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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

Author

Gheula Canarutto Nemni

I am a Jewish woman. I taught in university hoping that through my teachings, I can change my world. When I noticed world was changing me, I left. And I started dedicating all the time my seven kids leave me to try and change my world through writing....

Vi svelo il segreto del successo dei chabad

Al momento della nascita ogni individuo è leader di se stesso, a capo di un’istituzione importante chiamata persona e si è impegnati nella battaglia interiore tra le forze del bene e del malein modo che la propria pianta cresca il meglio possibile. 

Poi il tempo passa e si mette su famiglia. Non è più tempo di pensare solo a se stessi, i propri rami crescono, i frutti maturano, nell’ordine delle proprie priorità entrano anche quelle degli altri. E poi magari si apre un business, un negozio, si diventa capi d’azienda, le priorità si allargano oltre alla propria sfera, i propri frutti danno vita ad altre entità. 

E’ in questi passaggi dall’io al noi che emerge la vera leadership, quella che illumina e conferisce ad altri il potere di illuminare. 

Il leader sa che la propria crescita è possibile solo grazie alla collaborazione con altre persone. 

Un vero leader trae la forza da se stesso, da ciò che è, non dall’autorità che esercita e per questo motivo non teme di delegare, di conferire potere a terzi. 

A differenza di un dittatore che usa gli individui per i propri scopi, ma quando diventano troppo abili, inizia a temere per il proprio potere, il vero leader spera che i propri collaboratori diventino a loro volta dei capi in grado di generare altri capi. Perché sa che solo così la crescita sarà inarrestabile.  

La leadership del Rebbe è iniziata il 10 shvat del 1951, sei anni dopo la seconda guerra mondiale e la tragedia della shoà. 

L’ebraismo europeo era incenerito e i rari sopravvissuti tentavano di nascondere la propria identità nel timore di un ennesimo risveglio del nemico. 

Pochi giorni dopo il 10 di shvat, invece di chiudersi nei libri e approfittare della posizione privilegiata per dedicarsi completamente alla propria crescita intellettuale e spirituale, il Rebbe delega una coppia di giovani sposi a partire per il Marocco con lo scopo di risvegliare l’ebraismo e pianta il primo albero di un giardino che da allora non ha smesso di crescere. 

Oggi non c’è posto al mondo senza una traccia della leadership del Rebbe. 

A ogni coppia di chassidim che partiva per paesi lontani, diceva: 

quando incontrerete un ebreo, raccontategli che il mondo è stato creato con lo scopo di essere trasformato nel giardino di D-o. Tirate fuori l’albero che c’è in lui in potenziale e fate in modo che cresca e dia i propri frutti. Che a loro volta daranno vita ad altre piante ed alberi, in una catena infinita di ispirazione e illuminazione.

Il Rebbe ha scritto intere pagine di storia ebraica.

E poi, da vero leader, non ha tenuto le pagine solo per sé. Ha aperto il libro e ha lasciato che le pagine volassero in giro per il mondo, diventando ognuna la prima pagina di una nuova storia ebraica di cui ogni ebreo scrive le prossime righe. 

 

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Letter of a baby killed by the silence of the world

Bye Mum,

Shalom Dad,

I have seen you only for a few instants but my time has arrived.

I love you so much, I cannot believe I will never see you again.

I was  ready to come to the world in two months, I was already imagining how I would taste my mother’s milk, I was wondering how it feels to open your eyes and find out what is around.

But none of these things will never happen in my life.

I felt the shootings going through the womb, I heard the screams of fear and terror through the amniotic liquid and I understood that something was wrong.

My hearbeat that until that moment was beating at a perfect rythm, started slowing down.

I am not able to explain why everything happened, why a man, whom I have never seen before, wanted to shoot my mum and me.

I heard people saying that all this happened because we were waiting for the bus on a disputed piece of land, that the cause that moves these murderous hands lies in the land itself.

Eighty years ago when this land was only sand, babies, infants and children who did not have time to learn how to talk and walk, were brought to the slaughter house with the same charge: Jude.

Bye grandma and grandpa,

it was an honor to be part of a family that teaches to love while our enemies go on inciting to kill.

Though I was born on the seventh month of pregnancy, though I could breath only for a few days, I can affirm with no doubts that the content of Universal Declaration of Human Rights about the right for life, freedom and safety, is not universally true.

It is not true that every child has the right to a home, a mother and father.

It’s a lie. The world does not try hard to protect every child from cruelty as the U.N Declaration on Youth Rights states.

People who were raised in hate and intolerance made me leave this world with a name, Amiad Yisrael, a name that was never called but only engraved on my gravestone.

The book of my life was closed by democratic societies and mass media that consider the death of a Jew on his land less worthy of the death of other men.

 

My dear love,

let me kiss for the last time the shroud that wraps your tiny life.

Let me say goodbye to your tiny hand and foot, to you heart that bumped inside my body for the last seven months.

Ask in Heaven why all this is happening to us. And please don’t move until you don’t get an answer.

You have been a child for a few instants before the hate of men transformed you in an angel.

Send me a kiss, my little love, a big kiss like that one I would have asked you in a few months if the incitement to violence, if the education to death, did not tear your soul away from me and from this world.

Gheula Canarutto NemniSchermata 2018-12-13 alle 12.39.29

Lettera di un bambino ucciso dal silenzio del mondo

Ciao mamma,

addio papà,

vi ho visto per pochi istanti e vi devo già salutare.

Vi voglio bene mamma e papà,

purtroppo però me ne devo già andare.

Mi ero illuso di potere arrivare al mondo tra due mesi, di potermi nutrire del latte materno   tra un pianto e l’altro, di aprire gli occhi lentamente e scoprire il mistero di ciò che mi sta intorno.

Ma questo momento non è mai arrivato.

Da dentro al grembo  ho sentito sparare, urla di spavento e terrore mi sono giunte attraverso il liquido amniotico in cui ero immerso, luci, sirene, rumori di soccorsi.

E il battito del mio cuore, che fino a pochi secondi prima possedeva un ritmo cadenzato perfetto, si è rallentato.

Non so spiegarmi il motivo per il quale tutto ciò è accaduto. Perché un uomo che non mi ha mai visto, abbia voluto sparare a mia madre e a me, nel suo grembo. Dicono che stavamo aspettando l’autobus in un pezzo di terra contesa, raccontano che è questa terra il motivo alla base di questo furore omicida.

Ottant’anni fa altri esseri come me venivano portati al macello. Neonati, infanti, bambini che non avevano ancora imparato a camminare, venivano marchiati a fuoco con dei numeri che indicavano Jude, ebreo. E poi assassinati in massa, perché appartenenti a quel popolo così inviso, invidiato, a cui non è permesso vivere in pace da nessuna parte.

Addio miei cari nonni con cui non ho mai potuto giocare. Ho provato a sopravvivere alla cattiveria dell’uomo, ma non ce l’ho fatta.

Nonostante sia nato al settimo mese di gravidanza e abbia potuto vivere per poche ore, posso dirvi con certezza che non è affatto vero che ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona come enuncia l’articolo 3 della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

Non è vero che ogni bambino ha diritto ad avere una casa, una mamma e un papà.

E’ una menzogna,  il mondo non  si adopera affinchè ogni fanciullo possa essere protetto da atti di crudeltà come enuncia la dichiarazione dei diritti del fanciullo dell’Onu.

Per colpa di persone allevate nell’odio, nell’intolleranza, me ne vado con un nome Amiad Yisrael, dato solo per essere inciso sulla mia tomba.

Il libro della mia vita si chiude per via di società civili e mass media che considerano ancora oggi la morte di un ebreo nella propria terra meno grave della morte di individui di altre religioni.

Me ne vado in silenzio a causa di un mondo che ancora oggi utilizza la fede di appartenenza come criterio per assegnare valore alla vita umana.

Amore mio,

un ultimo bacio sul tuo sudario così piccolo che nessuno potrebbe immaginare contenere una vita vera ormai spenta.

Ancora un ultimo saluto alla tua piccolissima mano, ai tuoi piedini, al tuo cuore che sentivo battere dentro di me a ogni ora del giorno e della notte.

Domanda in Cielo il perché di tutto questo. Fai sicuro che ti diano una risposta.

Sei stato bambino per qualche istante, l’odio dell’uomo ti ha trasformato in un angelo eterno.

Mandami un bacio amore mio, grande come quello che ti avrei chiesto se l’educazione alla violenza non ti avesse strappato l’anima prima ancora di venire al mondo.

Gheula Canarutto Nemni

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L’olio ebraico che alimenta le candele

Venerdì 11 dicembre 1931.

Mancano poche ore al tramonto.

La signora Rachel Posner ha appena finito di apparecchiare la tavola per lo shabat e di preparare le candele per l’ottava ed ultima sera di chanukah.

Il candelabro è posto sul davanzale della finestra, ben visibile a chi guarda da fuori, così da realizzare al meglio il pirsuma nisa, far conoscere al mondo il miracolo della festa.

Sul palazzo di fronte sventola una bandiera che in pochi anni rappresenterà lo sterminio di sei milioni di ebrei.

Rachel decide di immortalare l’immagine in una fotografia, sulla quale, una volta sviluppata, scrive

“Chanuka 5692. Juda verrecke, die Fahne spricht. Juda lebt ewig, erwidert das Licht – Chanuka 5692. Giudea muore, dice la bandiera. Giudea vivrà per sempre, rispondono le candele”.

La natura è regolata da un principio immutabile: dal nulla non si potrà mai generare qualcosa.

Dal primo momento della creazione è entrato in vigore il principio di Lavoisier, nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

Per generare energia, è necessario partire da qualcosa di pre- esistente La capacità di dare vita a qualcosa dal vuoto assoluto appartiene solo ed esclusivamente a D-o.

Per dare origine alla fiamma ebraica, per fare in modo che continui ad illuminare il mondo, è necessario che la fiamma prenda vita da qualcosa che già esiste.

Quando i greci invasero la terra di Israele capirono che, per dominare davvero il popolo ebraico, sarebbe stato prima di tutto necessario eliminare tutto ciò che nutriva la loro vitalità. Ed iniziarono a vietare l’osservanza delle mizvoth. Sapevano che la fiamma degli ebrei sarebbe rimasta accesa finchè la Torà l’avrebbe alimentata.

I tedeschi continuarono il loro lavoro. E prima di accanirsi sul corpo degli ebrei, attaccarono la loro anima. Appiccarono il fuoco a libri e rotoli della Torà, sperando che quei roghi rappresentassero l’inizio della fine del popolo ebraico.

Quando le finestre di una casa si trovano troppo in alto rispetto alla strada, il candelabro va posto di fronte alla mezuzah, sulla cui pergamena si trova lo Shemà Israel.

Ne parlerai quando ti trovi in casa tua, quando cammini per la strada, quando ti corichi e quando ti alzi, sta scritto.

Fai permeare la Torà e le mizvoth in ogni cosa che fai, in ogni parte di te stesso, nella tua esistenza.

Giudea muore, vorrebbero poter dire i nostri nemici. E noi continuiamo a studiare la Torà, ad osservare le mizvoth, a fare rispondere anno dopo anno dalla fiamma delle nostre candele,

Giudea vivrà per sempre.

Gheula Canarutto Nemni

Perché gli ebrei sono da sempre così odiati? Perché in molti sono gelosi della loro ricchezza

Schermata 2018-11-25 alle 16.24.57Caro figlio, 

mi domandi come sia possibile che l’antisemitismo sia ancora oggi così vivo dopo migliaia di anni, per quale motivo il mondo non abbia ancora smesso di odiarti, mi chiedi il perché di un pregiudizio così forte ed ininterrotto nei tuoi confronti. 

Là fuori sentirai delle giustificazioni, qualcuno proverà a dirti che le motivazioni per un astio profondo si devono trovare per forza anche in chi lo subisce,  ti proveranno a spiegare il loro odio con il fatto che il popolo a cui appartieni è sempre stato tra i più ricchi del mondo e che in molti erano e sono ancora, gelosi di quella ricchezza. E forse tenteranno di risvegliare in te un senso di colpa per depistarti. 

Le vere risposte però non provengono mai da fuori, da chi non ti conosce davvero. Per capire la verità devi cercare dentro a te stesso, nella tua storia, all’interno delle pagine che i tuoi antenati hanno offerto al mondo. 

Tutto è iniziato con la caparbietà del tuo patriarca Abramo, nella sua ricerca incessante di D-o e nella sua condivisione del monoteismo con i suoi contemporanei, uomini che si inchinavano ad idoli e statue. 

E’ continuato con il suo anticonformismo, con la sua ricerca di ospiti da sfamare nel deserto, con la sua brama di fare del bene, mentre intorno le città di Sodoma e Gomorra bruciavano a causa della malvagità nei confronti del prossimo. 

Suo figlio Isacco ha proseguito la strada del padre, donando all’umanità la forza spirituale di mettere da parte se stessi in nome di un bene superiore. 

Giacobbe, con il suo rifiuto di adeguarsi alle pratiche commerciali disoneste di Labano e con la sua eterna lotta con il fratello Esaù, simbolo di coloro che recludono D-o in angoli remoti della propria vita.   

Giuseppe, venduto come schiavo in una terra sconosciuta, condannato ingiustamente alla prigione, che non si perse d’animo e continuò ad alimentare la propria fede in D-o, diventando il vice del faraone. 

E poi i tuoi padri sono arrivati davanti al Monte Sinai e lì, in mezzo al deserto, D-o ha scelto il tuo popolo come portavoce della Sua legge e dei Suoi valori.

In quel momento sei diventato parte di una nazione di lottatori per i diritti civili, 

di liberatori di schiavi al settimo anno di schiavitù, 

di contadini che fanno riposare la terra, 

di allevatori a cui è imposto per legge il rispetto degli animali e della natura,

di datori di lavoro che non possono ritardare il salario dei propri lavoratori nemmeno di un giorno.

Nella tua storia re e leader semplici pastori sono diventati re e leader, scelti per i propri meriti e non per la classe sociale di appartenenza. 

Da allora il welfare sociale non è più una scelta discrezionale e chi guadagna ha l’obbligo di contribuire alla società con il 10% degli utili prodotti. 

Nelle famiglie i mariti si impegnano con un contratto matrimoniale a rispettare le mogli, a mantenerle, ad onorarle più di se stessi.

Le donne del tuo popolo sono state profetesse, giudici e non hanno mai smesso di trasmettere ai  propri figli il coraggio di credere, anche se questa perseveranza è stata ripagata per migliaia di anni  con persecuzioni e condanne. 

Appartieni a individui polemici, dubbiosi, sperimentatori, incapaci di accettare lo status quo delle cose. Sognatori, visionari, per i quali i limiti sono il prossimo traguardo da superare. 

La tua nazione crede nella sacralità della vita a ogni costo, nel valore del respiro anche del nemico più agguerrito.

Quando tra la maggior parte delle persone regnava l’analfabetismo, i padri dei tuoi padri scrivevano poemi, libri, trattati legali e di astronomia. L’istruzione, lo studio, la conoscenza sono stati gli ingredienti quotidiani con cui hanno nutrito se stessi e i loro figli. 

E’ un pilastro del credo a cui appartieni sapere che D-o ha scelto l’essere umano come partner per migliorare il Suo creato.

La tua fede si basa sulla  consapevolezza che ognuno, da Mosè all’uomo più semplice,  nasce con lo scopo e la capacità di fare del mondo un posto superiore rispetto a quello che si è trovato.

Nel Talmud, nell’ambito di una disputa legale, un rabbino disse: che i muri dell’edificio crollino se ho ragione. E i muri crollarono. Che i muri tornino integri se la ragione sta dalla mia parte, disse l’altro. E i muri si raddrizzarono. Cosa faceva D-o mentre i Suoi figli discutevano sulle sue leggi? Venne domandato al profeta Elia. D-o rideva e diceva: mi hanno vinto i miei figli, mi hanno vinto i miei figli. 

Gli ebrei, questo popolo così inviso e odiato, sono figli di un D-o che li sfida a superarLo. 

Figlio mio, quando ti domandi perché l’antisemitismo scorra ancora nelle vene dell’umanità, per quale motivo questo odio atavico rimanga immutato sia quando gli ebrei vivono in maniera aderente alla propria legge, sia quando tentano di assimilarsi e di fare dimenticare chi sono, perché il mondo disprezzi gli ebrei sia quando sono ricchi sia quando sono poveri (sì perché di ebrei poveri ce ne sono purtroppo tanti),

la risposta la trovi nelle pagine della tua storia, nel modo di vivere, nei principi e valori che il popolo ebraico ha introdotto nell’umanità e difeso a costo della loro vita stessa. 

Il dittatore tedesco che assassinò sei milioni dei tuo i fratelli disse che gli ebrei hanno causato due ferite all’umanità: la circoncisione come ferita sul corpo e la coscienza come ferita dell’anima. 

Ricordati,

chi la pensa diversamente,

chi insegna che non c’è bisogno di un tramite per parlare con D-o,

chi rompe gli schemi e cerca di smuovere gli individui dallo status quo in cui si trovano,

chi non rinuncia ai propri valori anche nei momenti in cui crederci significa essere totalmente controcorrente,

è un elemento scomodo per le società.

Nel mondo servono masse appiattite e silenti per governare senza intralci. 

Se continuano a odiarti sii felice. 

Significa che non hai ancora smesso di darti da fare, che stai continuando a fare sentire la tua voce, che stai continuando il lavoro scomodo iniziato dai tuoi antenati, quello di essere senza compromessi la coscienza viva del mondo.  

Gheula Canarutto Nemni

October 1943. When the Holocaust arrived to the Ghetto of Rome

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October 16th 1943

It was shabbat and the third day of sukkot.

The adults woke up in the middle of night at the noise of shotguns and shouts. The children ran into their parents bed. When everything became silent again, they finally  fell asleep.

In the courtyard of the synagogue the sukkah was waiting for the Jews of Rome to enter and pronounce a blessing.

The prayer shawls were bent the previous day and were waiting to be worn again.

The perfume of the cedar and of the myrtle wafted in the air of the dark synagogue.

It was October 16th, 1943

It was supposed to be another festival day.

Men, women and children were ready to wear their best outfits and walk in the ghetto streets wishing one to the other ‘shabbat shalom e chag sameach’.

The tables were still to be set with the little amount of food that you could buy  with the food ration cards.

A few days before that day, the Nazis had summoned up the chiefs of the Jewish community and threatened them to deport 200 Jews if they did not bring 50 kilos, 100 pounds, of pure gold, in thirty six hours.

The Jews of Rome showered in the office of the Jewish community and offered wedding rings, earrings received for the anniversary, necklaces belonged to the grandmother, until the amount of gold was reached. The gold was collected and brought to the SS col. Herbert Kappler. The Jews of the Ghetto thought this was the price they had to pay to survive the war.

But after a few days, the regular noises of via Portico d’Ottavia, via S. Ambrogio and via del Pianto, were interrupted by the strong noise of the trucks engines and motorbikes, of the soldier boots and of the barking dogs.

Orders shouted in German replaced the joyous festival songs, human beings were thrown into trucks as they were mere objects, mothers and fathers cried feeling on their own skin the imminent detachment from their children, babies were thrown into strangers arms with the hope to save them from deportation and death.

The square was full of people whose dreams, projects, thoughts, were so similar to those of their fellow citizens.

The Jews of Rome had woke up until the previous day, to go and work and earn their livelihood  as millions of other Italians.

But that day they have been reminded of their difference. They have been loaded on trucks and sealed trains which destination is written in giant characters: Auschwitz, a name they have never heard before. Their guilt is irreparable. They are the offspring of Abraham, Isaac and Jacob.

October 16th, 2018.

When you walk in the streets of the ghetto, if you turn down your eyes on the street, you can read the name, the date of birth and death, of the Italian Jews whose life was interrupted by a murderous hate.

In those same streets where trucks loaded Jews, you can see children coming out from the Jewish school and  walking with their kippah, their yarmulke, on their heads, while hundreds of tourists are eating in the kosher restaurants.

In the Tempio Centrale, the main synagogue, you can hear the same sounds that have been heard with almost no interruption for the last two thousand years.

Our brothers, who were deported and who never came back,

We will catch your prayers where they were interrupted,

We will open your prayer shawls that you have never opened again,

We will say the kiddush that you couldn’t recite anymore,

We will celebrate the festivals, pesach, Shavuot, that you could not share with your beloved and we will finish that sukkot that you were suddenly deprived from.

They have tried to annihilate our bodies in endless ways.

But our spirit, our soul, our attachment to G-d, are indestructible and above all.

Am Israel Chai.

Gheula Canarutto Nemni

16 ottobre 1943

16 ottobre 1943

E’ shabat e il terzo giorno della festa di sukot.

Gli adulti sono stati svegliati nel corso della notte dal rumore di spari e di grida. I bambini sono corsi nei letti dei genitori per cercare conforto dallo spavento di quei rumori funesti. Finalmente hanno tutti ripreso sonno.

Nel cortile del Tempio la sukà aspetta che gli ebrei romani entrino dentro a fare una brachà.

I talitot, ripiegati il giorno prima, sono in attesa di venire di nuovo indossati. Il profumo di cedro e delle foglie di mirto, inondano la sala buia della sinagoga.

Correva il 16 ottobre 1943.

Avrebbe dovuto essere un altro giorno di festa.

Uomini, donne e bambini avrebbero indossato i propri vestiti migliori e si sarebbero riversati nelle strade del ghetto augurandosi ‘shabbat shalom e chag sameach’.

Le tavole sarebbero state imbandite a festa con il poco cibo acquistabile con le tessere annonarie.

Invece i rumori quotidiani di via Portico d’Ottavia, di via S. Ambrogio e di via del Pianto sono stati improvvisamente interrotti dai motori rombanti di camion e motociclette, dagli stivali dei soldati e dai latrati die cani.

La confusione gioiosa della festa è stata rimpiazzata da ordini urlati in tedesco, da esseri umani gettati come oggetti, da pianti disperati di madri e padri che sentivano sulla propria pelle il dolore del distacco imminente dai propri figli, da pianti strazianti di figli gettati in braccio a sconosciuti con la speranza di strapparli alla deportazione e alla morte.

La piazza si riempie di persone con sogni, progetti, pensieri, simili a quelli dei propri concittadini.

Esseri umani che si sono svegliati fino al giorno prima per andare a lavorare e guadagnarsi da vivere come milioni di altre persone. Individui caricati su camion e treni piombati con l’accusa di essere la stirpe di Abramo, Isacco e Giacobbe.

Corre il 16 ottobre 2018.

Nelle strade del ghetto, se si volge lo sguardo a terra si possono leggere i nomi, le date di nascita e di morte, delle persone strappate alla vita da un odio assassino.

Nelle stesse strade escono bambini con la kipà in testa dalla scuola ebraica, intorno ci sono decine di ristoranti kasher.

Nel Tempio Centrale risuonano gli stessi suoni che si sono uditi per quasi  duemila anni fa.

Fratelli deportati e mai più ritornati, riprenderemo le vostre preghiere da dove sono state interrotte,

riapriremo il vostro talit che non avete mai più riaperto,

faremo il kidush che voi non avete mai più potuto fare,

celebreremo le feste, pesach, shavuot che non avete mai più vissuto

e termineremo il sukot che vi hanno rubato.

 

Hanno provato ad annientare i nostri corpi in tutti i modi.

Ma il nostro spirito, la nostra anima, il nostro attaccamento a D-o sono indistruttibili e al di sopra di tutto.

Am Israel Chay

Gheula Canarutto Nemni16 ottoibre 1943

 

E se tu fossi più potente di quello che pensi?

Tutto iniziò da lì.

Da quei minimi, silenziosi, quasi impercettibili, atti immorali.

Il degrado non ebbe inizio tutto d’un colpo, ma seguì una lenta, continua e inarrestabile, evoluzione.

Erano passati 1656 anni dalla creazione del mondo, dall’istante in cui Adamo era stato cacciato dal giardino dell’Eden.

La voce di D-o che domandava ad Adamo: dove sei?

sembrava far parte di un passato molto remoto.

Gli uomini iniziarono rubando piccole somme di denaro, così limitate da non essere nemmeno prese in considerazione dalla legge.

Le loro anime, abituate alle piccole trasgressioni, si fecero forza e osarono di più.

Diventò consuetudine prendere la donna d’altri, dare vita a relazioni proibite senza vergogna.

Quando D-o si affacciò al mondo e vide da dove era tutto partito e a che punto era arrivato, dichiarò che l’uomo aveva superato ogni limite.

Dopo centovent’anni mandò il diluvio, spazzando via ogni cosa all’infuori di Noach, Noè e la sua arca.

Questa settimana Vogue Arabia racconta la storia di Ahed Tamimi, la ragazza diciassettenne diventata simbolo della ‘resistenza palestinese’.

Una ragazza cresciuta in una famiglia definita di ‘attivisti’ dai media italiani e internazionali.

Una famiglia che le ha insegnato a farsi portavoce di messaggi come ‘Ciascuno deve fare la sua parte, accoltellando, lanciando pietre o cercando il martirio’.

Qualche settimana, su Vanity Fair, Daria Bignardi ha definito Ahed Tamimi ‘un’icona palestinese’.

Quando D-o decise di distruggere l’intera umanità con il diluvio, non lo fece né per la gravità degli atti immorali né per l’idolatria.

La terra si era riempita di hamas, di furti, dice la Torà.

Il mondo civile aveva concesso spazio a piccole, quasi innocue, trasgressioni alla legge.

E da lì è iniziato tutto.

Il declino di una società non arriva tutto d’un colpo. Inizia lentamente. Con qualche parola, con alcune immagini, con silenzi assensi.

Il mondo civile oggi concede spazio a interviste innocue, a manifestazioni pacifiche, all’uso di parole che lentamente, continuamente e inarrestabilmente, si insinuano nell’immaginario collettivo, facendo risorgere un nuovo antisemitismo.

Non esiste una trasgressione troppo piccola.

Non esiste una parola che non abbia il suo peso.

Fare passare una terrorista per un’icona è un piccolo, silente passo verso la formulazione di una nuova moralità di cui si conosce l’inizio.

E di cui si dovrebbe temere la continuazione.

Un piccolo passo può avere un enorme peso. Nel bene e nel male.

Gheula Canarutto Nemni

Why Condé Nast and Vogue do not respect Jews

An open letter to Robert A. Sauerberg, president and CEO of Condé Nast.

On October 4, 2018, Vogue Arabia published a letter by Ahed Tamimi, the Palestinian teenager who is becoming an icon, despite the culture she represents.

My name is Raya Schijveschuurder. Today I would be 31 years old.

I would be probably married and I would have my own children.

They would be the same age of my little brothers who were 2 and 4 years old when they were killed together with my parents and me, inside a pizza store in Jerusalem, seventeen years ago.

We were a happy family until 2 pm of August 9th 2001. We were eight children, four girls and four boys, the perfect balance. My parents were still young, 43 and 41 years old.

But that day we were hungry.

And we wished for a pizza and some Coke.

And my parents decided to take us to Sbarro, one of the most famous pizza stores of Jerusalem.

I chose a pizza with mushroom and olives topping.

And my mother asked me: are you sure you will like it?

These were the last words I heard from her.

A few minutes Ahlam Tamimi brought Izzadin al Masri until the entrance of Sbarro.

Tamimi knew perfectly the store would be packed at that hour. She had been studying that place for a long time.

Al Masri had a guitar with him, but from that guitar no music note would have been played.

As he entered the store that guitar played a death music, throwing 20 pounds of nails, screws and explosives in men, women and children bodies.

We have just washed our hands as Jews use to do before eating the bread.

But I never ate that pizza.

I was blown up and killed by nails that pierced my heart, my liver, my vital organs.

In a few seconds my parents, my brothers, Shoshana Greenbaum, a pregnant woman, other ten people and me, were transformed in shreds of meat.

My grandparents were Dutch.

During the war they were deported from Holland to concentration camps.

They survived to all their families and tried to build a normal life in that same country that offered them death.

They pushed their children to go and live in Israel, the only place in the world where Jews would never be discriminated for their religion.

My parents tried to build a new life in that tiny country.

But Ahlam Tamimi decided that even there Jews do not have the right to live.

When they announced in the radio there had been a martyrdom attack at the Sbarro restaurant and that three people were killed, I admit I was a little bit disappointed because I had hoped for a larger toll’, she tells in an interview.

‘Have you ever thought about the families, the children, who were victims of this attack?’ Tamimi smiles ‘No’.

Ahed Tamimi, the seventeen years old teenager who became the symbol of ‘Palestinian resistance’ was brought up in these values. Ahlam Tamimi is her aunt. Her family was defined by international media as an ‘activist family’

Vogue Arabia, a magazine that belongs to Conde Nast group, has just published Ahed Tamimi letter.

In this letter Tamimi writes: I wanted to become a football player but I don’t play here because there is no time. Instead, I have been involved in demonstrations and confrontations with the Israeli army since I was a child.

 

I went on Conde Nast code of Ethics, where you can find the following words:

Reaching more than 270 million consumers across Europe, the Middle East, Asia and Latin America, we are committed to delivering beautiful, influential content and brand experiences for individuals who demand to be inspired.

And I asked myself:

Does Conde Nast think Ahed Tamimi words should inspire  its readers?

Does Conde Nast agree that children, instead of becoming football players, should be raised in the dream to become martyrs one day?

“I hope that everyone will take part in the demonstrations as this is the only means to achieve the result. Whether it is stabbings or martyrdom operations or throwing stones, everyone must do his part and we must unite in order for our message to be heard that we want to liberate Palestine”

These are the words that Tamimi says on Facebook to her followers. 

We pride ourselves in respecting the individual no matter what gender, race, religion or orientation. We are committed to doing business in an ethical way, with honesty, integrity and humanity.

This is the message you can find on Conde Nast website.

Dear Conde Nast, mr. Robert A. Sauerberg,

you have proved to be committed to doing business.

But with this article that celebrates a teenager who was raised in death and martyrdom values, a girl whose aunt helped killing more than 15 human beings guilty of being Jews, you have not only lost many Jewish readers..

You have lost your commitment to integrity and humanity.

Gheula Canarutto Nemni

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