Come salvarsi dall’epidemia che ci sta inondando

Siamo potenti.
Siamo in grado di arrivare sulla luna, di fare viaggiare immagini e video tra un continente e l’altro in un nanosecondo. La scienza sta facendo passi da gigante. Operiamo con braccia computerizzate, visualizziamo i moti delle onde celebrali durante la veglia e il riposo, la tristezza e la gioia. Il cervello umano sta arrivando a scoprire, a modificare e programmare ogni minimo dettaglio del presente e del futuro.

Siamo quasi invincibili, possiamo accendere il forno della cucina di Milano in remoto da New York o Melbourne.
Abbiamo quasi tutto sotto il nostro controllo.

La natura, il tempo, lo spazio.

Ma in tutta questa corsa abbiamo trascurato la necessità umana di sottomettersi a una Forza Superiore, a Qualcosa che ci ricordi che sì, siamo grandi, ma abbiamo ancora tanto da migliorare, che sì, siamo super intelligenti e capaci ma se poi lasciamo indietro nella corsa tanti individui, la nostra corsa perde punti già in partenza.

Abbiamo coltivato denaro invece di affetti, programmato l’uomo come se fosse una macchina dimenticando che questo uomo è fatto sì di corpo, ma anche di anima.

Ai tempi di Noè, D-o mandò un diluvio. Questo uomo che aveva creato si era spinto oltre tutti i limiti umanamente e spiritualmente concessi. Ognuno pensava solo a se stesso, la legge veniva applicata ad personam.

L’uomo si riteneva invincibile e il proprio interesse era al di sopra di ogni altra cosa.
Noè si rinchiuse in un’arca con la propria famiglia come D-o gli aveva comandato e ci rimase dentro per quasi un anno intero. Si occupò dei suoi figli, degli animali che stava portando in salvo, mentre il mondo veniva sommerso dall’acqua.

Dentro all’intimità dell’arca, una casa galleggiante, venivano portati in salvo i principi e i valori dai quali ricostruire le basi dell’intera umanità.

Ogni tanto D-o manda dei diluvi nel mondo. Momenti di crisi in cui per salvarci dobbiamo rinchiuderci in casa con i nostri cari e aspettare che le acque si plachino.

Perché solo isolati da ciò che ci travolge là fuori e dalle correnti di pensiero che cercano di impossessarsi della nostra essenza, riusciremo a ricostruire le basi del nostro mondo, materiale e spirituale.

Quando la colomba ritornò da Noè con un ramo di olivo in bocca, Noè capì che il mondo stava ricominciando a rinascere. Le foglie di olivo hanno un sapore amaro. Rashi spiega che la colomba stava mandando un messaggio: meglio essere nutriti da D-o con del cibo che possiede un gusto amaro piuttosto che il gusto apparentemente dolce e più facilmente raggiungibile di ciò che arriva dagli esseri umani.

Per ricostruire il mondo dobbiamo imparare a guardare dentro di noi, nella nostra spiritualità, nella nostra famiglia, nei valori che ci ha insegnato D-o. E anche se questo è difficile, anche se mantenere un pensiero indipendente è duro, amaro e faticoso, questo è il motivo per il quale siamo venuti al mondo.

Resistere alle correnti esterne e camminare a testa alta fieri di sapere e fare sapere che è D-o e non noi, il padrone del mondo.
Gheula Canarutto Nemni

La parrucca come mezzo di consacrazione

‘Le donne di Israele non escono con la testa scoperta’ dice il Talmud (Ketubot 72°)

‘Cosa è la religione ebraica?’ Si domanda nello Shulchan Aruch.

‘E’ la modestia che usano le donne di Israele’.

‘E quale è la cosa che rappresenta una trasgressione alla religione ebraica?’ continua lo Shulchan Aruch

‘Quando la donna esce di casa con la testa scoperta’.

Sono nata e cresciuta a Milano. I miei genitori sono di Bologna e i miei nonni di Bologna e Trieste. Sono un’ebrea italiana a tutti gli effetti. Godo di diritto di voto, sono laureata in Bocconi, dove ho insegnato alla Scuola di Direzione Aziendale per sette anni.

Porto la parrucca.

La mia mamma e la mia nonna non l’hanno mai indossata.

La mia è stata una scelta, assolutamente controtendenza.

Nessuno mi ha imposto di metterla, non c’è stata nessuna pressione sociale. Nessuna delle mie amiche la portava.

A 15 anni ho sentito una lezione sul significato della copertura dei capelli al femminile e ho deciso. Così, dal giorno dopo il matrimonio, mentre ancora frequentavo la scuola ebraica di Milano, ho coperto i miei capelli.

Con la parrucca in testa ho sostenuto l’esame di maturità e gli esami in università.

Con la parrucca entravo in aula e insegnavo a duecento studenti.

Con la parrucca oggi vado in televisione e tengo conferenze in sale comunali con vice sindaco e assessori.

Sotto alla parrucca i miei capelli sono diventati più folti, si sono schiariti e sono diventati più mossi.

C’è la Gheula che esce per la strada elegante, truccata, con una messa in piega sempre perfetta.

E c’è la Gheula che incontra il proprio marito nella sfera privata della casa.

La parrucca è la mia libertà di essere davvero me stessa solo per la persona che ho sposato. Ed è il mio modo di continuare lo stile di vita che le mie antenate, molto prima di Singer, tenevano.

Nessuna donna ebrea è costretta, nessuno ci minaccia se non desideriamo farlo. Come nessun trasgressore dello shabat verrà lapidato.

C’è libertà assoluta per l’individuo, di seguire o di abbandonare, di restare dentro o allontanarsi.

E questa è una grande, enorme differenza con l’Islam.

L’impianto logico non è assolutamente identico. Nell’ebraismo la donna copre i capelli, per preservare. Per creare spazi dove entrano solo marito e moglie. Dove l’attrazione fisica rimane una cosa pura, privilegio della coppia sposata. L’amore è sacro.

Io non copro i capelli per paura che gli uomini cadano in tentazione quando mi vedono. io copro i capelli perché voglio essere la vera me stessa solo per la persona che amo.

Sotto alla chuppà mio marito mi ha detto ‘tu sei santificata per me’. Santificata, non sottomessa. Kadosh in ebraico significa distinto e privilegiato rispetto al resto del mondo. Come un sefer Torah o un libro di preghiera. Il marito è obbligato a un estremo rispetto, a stima e amore verso la moglie.

La sottomissione di un individuo a un altro non esiste nell’ebraismo. Perché nessun uomo può decidere la propria superiorità rispetto a un altro. Nemmeno lo schiavo, l’individuo che potrebbe sembrare possedere meno diritti, è in realtà sottomesso. E’ lo schiavo che deve mangiare per primo, dormire nel letto più comodo. Davanti al Creatore tutti possediamo la stessa identica dignità e valore.

Uomo e donna, marito e moglie, sono due metà della stessa anima che si incontrano durante la vita e insieme ricostituiscono l’anima nella sua completezza.

Nei giorni di mercato era proibito per i venditori ambulanti girare di casa in casa per evitare che facessero concorrenza ai venditori che stavano fermi nella piazza. Eccezione? I venditori di cosmetici. Perché per i rabbini la bellezza della donna è più importante di un commercio senza concorrenza sleale.

Anche nei giorni in cui la donna non può unirsi fisicamente al marito, è vietato che si trascuri. Perché la bellezza e la dignità della donna sono tra i principi cardine della Torah.

Secondo la mistica ebraica, il livello spirituale della donna è superiore a quello dell’uomo. Per questo D-o dice ad Abramo di seguire tutto ciò che Sarah sua moglie gli dirà di fare.

L’ebraismo stesso si trasmette per via matriarcale. L’uomo più osservante del mondo non potrà trasmettere l’ebraismo ai propri figli se non con una moglie ebrea. Fosse anche la più laica del mondo.

L’ebraismo è questo. Una tradizione che non cambia, la carne macellata sempre nello stesso modo, le donne che vanno ad immergersi una volta al mese nelle acque del mikveh. No, queste cose non accadevano solo all’epoca del romanzo di Singer. Ma accadono anche ora, grazie a D-o. Perché sono queste cose, queste regole che entrano anche nella sfera materiale della nostra vita, che hanno garantito la continuità al nostro popolo.

L’ebraismo non è pensiero né filosofia. L’ebraismo non è cultura. L’ebraismo è Torah. E la Torah in primis insegna ed esige il rispetto massimo di ogni individuo e creatura.

Mi dispiace  per le persone che percepiscono l’ebraismo in maniera triste e erroneamente lo assimilano ad altri mondi.

Perché la modestia di una donna non è abbrutimento né mezzo di sottomissione. E’ la delimitazione di una zona privata, dove grazie a D-o nessuno, se non il tuo coniuge, può entrare.

Ed è proprio la madre a trasmettere l’ebraismo, perché lei, più del padre, è in grado di tramandare il messaggio di dignità, della possibilità di diventare qualcuno non perché fai vedere qualcosa di te, ma perché tu, sei qualcosa.

Gheula Canarutto Nemni

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Uomo, dove sei?

Siamo alla fine della creazione. D-o ha appena finito di formare l’uomo, di donargli una compagna di vita, di regalare loro vita eterna nel giardino dell’Eden.

Nemmeno il tempo di tirare il fiato dalla fatica della creazione ed ecco comparire nella storia del mondo la prima trasgressione. Adamo ed Eva mangiano l’unicofrutto che D-o aveva proibito.

D-o va alla ricerca di Adamo e lui, sentendolo arrivare, si nasconde. Aieka, dove sei, gli chiede D-o. 

Davvero? Il Creatore del mondo non sa dove si trova la Sua creatura? Dicono i maestri che nessuna parola è invano nella torah. E questo aieka, risuona ogni giorno nelle orecchie dell’umanità.

Ogni giorno veniamo meno alla parola data a Chi ci ha creato. Commettiamo errori, offendiamo persone, corriamo nella direzione sbagliata, tradiamo la fiducia di Chi ha voluto credere in noi. E D-o ci domanda ogni giorno, dove sei? La tua vita vale per come la stai vivendo in ogni momento? Quando vai a dormire alla sera ti senti come se avessi sfruttato al meglio ogni minuto della tua giornata? Dove sei nel mondo, stai illuminando con le tue energie uniche gli angoli bui che incontri? 

Ogni persona possiede un numero limitato di giorni e di anni, una quantità definita di attimi in cui dimostrare a se stesso e Chi l’ha creato che la sua presenza in terra è un affare serio, una circostanza senza la quale il mondo sarebbe più vuoto. 

Adamo è opera della mani di D-o stesso. Eppure anche lui riuscì a peccare. D-o non lo condanna a morte per questo peccato, non lo distrugge pensando: questa creatura è sbagliata, meglio che ne faccia un’altra. Si avvicina lentamente a lui e con una parola, aieka, gli domanda: perché hai rinunciato alla tua vera essenza per un piacere momentaneo? L’errore è insito nel Dna dell’umanitàdal primo momento della creazione. Le cadute faranno parte per sempre del percorso dell’essere umano. Ma, nonostante i nostri errori, D-o non smetterà mai di domandarci aieka, dove sei, dove ti trovi spiritualmente in questo momento. Perché solo se sappiamo dove ci troviamo, riusciremo a rialzarci migliori di prima. 

Gheula Canarutto Nemni

Scopri il segreto della felicità

Quando D-o ha creato gli alberi, ha comandato che uscissero dalla terra con il tronco dello stesso sapore del frutto.

Ci mangeranno e scompariremo in poco tempo, pensarono.

E così gli alberi disubbidirono e uscirono dalla terra con il tronco insapore.

L’unico albero che seguì il comando divino fu quello del cedro.

I maestri si domandano sul motivo per il quale D-o desiderasse che il tronco avesse lo stesso gusto del frutto.

Il tronco rappresenta le tappe delle nostra vita. Partiamo dalle radici e giorno dopo giorno costruiamo un nuovo pezzo di noi stessi.

Il frutto dell’albero ricorda le mete che ci siamo prefissati e per le quali corriamo e lottiamo ogni momento.

D-o ha chiesto che il tronco avesse lo stesso gusto del frutto perché voleva che l’essere umano non si perdesse il sapore e la felicità di ogni momento.

È vero, ognuno di noi corre verso una meta, verso il proprio sogno.

Ma la felicità non sta solo nel momento finale, nell’attimo in cui si incontra il punto d’arrivo.

La felicità è nascosta negli innumerevoli istanti della nostra vita in cui ci muoviamo verso l’obiettivo.

Per questo uno dei simboli della festa di sukot che nella Torah è definita festa della felicità, è il cedro.

Il mezzo attraverso il quale cerchiamo di raggiungere la meta deve avere lo stesso sapore della meta stessa.

Se sogniamo di brindare al conseguimento del nuovo progetto, alla fine della costruzione della nuova casa, alla nascita del primo nipote,

impariamo a brindare anche mentre il progetto lo pensiamo, mentre poniamo i mattoni della casa, mentre cresciamo i nostri figli in attesa che inizino la loro vita da grandi.

La vita è ciò che ti accade mentre sei occupato a fare altri piani, dice John Lennon.

Non farti scappare nemmeno un attimo.

Il segreto della felicità sta nella capacità di assaporare ogni momento della vita come se avessimo raggiunto una piccola, ma fondamentale, meta.

Gheula Canarutto Nemni

D-o ce la posso fare

Girati indietro. Pensa a come eri seduto l’anno scorso, stretto tra le persone. A come stavi in piedi per la benedizione dei cohanim, schiacciato tra la folla che compare in sinagoga nel giorno di kippur.

Come chiacchieravi con chi ti stava accanto, incurante dei colpi di tosse che emetteva ogni tanto.

Ora guardati intorno. Un metro di distanza tra le persone, posti prenotati con settimane di anticipo, temperatura rilevata in ingresso, niente più stretta di mano al conoscente che non rivedi da un anno.

E’ accaduto l’impossibile. E tutti noi, senza preavviso, abbiamo dovuto adattarci. Abbiamo smesso di viaggiare verso molti paesi, ci siamo chiusi in casa per settimane intere, ci siamo abituati a coprire la bocca e il naso tutto il giorno come se fossimo dei chirurghi, abbiamo chiuso l’ufficio da un momento all’altro senza prendere nemmeno i documenti e ci siamo reinventati per lavorare da casa.

In pochi giorni la nostra vita è stata totalmente rivoluzionata. Un microscopico essere ci ha imposto le sue nuove regole. E noisiamo stati capaci di modificare tutte le nostre abitudini.

Questo è l’essere umano. Una creatura flessibile, adattabile, creativa. Un insieme di cellule in grado di cambiare rotta, rimettersi in discussione, guardare verso nuovi orizzonti, in un batter d’occhio.

D-o ha voluto popolare il suo mondo con esseri del genere. Non ci ha programmati statici, ma esseri geneticamente modificabili.

D-o ha innestato nell’uomo quella capacità unica, che lo distingue dagli altri esseri viventi, di guardarsi dentro, fare autocritica e compiere passi nuovi, mai intrapresi prima.

Se fino a pochi mesi fa pensavamo che cambiare fosse impossibile, in questo nuovo periodo abbiamo capito che siamo in grado di diventare diversi in una frazione di secondo. Se prima ci sembrava folle l’idea di trascorrere una giornata di 25 ore chiusi in casa senza poter prendere la macchina o andare al lavoro, ora che l’abbiamo fatto per interi mesi, abbiamo imparato che non solo è fattibile, ma può essere persino piacevole.

Nel giorno del kippur l’anima dell’ebreo si risveglia. Si tira fuori dal proprio guscio e raccoglie le forze spirituali per il nuovo anno. E se fino a poco fa ogni cambiamento ci sembrava assolutamente impensabile, ora lo sappiamo.

Siamo in grado di diventare diversi, di virare completamente, in un secondo.

In queste ore in cui la nostra anima ci dice: ti prego, trasformati nella persona, nell’ebreo, che D-o sa tu puoi diventare, non diremo più, non ce la posso fare.

Quest’anno sappiamo che ogni rivoluzione è possibile.

E che, come da un attimo all’altro, tutto può fermarsi ed essere cancellato, tutto, ma proprio tutto, può fermarsi per rinascere più forte di prima.

Gmar chatimà tovà, che sia un anno di rivoluzioni spirituali e di rinnovamento interiore

Gheula Canarutto Nemni

Esistere o vivere? Questo è il dilemma

Nella vita hai davanti a te sempre due scelte.

Esistere o vivere.

Quando esisti occupi uno spazio, ti fai largo a spese di altri.

Sei tu l’epicentro della tua esistenza, sei un insieme di cellule imponenti che difficilmente percepisce le esigenze e i sospiri di chi sta intorno.

I grandi regni dell’antichità sono esistiti senza ombra di dubbio. La loro esistenza è provata da maestosi palazzi che ancora oggi visitiamo da turisti curiosi. Hanno conquistato paesi e continenti, si sono espansi nello spazio altrui, a spese degli altri. Qui ci sto io, era il loro motto. Oggi questi regni e imperi sono ricordati nei libri di storia, in mausolei e reperti che ne raccontano le effigie e la gloria. Ma la loro esistenza passata non si è trasformata in vita presente e futura.

Oppure puoi scegliere di vivere.

E allora la tua ottica cambia prospettiva.

Non sei più tu il centro del mondo, ma è il mondo a diventare il tuo centro.

Non sono più gli altri che devono farsi largo al tuo arrivo, ma tu che ti allarghi per fare spazio anche per loro. Il popolo ebraico ha insegnato al mondo il valore della vita. Di giornate trascorse a riflettere su come migliorare il vissuto degli altri, come accogliere lo straniero, rispettare la vedova, conservare l’ambiente.

Quando vivi nel vero senso della parola, non ti espandi fisicamente ma intellettualmente e spiritualmente.

Non smetti di crescere, di migliorare, di metterti in discussione. Impari dai tuoi errori passati. Quando vivi, la tua crescita passa attraverso un allargamento della tua visione, non dei tuoi confini e dei tuoi possedimenti materiali, sei vivo se sai andare oltre a te stesso, superando l’egocentrismo innato dell’uomo.

Il confine tra l’esistenza e il vivere è fragile e sottile.

In pochi attimi ci possiamo ritrovare da una parte o dall’altra, a seconda delle intenzioni con cui facciamo le cose.

Siamo stati creati per vivere, per trasformare ogni attimo della nostra esistenza in un raggio di luce indelebile che trafigge la vita degli altri, che oltrepassa la materia stessa e trasforma tutto ciò che incontra in un aspetto profondo. La vita è il significato che si dà all’esistenza.

Nel capodanno ebraico, Rosh Hashanà, D-o ci riporta davanti al bivio e ci fa nuovamente scegliere. Vuoi semplicemente esistere o vuoi vivere? Ci domanda sperando che diamo la risposta giusta.

D-o ci concede 48 ore per accumulare le risorse spirituali che ci serviranno nell’anno a venire a rendere fiero Colui che ha in ogni momento fiducia in noi e nel nostro operato.

Che sia un anno buono e dolce, un anno di miracoli evidenti, di bontà rivelata e di redenzione assoluta per tutta l’umanità.

Shana’ tova’ umetuka’,

Gheula Canarutto Nemni

Cosa sta dietro la dipartita di un giusto

Ci sono cose che non capisci nella vita.

Che ti fanno alzare gli occhi al cielo e sentire il bisogno di urlare: perché?

Eventi che vorremmo cancellare dal calendario, dalla storia del mondo, portando indietro le lancette dell’orologio o entrando in una macchina del tempo che riporti al momento prima.

Notizie che non vorresti avere mai sentito, che continui a ripetere in testa perché il tuo cervello non riesce a realizzare anche dopo cento volte che hai provato a farglielo capire.

Non è possibile, non è possibile, non è possibile, continui a dire come se questo mantra avesse il potere di cancellare l’atrocità dell’accaduto.

Quando Aronne perse i sui due figli tragicamente, lui che aveva la possibilità di parlare con D-o, non fece domande, non aspettò risposte.

Vaidom Aharon, e Aronne si ammutolì.

Silenziò la voce dentro di sè, soffocando la voglia dell’uomo di bombardare i cieli di domande e di richieste di spiegazioni.

C’è però anche scritto e la persona viva interiorizzerà nel proprio cuore.

Di fronte alle scelte di D-o incomprensibili a noi umani, dobbiamo fare i conti con noi stessi. Quello che succede intorno è una lezione di vita per ognuno di noi.

Quando accadono tragedie il messaggio non è solo privato, non è solo destinato ai famigliari più stretti.

Il messaggio è per ognuno di noi, per tutti noi.

Un campanello d’allarme per costringerci a fare un esame di coscienza profondo.

Per capire la responsabilità che ognuno di noi ha, senza eccezione, nella comunità in cui vive.

Per ponderare se stiamo vivendo giornate egocentriche o riusciamo nella nostra corsa quotidiana a inserire momenti anche per gli altri.

C’è scritto che la morte dei giusti serve a fare perdonare l’intera generazione.

Quando una persona che è solo bene viene prelevata da questa terra, siamo noi come collettività che dobbiamo migliorare.

In momenti difficili non sono le domande che cambieranno la situazione, ma una virata drastica nel modo in cui ognuno di noi vive e si relazione con gli altri.

Un giusto ha lasciato pochi giorni fa questa terra per unirsi alle anime dei giusti in cielo. L’unica cosa che possiamo fare è cercare di provare con tutti noi stessi a fare in modo che da Lassù, Nathan, lo tzadik silenzioso di Milano, ci guardi e dica: sono fiero di avere fatto parte di questa comunità di persone.

Gheula Canarutto Nemni

Quando l’ebraismo insegna a curare il mondo con la prevenzione

Quando comprerai una casa nuova, costruirai una recinzione sul tuo tetto, dice la Torah.

Questo è il mese del pentimento per noi ebrei. Un mese di analisi di coscienza, di assunzioni di consapevolezza.

Giorni in cui ci guardiamo allo specchio e ci domandiamo se siamo fieri di ciò che vediamo o se invece ci vergogniamo.

Il calendario ebraico è costellato di momenti felici intercalati a attimi di introspezione.

La felicità, ci dice D-o, può arrivare quando sai a che punto stai con te stesso, quando ti rendi conto in che modo sei riuscito a sfruttare il tempo che ti è stato concesso.

C’è sempre spazio per l’errore, D-o sa che non siamo perfetti ma inseriti in un percorso di miglioramento perpetuo. Lo sbaglio fa parte del DNA umano come le cellule e gli organi del corpo.

Quando ci pentiamo davvero, quando ci ritroviamo nella stessa identica situazione nella quale in passato abbiamo sbagliato e non ripetiamo più lo stesso errore, lì viene suggellato il nostro perdono.

Però, domanda D-o, fate attenzione.

E ci insegna che se compriamo una casa nuova la prima cosa da fare è mettere in sicurezza il tetto in modo che nessuno possa cadere.

Se non metti una recinzione le persone cadranno, dice la Torah. 100%, senza ombra di dubbio, senza una attività preventiva, ci saranno dei grossi danni.

Allora è vero che D-o aspetta sempre il nostro pentimento ma si aspetta da noi anche un po’ di attenzione, un atteggiamento di allerta attiva, vuole da noi la prevenzione.

Prima di agire, pensiamo alle conseguenze che il nostro comportamento potrebbe avere.

Prima di parlare, immaginiamo come giungeranno le nostre parole al cuore dell’ascoltatore.

La nostra vita è come una lunga esercitazione in cui dobbiamo pensare a tutti gli scenari possibili prima di mutare il corso delle cose.

Non è facile, è un lungo percorso ad ostacoli.

Lefum zaara agra, dice un detto dei nostri maestri, la ricompensa arriva proporzionalmente allo sforzo compiuto.

E ogni sforzo umano verso un giorno migliore è un raggio di luce che irradia dall’inizio alla fine del mondo.

Gheula Canarutto Nemni

Quei momenti della vita in cui il tuo sogno più grande è un giro in bicicletta

In questi giorni passo gran parte delle mie giornate in un posto in cui la vita appare sospesa, in cui il tempo sembra possedere un ritmo totalmente diverso e il sole non sembra avere fretta di tramontare.

Guardo in alto verso i monitor che registrano il ritmo cardiaco, la pressione, che emettono suoni improvvisi quando il corpo si dimentica come dovrebbe davvero funzionare. All’improvviso ricevo un messaggio in cui i genitori della classe si scambiano informazioni sui libri scolastici del prossimo anno.

Scuola? Libri? Esiste ancora una vita normale lì fuori?

È così strano questo doppio binario su cui corre la nostra vita.

C’è il binario quotidiano sul quale viaggiano senza nemmeno accorgercene, in cui combattiamo contro il tempo per riuscire a fare tutto entro sera. Tempestati di messaggi che sembrano tutti esigere una risposta immediata, pieni di impegni e scadenze che si impadroniscono di ogni minuto presente e futuro. E qui il treno corre, corre veloce.

E poi c’è il binario in cui il treno rallenta, in cui all’improvviso la persona è sdraiata su un letto, il cellulare spento, l’orologio riposto in borsa in attesa che il tempo ritorni a essere una delle dimensioni essenziali della vita. Su questo binario non è importante quello che si fa ogni giorno, ma il respiro che si riesce a emettere in ogni istante.

Da questo binario si osserva la vita con un filtro diverso.

Una passeggiata, un piatto di pasta caldo mangiato intorno al tavolo della cucina di casa, basterebbero per farti sentire la persona più fortunata del mondo.

E ti mancano, quando sei sul binario lento, quella frenesia quotidiana, quei messaggi che ti fanno saltare sulla sedia esclamando ‘accidenti, me ne ero completamente dimenticato’, ti manca la banalità del momento, la capacità di concentrarsi su qualcosa di piccolo e senza senso.

E prego che questi momenti umanamente piccoli si riapproprino della mia vita e della vita di una delle persone che amo di più al mondo e di tutti quelli che ora sono in un letto d’ospedale, in un limbo tagliato fuori dal tempo e di tutti quelli che sognano una gita in bicicletta come nei giorni normali si sogna il biglietto vincente della lotteria.

Gheula Canarutto Nemni

Da dove prendiamo la forza di continuare a credere nei nostri ideali?

Queste sono le leggi della Torah, dice D-o a Mosè.
Leggi che sono anche strane, che di logico non hanno nulla.
Non mangiare né cucinare il latte con la carne, non indossare lino e lana insieme, purificare le persone impure ai tempi del santuario di Gerusalemme con la cenere di una mucca rossa.
Regole sulle quali Rashi, il commentatore medievale, spiega: questi sono i comandamenti per i quali il mondo vi prenderà in giro, sui quali vi domanderanno, cosa sono queste regole, per quale motivo le osservate? E voi risponderete, sono regole forse senza logica ma ce le ha date D-o e noi non le mettiamo in discussione.
D-o con queste leggi ha inserito nel dna dell’umanità la capacità di avere fede, di resistere alle domande, alle sollecitazioni esterne, a chi ci vuole fare desistere dai nostri principi.
Questo tipo di legge senza motivazione logica si chiama chok, parola che contiene dentro di se’ la radice del verbo incidere.
Se credi fermamente in qualcosa, se ci credi così forte che ormai è diventato parte di te, è inciso in te, nessuno te lo potrà mai togliere.
Se con questo ideale ti svegli al mattino, ci vai a dormire la sera e non ti lascia mai, quello che dicono gli altri non potrà mai scalfirti.

Potranno deriderti, prenderti in giro, chiamarti pazzo e sognatore, ma il pensiero altrui non ti farà cambiare il tuo.
Credere in qualcosa di diverso dal resto mondo, battersi in nome di un ideale che la maggior parte delle persone ritiene senza senso o addirittura ridicolo, è difficile.
Ma questa è la forza che D-o ha messo nell’essere umano.
La forza di continuare a raccontare, a non accettare lo status quo e a lottare per cercare di cambiare se stessi e il mondo in cui si vive, con caparbia, tenacia, testardaggine nonostante lì fuori ci sia una intera platea pronta a deriderci.
L’unica condizione è non tentennare mai, non barcollare nella propria fede e nei propri ideali. Ma andare avanti a testa alta forti, determinati e certi che la causa per la quale ci battiamo porterà una quantità infinita di luce nel mondo.
Gheula Canarutto Nemni

Come una persona molto importante mi insegnò cosa significa essere grande

Avevo 15 anni e tante domande. Mi vergognavo di porle ai miei maestri, ai rabbini che conoscevo. Una delle mie maestre partiva per gli Stati Uniti e mi domandò, conoscendo la mia passione per chabad, se volessi mandare una lettera al Rebbe. Mentre mi imbarazzava l’idea di rivolgere le mie domande a chi conoscevo di persona, metterle nero su bianco per farle poi leggere al Rebbe, mi creava incredibilmente meno problemi.

Caro Rebbe, c’è una domanda che mi tormenta da tempo. A me sembra che sia più importante comportarsi bene ed essere delle brave e oneste persone piuttosto che porre l’enfasi su come ci si veste e quali parti del corpo si coprono. Vedo persone che fanno molta attenzione all’aspetto esteriore ma poi non rispettano il prossimo. Immagino sia preferibile agli occhi di D-o che una persona si concentri sul proprio miglioramento morale che non sul fatto che indossi un paio di pantaloni o una gonna che copra il ginocchio.

Chiedo una benedizione per tutta la mia famiglia

Ti ringrazio

Gheula

Un mese dopo la mia maestra tornò. Ti ho portato la risposta del Rebbe. Aprii la busta. Due righe.

Entrambe le cose che dici sono regole della nostra sacra Torah. Pregherò per la tua famiglia.

Avevo 15 anni e non rimasi affatto colpita dal fatto che il leader spirituale della nostra generazione mi avesse risposto.

Non mi sorprese il fatto che una persona che stava dalla mattina alla sera in piedi ad accogliere migliaia di persone che venivano a domandare un suo consiglio, avesse trovato il tempo per scrivermi.

Non mi stupì che la persona con cui si incontravano capi di stato e generali, personaggi famosi e rabbini autorevoli, avesse preso carta e penna e mi avesse risposto.

Non mi aveva rimproverato per la mia domanda, forse anche un po’ impertinente. Mi aveva risposto con rispetto, come si risponde a una persona adulta e importante.

In quel momento ho imparato la mia prima lezione di leadership.

Un vero leader non è quello che fa leva sulla sua capacità di influenzare gli altri per costruire ciò che fa comodo a lui, un vero leader non è il manager di turno che esercita la propria autorità facendo sentire piccoli gli altri.
Il vero leader dà tutto se stesso per creare altri leader, senza timore e forse persino con la speranza, che i suoi studenti lo superino. Rinforza le persone che gli stanno intorno e ne nutre l’autostima. Innesca reazioni a catena positive attraverso il rispetto e l’importanza che dà ad ognuno, grande o piccolo che sia.
A chi si chiede quale sia stato il segreto dietro alla capacità del Rebbe di riportare in vita l’ebraismo in tutto il mondo, si può rispondere con le parole di rabbi Sacks.

Il vero leader non fa uso del potere per costringere gli altri a comportarsi in un certo modo, ma comunica la propria visione e i propri ideali ai propri discepoli in modo che siano poi loro a portare avanti il suo lavoro.

A 15 anni ho capito che non esiste domanda che non meriti risposta e non esiste individuo che non meriti rispetto. E ho imparato che il vero leader non esercita il proprio potere per sminuire gli altri. Ma fa leva sulla propria influenza per fare sentire le persone ancora più grandi.

Anche se fisicamente i nostri occhi non vedono più il Rebbe, la sua guida e la sua influenza sulle persone, la luce e la forza che da lui emanano, continuano ogni giorno ad essere sempre più forti.
Gheula Canarutto Nemni