La parrucca come mezzo di consacrazione

‘Le donne di Israele non escono con la testa scoperta’ dice il Talmud (Ketubot 72°)

‘Cosa è la religione ebraica?’ Si domanda nello Shulchan Aruch.

‘E’ la modestia che usano le donne di Israele’.

‘E quale è la cosa che rappresenta una trasgressione alla religione ebraica?’ continua lo Shulchan Aruch

‘Quando la donna esce di casa con la testa scoperta’.

Sono nata e cresciuta a Milano. I miei genitori sono di Bologna e i miei nonni di Bologna e Trieste. Sono un’ebrea italiana a tutti gli effetti. Godo di diritto di voto, sono laureata in Bocconi, dove ho insegnato alla Scuola di Direzione Aziendale per sette anni.

Porto la parrucca.

La mia mamma e la mia nonna non l’hanno mai indossata.

La mia è stata una scelta, assolutamente controtendenza.

Nessuno mi ha imposto di metterla, non c’è stata nessuna pressione sociale. Nessuna delle mie amiche la portava.

A 15 anni ho sentito una lezione sul significato della copertura dei capelli al femminile e ho deciso. Così, dal giorno dopo il matrimonio, mentre ancora frequentavo la scuola ebraica di Milano, ho coperto i miei capelli.

Con la parrucca in testa ho sostenuto l’esame di maturità e gli esami in università.

Con la parrucca entravo in aula e insegnavo a duecento studenti.

Con la parrucca oggi vado in televisione e tengo conferenze in sale comunali con vice sindaco e assessori.

Sotto alla parrucca i miei capelli sono diventati più folti, si sono schiariti e sono diventati più mossi.

C’è la Gheula che esce per la strada elegante, truccata, con una messa in piega sempre perfetta.

E c’è la Gheula che incontra il proprio marito nella sfera privata della casa.

La parrucca è la mia libertà di essere davvero me stessa solo per la persona che ho sposato. Ed è il mio modo di continuare lo stile di vita che le mie antenate, molto prima di Singer, tenevano.

Nessuna donna ebrea è costretta, nessuno ci minaccia se non desideriamo farlo. Come nessun trasgressore dello shabat verrà lapidato.

C’è libertà assoluta per l’individuo, di seguire o di abbandonare, di restare dentro o allontanarsi.

E questa è una grande, enorme differenza con l’Islam.

L’impianto logico non è assolutamente identico. Nell’ebraismo la donna copre i capelli, per preservare. Per creare spazi dove entrano solo marito e moglie. Dove l’attrazione fisica rimane una cosa pura, privilegio della coppia sposata. L’amore è sacro.

Io non copro i capelli per paura che gli uomini cadano in tentazione quando mi vedono. io copro i capelli perché voglio essere la vera me stessa solo per la persona che amo.

Sotto alla chuppà mio marito mi ha detto ‘tu sei santificata per me’. Santificata, non sottomessa. Kadosh in ebraico significa distinto e privilegiato rispetto al resto del mondo. Come un sefer Torah o un libro di preghiera. Il marito è obbligato a un estremo rispetto, a stima e amore verso la moglie.

La sottomissione di un individuo a un altro non esiste nell’ebraismo. Perché nessun uomo può decidere la propria superiorità rispetto a un altro. Nemmeno lo schiavo, l’individuo che potrebbe sembrare possedere meno diritti, è in realtà sottomesso. E’ lo schiavo che deve mangiare per primo, dormire nel letto più comodo. Davanti al Creatore tutti possediamo la stessa identica dignità e valore.

Uomo e donna, marito e moglie, sono due metà della stessa anima che si incontrano durante la vita e insieme ricostituiscono l’anima nella sua completezza.

Nei giorni di mercato era proibito per i venditori ambulanti girare di casa in casa per evitare che facessero concorrenza ai venditori che stavano fermi nella piazza. Eccezione? I venditori di cosmetici. Perché per i rabbini la bellezza della donna è più importante di un commercio senza concorrenza sleale.

Anche nei giorni in cui la donna non può unirsi fisicamente al marito, è vietato che si trascuri. Perché la bellezza e la dignità della donna sono tra i principi cardine della Torah.

Secondo la mistica ebraica, il livello spirituale della donna è superiore a quello dell’uomo. Per questo D-o dice ad Abramo di seguire tutto ciò che Sarah sua moglie gli dirà di fare.

L’ebraismo stesso si trasmette per via matriarcale. L’uomo più osservante del mondo non potrà trasmettere l’ebraismo ai propri figli se non con una moglie ebrea. Fosse anche la più laica del mondo.

L’ebraismo è questo. Una tradizione che non cambia, la carne macellata sempre nello stesso modo, le donne che vanno ad immergersi una volta al mese nelle acque del mikveh. No, queste cose non accadevano solo all’epoca del romanzo di Singer. Ma accadono anche ora, grazie a D-o. Perché sono queste cose, queste regole che entrano anche nella sfera materiale della nostra vita, che hanno garantito la continuità al nostro popolo.

L’ebraismo non è pensiero né filosofia. L’ebraismo non è cultura. L’ebraismo è Torah. E la Torah in primis insegna ed esige il rispetto massimo di ogni individuo e creatura.

Mi dispiace  per le persone che percepiscono l’ebraismo in maniera triste e erroneamente lo assimilano ad altri mondi.

Perché la modestia di una donna non è abbrutimento né mezzo di sottomissione. E’ la delimitazione di una zona privata, dove grazie a D-o nessuno, se non il tuo coniuge, può entrare.

Ed è proprio la madre a trasmettere l’ebraismo, perché lei, più del padre, è in grado di tramandare il messaggio di dignità, della possibilità di diventare qualcuno non perché fai vedere qualcosa di te, ma perché tu, sei qualcosa.

Gheula Canarutto Nemni

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Quei momenti della vita in cui il tuo sogno più grande è un giro in bicicletta

In questi giorni passo gran parte delle mie giornate in un posto in cui la vita appare sospesa, in cui il tempo sembra possedere un ritmo totalmente diverso e il sole non sembra avere fretta di tramontare.

Guardo in alto verso i monitor che registrano il ritmo cardiaco, la pressione, che emettono suoni improvvisi quando il corpo si dimentica come dovrebbe davvero funzionare. All’improvviso ricevo un messaggio in cui i genitori della classe si scambiano informazioni sui libri scolastici del prossimo anno.

Scuola? Libri? Esiste ancora una vita normale lì fuori?

È così strano questo doppio binario su cui corre la nostra vita.

C’è il binario quotidiano sul quale viaggiano senza nemmeno accorgercene, in cui combattiamo contro il tempo per riuscire a fare tutto entro sera. Tempestati di messaggi che sembrano tutti esigere una risposta immediata, pieni di impegni e scadenze che si impadroniscono di ogni minuto presente e futuro. E qui il treno corre, corre veloce.

E poi c’è il binario in cui il treno rallenta, in cui all’improvviso la persona è sdraiata su un letto, il cellulare spento, l’orologio riposto in borsa in attesa che il tempo ritorni a essere una delle dimensioni essenziali della vita. Su questo binario non è importante quello che si fa ogni giorno, ma il respiro che si riesce a emettere in ogni istante.

Da questo binario si osserva la vita con un filtro diverso.

Una passeggiata, un piatto di pasta caldo mangiato intorno al tavolo della cucina di casa, basterebbero per farti sentire la persona più fortunata del mondo.

E ti mancano, quando sei sul binario lento, quella frenesia quotidiana, quei messaggi che ti fanno saltare sulla sedia esclamando ‘accidenti, me ne ero completamente dimenticato’, ti manca la banalità del momento, la capacità di concentrarsi su qualcosa di piccolo e senza senso.

E prego che questi momenti umanamente piccoli si riapproprino della mia vita e della vita di una delle persone che amo di più al mondo e di tutti quelli che ora sono in un letto d’ospedale, in un limbo tagliato fuori dal tempo e di tutti quelli che sognano una gita in bicicletta come nei giorni normali si sogna il biglietto vincente della lotteria.

Gheula Canarutto Nemni

Da dove prendiamo la forza di continuare a credere nei nostri ideali?

Queste sono le leggi della Torah, dice D-o a Mosè.
Leggi che sono anche strane, che di logico non hanno nulla.
Non mangiare né cucinare il latte con la carne, non indossare lino e lana insieme, purificare le persone impure ai tempi del santuario di Gerusalemme con la cenere di una mucca rossa.
Regole sulle quali Rashi, il commentatore medievale, spiega: questi sono i comandamenti per i quali il mondo vi prenderà in giro, sui quali vi domanderanno, cosa sono queste regole, per quale motivo le osservate? E voi risponderete, sono regole forse senza logica ma ce le ha date D-o e noi non le mettiamo in discussione.
D-o con queste leggi ha inserito nel dna dell’umanità la capacità di avere fede, di resistere alle domande, alle sollecitazioni esterne, a chi ci vuole fare desistere dai nostri principi.
Questo tipo di legge senza motivazione logica si chiama chok, parola che contiene dentro di se’ la radice del verbo incidere.
Se credi fermamente in qualcosa, se ci credi così forte che ormai è diventato parte di te, è inciso in te, nessuno te lo potrà mai togliere.
Se con questo ideale ti svegli al mattino, ci vai a dormire la sera e non ti lascia mai, quello che dicono gli altri non potrà mai scalfirti.

Potranno deriderti, prenderti in giro, chiamarti pazzo e sognatore, ma il pensiero altrui non ti farà cambiare il tuo.
Credere in qualcosa di diverso dal resto mondo, battersi in nome di un ideale che la maggior parte delle persone ritiene senza senso o addirittura ridicolo, è difficile.
Ma questa è la forza che D-o ha messo nell’essere umano.
La forza di continuare a raccontare, a non accettare lo status quo e a lottare per cercare di cambiare se stessi e il mondo in cui si vive, con caparbia, tenacia, testardaggine nonostante lì fuori ci sia una intera platea pronta a deriderci.
L’unica condizione è non tentennare mai, non barcollare nella propria fede e nei propri ideali. Ma andare avanti a testa alta forti, determinati e certi che la causa per la quale ci battiamo porterà una quantità infinita di luce nel mondo.
Gheula Canarutto Nemni

Come una persona molto importante mi insegnò cosa significa essere grande

Avevo 15 anni e tante domande. Mi vergognavo di porle ai miei maestri, ai rabbini che conoscevo. Una delle mie maestre partiva per gli Stati Uniti e mi domandò, conoscendo la mia passione per chabad, se volessi mandare una lettera al Rebbe. Mentre mi imbarazzava l’idea di rivolgere le mie domande a chi conoscevo di persona, metterle nero su bianco per farle poi leggere al Rebbe, mi creava incredibilmente meno problemi.

Caro Rebbe, c’è una domanda che mi tormenta da tempo. A me sembra che sia più importante comportarsi bene ed essere delle brave e oneste persone piuttosto che porre l’enfasi su come ci si veste e quali parti del corpo si coprono. Vedo persone che fanno molta attenzione all’aspetto esteriore ma poi non rispettano il prossimo. Immagino sia preferibile agli occhi di D-o che una persona si concentri sul proprio miglioramento morale che non sul fatto che indossi un paio di pantaloni o una gonna che copra il ginocchio.

Chiedo una benedizione per tutta la mia famiglia

Ti ringrazio

Gheula

Un mese dopo la mia maestra tornò. Ti ho portato la risposta del Rebbe. Aprii la busta. Due righe.

Entrambe le cose che dici sono regole della nostra sacra Torah. Pregherò per la tua famiglia.

Avevo 15 anni e non rimasi affatto colpita dal fatto che il leader spirituale della nostra generazione mi avesse risposto.

Non mi sorprese il fatto che una persona che stava dalla mattina alla sera in piedi ad accogliere migliaia di persone che venivano a domandare un suo consiglio, avesse trovato il tempo per scrivermi.

Non mi stupì che la persona con cui si incontravano capi di stato e generali, personaggi famosi e rabbini autorevoli, avesse preso carta e penna e mi avesse risposto.

Non mi aveva rimproverato per la mia domanda, forse anche un po’ impertinente. Mi aveva risposto con rispetto, come si risponde a una persona adulta e importante.

In quel momento ho imparato la mia prima lezione di leadership.

Un vero leader non è quello che fa leva sulla sua capacità di influenzare gli altri per costruire ciò che fa comodo a lui, un vero leader non è il manager di turno che esercita la propria autorità facendo sentire piccoli gli altri.
Il vero leader dà tutto se stesso per creare altri leader, senza timore e forse persino con la speranza, che i suoi studenti lo superino. Rinforza le persone che gli stanno intorno e ne nutre l’autostima. Innesca reazioni a catena positive attraverso il rispetto e l’importanza che dà ad ognuno, grande o piccolo che sia.
A chi si chiede quale sia stato il segreto dietro alla capacità del Rebbe di riportare in vita l’ebraismo in tutto il mondo, si può rispondere con le parole di rabbi Sacks.

Il vero leader non fa uso del potere per costringere gli altri a comportarsi in un certo modo, ma comunica la propria visione e i propri ideali ai propri discepoli in modo che siano poi loro a portare avanti il suo lavoro.

A 15 anni ho capito che non esiste domanda che non meriti risposta e non esiste individuo che non meriti rispetto. E ho imparato che il vero leader non esercita il proprio potere per sminuire gli altri. Ma fa leva sulla propria influenza per fare sentire le persone ancora più grandi.

Anche se fisicamente i nostri occhi non vedono più il Rebbe, la sua guida e la sua influenza sulle persone, la luce e la forza che da lui emanano, continuano ogni giorno ad essere sempre più forti.
Gheula Canarutto Nemni

Le feste ebraiche e la certezza dell’incertezza

La Torà è stata data in un periodo di grande incertezza. In Egitto gli ebrei erano schiavi, ma sapevano ogni giorno come sarebbe stata la loro vita. Qualcuno impartiva loro degli ordini, regolava le loro giornate dalla mattina alla sera. La quotidianità non riservava belle sorprese, non erano padroni dei loro destini, non potevano decidere quale strada fosse migliore, ma forse, come diceva Kafka ‘spesso è più sicuro essere in catene che liberi’.

Tutto lo scopo dell’uscita dall’Egitto si può racchiudere in una sola parola, Torà.

D-o si è prodigato a portare fuori gli ebrei dalla schiavitù per un solo motivo, trasmettere la Propria chochmà, la Propria essenza, alla nazione che nascerà davanti al monte Sinai e unirsi alla discendenza di Abramo, Isacco e Giacobbe in un legame eterno ed indistruttibile. La location per questo evento è stata forse la meno scontata di tutte. Niente alte montagne né prati verdi, niente confini sicuri e fortezze né case comode. Caldo, sole, pericoli, animali e nemici in agguato e il vuoto assoluto di un deserto che sembrava infinito. C’era solo una cosa certa in tutto questo: l’incertezza. E proprio questa condizione di instabilità, di non conoscenza del domani, del non avere un tetto sopra alla propria testa né un campo da coltivare, è stata la base per garantire la sopravvivenza del popolo ebraico. E’ qui, in questo deserto incandescente, che diventerete il mio popolo, dice D-o. Così sarete preparati ad affrontare ogni situazione, ogni minaccia, ogni pericolo incombente. Nessun evento storico potrà staccarvi dalla vostra identità, perché la vostra forza sarà insita dentro di voi e non nelle mura di una fortezza che vi protegge né nei confini di un grande impero di cui siete padroni.

Nessuno di voi potrà mai dirsi esente dal compito che gli ho affidato adducendo la scusa di non essere nel posto giusto. Il messaggio della Torà non è legato all’ambiente in cui si vive, come nel deserto non c’è un indirizzo preciso.

Tutti noi siamo affidatari di una missione abbastanza impossibile, riempire quel vuoto, quel deserto che ci sta intorno. Ma dopo un tirocinio di quaranta anni nel deserto, nessuna assenza di civiltà, morale, nessun vuoto apparente di D-o, dovrebbe più farci paura.

Un’altra volta ancora la storia ci sta sfidando. L’incertezza intorno a noi regna sovrana, tutti i nostri punti fissi sono svaniti in pochi minuti, lasciandoci in un deserto instabile. Ma quando la forza è dentro di te, quando quello che sei e in cui credi non dipende da ciò che ti sta intorno né da quello che hai costruito e conquistato, capisci ancora una volta che quel luogo poco romantico in cui hai ascoltato la voce di D-o, ti ha forgiato per renderti resistente a qualunque imprevisto.

Gheula Canarutto Nemni

Come ho scoperto i segreti di mio figlio

Mami, sono emozionato’, mi dice mio figlio mentre premo il pulsante per aprire il garage. ‘Non salgo in macchina dall’ultima volta che siamo tornati da scuola. Ma quando era?’ mi domanda.

Mi ci vuole qualche secondo per sbloccare il groppo che ho in gola e potere riprendere un tono tranquillo. ‘Tre mesi fa, più o meno’. ‘Wow, è proprio volato questo tempo’ dice mentre sfiora la maniglia della portiera con una faccia commossa.

E’ proprio volato e si è portato via un pezzo della tua infanzia, amore mio.

Mi sembri così saggio all’improvviso, così pieno di pensieri profondi, di frasi che qualche mese non avresti mai detto, di timori che non dovrebbero sfiorarti il cuore e invece ti assalgono.

E’ un periodo difficile per noi adulti. Il mondo sta cambiando in maniera così improvvisa che ci si deve aggrappare ai propri punti fermi per non rischiare di cadere nella sensazione di essere totalmente persi.

Siamo concentrati per capire come ricostruire il nostro oggi e il nostro domani e alle loro domande: ‘ma a settembre riaprirà la scuola?’ li guardiamo come se stessero vaneggiando o raccontandoci una barzelletta piena di ironia. ‘Settembre? Ma noi non sappiamo cosa succederà tra tre giorni’.

‘Scusa mami, hai ragione’. No, non ho ragione. Ho torto marcio. Perché tu hai bisogno di certezze, perché il domani a te non deve fare paura, perché il futuro lo devi vedere come una proiezione meravigliosa a cui arrivare a suon di musica e balli.

E’ stato un periodo folle. Pieno di dilemmi e di domande profonde. Una di quelle che più mi ha assillato è perché proprio quando io faccio ginnastica su zoom chiusa in stanza, dall’altra parte della casa sembra essere scoppiata la guerra mondiale?

Perché siete buoni tutto il giorno e non litigate nemmeno più così tanto, ma in quei pochi momenti in cui ho l’ispirazione o in cui compare sullo schermo del cellulare quel numero dal quale aspettavo una telefonata importante, voi vi scatenate a tal punto che il mio interlocutore mi dice: ‘forse la sto disturbando. Meglio che ci sentiamo in un altro momento’ e attacca prima di darmi il tempo di farvi quelle facce strane e quei gesti che solo noi conosciamo e che raccontano del filo che ci unisce nell’anima ancora più di prima.

Ci sono degli eroi che non abbiamo decantato abbastanza in questo periodo.

Che hanno lasciato le loro cartelle a scuole, convinti di ritornarci il giorno dopo, i loro guanti da portiere sotto al banco, in attesa di riprendere la partita in sospeso.

Persone che hanno rinunciato alle feste di compleanno e non ti stanno nemmeno tormentando ricordandoti che loro sono nati a novembre e ormai siamo a fine maggio.

Sono piccoli esseri che all’improvviso sono stati costretti a diventare grandi, a capire quando è il momento di non interrompere la discussione tra mamma e papà, a sedersi in balcone a guardare i pochi passanti come dei vecchi pensionati, a trovare il reparto delle biciclette totalmente vuoto, dopo avere sognato per tre mesi di fare un giro intorno al giardino con la mountain bike nuova.

Questi eroi silenziosi che hanno imparato a non lamentarsi, ad accettare lo status quo e a cercare le soluzioni per adattarvisi al meglio, sono i miei nuovi maestri.

‘Questa mascherina mi dà un fastidio’ mi dice sconsolato mentre tira gli elastici . ‘E poi non si vede nemmeno se sorrido’.

Parcheggiamo la macchina ma prima di uscire ti dico vieni qui. E ti abbraccio forte e vorrei farmi contagiare dalla tua nuova forza che nessuno di noi poteva immaginare voi piccoli eroi possedeste nel vostro animo puro.

Gheula Canarutto Nemni

In Italia riaprono i luoghi di culto

Caro D-o,
stiamo tornando.
Da domani riapriranno i luoghi di culto.
I nostri piedi ci porteranno verso quegli edifici imponenti in cui la voce rimbomba come in teatro, ma anche verso quelle piccole stanze nelle quali la voce del cantore si confonde con le grida dei bambini in una cacofonia spirituale.
Da domani riprenderemo lentamente quel ritmo di vita troncato tutto d’un tratto senza preavviso.
Ritroveremo i nostri libri di preghiera impolverati, le sedie chiuse in attesa che qualcuno le riapra, le luci spente come alla fine di uno spettacolo su cui è calato il sipario all’improvviso.
I nostri passi si addentreranno solenni in quei luoghi dove non avevamo mai smesso di andare se non durante le peggiori persecuzioni.
Per noi ebrei, che non possiamo recitare molte preghiere né leggere la Torah, senza il quorum di dieci uomini, è stato un periodo strano, diverso.
Ma come ogni cosa che accade nella vita, come ogni vicenda che segna il passo dei nostri giorni, se hai voluto che rimanessimo chiusi in casa in questi mesi, significa che anche da questo c’era qualcosa da imparare.
L’assenza del luogo fisico in cui andare a cercare un contatto più profondo, ci ha costretti a ricordare che Tu D-o non sei confinato in un luogo, ma sei presente dappertutto, il mondo è Te e Tu sei il mondo, dice Maimonide.
Abbiamo imparato a cercarTi nei piccoli dettagli di vita, negli amici e parenti che si riprendevano da polmoniti gravi. Ma anche in quelle anime che si sono staccate dal corpo troppo presto, secondo i nostri calcoli umani.
Il tempo non ci era più nemico come accade nei giorni normali e così le nostre preghiere si sono arricchite di canti e Ti abbiamo ritrovato in parole che pronunciavamo ogni giorno da quando siamo nati, ma sulle quali non ci eravamo mai soffermati perché il carico degli impegni aveva perso la proporzionalità rispetto alle ore a nostra disposizione.
Durante la quarantena abbiamo stabilito orari in cui incontrarci in salotto coi nostri figli per studiare quelle parti della Torah e quei pensieri dei maestri che prima studiavamo da soli. La famiglia, questa essenza impegnativa, si è trasformata da carico pesante a colonna portante a cui afferrarci durante questa tempesta.
Caro D-o,
chissà se ci riconoscerai quando torneremo nella Tua casa. Questo periodo ci ha cambiati profondamente. Abbiamo imparato ad assaporare i momenti banali, i respiri profondi, l’assenza della malattia che prima non percepivamo se non quando veniva intaccata.
In questi mesi Ti abbiamo portato con noi, nella nostra quotidianità, più che in ogni altra festa o celebrazione.
Il quorum di dieci lo abbiamo costituito sommando insieme i nostri figli alle nostre forze interiori.
E’ stato un periodo difficilissimo, che ci ha costretto a guardarci dentro. E forse per questo D-o hai voluto che i luoghi di culto venissero chiusi. Perché quando credi che D-o sia solo lì, nei posti sacri, quando esci da quelle quattro mura fisiche, rischi di lasciare anche D-o alle tue spalle.
Invece D-o è ovunque, al di là del luogo e del tempo. Anche nel vuoto, nello spazio che Gli concediamo nella nostra quotidianità travolgente.
Ora puoi riaprire.
Perchè l’abbiamo capito.
D-o si trova là dove l’essere umano lo invita ad entrare.

Gheula Canarutto Nemni

Il punto di vista di D-o su Unorthodox

Vi siete mai chiesti perché  D-o o la natura, chiamatelo come volete, abbia sentito la necessità di dare vita a un essere umano femminile? 

Perché i corpi e i cervelli dell’uomo e della donna sono così diversi, perché il mio sistema endocrino produce più estrogeni mentre quello di mio marito più testosterone? 

Perché la donna prova più empatia ed è orientata ai piccoli particolari mentre l’uomo in genere si proietta su grandi progetti e a volte perde di vista i dettagli di vita? 

Quando D-o ha creato il mondo ha ritenuto necessario inserirvi due tipi di energie, una maschile e una femminile.

Dopo avere provato ad immaginare il mondo con un solo tipo di energia, quella maschile, gli si proiettò davanti una immagine che non gli piacque. Il suo creato sarebbe diventato banale, popolato da persone con la stessa identica visione, attraversato da un ragionamento univoco e impregnato da una smania di conquistare e preponderare. Non ci sarebbe stato un contraddittorio.

Per potere davvero trasformare il nostro mondo e farne un posto migliore, le due energie devono lavorare insieme, collaborare, muoversi all’unisono verso la meta comune. 

Ogni dettaglio del creato contiene in sé energia maschile e femminile, un puzzle si costruisce solo incastrando pezzi opposti tra loro. 

Quello che avete visto in Unorthodox non è quello che c’è nella Torah, né nella società ebraica ortodossa.

La mini serie di Netflix mostra uno spaccato di uno spaccato di uno spaccato, del mondo osservante. Un angolo che esiste, ma è molto limitato.

E in più ve ne hanno dato una rappresentazione parziale, inficiata dal malessere che l’autrice del libro vi ha vissuto.

Vi hanno fatto vedere il mikveh ma non i sentimenti di trepidazione delle donne che vi si immergono, lo sposo e la sposa vi sembravano dei condannati e non persone che si sono scelte per condividere una vita insieme. La donna relegata al ruolo di procreatrice e privata di ogni dignità.

Se alcuni dei fenomeni che avete visto, esistono davvero in angoli sporadici del mondo ortodosso, il 99% non è così. 

E’ un mondo che ha scelto e sceglie ogni giorno di nuovo, pur tra difficoltà e sfide, di seguire le regole che D-o ha dato.

Ma non per questo noi ortodossi ci priviamo di qualcosa. Studiamo quello che vogliamo, diventiamo dottori e dottoresse, rettrici e professoresse universitarie (questa è stata la mia scelta ad esempio), pianiste.

Ci sposiamo con chi scegliamo, con la persona di cui ci innamoriamo.

Le regole ci danno il passo giusto per non perdere noi stessi nel mondo, per capire che direzione prendere, per non permettere alla società in cui viviamo di fare quello che vuole di noi, ma per fare noi di noi stessi quello che pensiamo sia meglio.

La donna gode di pieni diritti uguali all’uomo e doveri che qualche volta si differenziano.

La donna vale in quanto tale e non perché fa sparire la propria energia peculiare a favore dell’energia maschile.

Nella società ebraica la donna è estremamente tutelata, come ogni altro essere umano.

Tu vali in quanto te stesso e non perché ti appiattisci sul modello di un altro.

Difendete il vostro diritto di conoscere la verità. Non sono sufficienti quattro puntate da 50 minuti per capire un mondo. 

La ex vita di Esty Shapiro ha in comune con il 99% delle donne ortodosse solo lo shabat, il mikveh, la parrucca e il cibo kasher.

Se queste cose vi interessano davvero, andate a scoprirle da chi le vive ogni giorno. E non da quei giornalisti che mi giudicano senza mai essersi nemmeno seduti a una tavolo di shabat.

Come disse Einstein, è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio.

Per me libertà è essere giudicata per quello che sono e non per la gabbia in cui le persone mi immaginano chiusa.

Gheula Canarutto Nemni

Unorthodox Netflix

La Pasqua ebraica è l’uscita dal nostro Egitto personale

E così, in tutta questa rivoluzione di vita, Pesach sta arrivando.

La festa in cui le famiglie in genere si riuniscono e i tavoli si allungano, in cui la sala ci sembra all’improvviso così piccola e le sedie non bastano mai, quest’anno si annuncia totalmente differente.

Quest’anno quando domanderemo ‘ma nishtana’- cosa è cambiato, perché è diversa questa sera da tutte le altre sere, probabilmente saremo noi ad essere diversi. Diversi da qualche settimana fa, quando andare al supermarket non era come andare al fronte, quando si buttavano via gli avanzi perché tanto domani avremmo potuto comprare ancora tutto, quando la vita stessa non era messa in discussione in ogni momento e la quotidianità, invece che apparirci come un regalo prezioso, veniva definita come qualcosa di noioso dal quale tentare di fuggire alla prima occasione.

Il tempo in cui vivevamo prima del coronavirus era un po’ come il chamezt, il cibo lievitato. Un tempo in cui c’era poco spazio per le opinioni e i sentimenti degli altri, un tempo arrogante, in cui il pensiero predominante era ‘tutto dipende da me’ e l’idea che fosse D-o a manovrare gli eventi sembrava quasi anacronistica.

La modernità ci aveva gonfiato un po’ tutti, con tutte le certezze scientifiche e il progresso. Il coronavirus ci ha ricordato che non siamo nessuno. Vulnerabili, attaccabili, deboli, ci ha svuotati del senso dell’io avvicinandoci all’idea della maztà, un pane piatto, sgonfio, che lascia spazio dentro si sé per gli altri, che si fa da parte e dice: D-o, sei Tu a manovrare ogni cosa.

La differenza tra le lettere che compongono le due parole, chametz e matzà, sta nella Chet e nella Hei. Entrambe aperte sotto, per rappresentare la facilità con cui un essere umano si approccia all’errore e al peccato. La chet di chametz però è chiusa in alto.

Quando si è arroganti, non si pensa mai di avere sbagliato e così si continua imperterriti verso una strada da cui non c’è via d’uscita.

La matzà invece, ha la Hei, lettera aperta sopra. E ci dice: il nostro peggiore nemico è dentro di noi, è quel sentimento che ci fa sentire pieni delle nostre certezze. Ma non temete, è sufficiente fare un passo indietro, svuotarci un pochino, per aprirci un piccolo varco verso una strada migliore.

La maztà che mangiamo la prima sera nutre la nostra fede, dice la kabalah. E quella che mangiamo la seconda sera favorisce la nostra guarigione, sia fisica che spirituale.

La fede in D-o è il primo passo per cambiare. Solo facendo spazio a D-o dentro a noi stessi, possiamo guarire dalla malattia dell’egocentrismo, che ci porta così lontano dalle cose che ci fanno bene, dal tempo con la famiglia, dalle ore dedicate alla nostra crescita spirituale e agli altri.

E se hai fede in D-o, non corri forse un po’ meno, sei meno stressato, perché tanto sai che l’ammontare del denaro che è stato deciso quest’anno sarà identico che tu corra per sette o per quattordici ore al giorno. La matzà della prima sera, il mangiare della fede, ci apre la strada per la guarigione vera.

Quando recitiamo il verso relativo ai quattro figli, il terzo è il ‘tam’, il semplice. Tam in aramaico significa ‘lì’. Tam ma hu omer- ma zot lachem?Il tam cosa dice? Cosa state facendo?

Lì in cielo ci domandano: Figli miei, cosa è stata la vostra vita fino ad ora? Vi rendete conto di come avete confuso le vostre priorità? Di come avete sprecato mesi e anni interi per accumulare cose di cui, solo ora capite, potevate fare anche a meno?

Pesach è saltare, come ha fatto D-o, quando ha saltato sopra alle case degli ebrei in Egitto salvando la vita di chi ci viveva dentro.

Pesach è la nostra capacità di saltare da un livello all’altro, da quelle abitudini che pensavamo di non potere mai sradicare, a un nuovo stile di vita, pieno di D-o, di famiglia, di quei valori che prima del Coronavirus avevamo accantonato.

L’uscita dal proprio Egitto, che rappresenta i limiti, i confini mentali di ognuno di noi, è la cosa più difficile da fare.

Fisicamente siamo in grado di viaggiare dall’altra parte del mondo, attraversare oceani e monti, ma il viaggio più grande e più lungo, quello che ci cambierà davvero, è quello che facciamo chiusi nelle nostre mura di casa, dentro a noi stessi. D-o in questi giorni ci ha pagato il biglietto per intraprendere questo viaggio e non per niente l’ha programmato a cavallo della festa di Pesach, che è zman cherutenu, la festa della nostra libertà.

Perché la vera libertà non è quella di potere andare dove si vuole.

Ma essere quello che dovremmo davvero essere.

Pesach casher vesameach

Gheula Canarutto Nemni

Il Coronavirus e le strane coincidenze con gli ebrei

Qualche anno fa sono andata a sentire un famoso giornalista. Sapendo che si occupava spesso di tematiche ebraiche ho pensato gli potesse interessare il mio romanzo. Una volta finita la conferenza mi sono avvicinata a lui e dopo essermi presentata gli ho dato il mio libro. ‘Grazie’ mi ha detto, porgendomi la mano. ‘Grazie a lei e mi scusi, ma per motivi religiosi non do’ la mano agli uomini’ 

Non dimenticherò mai la sua espressione.  

‘Si riprenda indietro il suo libro. Io con persone estremiste come lei non voglio avere niente a che fare’. 

Avrei voluto spiegargli che il mio non dargli mano era invece un segno di grande rispetto. Verso di lui, verso sua moglie, verso il valore della famiglia. Avrei voluto raccontargli che dagli ebrei il contatto fisico possiede un valore intrinseco ed è permesso solo tra persone che appartengono allo stesso nucleo famigliare. Che una stretta di mano non è un semplice incontro di dieci dita, ma un punto di contatto tra due persone diverse. E che un abbraccio non è un semplice incrocio di braccia ma di due cuori che si sfiorano nel loro battito. 

Ma tutte queste parole mi sono rimaste appiccicate al palato. Fino a quando è arrivato il Coronavirus e all’improvviso il mio stile di vita è diventato una prassi. Nessuno dà più la mano a nessuno, nessuno abbraccia più nessuno, i baci sulla guancia a chi si incontra per strada sono diventati un ricordo di altri tempi. 

Le regole ebraiche contemplano che ci laviamo le mani appena ci svegliamo, prima di pregare, prima di mangiare il pane, dopo avere toccato le scarpe, dopo essere andati in bagno. Per noi ebrei lavarsi le mani è un rituale quotidiano così scontato che quasi non ci facevamo più caso. Fino a quando sono arrivate le linee guida del Coronavirus e hanno iniziato a raccomandare di lavarsi le mani in così tanti momenti della giornata che ci è venuto spontaneo pensare: ‘ehi, ma guarda che roba. Il mondo sta prendendo una deriva un po’ ebraica’ 

Nella tradizione ebraica esiste l’isolamento della persona ammalata di lebbra, una malattia che insorgeva in chi parlava male degli altri. Qualsiasi cosa il malato toccasse, diventava impuro. Cose che ci sembravano così remote quando le studiavamo, così appartenenti a un mondo lontano che quando hanno iniziato a parlare di quarantena ho pensato si trattasse di uno scherzo di qualche rabbino. 

Abbiamo regole severe per il cibo, tutto ciò che è a base di carne non si può mischiare con alimenti a base di latte, possiamo nutrirci solo di animali che abbiano lo zoccolo fesso e siano ruminanti e tra i volatili oggi mangiamo solo il pollo e il tacchino. I pipistrelli non potrebbero mai fare parte del nostro menù. La macellazione rituale avviene in condizioni di stretto rispetto verso l’animale e i controlli sanitari superano di gran lunga quelli imposti da qualsiasi ministero della salute. Così quando è arrivato il Coronavirus e abbiamo iniziato a leggere che in Cina gli animali vengono macellati davanti ai clienti e che gli spiedini di topo sono in cima alla wish list del consumatore medio, molti ebrei hanno pensato: se avessero rispettato ciò che dice la Bibbia tutto questo non sarebbe mai accaduto. 

Stiamo vivendo momenti che i nostri nipoti studieranno nei loro libri di storia. Cadeva l’anno 2020 quando il Coronavirus entrò nella vita di sette miliardi di persone, dirà il titolo. E nel sottotitolo ci sarà scritto: tutto accadde così all’improvviso che di punto in bianco il mondo intero dovette cambiare vita. Solo un popolo non fu preso alla sprovvista dalle nuove regole. Quel popolo strano a cui forse il giornalista famoso, se leggerà questo pezzo, oggi potrà porgere delle scuse. 

Gheula Canarutto Nemni

Il Coronavirus è la prova dell’eternità della Torà

Un signore filippino è stato picchiato in un supermercato con l’accusa di essere un cinese portatore di Coronavirus.

Un gruppo di turisti italiani è stato isolato in Israele dopo che qualcuno ha visto che sulle loro valigie c’era scritto un indirizzo italiano, il 90% delle prenotazioni turistiche in Italia è stato annullato, nonostante il virus si stia inevitabilmente diffondendo in tutto il mondo.

L’essere umano razionale del 2020, pieno di scienza e conoscenza, di amore per il proprio intelletto e disprezzo per tutto ciò che non è provabile con numeri e formule, è all’improvviso tornato indietro anni luce.

Ai tempi in cui gli stranieri venivano chiamati ‘untori’ e guardati con sospetto, a quei periodi in cui un gruppo etnico particolare, come erano gli ebrei, venivano considerati l’origine di tutti mali, ai giorni in cui le prediche avevano il potere di infuocare gli animi e annebbiare la mente. 

E’ bastato uno spartiacque infettivo per riportare l’uomo ad essere in balia totale delle proprie emozioni, una serie di titoli urlati in pochi giorni hanno cambiato la nostra percezione del mondo, le ultime notizie hanno plasmato il nostro modo di vedere la realtà che ci circonda.

E da un momento all’altro gli individui si sono liberati del rispetto formale e iniziato a dare via libera a tutti gli istinti che nel corso del tempo le società avevano solo silenziato e represso.

D-o sa come ha programmato l’uomo. L’ha programmato sempre pronto ad accusare gli altri invece che pronto a guardare dentro a se stesso, in grado subito di additare e, solo dopo un grande sforzo, anche di capire se è vero. 

Per questo motivo la Torà ripete per decine di volte l’obbligo di rispettare lo straniero ‘ricordati che anche tu sei stato uno straniero in una terra non tua’.

D-o ha creato l’uomo come un essere irrazionale, emotivo e gli ha detto: impara a controllare le tue emozioni, lavora su te stesso per ragionare con la testa e solo dopo attiva il cuore, gli ha insegnato che anche se potrebbe sembrare giusto in un certo momento rubare o uccidere, che anche se manca il cibo nei supermercati non significa che si può andare a rubarlo.

A volte a noi abitanti del 2020 può apparire che la Torà sia fuori moda, antica, indirizzata a uomini che erano appena usciti dalla schiavitù al deserto, ma anche l’essere razionale super moderno si trasforma in pochi attimi  e torna indietro a comportarsi come i contadini illetterati del 1600.

La Torà conosce così a fondo l’uomo, che si travesta da agricoltore, artigiano, scienziato o fisico. E sa che la sua vera natura immutabile e nessuna modernità e progresso potranno cambiarne il dna che gli circola in corpo.

La Torà è la legge morale universale che regola la vita dell’uomo al di sopra del tempo, delle contingenze  e delle società in cui vive. E ci insegna a ragionare con la nostra testa e non con quella dei giornalisti di turno, ci aiuta a seguire regole che dalla nascita del mondo sono ancora valide e universali e che, nei periodi di calma e progresso dell’umanità, a molti potrebbero sembrare superate ma guarda caso quando l’irrazionale si impadronisce di nuovo della mente dell’uomo e il lume della ragione sembra essersi momentaneamente spento, torna all’improvviso in voga con i suoi insegnamenti eternamente  validi di rispetto del prossimo e della sua dignità (un intero popolo si è fermato ad aspettare che Miriam guarisse  dalla lebbra e solo dopo è ripartito), a prescindere dal colore della pelle, dal suo paese di origine. E dalle malattie che ha in corso. 

Quando la modernità ci accecherà nuovamente con le sue certezze illusorie, ricordiamoci del periodo in cui il coronavirus ha smascherato la vera identità dell’uomo e le sue irrazionalità primordiali. E del fatto che come l’essenza dell’essere umano non è mutata nel tempo, così il messaggio della Torà rimane valido al di là di ogni tempo. 

Gheula Canarutto Nemni

Coronavirus e Bibbia