossi e lo Stato di Israele

Negli anni ’70, la mia nonna venne eletta presidentessa di una importante associazione femminile ebraica.

Al suo discorso di insediamento parlò della alià, il ritorno alla terra di Israele, il sogno costante ed eterno del popolo ebraico.

Ma aggiunse, non lo chiamiamo

chazarà, ritorno,

ma alià, salita.

Eppure la terra di Israele non si trova a 3000 metri sopra al livello del mare.

C’è scritto nella Torà che gli occhi di D-o sono costantemente sulla terra di Israele, dal primo giorno dell’anno all’ultimo. La terra di Israele è il posto più sacro del mondo, per questo definiamo alià, il nostro ritorno.

Per potere vivere in Eretz Israel dobbiamo salire spiritualmente, migliorando costantemente il nostro rapporto e dialogo con D-o.

Questa terra, disse la mia nonna, dobbiamo guadagnarla con i nostri meriti.

Il suo incarico durò un giorno. Alià, per i membri dell’associazione, era da interpretare come la salita sulle scale dell’aereo con destinazione Tel Aviv…

Il 17 luglio del 1977, poche ore prima dell’inizio dei trattati di Camp David, Menachem Begin si recò dal Rebbe.

Vengo a domandare la benedizione del Rebbe prima dell’incontro, disse Begin ai giornalisti.

Perché il popolo ebraico è un popolo eterno e il nostro destino non dipende da un incontro tra leader politici, aggiunse.

Il Rebbe completò la sua frase.

La nostra esistenza dipende dalla nostra spiritualità, dal nostro attaccamento a Torà e Mizvoth. E’ questo il segreto della sopravvivenza del popolo ebraico.

La vita in terra di Israele, non deve limitarsi ad un insediamento materiale, ma deve essere un insediamento spirituale.

Ricordatevi, disse il Rebbe, che la terra di Israele è stata da D-o in regalo a tutto il popolo ebraico.

Daresti indietro un regalo che ti è stato donato con così tanti miracoli, con così tanto amore?

Nessun ebreo ha il diritto di dare ad altri popoli una parte della terra di Israele.

Questa terra appartiene a noi da quando D-o l’ha promessa ad Abramo.

E noi dobbiamo insediarla come la insediò Abramo, trasformandola in un posto in cui si percepisce la Torà, in cui ci si innalza spiritualmente, per farla diventare un faro di luce tra le nazioni.

Sionista è chi ama la terra di Israele a tal punto da essere pronto a raffinarsi spiritualmente per poterla meritare di nuovo ogni giorno.

Gheula Canarutto Nemni

Roberto Saviano e il cecchino israeliano

Roberto Saviano,

Il mestiere del giornalista è un mestiere importante, difficile e colmo di effetti collaterali.

Una fotografia di una modella ritoccata potrebbe portare una bambina di 13 anni a suicidarsi perché troppo grassa, un titolo imparziale potrebbe spostare l’ago della bilancia delle elezioni.

Un tweet senza previa informazione, ma pensato forse per avere tante condivisioni, può diventare un’arma in mano a dei giustificatori di assassini.

Quando un giornalista del tuo calibro scrive, sa di essere letto. E molto.

Sa di potere influenzare il pensiero di tanti.

Sa che i suoi lettori immaginano che la verità sia stata appurata a priori.

Quando hai twittato sul video dei soldati israeliani che commentano sul palestinese a cui viene sparato al confine, quanto tempo hai dedicato per approfondire la notizia prima di trasformarla in un insieme di parole fazioso?

Quante fonti hai consultato per capire quando si fosse svolta la vicenda e in che modalità? Perché il tutto è accaduto a fine dicembre 2017 e non negli ultimi giorni.

Sei sicuro che chi sta esultando nel video sia chi sta sparando per difendere il proprio paese? Perché chi sta sparando si trova altrove e chi sta facendo le riprese sta solo monitorando il campo.

Hai sentito nel video i ragazzi dire: ‘c’è un bambino accanto a lui, non può sparare’? Perché i soldati israeliani anche se trovano di fronte a loro il terrorista più ricercato al mondo, non prenderebbero il rischio di ferire un bambino che gli sta accanto.

Hai indagato sull’identità della persona a cui stanno sparando? Sai che gli e’ stato sparato alle gambe solo per neutralizzarlo?

Per essere un giornalista che contribuisce a migliorare il nostro mondo non basta coprirsi la bocca per condannare l’uso dei gas in Siria. I gesti simbolici costano poco e fanno tanto effetto mediatico.

Un giornalista dovrebbe fornire commenti su fatti esistenti, la sua indignazione rivolta ad eventi deplorevoli realmente accaduti.

Il giornalista è la lente attraverso la quale i lettori decifrano il mondo.

‘Se qualcuno di voi vorrà fare questo mestiere, sfuggite alla tentazione dello scoop. Ricordate che esso è la scorciatoia dei somari. Se volete fare questo mestiere, ricordatevelo bene. È un mestiere che richiede molta umiltà, molta e il protagonismo è in contrasto con questa legge fondamentale’, disse Indro Montanelli nella sua ultima lezione di giornalismo.

Gheula Canarutto Nemni

Noi sottoscritti Vauro, Boldrini, Papa Francesco, insieme con i giornalisti dell’Ansa, ci impegniamo a commemorare gli ebrei e a rispettarne la memoria

A noi gli ebrei piacciono così.

Ci piacciono dietro i cartelli ‘il lavoro rende liberi’, con addosso solo la pelle.

Ci piacciono mucchi di cadaveri esposti alla neve e al vento finché qualcuno verrà a fotografarli per dire che si’, è stato davvero.

A noi gli ebrei piacciono con gli sguardi impauriti in bianco e nero, esseri indifesi portati alla morte davanti ai sorrisi degli indifferenti.

Ci piace commemorarli questi ebrei, ci piace aprire musei con i loro oggetti rituali conservati a dovere.

A noi gli ebrei piacciono quando stanno zitti, quando viene tolto loro il diritto di parola. Ci piacciono quando i fucili sono puntati verso di loro. Ci piacciono prostrati a terra, espropriati, espatriati, deportati, massacrati. Ci piace averne pena.

Invece questi ebrei hanno alzato la cresta.

Osano impugnare le armi per difendere la loro terra, quel fazzoletto che l’Onu ha pensato di concedere loro come rifugio dopo che sei milioni di loro erano stati trucidati nei nostri stati, nel nostro continente, nel nostro mondo, con l’aiuto della nostro silenzio e della nostra indifferenza.

Parlano, discutono, controbattono persino, questi discendenti di Abramo.

Hanno addestrato i loro figli a non farsi più portare come bestie al macello.

Hanno insegnato il diritto alla vita anche degli ebrei, nonostante gli sia stato negato per secoli e secoli.

Ma chi si credono di essere per definire terrorista chi imbraccia mitragliatrici per falciarli nei bar, nei ristoranti, chi si imbottisce di tritolo e di chiodi per continuare il lavoro dell’inquisizione, dei progrom, dei nazisti?

Questi ebrei così presuntuosi da arrogarsi il diritto di vivere nel proprio stato.

Rinuncino a quelle terre contese e vegano da noi.

Non possiamo certo assicurare loro una vita serena, magari permetteremo pure che li uccidano ogni tanto davanti alle loro scuole, chiuderemo gli occhi davanti alle loro nonne pugnalate in casa , ai loro giovani uccisi mentre fanno la spesa.

Ma noi, noi idealisti, pacifisti, noi sottoscritti

Papa,

Vauro,

Boldrini,

Erdogan,

giornalisti dell’Ansa e delle Iene.

Noi, gli ebrei, li commemoreremo sempre con estremo rispetto.

Noi per gli ebrei avremo un occhio così di riguardo, ci concentreremo così tanto su di loro, da dimenticare le stragi di siriani, di curdi, ci focalizzeremo così tanto sul popolo ebraico da concedere a Erdogan la parola sui diritti dell’uomo mentre li starà lui stesso violando dietro a casa nostra.

Dedicheremo in ricordo degli ebrei una targa, un giardino, un bell’articolo una volta all’anno, delle pietre d’inciampo, una vignetta satirica.

Né dal tuo miele ne’ dal tuo pungiglione, disse Giacobbe a Esaù quando si ritrovarono dopo molti anni.

Shalom, chi usa la parola pace, chi ci crede davvero, deve essere shalem, intero, coerente.

Pretendete dagli altri ciò che pretendete dagli ebrei.

Applicate gli stessi criteri umanitari, la stessa etica e la stessa morale a tutta l’umanità, ebrei e non ebrei, in maniera obiettivamente indistinta.

Allora ci sarà Shalom davvero.

Gheula Canarutto Nemni

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