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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

Month

September 2018

Excuse me, but I am Jew

Excuse me, but I am a Jew.
This is why a few seconds ago you could see me concentrating and praying with the deepest intentions. And now I am dancing and singing with all my passion.
You can catch me while I am begging G-d and tears are flowing on my face. And in the same time I am shouting joyous words.
I beg you pardon, but I was planned to be an unstable creature.
For 48 hours I blow a horn which sound is similar to the cry of a son, I fast for 25 hours to get all my past mistakes erased and when I arrive to the maximum level of spirituality, when a new page is offered to my life, instead of keeping calm and thoughtful, I inject myself overdoses of joy.
What can I do? I was programmed in this way.
Go and complain with my Creator if you don’t like me as I am.
If you wish to have me more aligned, more balanced and controlled.
If you were looking for a nation that is always constant and the same during time, you arrived to the wrong address.
We Jews are like the moon. Every day we are different than the previous one.
We hope you will excuse us, but we are Jews.
And you can never see us stopping at a certain point or 100% satisfied of what we have reached.
You can never catch us with the ‘arrival’ sign in our hand, because for us every finishing line is a new starting point.
We beg your pardon but we are unable to stop.
And when G-d commands us to be happy, though He knows that happiness is a feeling and feelings are quite impossible to impose on someone, when He asks ‘let the joy enter in your hearts’ a few hours away from our Yom Kippur cries, we do our best to shift our state of mind according to His will.
Excusing us once again for our eclecticism, we beg your pardon already for the coming days, during which we will put aside our reason and logic, pilpul and discussion on the Torah.
We will be very busy celebrating the simple and above every logic fact, that we have been chosen to be part of this nation.
A nation that has never stopped during the last three thousand years,
moving from tears to smiles, from the deepest faith to the greatest discussion, at a dance pace.
Chag sameach!
Gheula Canarutto Nemni
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We are dwarfs on the shoulders of giants…

I’ve repeated many times in my life

Who am I to do this?

This message  is definitely not for me…

I’ve repeated these sentences many times in my life.

Until I’ve been invited as a speaker to Jli, the Jewish National Retreat.

And there 1200 people, from different cultural, religious and geographical backgrounds, made me change my mind.

I found Jews thirsty for their history, for their identity, for the next steps to undertake.

Jews who woke up so early every morning, in the few days they had of vacation. Every minute was an opportunity to absorb messages, values, lessons from a religion in which they are born but of which no one wanted to teach them anything about.

Jews eager to fill a void in their soul, to recover from years lived in a too similar way to the outer world.

Jews who wished to be Jewish again.

I was called to be a speaker, but I became a full time listener.

I heard so many stories about people whose parents were Holocaust survivor, I never imagined there were so many still.

I listened to their wish to get out from the safety bubble their parents tried to protect them in.

I sat beside people who grew up without Shabat, without a mezuzah on their door. And without Abraham’s, Isaac’s or Jacob’s G-d.

Jews who found out they belong to a chosen and persecuted nation a few minutes before their parents passed away.

And instead of running away from this uncomfortable identity, they jumped into it with all their mights.

I spent six days with these people and I understood that they were not simple people. But heroes.

A hero is not only a person who jumps into the water to save a drowning fellow.

A hero is a person who dares again and again, leaving its comfort zone, its habits, its safe areas and dares to face the unknown.

The word hero comes from Greek and it means ‘a person who is admired for its courage and outstanding achievments’.

The most outstanding achievement a human being can reach is to try and free himself from his habits, from his usual way and go further.

The couarge does not belong only to those who defeat their enemies.

The courage belongs to those who get up in the morning and challenge their status quo and their own certainties through new thoughts, words and actions,

It’s easy to walk in a path where you’ve already walked in before.

It is much harder to undertake a new path in an unknown place, that has never belonged to us.

Our sages say that moshiach will come in our times beacuse we are dwarfs on the shoulders of our ancentors, who were giants,

But maybe moshiach will come in our days also because now more than ever before, our nation is being enriched by baalei tshuva, Jews who are leaving the void of their souls and coming back home.

In the place where a Baal Teshuva, a returnee to Judaism, stands, a completely righteous person cannot stand.

A giant is not a person who was born tall. A giant is a person who tries to surpass every day the level of the prevoious day.

Thank you to all my new Jli teachers.

And a special thank you to all the amazing staff of Jli who worked so hard for making that miracolous week come true.

Gheula Canarutto Nemni

Scusatemi per la mia follia ma sono ebreo…

Scusatemi, ma sono ebreo.

Per questo il momento prima mi vedete concentrarmi, chiudere gli occhi e pregare con profondità assoluta. E il momento dopo potrete osservarmi mentre canto e ballo a più non posso.

Potrete cogliermi mentre imploro D-o con le lacrime agli occhi e il nodo alla gola. E magari in quel mentre proclamo a squarciagola parole di gioia.

Scusatemi, ma sono stato creato in questo modo un po’ instabile.

Suono per 48 ore un corno d’ariete simile al pianto di un figlio, digiuno per 25 ore per ottenere il perdono assoluto e potere ricominciare da capo e quando giungo al culmine della mia spiritualità e una nuova pagina bianca viene offerta alla mia vita, invece di stare tranquillo nei miei nuovi propositi, mi auto inietto overdosi di felicità senza limiti.

Cosa ci posso fare? Sono stato programmato in questo modo.

Lamentatevi con il mio Creatore se avete qualche rimostranza da fare. Se vi piacerebbe avermi più equilibrato, più allineato, più contenuto e controllato.

Se state cercando un popolo costante nel tempo, avete sbagliato indirizzo. Noi siamo come la luna. Ogni giorno diversi dal giorno prima.

Scusateci, ma siamo ebrei.

E non ci potrete mai vedere fermi allo status quo, soddisfatti al 100% di quello che abbiamo raggiunto.

Non ci potrete mai cogliere mentre piantiamo il cartello ‘arrivo’ perché per noi ogni traguardo è solo un nuovo punto da cui riprendere a correre.

Scusateci ma ci è impossibile stare fermi.

E quando D-o ci comanda di essere felici, pur essendo consapevole che la felicità è un sentimento e non un pensiero razionale che si può facilmente dominare, quando ci chiede ‘fate entrare la gioia nei vostri animi’ poche ore dopo kipur in cui le lacrime inondavano i nostri visi, viriamo secondo le Sue indicazioni.

Scusandoci nuovamente per la nostra ecletticita’, domandiamo perdono se nei prossimi giorni ci vedrete accantonare la ragione, il pilpul, le ore trascorse a  studiare e discutere le pagine di Tora’.

Saremo impegnati a celebrare il semplice, al di sopra della logica, fatto di essere stati scelti per fare parte di questo popolo che si muove dalle lacrime al sorriso, dalla fede assoluta allo studio più profondo, a passi di danza.

Chag sameach e buona festa della gioia

Gheula Canarutto Nemni

Dove si trova la vera casa degli ebrei?

Dove si trova la mia casa? Si chiedeva spesso.

Alzò lo sguardo verso il palazzo che aveva davanti. Questo è l’indirizzo che scrivo sotto alla voce ‘residenza’, pensò poco convinto.

Anche i miei nonni avevano una casa, in una bella via del centro. Ma un giorno qualcuno è arrivato e ha detto: ‘questa non è più vostra’. Due lacrime gli scesero lungo le guance.

La mia casa, quella vera, non possono essere queste quattro mura, non può consistere in questo insieme di pietre che per migliaia di anni, senza sosta, mi hanno preso, restituito per poi riprendersi di nuovo e restituirmi ancora, disse a se stesso.

Non è il posto dove lavoro, il mio ufficio, il palazzo in cui entro ogni giorno per svolgere l’attività attraverso cui mi presento al mondo, riflette’ guardandosi intorno mentre posava la sua grossa cartella piena di documenti.

Un momento prima sei un ingegnere, poi qualcuno ti licenzia, c’è la crisi e il giorno dopo non sei più nulla.

Casa deve essere qualcosa che c’è a prescindere da tutto il resto, pensò mentre si sedeva nella poltrona della sua sala.

Un luogo in cui potere sempre tornare anche se fuori tirano nuove correnti di pensiero, cambiano umori politici e le mode di passaggio.

La casa deve essere un punto fermo, resistente a tempeste, uragani, marce militari, distanze fisiche e allontanamenti, pensò mentre chiudeva la porta blindata.

Nessun ladro dovrebbe poterla svuotare, nessun malintenzionato dovrebbe poterla varcare.

La vera casa dovrebbe essere un luogo inespugnabile, invalicabile dagli altri.

Un posto dove solo io, in qualsiasi momento, posso entrare e uscire a piacere, pensò

incamminandosi lungo la strada.

Quel percorso, non lo faceva da tempo.

Le sue gambe compivano passi come se fossero memori di qualcosa di cui lui stesso non era a conoscenza.

Sembravano pervase da una consapevolezza atavica, remota, da una reminiscenza lontana e fievole ma sempre presente.

Arrivò a vie che gli sembrava fossero da sempre appartenute ai suoi percorsi, incrocio volti all’apparenza sconosciuti che emanavano un senso di famiglia e di pace.

Aveva camminato per migliaia di anni, senza sosta, lungo sentieri impervi e pericolosi.

Scusi, sa dove è la mia casa? Domandò a un passante.

Quale casa sta cercando?

Quella vera, che le apparterrà per sempre? Gli chiese.

Si guardi dentro, prosegui’ l’anziano signore.

Non capi’ subito.

Lei è ebreo.

La casa di un ebreo sta nella sua anima.

In quel puntino che si mette da parte in silenzio e che senza preavviso si risveglia tutto d’un colpo.

La casa è li’, nell’identità che tace e si mescola con ciò che sta intorno e un giorno all’anno, più forte di qualsiasi peccato e trasgressione, di qualsiasi inciampo e digressione, di qualsiasi strada sbagliata e tentativo di abbandono, si incammina a testa alta verso se stessa.

Ho vagato per così tanto tempo alla ricerca di qualcosa che mi portavo addosso?

Il vecchio gli sorrise e gli disse qualcosa.

L’uomo si svegliò. Del sogno che aveva fatto ricordava solo l’ultima frase.

Oggi è Yom Kipur. Il giorno dell’anno in cui l’ebreo, ovunque si trovi, riapre la porta della sua vera casa.

Gmar chatima tova’ e buon ritorno a casa

Gheula Canarutto Nemni

Se sono stato in grado di vedere più lontano è perché mi sono messo sulle spalle di giganti ( Isaac Newton)

Chi sono io per potere fare questo? Ci domandiamo così spesso.

Non è a me, non a una persona del mio livello, che questo messaggio si indirizza, ci ripetiamo fermando il nostro progresso.

Sono stata invitata negli Stati Uniti quest’estate a tenere una serie di conferenze a un raduno di sei giorni che ha raccolto 1500 ebrei.

Persone di tutti i retaggi culturali, religiosi, geografici.

Ebrei assetati di storia, di conoscenza di sé, dei prossimi passi da compiere.

Ebrei che si sono svegliati al mattino presto nei pochi giorni che avevano di vacanza, per cercare di assorbire lezioni, messaggi, valori, della religione in cui sono nati, ma di cui nessuno gli ha mai insegnato niente.

Desiderosi di capire, di colmare un vuoto identitario, di recuperare anni in cui hanno vissuto in un modo troppo simile al mondo di fuori.

In ogni momento libero, da speaker mi trasformavo in ascoltatrice.

Ho così sentito i racconti di figli di superstiti della Shoà, non immaginavo ce ne fossero così tanti e il loro desidero di uscire dalla bolla di sperata sicurezza in cui i genitori li avevano protetti.

Ho raccolto testimonianze di persone cresciute senza Shabat, senza sapere cosa sia una mezuzah, gente senza un D-o di Abramo, Isacco e Giacobbe a cui rivolgersi.

Ebrei che hanno scoperto a 50 anni di appartenere a un popolo da sempre perseguitato.

E che, invece di fuggire da questa identità scomoda, hanno provato a tuffarvici dentro.

Dopo sei giorni ho capito che davanti non avevo semplici persone ma eroi.

Eroe non è solo chi si butta nell’acqua per salvare qualcuno che sta affogando.

Eroe è chi osa e ri-osa, ogni giorno, uscire dalla propria area di sicurezza, dalle proprie abitudini.

La parola eroe deriva dal greco ed è colui che è dotato di forza prodigiosa, che è in grado di compiere imprese celebri.

L’impresa più celebre che un uomo possa compiere è liberarsi dalle consuetudini, da ciò che ha già acquisito ed andare oltre.

La forza prodigiosa non ce l’ha chi butta giù muri con una spallata e sconfigge sei nemici in una volta.

La forza prodigiosa appartiene a chi si alza al mattino e, attraverso pensiero, parole e azioni nuove e diverse, sfida il proprio status quo e le proprie certezze.

Ci hanno insegnato che grande è più di piccolo, ma forse non ci hanno detto tutta la verità.

Perché a volte i piccoli, quelli che partono da livello più bassi, sono loro a essere i più grandi.

È facile camminare su un sentiero che qualcun altro ha già solcato prima di noi.

È così difficile intraprendere un cammino e non fermarsi davanti al vuoto, all’ignoto, a ciò che non si è mai sperimentato prima e che non ci è mai appartenuto.

Si dice che mashiach arriverà nei nostri tempi perché, pur essendo noi dei nani spirituali, stiamo sulle spalle dei nostri antenati che erano dei giganti.

Ma forse mashiach arriverà nei nostri giorni anche perché oggi più che mai nel nostro popolo si trovano i baalei teshuva, eroi che hanno deciso di lasciarsi il vuoto ebraico alle spalle per farsi carico di nuove mizvoth, mai provate prima.

Al livello in cui stanno i baalei teshuva’, nemmeno i più giusti, i più tzadikim, stanno.

Gigante non è chi nasce già alto. Ma chi prova ogni giorno a superare il livello in cui si trovava il giorno precedente.

Gheula Canarutto Nemni

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