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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

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May 2018

Lettura riservata alle persone di religione ebraica. Se non sei ebreo sei pregato di non andare avanti a leggere

 

Se non sei ebreo non leggere queste righe.
Difficilmente ti riguardano.

Se non sei ebreo non ti sei mai sentito braccato.
Non ti sei mai trovato di fronte a un mondo che valuta le tue azioni con standard altissimi mentre chiude gli occhi sulle azioni degli altri, a iniziare da quelle dei tuoi nemici, giustificandone ingiustizie e immoralità assoluti.

Se non sei ebreo non leggere queste righe. Non ti immedesimeresti mai in questo sentimento di rabbia, di impotenza, nei confronti dell’umanità che continua imperterrita da migliaia di anni a mentire sul tuo conto e a inventare false accuse contro di te basate sul nulla.

Se non sei ebreo non puoi capire come ci si senta a fare uscire i propri figli con la kipà in testa come se indossassero la divisa dell’esercito nemico, a camminare per la strada e sentirsi urlare ‘assassino di bambini!’ quando tu non faresti del male nemmeno ad un insetto.

Non puoi immaginare lo stato d’animo di un ebreo che apre le notizie e trova una serie infinita di righe faziose, basate su due o tre agenzie di stampa che raccontano la realtà attraverso filtri distorti dalla mancanza di obiettività.

Intere pagine false che accendono l’immaginario collettivo facendoci ritornare con il naso aquilino e le dita ad artiglio.

Notizie che ci trasformano in bevitori di sangue, in assetati di potere e di terra. In persone insensibili al dolore e alla sofferenza degli altri. Questi ebrei, da vittime disperate a carnefici senza cuore…

Se non sei ebreo non ti soffermare a cercare di capire. Non c’è logica nell’odio contro gli ebrei, nell’antisemitismo, non c’è nulla che possa giustificare il giudizio di persone che, senza nemmeno conoscerci, ci dipinge come i peggiori esseri umani nella propria immaginazione

Solo un ebreo può percepire sulla propria pelle i commenti perfidi di persone buone con tutti, anche con i cani randagi, ma con gli ebrei no perché loro si sa, hanno sempre torto.

Siamo soli, cari ebrei, siamo soli tra settanta lupi affamati.
Siamo soli, ma lo siamo sempre stati.
Gli amici vanno e vengono. I nemici? La storia non ce li ha mai fatti mancare. Mai.

Ma forse siamo soli anche perché le nostre manie danno fastidio.
La mania di portare luce, anche se fuori regna il buio profondo, l’abitudine tutta ebraica di non illuminare mai solo le proprie stanze, ma indirizzare le fiamme delle proprie candele anche verso le stanze degli altri. Perché, così ci insegnano da quando siamo piccoli, l’ebreo non può mai pensare solo a se stesso.

Quel sentimento connaturato che ci fa piangere per Ronen Lubarsky, soldato ucciso da una ‘innocua lastra di marmo’ come se l’avessimo conosciuto da quando è nato, che ci fa percepire profondo nel cuore il grido di dolore della madre che ha appena perso il figlio soldato.

Quella paura che ci attanaglia l’anima quando vengono sparati missili a 3600 chilometri da casa nostra e sentiamo che la nostra vera casa è più lì in mezzo al deserto e alla nostra storia dove possiamo essere chi siamo, che qui, nelle quattro mura dove viviamo ogni giorno sotto agli sguardi accusatori di chi non sa nemmeno chi siamo.

Se non sei ebreo non potrai mai capire a fondo le parole di Golda Meir quando diceva che la punizione peggiore per un soldato di Israele è essere costretto ad uccidere il proprio nemico.

Se non sei ebreo e sei arrivato fino in fondo a queste righe, prendi un minuto del tuo tempo prezioso per interrogare la tua obiettività morale e cercare di capire come hai permesso alle notizie faziose di farti dimenticare le tragedie che avvengono a poche migliaia di chilometri da dove vivi e farti focalizzare solo sulla necessità del popolo ebraico di difendersi da chi li vorrebbe di nuovo nelle camere a gas.

E se sei ebreo ricordati.

Se D-o ti ha fatto arrivare fino ad oggi, facendoti sopravvivere tra chi ti avrebbe voluto spazzare via dalla faccia terra, è perché hai ancora una missione da portare a termine.
Continuare a essere la voce fuori dal coro, la fede dove non c’è più speranza, la coscienza che ostacola l’assuefazione alla normalità del male.

Gheula Canarutto Nemni

P.s un grazie dal profondo del cuore a quelli che, seppure non ebrei, si caricano di oneri per difendere noi e il diritto di ogni individuo a essere rispettato

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L’ebreo questa strana e fastidiosa creatura…

Quando D-o ha creato il mondo, si è guardato intorno e ha detto.

Vorrei dare vita a una creatura diversa, in grado di portare avanti imperterrito il Mio messaggio, un individuo che, anche sotto tortura, minacciato e scacciato, non smetta mai di amare Me e i Miei precetti.

Vorrei creare una persona che, di fronte alla derisione degli altri, alla emarginazione e pregiudizi, continui a trasmettere con orgoglio la propria identità.

Vorrei un essere le cui azioni non passino mai inosservate, le cui parole abbiano un peso maggiore di tutte le altre, il cui pensiero sia in grado di cambiare il destino di tanti.

Ci vorrebbe un essere resistente agli urti, pensò.

Impiegò molti anni per progettarlo e pianificarlo.

Finalmente, 2448 anni dopo la creazione, venne alla luce l’ebreo.

Persona dotata di ottimismo assoluto, mentre gli Egizi preparano il cemento con i suoi neonati e nel loro sangue ci fanno il bagno, l’ebreo  prepara i tamburi in vista del giorno in cui sarebbe stato liberato dalla schiavitù e promosso al grado di popolo.

Individuo la cui fede si rafforza davanti agli ostacoli, che si dà il nome di Macabi e raccoglie adepti al grido di: chi è per D-o, si unisca a me,  nel momento in cui i greci ne disonorano le donne e dissacrano il santuario.

Fiero della propria identità al punto di coprirsi gli occhi e urlare Shema’ Israel, D-o è il nostro D-o, D-o è uno, mentre il fuoco avvolge il suo corpo e il pubblico guarda estasiato l’autodafé bruciare, mentre gli urlano marrani!, maiali! perché ha osato continuare a servire D-o di nascosto.

Imperterrito, testardo, saldo nei propri principi, quando arrivano i cosacchi per ucciderlo e spogliarlo di ogni bene e lui, per l’ennesima, infinitesima, volta, si mette in fuga, la prima cosa che mette in salvo sul carro, accanto ai suoi figli, non sono i beni terreni, ma i rotoli della Torà, quella Torà che lo rende così diverso e inviso al mondo.

Attaccato alle proprie tradizioni, mentre viene trascinato nei forni e ridotto a fumo nei cieli, l’ebreo raccomanda ai propri figli di non abbandonare quella strada da cui è arrivato con tanta fatica, di non dimenticare le regole che l’hanno accompagnato fino a quel momento, di non smettere di trasmettere ai discendenti ciò che i suoi padri gli hanno insegnato.

Quando nell’anno 2448 i discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe sentirono la voce di D-o proclamare la Propria unicità e l’obbligo di crederci, quando il dovere di onorare il padre e la madre, il non rubare, non rapire e non uccidere, furono messi sullo stesso piano della fede in un D-o unico, l’ebreo capì che non aveva più scampo.

Il suo destino sarebbe stato segnato per sempre.

Non avrebbe più potuto permettersi di vivere in nome di se stesso, non avrebbe più goduto della libertà assoluta di pensare, parlare ed agire, come un individuo a se stante.

Ai piedi di quel monte l’ebreo è stato nominato sacerdote al servizio divino, diffusore eterno di valori morali, collante tra spirito e materia, portavoce di D-o e delle Sue leggi.

Anche volendo, non avrebbe più potuto liberarsi di quell’identità a lui destinata.

Da quel momento in avanti, un ebreo che non rispetti la propria ebraicità, non viene rispettato dal mondo.

Davanti  a quel monte, capì che…

…l’ebreo e i precetti divini sono una sola cosa.

…essere ebrei è un percorso ad ostacoli, uno slalom tra chi ne vuole la sparizione dalla terra.

…essere ebrei non è una scelta, ma un onore imposto alla nascita.

Se D-o ha deciso di affidargli questa missione impossibile, di continuare a illuminare il mondo con gli insegnamenti della Torà, quella antica, datata e così sorprendentemente attuale, legge, è perché D-o si fida del popolo ebraico.

E sa che anche le acque più turbolenti non potranno estinguerne la fede, quella fiamma che brucia in eterno dentro al cuore di ogni ebreo.

Gheula Canarutto Nemni

 

Il vero perché della partenza del Giro d’Italia dalla terra degli ebrei

Era una sua usanza.

Prima di ogni gara e corsa ripassava a mente gli insegnamenti chiave che avevano fatto di lui un ciclista provetto.

Non acquistare mai una bici scadente, non fare compromessi sul mezzo che pedalerai, gli aveva consigliato un professionista decine di anni prima, quando stava iniziando a dare voce alla sua passione per il ciclismo.

Lo ringraziò mentalmente.

Se avesse fatto compromessi all’inizio, non sarebbe cresciuto né arrivato ad essere quello che era.

Cerca di studiare qualche nozione di ciclomeccanica, impara a cambiare una camera d’aria bucata.

Per essere un vero ciclista devi sapere a quanti bar gonfiare le ruote quando fuori fa caldo, quando fa freddo, quando sul terreno c’è il fango bagnato o il fango argilloso.

Non ti spaventare per tutti i dettagli, gli aveva detto.

Se vuoi affrontare ogni tipo di percorso saranno proprio questi piccoli dettagli, la tua precisione nel seguire ogni regola, a permetterti di arrivare fino in fondo.

Non ti arrendere alla prima salita. Sono le salite, i percorsi difficili, che ti permetteranno di diventare un ciclista provetto. La fatica, il lavoro duro e costante, saranno le condizioni necessarie per diventare ogni giorno più bravo.

Intorno a te sentirai tante persone dire: prendi la macchina, ma chi te la fa fare tutta questa fatica, perché impiegare ore per arrivare in un posto dove in auto arriveresti in molto meno, perché devi per forza distinguerti dal resto del mondo che sale in macchina per arrivare da qualsiasi parte?

Non ti scoraggiare, gli aveva detto il professionista.

Non farti condizionare dall’opinione comune. Nella vita si distingue solo chi non si adatta alla moltitudine.

Iniziò a pedalare.

Quel giorno era prevista pioggia, il terreno sarebbe stato fangoso, difficile.

Ma quando il terreno era troppo facile, non lo trovava divertente.

Controllò bene le ruote, come gli aveva insegnato il suo maestro.

Per affrontare i terreni fangosi e non rimanere impantanato, è necessario scegliere ruote con tasselli molto pronunciati, ruote con un’identità spiccata, aveva detto il professionista.

Solo ricordando al terreno chi sei, solo mostrando con decisione la tua identità di ciclista, potrai ottenere stabilità ed affrontarlo.

Non le aveva gonfiate troppo, le ruote.

Quando pedali su terreni fangosi, troppa aria impedirebbe di aderire bene al terreno.

Solo se le ruote sono deformabili, non troppo dure ma flessibili, stai attaccato a terra.

L’umiltà delle tue ruote sarà quella che ti farà lasciare impronte lungo il percorso e che ti porterà avanti.

Per fare in modo di prendere solo il meglio dal tragitto che stava per intraprendere, per evitare che le strade bagnate e fangose danneggiassero la sua bici, protesse il telaio con un velo protettivo. Il fango è inevitabile per qualsiasi ciclista, ma se parti attrezzato, la bici ne esce indenne.

In salita si ricordò di gestire al meglio il suo peso. Il baricentro, quella era la cosa più importante. Doveva stare saldo sulla bici ma per procedere era necessario proiettarsi in avanti.

Pedalò con decisione.

Soprattutto sul fango e nei terreni più ostili, quando si fanno le cose a metà, in maniera non troppo decisa, non solo si rischia di non fare nuova strada, ma se si è in salita molto probabilmente si scivola indietro.

Guardò lontano, per scegliere la sua traiettoria.

L’insicurezza nella scelta potrebbe portare a grandi frenate, a perdere l’equilibrio e a fare grandi cadute.

Ma non aveva mai guardato troppo indietro, non si era mai fatto spaventare dalle sue cadute passate. La sua storia gli era servita per imparare ad affrontare meglio la strada, i suoi errori ad arrivare più preparato alla corsa successiva.

Toccava a lui fare capire al terreno chi era, solo così nessuna forza esterna sarebbe stata più forte della sua volontà di farcela.

Gli mancavano ancora molti chilometri. Per non scoraggiarsi, si ripeté la frase che gli aveva permesso di superare gli ostacoli più grandi, di tagliare i traguardi più difficili.

Ricordati, se sei stato creato ciclista, nessuno ti potrà staccare da questa natura. Il vero ciclista possiede dentro di sé tutte le potenzialità che servono per affrontare ogni tipo di percorso.

Gheula canarutto nemni

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