Esistere o vivere? Questo è il dilemma

Nella vita hai davanti a te sempre due scelte.

Esistere o vivere.

Quando esisti occupi uno spazio, ti fai largo a spese di altri.

Sei tu l’epicentro della tua esistenza, sei un insieme di cellule imponenti che difficilmente percepisce le esigenze e i sospiri di chi sta intorno.

I grandi regni dell’antichità sono esistiti senza ombra di dubbio. La loro esistenza è provata da maestosi palazzi che ancora oggi visitiamo da turisti curiosi. Hanno conquistato paesi e continenti, si sono espansi nello spazio altrui, a spese degli altri. Qui ci sto io, era il loro motto. Oggi questi regni e imperi sono ricordati nei libri di storia, in mausolei e reperti che ne raccontano le effigie e la gloria. Ma la loro esistenza passata non si è trasformata in vita presente e futura.

Oppure puoi scegliere di vivere.

E allora la tua ottica cambia prospettiva.

Non sei più tu il centro del mondo, ma è il mondo a diventare il tuo centro.

Non sono più gli altri che devono farsi largo al tuo arrivo, ma tu che ti allarghi per fare spazio anche per loro. Il popolo ebraico ha insegnato al mondo il valore della vita. Di giornate trascorse a riflettere su come migliorare il vissuto degli altri, come accogliere lo straniero, rispettare la vedova, conservare l’ambiente.

Quando vivi nel vero senso della parola, non ti espandi fisicamente ma intellettualmente e spiritualmente.

Non smetti di crescere, di migliorare, di metterti in discussione. Impari dai tuoi errori passati. Quando vivi, la tua crescita passa attraverso un allargamento della tua visione, non dei tuoi confini e dei tuoi possedimenti materiali, sei vivo se sai andare oltre a te stesso, superando l’egocentrismo innato dell’uomo.

Il confine tra l’esistenza e il vivere è fragile e sottile.

In pochi attimi ci possiamo ritrovare da una parte o dall’altra, a seconda delle intenzioni con cui facciamo le cose.

Siamo stati creati per vivere, per trasformare ogni attimo della nostra esistenza in un raggio di luce indelebile che trafigge la vita degli altri, che oltrepassa la materia stessa e trasforma tutto ciò che incontra in un aspetto profondo. La vita è il significato che si dà all’esistenza.

Nel capodanno ebraico, Rosh Hashanà, D-o ci riporta davanti al bivio e ci fa nuovamente scegliere. Vuoi semplicemente esistere o vuoi vivere? Ci domanda sperando che diamo la risposta giusta.

D-o ci concede 48 ore per accumulare le risorse spirituali che ci serviranno nell’anno a venire a rendere fiero Colui che ha in ogni momento fiducia in noi e nel nostro operato.

Che sia un anno buono e dolce, un anno di miracoli evidenti, di bontà rivelata e di redenzione assoluta per tutta l’umanità.

Shana’ tova’ umetuka’,

Gheula Canarutto Nemni

Cosa sta dietro la dipartita di un giusto

Ci sono cose che non capisci nella vita.

Che ti fanno alzare gli occhi al cielo e sentire il bisogno di urlare: perché?

Eventi che vorremmo cancellare dal calendario, dalla storia del mondo, portando indietro le lancette dell’orologio o entrando in una macchina del tempo che riporti al momento prima.

Notizie che non vorresti avere mai sentito, che continui a ripetere in testa perché il tuo cervello non riesce a realizzare anche dopo cento volte che hai provato a farglielo capire.

Non è possibile, non è possibile, non è possibile, continui a dire come se questo mantra avesse il potere di cancellare l’atrocità dell’accaduto.

Quando Aronne perse i sui due figli tragicamente, lui che aveva la possibilità di parlare con D-o, non fece domande, non aspettò risposte.

Vaidom Aharon, e Aronne si ammutolì.

Silenziò la voce dentro di sè, soffocando la voglia dell’uomo di bombardare i cieli di domande e di richieste di spiegazioni.

C’è però anche scritto e la persona viva interiorizzerà nel proprio cuore.

Di fronte alle scelte di D-o incomprensibili a noi umani, dobbiamo fare i conti con noi stessi. Quello che succede intorno è una lezione di vita per ognuno di noi.

Quando accadono tragedie il messaggio non è solo privato, non è solo destinato ai famigliari più stretti.

Il messaggio è per ognuno di noi, per tutti noi.

Un campanello d’allarme per costringerci a fare un esame di coscienza profondo.

Per capire la responsabilità che ognuno di noi ha, senza eccezione, nella comunità in cui vive.

Per ponderare se stiamo vivendo giornate egocentriche o riusciamo nella nostra corsa quotidiana a inserire momenti anche per gli altri.

C’è scritto che la morte dei giusti serve a fare perdonare l’intera generazione.

Quando una persona che è solo bene viene prelevata da questa terra, siamo noi come collettività che dobbiamo migliorare.

In momenti difficili non sono le domande che cambieranno la situazione, ma una virata drastica nel modo in cui ognuno di noi vive e si relazione con gli altri.

Un giusto ha lasciato pochi giorni fa questa terra per unirsi alle anime dei giusti in cielo. L’unica cosa che possiamo fare è cercare di provare con tutti noi stessi a fare in modo che da Lassù, Nathan, lo tzadik silenzioso di Milano, ci guardi e dica: sono fiero di avere fatto parte di questa comunità di persone.

Gheula Canarutto Nemni

Quando l’ebraismo insegna a curare il mondo con la prevenzione

Quando comprerai una casa nuova, costruirai una recinzione sul tuo tetto, dice la Torah.

Questo è il mese del pentimento per noi ebrei. Un mese di analisi di coscienza, di assunzioni di consapevolezza.

Giorni in cui ci guardiamo allo specchio e ci domandiamo se siamo fieri di ciò che vediamo o se invece ci vergogniamo.

Il calendario ebraico è costellato di momenti felici intercalati a attimi di introspezione.

La felicità, ci dice D-o, può arrivare quando sai a che punto stai con te stesso, quando ti rendi conto in che modo sei riuscito a sfruttare il tempo che ti è stato concesso.

C’è sempre spazio per l’errore, D-o sa che non siamo perfetti ma inseriti in un percorso di miglioramento perpetuo. Lo sbaglio fa parte del DNA umano come le cellule e gli organi del corpo.

Quando ci pentiamo davvero, quando ci ritroviamo nella stessa identica situazione nella quale in passato abbiamo sbagliato e non ripetiamo più lo stesso errore, lì viene suggellato il nostro perdono.

Però, domanda D-o, fate attenzione.

E ci insegna che se compriamo una casa nuova la prima cosa da fare è mettere in sicurezza il tetto in modo che nessuno possa cadere.

Se non metti una recinzione le persone cadranno, dice la Torah. 100%, senza ombra di dubbio, senza una attività preventiva, ci saranno dei grossi danni.

Allora è vero che D-o aspetta sempre il nostro pentimento ma si aspetta da noi anche un po’ di attenzione, un atteggiamento di allerta attiva, vuole da noi la prevenzione.

Prima di agire, pensiamo alle conseguenze che il nostro comportamento potrebbe avere.

Prima di parlare, immaginiamo come giungeranno le nostre parole al cuore dell’ascoltatore.

La nostra vita è come una lunga esercitazione in cui dobbiamo pensare a tutti gli scenari possibili prima di mutare il corso delle cose.

Non è facile, è un lungo percorso ad ostacoli.

Lefum zaara agra, dice un detto dei nostri maestri, la ricompensa arriva proporzionalmente allo sforzo compiuto.

E ogni sforzo umano verso un giorno migliore è un raggio di luce che irradia dall’inizio alla fine del mondo.

Gheula Canarutto Nemni

Quei momenti della vita in cui il tuo sogno più grande è un giro in bicicletta

In questi giorni passo gran parte delle mie giornate in un posto in cui la vita appare sospesa, in cui il tempo sembra possedere un ritmo totalmente diverso e il sole non sembra avere fretta di tramontare.

Guardo in alto verso i monitor che registrano il ritmo cardiaco, la pressione, che emettono suoni improvvisi quando il corpo si dimentica come dovrebbe davvero funzionare. All’improvviso ricevo un messaggio in cui i genitori della classe si scambiano informazioni sui libri scolastici del prossimo anno.

Scuola? Libri? Esiste ancora una vita normale lì fuori?

È così strano questo doppio binario su cui corre la nostra vita.

C’è il binario quotidiano sul quale viaggiano senza nemmeno accorgercene, in cui combattiamo contro il tempo per riuscire a fare tutto entro sera. Tempestati di messaggi che sembrano tutti esigere una risposta immediata, pieni di impegni e scadenze che si impadroniscono di ogni minuto presente e futuro. E qui il treno corre, corre veloce.

E poi c’è il binario in cui il treno rallenta, in cui all’improvviso la persona è sdraiata su un letto, il cellulare spento, l’orologio riposto in borsa in attesa che il tempo ritorni a essere una delle dimensioni essenziali della vita. Su questo binario non è importante quello che si fa ogni giorno, ma il respiro che si riesce a emettere in ogni istante.

Da questo binario si osserva la vita con un filtro diverso.

Una passeggiata, un piatto di pasta caldo mangiato intorno al tavolo della cucina di casa, basterebbero per farti sentire la persona più fortunata del mondo.

E ti mancano, quando sei sul binario lento, quella frenesia quotidiana, quei messaggi che ti fanno saltare sulla sedia esclamando ‘accidenti, me ne ero completamente dimenticato’, ti manca la banalità del momento, la capacità di concentrarsi su qualcosa di piccolo e senza senso.

E prego che questi momenti umanamente piccoli si riapproprino della mia vita e della vita di una delle persone che amo di più al mondo e di tutti quelli che ora sono in un letto d’ospedale, in un limbo tagliato fuori dal tempo e di tutti quelli che sognano una gita in bicicletta come nei giorni normali si sogna il biglietto vincente della lotteria.

Gheula Canarutto Nemni

Da dove prendiamo la forza di continuare a credere nei nostri ideali?

Queste sono le leggi della Torah, dice D-o a Mosè.
Leggi che sono anche strane, che di logico non hanno nulla.
Non mangiare né cucinare il latte con la carne, non indossare lino e lana insieme, purificare le persone impure ai tempi del santuario di Gerusalemme con la cenere di una mucca rossa.
Regole sulle quali Rashi, il commentatore medievale, spiega: questi sono i comandamenti per i quali il mondo vi prenderà in giro, sui quali vi domanderanno, cosa sono queste regole, per quale motivo le osservate? E voi risponderete, sono regole forse senza logica ma ce le ha date D-o e noi non le mettiamo in discussione.
D-o con queste leggi ha inserito nel dna dell’umanità la capacità di avere fede, di resistere alle domande, alle sollecitazioni esterne, a chi ci vuole fare desistere dai nostri principi.
Questo tipo di legge senza motivazione logica si chiama chok, parola che contiene dentro di se’ la radice del verbo incidere.
Se credi fermamente in qualcosa, se ci credi così forte che ormai è diventato parte di te, è inciso in te, nessuno te lo potrà mai togliere.
Se con questo ideale ti svegli al mattino, ci vai a dormire la sera e non ti lascia mai, quello che dicono gli altri non potrà mai scalfirti.

Potranno deriderti, prenderti in giro, chiamarti pazzo e sognatore, ma il pensiero altrui non ti farà cambiare il tuo.
Credere in qualcosa di diverso dal resto mondo, battersi in nome di un ideale che la maggior parte delle persone ritiene senza senso o addirittura ridicolo, è difficile.
Ma questa è la forza che D-o ha messo nell’essere umano.
La forza di continuare a raccontare, a non accettare lo status quo e a lottare per cercare di cambiare se stessi e il mondo in cui si vive, con caparbia, tenacia, testardaggine nonostante lì fuori ci sia una intera platea pronta a deriderci.
L’unica condizione è non tentennare mai, non barcollare nella propria fede e nei propri ideali. Ma andare avanti a testa alta forti, determinati e certi che la causa per la quale ci battiamo porterà una quantità infinita di luce nel mondo.
Gheula Canarutto Nemni

Come una persona molto importante mi insegnò cosa significa essere grande

Avevo 15 anni e tante domande. Mi vergognavo di porle ai miei maestri, ai rabbini che conoscevo. Una delle mie maestre partiva per gli Stati Uniti e mi domandò, conoscendo la mia passione per chabad, se volessi mandare una lettera al Rebbe. Mentre mi imbarazzava l’idea di rivolgere le mie domande a chi conoscevo di persona, metterle nero su bianco per farle poi leggere al Rebbe, mi creava incredibilmente meno problemi.

Caro Rebbe, c’è una domanda che mi tormenta da tempo. A me sembra che sia più importante comportarsi bene ed essere delle brave e oneste persone piuttosto che porre l’enfasi su come ci si veste e quali parti del corpo si coprono. Vedo persone che fanno molta attenzione all’aspetto esteriore ma poi non rispettano il prossimo. Immagino sia preferibile agli occhi di D-o che una persona si concentri sul proprio miglioramento morale che non sul fatto che indossi un paio di pantaloni o una gonna che copra il ginocchio.

Chiedo una benedizione per tutta la mia famiglia

Ti ringrazio

Gheula

Un mese dopo la mia maestra tornò. Ti ho portato la risposta del Rebbe. Aprii la busta. Due righe.

Entrambe le cose che dici sono regole della nostra sacra Torah. Pregherò per la tua famiglia.

Avevo 15 anni e non rimasi affatto colpita dal fatto che il leader spirituale della nostra generazione mi avesse risposto.

Non mi sorprese il fatto che una persona che stava dalla mattina alla sera in piedi ad accogliere migliaia di persone che venivano a domandare un suo consiglio, avesse trovato il tempo per scrivermi.

Non mi stupì che la persona con cui si incontravano capi di stato e generali, personaggi famosi e rabbini autorevoli, avesse preso carta e penna e mi avesse risposto.

Non mi aveva rimproverato per la mia domanda, forse anche un po’ impertinente. Mi aveva risposto con rispetto, come si risponde a una persona adulta e importante.

In quel momento ho imparato la mia prima lezione di leadership.

Un vero leader non è quello che fa leva sulla sua capacità di influenzare gli altri per costruire ciò che fa comodo a lui, un vero leader non è il manager di turno che esercita la propria autorità facendo sentire piccoli gli altri.
Il vero leader dà tutto se stesso per creare altri leader, senza timore e forse persino con la speranza, che i suoi studenti lo superino. Rinforza le persone che gli stanno intorno e ne nutre l’autostima. Innesca reazioni a catena positive attraverso il rispetto e l’importanza che dà ad ognuno, grande o piccolo che sia.
A chi si chiede quale sia stato il segreto dietro alla capacità del Rebbe di riportare in vita l’ebraismo in tutto il mondo, si può rispondere con le parole di rabbi Sacks.

Il vero leader non fa uso del potere per costringere gli altri a comportarsi in un certo modo, ma comunica la propria visione e i propri ideali ai propri discepoli in modo che siano poi loro a portare avanti il suo lavoro.

A 15 anni ho capito che non esiste domanda che non meriti risposta e non esiste individuo che non meriti rispetto. E ho imparato che il vero leader non esercita il proprio potere per sminuire gli altri. Ma fa leva sulla propria influenza per fare sentire le persone ancora più grandi.

Anche se fisicamente i nostri occhi non vedono più il Rebbe, la sua guida e la sua influenza sulle persone, la luce e la forza che da lui emanano, continuano ogni giorno ad essere sempre più forti.
Gheula Canarutto Nemni

Le feste ebraiche e la certezza dell’incertezza

La Torà è stata data in un periodo di grande incertezza. In Egitto gli ebrei erano schiavi, ma sapevano ogni giorno come sarebbe stata la loro vita. Qualcuno impartiva loro degli ordini, regolava le loro giornate dalla mattina alla sera. La quotidianità non riservava belle sorprese, non erano padroni dei loro destini, non potevano decidere quale strada fosse migliore, ma forse, come diceva Kafka ‘spesso è più sicuro essere in catene che liberi’.

Tutto lo scopo dell’uscita dall’Egitto si può racchiudere in una sola parola, Torà.

D-o si è prodigato a portare fuori gli ebrei dalla schiavitù per un solo motivo, trasmettere la Propria chochmà, la Propria essenza, alla nazione che nascerà davanti al monte Sinai e unirsi alla discendenza di Abramo, Isacco e Giacobbe in un legame eterno ed indistruttibile. La location per questo evento è stata forse la meno scontata di tutte. Niente alte montagne né prati verdi, niente confini sicuri e fortezze né case comode. Caldo, sole, pericoli, animali e nemici in agguato e il vuoto assoluto di un deserto che sembrava infinito. C’era solo una cosa certa in tutto questo: l’incertezza. E proprio questa condizione di instabilità, di non conoscenza del domani, del non avere un tetto sopra alla propria testa né un campo da coltivare, è stata la base per garantire la sopravvivenza del popolo ebraico. E’ qui, in questo deserto incandescente, che diventerete il mio popolo, dice D-o. Così sarete preparati ad affrontare ogni situazione, ogni minaccia, ogni pericolo incombente. Nessun evento storico potrà staccarvi dalla vostra identità, perché la vostra forza sarà insita dentro di voi e non nelle mura di una fortezza che vi protegge né nei confini di un grande impero di cui siete padroni.

Nessuno di voi potrà mai dirsi esente dal compito che gli ho affidato adducendo la scusa di non essere nel posto giusto. Il messaggio della Torà non è legato all’ambiente in cui si vive, come nel deserto non c’è un indirizzo preciso.

Tutti noi siamo affidatari di una missione abbastanza impossibile, riempire quel vuoto, quel deserto che ci sta intorno. Ma dopo un tirocinio di quaranta anni nel deserto, nessuna assenza di civiltà, morale, nessun vuoto apparente di D-o, dovrebbe più farci paura.

Un’altra volta ancora la storia ci sta sfidando. L’incertezza intorno a noi regna sovrana, tutti i nostri punti fissi sono svaniti in pochi minuti, lasciandoci in un deserto instabile. Ma quando la forza è dentro di te, quando quello che sei e in cui credi non dipende da ciò che ti sta intorno né da quello che hai costruito e conquistato, capisci ancora una volta che quel luogo poco romantico in cui hai ascoltato la voce di D-o, ti ha forgiato per renderti resistente a qualunque imprevisto.

Gheula Canarutto Nemni

Come ho scoperto i segreti di mio figlio

Mami, sono emozionato’, mi dice mio figlio mentre premo il pulsante per aprire il garage. ‘Non salgo in macchina dall’ultima volta che siamo tornati da scuola. Ma quando era?’ mi domanda.

Mi ci vuole qualche secondo per sbloccare il groppo che ho in gola e potere riprendere un tono tranquillo. ‘Tre mesi fa, più o meno’. ‘Wow, è proprio volato questo tempo’ dice mentre sfiora la maniglia della portiera con una faccia commossa.

E’ proprio volato e si è portato via un pezzo della tua infanzia, amore mio.

Mi sembri così saggio all’improvviso, così pieno di pensieri profondi, di frasi che qualche mese non avresti mai detto, di timori che non dovrebbero sfiorarti il cuore e invece ti assalgono.

E’ un periodo difficile per noi adulti. Il mondo sta cambiando in maniera così improvvisa che ci si deve aggrappare ai propri punti fermi per non rischiare di cadere nella sensazione di essere totalmente persi.

Siamo concentrati per capire come ricostruire il nostro oggi e il nostro domani e alle loro domande: ‘ma a settembre riaprirà la scuola?’ li guardiamo come se stessero vaneggiando o raccontandoci una barzelletta piena di ironia. ‘Settembre? Ma noi non sappiamo cosa succederà tra tre giorni’.

‘Scusa mami, hai ragione’. No, non ho ragione. Ho torto marcio. Perché tu hai bisogno di certezze, perché il domani a te non deve fare paura, perché il futuro lo devi vedere come una proiezione meravigliosa a cui arrivare a suon di musica e balli.

E’ stato un periodo folle. Pieno di dilemmi e di domande profonde. Una di quelle che più mi ha assillato è perché proprio quando io faccio ginnastica su zoom chiusa in stanza, dall’altra parte della casa sembra essere scoppiata la guerra mondiale?

Perché siete buoni tutto il giorno e non litigate nemmeno più così tanto, ma in quei pochi momenti in cui ho l’ispirazione o in cui compare sullo schermo del cellulare quel numero dal quale aspettavo una telefonata importante, voi vi scatenate a tal punto che il mio interlocutore mi dice: ‘forse la sto disturbando. Meglio che ci sentiamo in un altro momento’ e attacca prima di darmi il tempo di farvi quelle facce strane e quei gesti che solo noi conosciamo e che raccontano del filo che ci unisce nell’anima ancora più di prima.

Ci sono degli eroi che non abbiamo decantato abbastanza in questo periodo.

Che hanno lasciato le loro cartelle a scuole, convinti di ritornarci il giorno dopo, i loro guanti da portiere sotto al banco, in attesa di riprendere la partita in sospeso.

Persone che hanno rinunciato alle feste di compleanno e non ti stanno nemmeno tormentando ricordandoti che loro sono nati a novembre e ormai siamo a fine maggio.

Sono piccoli esseri che all’improvviso sono stati costretti a diventare grandi, a capire quando è il momento di non interrompere la discussione tra mamma e papà, a sedersi in balcone a guardare i pochi passanti come dei vecchi pensionati, a trovare il reparto delle biciclette totalmente vuoto, dopo avere sognato per tre mesi di fare un giro intorno al giardino con la mountain bike nuova.

Questi eroi silenziosi che hanno imparato a non lamentarsi, ad accettare lo status quo e a cercare le soluzioni per adattarvisi al meglio, sono i miei nuovi maestri.

‘Questa mascherina mi dà un fastidio’ mi dice sconsolato mentre tira gli elastici . ‘E poi non si vede nemmeno se sorrido’.

Parcheggiamo la macchina ma prima di uscire ti dico vieni qui. E ti abbraccio forte e vorrei farmi contagiare dalla tua nuova forza che nessuno di noi poteva immaginare voi piccoli eroi possedeste nel vostro animo puro.

Gheula Canarutto Nemni

In Italia riaprono i luoghi di culto

Caro D-o,
stiamo tornando.
Da domani riapriranno i luoghi di culto.
I nostri piedi ci porteranno verso quegli edifici imponenti in cui la voce rimbomba come in teatro, ma anche verso quelle piccole stanze nelle quali la voce del cantore si confonde con le grida dei bambini in una cacofonia spirituale.
Da domani riprenderemo lentamente quel ritmo di vita troncato tutto d’un tratto senza preavviso.
Ritroveremo i nostri libri di preghiera impolverati, le sedie chiuse in attesa che qualcuno le riapra, le luci spente come alla fine di uno spettacolo su cui è calato il sipario all’improvviso.
I nostri passi si addentreranno solenni in quei luoghi dove non avevamo mai smesso di andare se non durante le peggiori persecuzioni.
Per noi ebrei, che non possiamo recitare molte preghiere né leggere la Torah, senza il quorum di dieci uomini, è stato un periodo strano, diverso.
Ma come ogni cosa che accade nella vita, come ogni vicenda che segna il passo dei nostri giorni, se hai voluto che rimanessimo chiusi in casa in questi mesi, significa che anche da questo c’era qualcosa da imparare.
L’assenza del luogo fisico in cui andare a cercare un contatto più profondo, ci ha costretti a ricordare che Tu D-o non sei confinato in un luogo, ma sei presente dappertutto, il mondo è Te e Tu sei il mondo, dice Maimonide.
Abbiamo imparato a cercarTi nei piccoli dettagli di vita, negli amici e parenti che si riprendevano da polmoniti gravi. Ma anche in quelle anime che si sono staccate dal corpo troppo presto, secondo i nostri calcoli umani.
Il tempo non ci era più nemico come accade nei giorni normali e così le nostre preghiere si sono arricchite di canti e Ti abbiamo ritrovato in parole che pronunciavamo ogni giorno da quando siamo nati, ma sulle quali non ci eravamo mai soffermati perché il carico degli impegni aveva perso la proporzionalità rispetto alle ore a nostra disposizione.
Durante la quarantena abbiamo stabilito orari in cui incontrarci in salotto coi nostri figli per studiare quelle parti della Torah e quei pensieri dei maestri che prima studiavamo da soli. La famiglia, questa essenza impegnativa, si è trasformata da carico pesante a colonna portante a cui afferrarci durante questa tempesta.
Caro D-o,
chissà se ci riconoscerai quando torneremo nella Tua casa. Questo periodo ci ha cambiati profondamente. Abbiamo imparato ad assaporare i momenti banali, i respiri profondi, l’assenza della malattia che prima non percepivamo se non quando veniva intaccata.
In questi mesi Ti abbiamo portato con noi, nella nostra quotidianità, più che in ogni altra festa o celebrazione.
Il quorum di dieci lo abbiamo costituito sommando insieme i nostri figli alle nostre forze interiori.
E’ stato un periodo difficilissimo, che ci ha costretto a guardarci dentro. E forse per questo D-o hai voluto che i luoghi di culto venissero chiusi. Perché quando credi che D-o sia solo lì, nei posti sacri, quando esci da quelle quattro mura fisiche, rischi di lasciare anche D-o alle tue spalle.
Invece D-o è ovunque, al di là del luogo e del tempo. Anche nel vuoto, nello spazio che Gli concediamo nella nostra quotidianità travolgente.
Ora puoi riaprire.
Perchè l’abbiamo capito.
D-o si trova là dove l’essere umano lo invita ad entrare.

Gheula Canarutto Nemni

Il punto di vista di D-o su Unorthodox

Vi siete mai chiesti perché  D-o o la natura, chiamatelo come volete, abbia sentito la necessità di dare vita a un essere umano femminile? 

Perché i corpi e i cervelli dell’uomo e della donna sono così diversi, perché il mio sistema endocrino produce più estrogeni mentre quello di mio marito più testosterone? 

Perché la donna prova più empatia ed è orientata ai piccoli particolari mentre l’uomo in genere si proietta su grandi progetti e a volte perde di vista i dettagli di vita? 

Quando D-o ha creato il mondo ha ritenuto necessario inserirvi due tipi di energie, una maschile e una femminile.

Dopo avere provato ad immaginare il mondo con un solo tipo di energia, quella maschile, gli si proiettò davanti una immagine che non gli piacque. Il suo creato sarebbe diventato banale, popolato da persone con la stessa identica visione, attraversato da un ragionamento univoco e impregnato da una smania di conquistare e preponderare. Non ci sarebbe stato un contraddittorio.

Per potere davvero trasformare il nostro mondo e farne un posto migliore, le due energie devono lavorare insieme, collaborare, muoversi all’unisono verso la meta comune. 

Ogni dettaglio del creato contiene in sé energia maschile e femminile, un puzzle si costruisce solo incastrando pezzi opposti tra loro. 

Quello che avete visto in Unorthodox non è quello che c’è nella Torah, né nella società ebraica ortodossa.

La mini serie di Netflix mostra uno spaccato di uno spaccato di uno spaccato, del mondo osservante. Un angolo che esiste, ma è molto limitato.

E in più ve ne hanno dato una rappresentazione parziale, inficiata dal malessere che l’autrice del libro vi ha vissuto.

Vi hanno fatto vedere il mikveh ma non i sentimenti di trepidazione delle donne che vi si immergono, lo sposo e la sposa vi sembravano dei condannati e non persone che si sono scelte per condividere una vita insieme. La donna relegata al ruolo di procreatrice e privata di ogni dignità.

Se alcuni dei fenomeni che avete visto, esistono davvero in angoli sporadici del mondo ortodosso, il 99% non è così. 

E’ un mondo che ha scelto e sceglie ogni giorno di nuovo, pur tra difficoltà e sfide, di seguire le regole che D-o ha dato.

Ma non per questo noi ortodossi ci priviamo di qualcosa. Studiamo quello che vogliamo, diventiamo dottori e dottoresse, rettrici e professoresse universitarie (questa è stata la mia scelta ad esempio), pianiste.

Ci sposiamo con chi scegliamo, con la persona di cui ci innamoriamo.

Le regole ci danno il passo giusto per non perdere noi stessi nel mondo, per capire che direzione prendere, per non permettere alla società in cui viviamo di fare quello che vuole di noi, ma per fare noi di noi stessi quello che pensiamo sia meglio.

La donna gode di pieni diritti uguali all’uomo e doveri che qualche volta si differenziano.

La donna vale in quanto tale e non perché fa sparire la propria energia peculiare a favore dell’energia maschile.

Nella società ebraica la donna è estremamente tutelata, come ogni altro essere umano.

Tu vali in quanto te stesso e non perché ti appiattisci sul modello di un altro.

Difendete il vostro diritto di conoscere la verità. Non sono sufficienti quattro puntate da 50 minuti per capire un mondo. 

La ex vita di Esty Shapiro ha in comune con il 99% delle donne ortodosse solo lo shabat, il mikveh, la parrucca e il cibo kasher.

Se queste cose vi interessano davvero, andate a scoprirle da chi le vive ogni giorno. E non da quei giornalisti che mi giudicano senza mai essersi nemmeno seduti a una tavolo di shabat.

Come disse Einstein, è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio.

Per me libertà è essere giudicata per quello che sono e non per la gabbia in cui le persone mi immaginano chiusa.

Gheula Canarutto Nemni

Unorthodox Netflix