La Pasqua ebraica è l’uscita dal nostro Egitto personale

E così, in tutta questa rivoluzione di vita, Pesach sta arrivando.

La festa in cui le famiglie in genere si riuniscono e i tavoli si allungano, in cui la sala ci sembra all’improvviso così piccola e le sedie non bastano mai, quest’anno si annuncia totalmente differente.

Quest’anno quando domanderemo ‘ma nishtana’- cosa è cambiato, perché è diversa questa sera da tutte le altre sere, probabilmente saremo noi ad essere diversi. Diversi da qualche settimana fa, quando andare al supermarket non era come andare al fronte, quando si buttavano via gli avanzi perché tanto domani avremmo potuto comprare ancora tutto, quando la vita stessa non era messa in discussione in ogni momento e la quotidianità, invece che apparirci come un regalo prezioso, veniva definita come qualcosa di noioso dal quale tentare di fuggire alla prima occasione.

Il tempo in cui vivevamo prima del coronavirus era un po’ come il chamezt, il cibo lievitato. Un tempo in cui c’era poco spazio per le opinioni e i sentimenti degli altri, un tempo arrogante, in cui il pensiero predominante era ‘tutto dipende da me’ e l’idea che fosse D-o a manovrare gli eventi sembrava quasi anacronistica.

La modernità ci aveva gonfiato un po’ tutti, con tutte le certezze scientifiche e il progresso. Il coronavirus ci ha ricordato che non siamo nessuno. Vulnerabili, attaccabili, deboli, ci ha svuotati del senso dell’io avvicinandoci all’idea della maztà, un pane piatto, sgonfio, che lascia spazio dentro si sé per gli altri, che si fa da parte e dice: D-o, sei Tu a manovrare ogni cosa.

La differenza tra le lettere che compongono le due parole, chametz e matzà, sta nella Chet e nella Hei. Entrambe aperte sotto, per rappresentare la facilità con cui un essere umano si approccia all’errore e al peccato. La chet di chametz però è chiusa in alto.

Quando si è arroganti, non si pensa mai di avere sbagliato e così si continua imperterriti verso una strada da cui non c’è via d’uscita.

La matzà invece, ha la Hei, lettera aperta sopra. E ci dice: il nostro peggiore nemico è dentro di noi, è quel sentimento che ci fa sentire pieni delle nostre certezze. Ma non temete, è sufficiente fare un passo indietro, svuotarci un pochino, per aprirci un piccolo varco verso una strada migliore.

La maztà che mangiamo la prima sera nutre la nostra fede, dice la kabalah. E quella che mangiamo la seconda sera favorisce la nostra guarigione, sia fisica che spirituale.

La fede in D-o è il primo passo per cambiare. Solo facendo spazio a D-o dentro a noi stessi, possiamo guarire dalla malattia dell’egocentrismo, che ci porta così lontano dalle cose che ci fanno bene, dal tempo con la famiglia, dalle ore dedicate alla nostra crescita spirituale e agli altri.

E se hai fede in D-o, non corri forse un po’ meno, sei meno stressato, perché tanto sai che l’ammontare del denaro che è stato deciso quest’anno sarà identico che tu corra per sette o per quattordici ore al giorno. La matzà della prima sera, il mangiare della fede, ci apre la strada per la guarigione vera.

Quando recitiamo il verso relativo ai quattro figli, il terzo è il ‘tam’, il semplice. Tam in aramaico significa ‘lì’. Tam ma hu omer- ma zot lachem?Il tam cosa dice? Cosa state facendo?

Lì in cielo ci domandano: Figli miei, cosa è stata la vostra vita fino ad ora? Vi rendete conto di come avete confuso le vostre priorità? Di come avete sprecato mesi e anni interi per accumulare cose di cui, solo ora capite, potevate fare anche a meno?

Pesach è saltare, come ha fatto D-o, quando ha saltato sopra alle case degli ebrei in Egitto salvando la vita di chi ci viveva dentro.

Pesach è la nostra capacità di saltare da un livello all’altro, da quelle abitudini che pensavamo di non potere mai sradicare, a un nuovo stile di vita, pieno di D-o, di famiglia, di quei valori che prima del Coronavirus avevamo accantonato.

L’uscita dal proprio Egitto, che rappresenta i limiti, i confini mentali di ognuno di noi, è la cosa più difficile da fare.

Fisicamente siamo in grado di viaggiare dall’altra parte del mondo, attraversare oceani e monti, ma il viaggio più grande e più lungo, quello che ci cambierà davvero, è quello che facciamo chiusi nelle nostre mura di casa, dentro a noi stessi. D-o in questi giorni ci ha pagato il biglietto per intraprendere questo viaggio e non per niente l’ha programmato a cavallo della festa di Pesach, che è zman cherutenu, la festa della nostra libertà.

Perché la vera libertà non è quella di potere andare dove si vuole.

Ma essere quello che dovremmo davvero essere.

Pesach casher vesameach

Gheula Canarutto Nemni

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