La mia libertà? La ritrovo nella famiglia e nelle tradizioni religiose

Stamattina ho aperto gli occhi e, come ogni giorno da quando ho imparato a parlare, ho ringraziato D-o per avermi dato una nuova opportunità di vita. Mi sono lavata e vestita. Una gonna di jeans che copre le ginocchia, una maglia bianca con la manica a tre quarti, un paio di orecchini di H&M. Ho percorso la tratta camera-cucina in punta di piedi. Come ogni madre nel mondo, godo di libertà vigilata. Da parte dei miei figli.

Come fai? Mi domandano donne che hanno optato per una vita priva di vincoli famigliari. Come farei senza, rispondo. Perché in questa vita delimitata dalle esigenze di altri essere umani, in questo rumore di sottofondo che si interrompe solo per qualche ora notturna, in questi chili di bucati e spaghetti da gestire ogni giorno, trovo rinnovata la mia libertà di donna.

Mentre tutto il mondo intorno prova a suggerirti percorsi di carriera e stipendi a cinque zeri e a convincerti che la libertà sta nel vivere una vita senza legami e obblighi famigliari, io la mia libertà la trovo qui. Nelle limitazioni che derivano dalla creazione e gestione di una famiglia.

Ho preso in mano il libro delle preghiere, approfittando della quiete prima della tempesta. Pronuncio le stesse frasi da circa trentacinque anni. A sei anni ho imparato a distinguere una alef da una beth. E a riversare il mio cuore a D-o con le stesse parole usate dagli ebrei portati in esilio da Gerusalemme a Roma nell’anno 70, scacciati dalla Spagna nel 1492, trasformati in fumo di ciminiera ad Aushwitz e Dachau. Mangio cibo kasher, come i miei antenati, rispetto lo shabat, venticinque ore di black out tecnologico in grado di riconnettermi a D-o e alla mia famiglia. Sono un piccolo anello di una lunghissima catena.

Sono una donna ebrea ortodossa. Dotata, secondo il Talmud, di una capacità intuitiva superiore all’uomo, un quid in più che fa trasmettere l’ebraismo solo per via matriarcale, che rende donne come Sarah, profetesse superiori al marito Abramo. Un’intelligenza esaltata dai rabbini che porta donne come Noa ad amare la terra di Israele a tal punto da farla diventare un’agguerrita avvocatessa della Bibbia. Un quid che fa tessere le lodi della donna al venerdì sera in un canto femminista pronunciato da milioni di uomini nello stesso momento. Cercare di osservare le leggi che D-o diede a Mosè più di tremila anni fa non è facile nel nostro mondo.

Come fai? Mi domandano persone che si tolgono decine di centimetri di indumenti appena il termometro sale sopra ai venti gradi, guardando le mie maniche lunghe con aria compassionevole. Come farei senza, rispondo.Perché in questo stile di vita che in ogni secondo ti richiede un esame di coscienza per diventare una persona migliore e i salti mortali per trovare una gonna che non sia troppo corta, in queste figure di donne che racconto ai miei figli (maschi e femmine) prima di andare a dormire, trovo rinnovata la mia libertà di essere umano.

Mentre tutto il mondo intorno prova a suggerirti di vivere una vita senza regole e limitazioni, io la mia libertà la ritrovo qui, nelle tradizioni religiose.

Nella lunghezza di una manica, nelle preghiere recitate dai miei figli prima di addentare un pezzo di cioccolato, nelle parole di Rabbi DovBer, un rabbino del 1800. «I cieli baciano la terra con i raggi del sole, la risvegliano con le gocce di poggia. Così impregnata, la terra dona la vita, la nutre, la sostiene. Le sfere spirituali più alte, i mondi degli angeli e delle anime, non posseggono questo potere, di dare vita dal nulla, di trasformare la morte in respiro. Perché la terra, nella sua essenza, va ben oltre i Cieli. I Cieli sono la luce di D-o. Ma la terra è un’estensione della Sua essenza primordiale. E proprio da questa essenza proviene il potere di generare l’esistenza. Questo è il motivo per il quale è l’uomo che va dietro alla donna e non viceversa. Perché l’anima dell’uomo va alla ricerca di ciò che gli manca, della vera essenza dell’esistenza. E sa che solo nella donna potrà trovare ciò che lui non possiede».

Gheula Canarutto Nemni

Pubblicato l’1 luglio 2013 su La 27 esima ora (Corriere della Sera)

http://27esimaora.corriere.it/articolo/la-mia-liberta-la-ritrovo-nella-famiglia-e-nelle-tradizioni-religiose/

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Una nuova battaglia per Gheula: la verità sulle donne ortodosse (di Israele e del mondo)

barbra streisand 2

 

 

 

 

Il giovedì era il mio giorno da incubo, il giorno del tema. A 11 anni ti costringevano a soffermarti sulla vita, sulle frasi dei poeti, sui terremoti e a scrivere intere pagine di quaderno sviscerando ogni sillaba. Mi sedevo accanto a mia madre e insieme analizzavamo il titolo, cercando di capirne bene le parole e il senso. “Pregiudizio cosa vuol dire?” le domandai una volta mentre tiravo su con la forchetta l’ultimo spaghetto dal piatto. “Vuol dire che le persone ti giudicano senza sapere davvero chi sei. Pre vuol dire prima. E’ un giudizio che si forma in un momento sbagliato. Il giudizio dovrebbe formarsi sempre dopo. Dopo aver conosciuto, aver parlato, aver discusso. Mai prima, ricordatelo” Me lo ricordo ancora. Dopo trent’anni.

Oggi apro uno dei miei blog preferiti, la 27esima ora. E ci trovo un articolo di Cecilia Zecchinelli, Una nuova battaglia per Barbra: la parità per le donne ortodosse di Israele. Tags: battaglie, diritti umani, discriminazioni, tradizioni. «È sconfortante leggere di donne che in Israele sono costrette a sedersi in autobus sui sedili in fondo o sono colpite con sedie di metallo quando vogliono pregare pacificamente e legalmente. O ancora di donne che non possono cantare nelle cerimonie pubbliche», ha detto la star… Le parole di Barbra si riferiscono chiaramente agli ultraortodossi, gli “haredim” ovvero “coloro che tremano per il timore di Dio”, che respingono ogni modernità e continuano a vivere come nell’Europa dell’Est a fine Ottocento”, scrive la giornalista.

Forse non tutti hanno subito il trauma del tema del giovedì. Peccato. Perchè avrebbero imparato fin dalla quinta elementare a formulare un giudizio sulle persone solo dopo averle conosciute.

Io mi dichiaro una charedit, non “tremo per il timore di D-o” ma Lo temo, Lo amo e cerco di seguirne le leggi. Non vivo come a fine 1800. Uso macchina, Iphone (o Samsung a seconda di quello che mi lasciano bontà loro i miei figli), sto scrivendo da un Mac.

“Per le migliaia di donne haredim d’Israele invece il canto è un peccato, così come mostrare capelli, braccia e gambe, mentre non lo è – ad esempio ­– lavorare, visto che la stragrande maggioranza dei loro uomini si dedica solo alla preghiera e i sussidi pubblici spesso non bastano”

Io non mostro le braccia e le gambe, è vero. E lo faccio soprattutto perchè D-o mi chiede di farlo. Ma non ci vedo nessuna discriminazione, secondo il tag utilizzato dalla signora Zecchinelli. Ci  trovo un grande rispetto, per chi mi vede e mi giudica non in base a ciò che incontrano i sui occhi ma in base a quello che dico e che penso. Ci vedo un rispetto per le donne, che non vengono ridotte a oggetti ma rimangono dei soggetti.

Non indosso paramenti quando prego,(“paramenti sacri che i rabbini ultraortodossi limitano agli uomini”) ma non per questo mi sento figlia di un dio minore. D-o mi concede di avvicinarmi a Lui in ogni momento, senza talit, tfilin o segni che invece toccano agli uomini. Non li devo portare questi segni. Perchè sono superiore. Sono parte delle donne charediot, non charedim, come scrive la nostra giornalista. l’aggettivo si declina al femminile, le donne ebree sono fiere della propria femminilità.

“La condizione delle donne ultraortodosse non è un mistero per chi vive qui o conosce Israele” ma forse lo è per la nostra giornalista e per tutte quelle persone che immaginano un mondo e lo giudicano senza prendersi la briga di conoscerlo.

Noi siamo qui, dice Matteo Caccia nel suo programma di Radio24. Noi siamo qui, pronte a farci conoscere, a parlare, a spiegare il perchè di una manica lunga, di una gonna, di una preghiera con uomini e donne separati.

Noi siamo qui, se qualcuno vuole trasformare il proprio pre-giudizio in un post-giudizio.

Gheula Canarutto Nemni

una charedit milanese (di nascita)

p.s E chissà se un giorno la 27esima ora farà scrivere un articolo che parla di ebraismo a un’ebrea con i tags: battaglie, diritti umani, discriminazioni, tradizioni. Lì forse si potrà spiegare che da noi non c’è discriminazione, che i diritti umani vengono rispettati al di là della comune immaginazione, che le battaglie le facciamo solo per portare più luce in questo mondo e che tradizioni fanno rima con vere emancipazioni….

Cronaca di una preghiera ascoltata, dietro le quinte della presentazione del libro

autografiSono uscita di casa pronunciando una preghiera. D-o fai che l’atmosfera stasera sia come quella che c’è intorno al tavolo del venerdì sera. Mentre le candele si muovono al ritmo delle nostre melodie e il profumo delle challot riempie l’androne stuzzicando il palato dei vicini di casa.   Fai che le persone respirino un’aria di valori, di buone intenzioni, di innovazioni, di un ebraismo diverso, orientato al presente e al futuro e non solo con lo sguardo rivolto al passato.

Non ricordo molto. Sono fatta così. Quando c’è un evento che mi coinvolge, il giorno dopo non ricordo quasi nulla. Mi rimane solo addosso un alone, una infinitesima sensazione. Anche stavolta è andata così. E nel cuore mi è rimasto quel sentimento di pace interiore, di benessere dell’anima, di avercela fatta, grazie all’aiuto di D-o,  mirando al cuore della gente, ad arrivare a toccarlo profondamente.

C’erano tante persone, non le abbiamo contate. C’erano amici, amiche, persone mai viste prima, giornalisti, scrittori, un melting pot di culture, professionalità, età e sesso.

C’erano ebrei laici e ebrei osservanti, non ebrei che si definivano cattolici praticanti e non ebrei atei o agnostici. Un campionario umano meraviglioso, ognuno con il suo background e probabilmente un fine diverso per cui si è preso la briga di attraversare la città grondando di sudore alle sei di sera, di prendere un treno, da un’altra città d’Italia (una signora di Torino che mi ha fatto salire le lacrime agli occhi), di uscire dal lavoro due ore prima per venire a sentire la nostra serata.

Lentamente su questo canale racconterò cosa è venuto fuori. E’ troppo per essere condensato in un’unica sessione.

Qui voglio iniziare a ringraziare.

D-o, che mi ha concesso l’opportunità di iniziare dal basso, incontrando ogni potenziale lettore, inventando cento dediche diverse per ogni acquirente del libro e ha esaudito le mie preghiere al di là delle mie stesse aspettative.

Il Rebbe, al quale ho domandato una brachà prima di uscire di casa. Gli ho domandato di farmi continuare il suo lavoro, di riuscire a diffondere l’ebraismo là dove ancora non è arrivato.

Marina (Gersony) che ha avuto la pazienza di sopportare i miei sbalzi d’umore (Marina, sfonderemo i mondi. Marina, non facciamo più niente), i miei desideri di stampa, giornalisti, scrittori e premi Nobel, fermando la gente per strada, distribuendo inviti ai suoi condomini, bombardando di email le personalità più famose.

Francesca (Amè) che ha un sorriso contagioso e la capacità di fare sembrare semplice la cosa più complessa del mondo. Una donna che si sveglia come me alle sei del mattino e addirittura corre al parco (mentre io me ne sto in camera mia su un comodo materassino) e può rileggere alla sera il proprio nome sulle testate più famose d’Italia. E con tutto questo, ha accettato di venire a parlare della storia di Deb e delle sue sfide quotidiane in un mondo che non la capisce molto.

Daniela Cattaneo Diaz, che pur non avendomi mai vista prima, ha optato per puntare sulla mia storia e le mie visioni. Si è cuccata un’intera famiglia di uomini che non le stringeva la mano e 10 scatoloni colmi di libri dalle tre del pomeriggio. Una generosità rara e preziosa che mi è rimasta nel cuore.

Giuseppe Zanotti. E la sua capacità di raccontare sogni realizzati, visioni incondizionate, insieme con sentimenti semplici e racconti di un passato famigliare che tocca le corde più profonde del cuore.

I miei figli. Che si sono messi a custodia dei libri, vigilando che nessuno se li portasse a casa senza permesso. E a mezzanotte, dopo la presentazione, mi hanno abbracciato dicendomi: “Mami, era stupendo”

Mio marito. Segue vignetta “Senza parole”

Il cerchio magico

salone del libro di torino

C’era una volta il censore. Un personaggio un po’ gobbo, sempre chino sui libri. Intento a scurire il presente con un pennino colmo d’inchiostro. Un lavoro fatto in sordina, il cui risultato doveva essere un mondo più piatto, vuoto di idee diverse, salvo da chi la pensava in maniera non allineata. Non era un lavoro facile, bisognava saper leggere dietro alle righe, sopra agli apostrofi, oltre alle virgole. Si doveva essere in grado di entrare nella testa di chi aveva scritto e sapere anticipare gli effetti sulla mente degli altri. Il censore doveva mettercela tutta. Solo così, quelle frasi dagli effetti collaterali indesiderati, non sarebbero mai giunte a destinazione. Solo così pensieri in grado di aprire nuovi spiragli all’anima e nuovi sentieri al genere umano, sarebbero rimasti per sempre sepolti sotto strati di inchiostro scurente. C’era una volta un libro. Un insieme di pagine riportanti il commento di Rashi al Pentateuco. Un’innovazione adottata da un certo Avraham Garthon, un ebreo di Reggio Calabria che sognava di affidare ad un mezzo più sicuro, la stampa, le parole di un grande maestro. Correva l’anno 1475 e i censori cercavano di svolgere al meglio il proprio lavoro. Anche le righe impresse sui fogli bianchi da Avraham Garton vennero passate al vaglio. E dopo una meticolosa attività fatta di cancellature, righe e abrasioni, sull’ultima pagina il censore appose il proprio marchio. Un cerchio dentro al quale stava un nome, una data e un luogo. Un cerchio grazie al quale oggi si è in grado di datare esattamente l’opera dell’ebreo calabrese. Un cerchio nato con l’intenzione di mettere al bando, di togliere voce, di impedire la trasmissione di idee e valori. E che oggi si rivela invece un alleato prezioso per collocare la stampa delle parole di Rashi nel tempo. Un cerchio, un censore, un tentativo di fare sparire l’ebraismo dalla faccia della terra. E un risultato che, per il popolo ebraico è quasi scontato. Eppure, a pensarci, qualche brivido lo fa correre lungo la schiena. La censura è finita, le correnti cambiate, al sud non regnano più gli Aragona. Ma le parole di Rashi, quelle stesse scurite da un censore meticoloso, sono ancora qui, a essere studiate ogni giorno dal popolo ebraico. E a raccontare, da una teca del salone del Libro di Torino, come la promessa di D-o sull’eternità della Sua gente, sia una garanzia senza scadenza.

 

Gheula Canarutto Nemni

Dieci regole per il quieto vivere (e per mettersi finalmente l’anima in pace)

Marc-Chagall-Moses-and-the-Ten-Commandments-large-1154213874Non sprecare energie per andare alla ricerca di qualche entità che possa soddisfare ogni tuo desiderio. Non scalare inutilmente cime innevate per ottenere risposte.  Regola numero uno. Alza gli occhi al cielo e ricordati. Che da D-o, Quello stesso che ti ha fatto uscire dall’Egitto e dimostrato attraverso miracoli la propria Onnipotenza, proviene ogni cosa.

Non dare troppo peso al denaro, al potere degli uomini, alla politica e al prestigio. Non asservirti a loro, mettendo anima e corpo nel loro inseguimento. Regola numero due. Non farti altri idoli. Perché tanto nessuno di loro avrà mai a cuore come il Signore tuo D-o, la tua vera felicità.

Non riempirti la bocca di brutte parole, di imprecazioni, di mancanza di rispetto verso Chi ti ha creato.  Regola numero tre. Acquisisci consapevolezza del potere infinito delle tue parole.  Prenditi un giorno tutto per te. Per tua figlio, tua figlia, tua moglie e coloro che ami. Impara a porre una distanza di sicurezza tra te e il mondo che ti circonda, a ritagliare degli spazi per la tua famiglia e per la tua anima. Regola numero quattro. Se a D-o sono bastati sei giorni per creare un intero universo, sicuramente il tuo lavoro può essere accantonato senza rischio di fallimento per un giorno alla settimana.

Sii sempre riconoscente verso chi ti ha messo al mondo.  Verso coloro che hanno ancora le occhiaie nere per la mancanza di sonno dovuta ai tuoi pianti notturni. Verso chi ti ha imboccato cantando canzoni stonate, facendo volare aeroplanini sulla tua testa, pur di vederti ingrassare di qualche benedetto grammo ogni giorno. Regola numero cinque. Ama tuo padre e tua madre e rispettali sempre. E un giorno, quando sarai vecchio e sdentato, anche tu verrai rispettato.

Non credere che tutto ti appartenga. Non essere arrogante al punto di pensare di potere disporre della vita degli altri come ti pare. Regola numero sei. La vita di ognuno, anche di chi ti sembra il più miserabile, è un dono di Chi l’ha creata. E non sta a te inventare nuovi criteri per decidere se valga la pena di essere vissuta.

Cerca di nuotare controcorrente. E se tutti dopo un po’ si stufano di quello che hanno, tu inventa una nuova moda. Regola numero sette. Ama ogni giorno di più chi ti sta accanto.

Sì è vero, sembra che la felicità dipenda da quella Maserati Biturbo. Da quel collier da trecentomila euro così facile da prendere, da quel gruzzolo di soldi che in quel momento nessuno controlla. Regola numero otto. Chi ruba, chi si impossessa illegittimamente di ciò e chi che non gli appartiene, non rischia solo qualche anno di prigione. Ma si arroga il diritto di sapere fare meglio i calcoli su cosa spetta a quali persone. Meglio di Chi distribuisce e assegna i possedimenti al genere umano.

Le bugie hanno le gambe corte. Anche se quel signore proprio non ti sta simpatico, non pensare di poterlo vedere soffrire semplicemente inventando su di lui qualche storiella. Regola numero nove. Sii sempre un testimone onesto ed attendibile. Se magari un giorno ti troverai tu sul banco dell’imputato, sicuramente desidererai solo la verità raccontata sul tuo conto.

Tutto questo per insegnare che esiste un ordine a questo mondo. Un’Entità che decide presente, passato e futuro. Il tuo conto in banca, l’aspetto di tua moglie, la marca del letto su cui dormi ogni sera. E quindi è inutile che cerchi di scoprire costantemente col binocolo la marca della giacca del tuo amico. Che tu chiuda gli occhi sognando quello che lui possiede. Regola numero dieci. E poi vuoi sapere la verità? L’erba del vicino non è sempre più verde come ti potrebbe sembrare. Parola di D-o e dei Suoi dieci eterni comandamenti.

Buon shavuot, buona festa della Torà

Gheula Canarutto Nemni

Manifesto dell’ebraismo

manifesto

Manifesto dell’ebraismo*

 

Uno spettro s’aggira per il mondo- lo spettro dell’ebraismo. Tutte le potenze si sono alleate in una santa battuta di caccia contro questo spettro: scettici e atei, agnostici e antisemiti, ignoranti e persone colme di pregiudizi.

Quale partito d’opposizione non è stato tacciato di filosemita dai suoi avversari di governo; qual partito d’opposizione non ha rilanciato l’infamante accusa di ebreo, talvolta addirittura ortodosso, tanto sugli uomini più progrediti dell’opposizione stessa, quanto sui propri avversari reazionari?

Da questo fatto scaturiscono due specie di conclusioni.

L’ebraismo è di già riconosciuto come la religione da cui tutte le altre prendono spunto.

E` ormai tempo che gli ebrei espongano apertamente in faccia a tutto il mondo il loro modo di vedere e di vivere, i loro fini, le loro tendenze e che contrappongano alla favola dello spettro dell’ebraismo un manifesto della religione stessa.

A questo scopo si sono riuniti sotto al Monte Sinai ebrei ed ebree dalle personalità più diverse e hanno ricevuto il seguente manifesto che rimarrà eternamente immutato in tutte le parti del mondo.

La rivoluzione ebraica è la più radicale rottura con i rapporti tradizionali di razionalità; nessuna meraviglia che nel corso del suo sviluppo ci siano stati vari tentativi di ricondurre tutto alla logicità, cercando di sminuire tutto ciò che è riconducibile alla fede, alla emunà.

L’ebreo, dal momento in cui ha sentito le parole di D-o tuonare nella sua anima e nel proprio intelletto, non ha smesso di adoperare tutte le forze concesse dal Cielo per tramutare il buio in luce e moltiplicare al più presto possibile la massa delle forze del bene.

Queste misure saranno recepite in maniera differente a seconda dei diversi individui. Ci saranno quelli più portati alla razionalità, che tenderanno a dimenticare un po’ i comandamenti legati all’unicità di D-o e alla proclamazione costante della Sua esistenza. E quelli che invece enfatizzeranno più gli aspetti irrazionali, accantonando erroneamente i comandamenti che esigono rispetto del prossimo, della sua famiglia e dei suoi beni.

Tuttavia, dovranno essere applicati a tutti gli ebrei indistintamente i (Dieci) provvedimenti (o Comandamenti) seguenti:

1. Il principio di fede nel D-o dei nostri padri.

2. L’unicità di D-o e il divieto di servire qualsiasi divinità al di fuori di Esso.

3. Il divieto di pronunciare il nome di D-o invano.

4. L’obbligo di rispettare la santità del Sabato.

5. Il dovere di rispettare il padre e la madre.

6. Il divieto di uccidere.

7. Il divieto di commettere adulterio.

8. Il divieto di rapire e rubare.

9. Il divieto di testimoniare il falso.

10. Il divieto di desiderare ciò che appartiene al prossimo.

Da quel momento gli ebrei sdegnano di nascondere le proprie opinioni e le proprie intenzioni. Dichiarano apertamente che i propri fini possono esser raggiunti soltanto seguendo ciò che D-o da loro richiede. Il popolo ebraico, ottemperando ai dettami della Torà, non ha da perdervi che le catene di un mondo che cerca di appiattire tutti su una stessa posizione e opinione. Hanno un mondo (presente e futuro) da guadagnare.

EBREI DI TUTTI I PAESI, UNITEVI!

*Liberamente tratto e riadattato dal Manifesto del partito comunista

Gheula Canarutto Nemni

L’accento

numeriC’è la cabala e la kabalà. C’è quella con la ‘c’ iniziale e quella con l’accento sulla ‘a’. C’è quella che cerca di indovinare i numeri dell’Enalotto, l’oroscopo del mese prossimo, la posizione degli astri quando nascerà un figlio. Quella con la ‘c’ all’inizio, inseguita da chi è alla ricerca di una vita più facile, di un futuro meno incerto, di carte da scoprire e segnali propiziatori da interpretare. Quella senza accento, che scarica l’uomo delle proprie responsabilità rimettendo il suo destino nelle mani di numeri e pianeti, che illude l’individuo sulla possibilità di ottenere ciò che vuole senza sforzo e con un pizzico di magia. E poi c’è la kabalà, quella rivelata sulla terra da Rabbi Shimon bar Yochai. Quella che racconta l’intenzione che sta dietro alla creazione del mondo, alla discesa di D-o, attraverso diverse contrazioni, in un universo dal buio così profondo. Quella che descrive il possibile equilibrio armonico di giustizia e misericordia, di forza e bontà nelle sfere divine e la potenzialità di riconciliazione di questi opposti, grazie allo studio e al lavoro costante dell’uomo,  a livello terreno. Questa è la kabalà, quella vera, originale, con l’accento sulla ‘a’. Un accento che pone l’accento sull’individuo, mettendolo al centro del proprio mondo, fautore di ciò che gli sta intorno. Un accento in più che attribuisce alla vita dell’uomo un significato profondo, la responsabilità del destino, l’importanza dello sforzo e di un duro lavoro interiore per potersi svegliare domani, una persona migliore. Una strada aperta da Rabbi Shimon bar Yochai che, alla vigilia di shabat, prima del tramonto, vide un uomo correre con due rami di mirto in mano. “Per cosa sono?” gli domandò. “Sono in onore dello shabat” gli rispose. “Perché non ne basta solo uno?” gli chiese. “Uno è per il comandamento ‘ricorda’ e l’altro è per ‘osserva’. Rabbi Shimon si rivolse al figlio e gli disse “guarda come sono preziosi i comandamenti per i figli di Israele” diventando così il tramite di una filosofia, di una mistica accentata, in grado di trasformare le buone intenzioni, le piccole azioni, i pensieri di un uomo in costante cammino, in profonde rivoluzioni.

Gheula Canarutto Nemni

I Miei figli…

Adoro quando i miei figli stanno insieme. Radunati intorno a un tavolo, seduti sul divano, accovacciati per terra a chiacchierare fino a tardi. Mi riempie il cuore quando cala la notte e tutti dovrebbero essere nel proprio letto, sentire  i loro sussurri attraversare l’aria mentre pensano che nessuno li stia intercettando. Mi piace vederli camminare mano nella mano, mentre cercano di indovinare quale direzione prendere e poi guardarli procedere spediti verso la meta senza farsi distrarre da chi gli sta intorno. Li guardo sperando che nessuno faccia caso a questo loro grande amore. A questo affetto primordiale che li lega al di là dei vincoli di parentela. E che li rende in grado di creare una catena di solidarietà e aiuto appena sentono che un fratello o una sorella è in difficoltà. Quando questa armonia si rompe, per me è un’indicibile sofferenza. Li osservo mentre strillano uno addosso all’altro, con una voce che non ricordavo di avere loro creato. Assorbo in silenzio i colpi che provengono dalle loro futili discussioni, che annebbiano l’indissolubilità del loro legame, rendendolo più un sentiero minato che un armonico campo, come ho sempre sperato. Mi nascondo dietro le quinte perché non mi piace vederli combattersi in questo modo. Sono tutti figli miei, li ho allevati con lo stesso amore. Eppure sembrano dimenticarsene quando interessi, capitali, potere, idee politiche e tutte quelle cose che la vita spaccia come importanti, prendono il sopravvento rispetto familyal comune percorso. E’ per questo che ogni tanto soffio dall’alto un vento silenzioso, facendo volare cappelli, etichette, titoli e appartenenze. Il mondo li guarda e li riconosce per quello che sono. I miei figli. E quando da fuori qualcuno ricorda loro da dove provengono, l’unicità di quell’origine e cammino solitario, ecco che per incanto, anche loro se ne rendono conto. E nell’abbraccio che si dedicano l’un l’altro, nel  recuperare quel senso di famiglia e di appartenenza, nella capacità di ricominciare a volersi bene al di là di confini e bandiere, lì ritrovo i miei veri figli. I figli del mio popolo.

Gheula Canarutto Nemni

Un regalo scontato (?)

Past_Present_FutureHai tre opzioni ogni giorno. Tre svincoli su cui deviare il tuo ritmo di vita e da lì procedere verso il tuo obiettivo. Puoi camminare guardando sempre all’indietro. Rivolgere gli occhi verso il passato remoto, prossimo o l’imperfetto. Puoi sospirare ogni secondo pensando ai bei tempi che furono. A ciò che non hai, a ciò che non senti, a ciò che non vedi, più. Puoi rimpiangere sentimenti e emozioni, albe e tramonti, lune piene e solstizi. Puoi vivere nel ricordo perenne di ciò che ormai è svanito e continuare a constatare che nulla è più come prima. Oppure puoi svegliarti con il pensiero che domani sarà sicuramente diverso. Che il cielo del mese prossimo sarà più azzurro di quello di oggi, che i bambini saranno più gestibili tra qualche anno, che il paese dove un giorno andrai a vivere non avrà nulla in comune con lo sfacelo che ti sta intorno. Puoi sognare conti correnti con molti più zeri di quelli che possiedi, metri quadrati in cui ti perderesti per ritrovare la tua stanza da letto, cibi raffinati che finora non hai mai assaggiato. Oppure puoi svegliarti al suono della tua sveglia e ringraziare D-o per quello che, oggi, possiedi. Per quelle voci che, al di là della tua porta, reclamano un biberon, una tazza di latte e cereali, l’attenzione di un genitore distratto. Puoi guardare con occhi nuovi tutto quello che già ti sta intorno e che magari, per il tuo vicino, è parte di un lontano passato, di un futuro ancora non arrivato, di un sogno mai realizzato. Puoi inspirare l’aria che ti circonda, la preziosità di un istante, la fugacità di un attimo, il regalo che ti è stato appena fatto. Quella manciata di secondi che stanno proprio ora trascorrendo, che costituiscono il tuo presente, rendendolo così poco afferrabile e impalpabile. Se non ora quando, diceva Hillel il saggio qualche migliaio di anni orsono. Sapendo che la difficoltà  di apprezzamento del momento sarà scritta nel Dna dell’uomo  per ancora lunghissimo tempo.

Sono una femminista non femminista

Sono una femminista. Antifemminista.

Credo nel diritto delle donne ad entrare in qualsiasi ruolo e posto e da lì dimostrare di avere talento. Non credo nelle quote rosa. Nel loro poter davvero cambiare qualcosa. Quei posti numerati e dedicati a poche donne che comunque, per potere sedere nei consigli di amministrazione fino a tarda notte probabilmente rinunceranno ad allattare i propri figli, se mai ne metteranno al mondo almeno uno.

Credo nella donna, così come è stata creata da D-o. Credo nel suo spirito battagliero ma pacifico, nella sua capacità di ottenere ciò che desidera con toni tenui, nel suo ruolo fondamentale per portare avanti la gente di domani.

Non credo nell’appiattimento della donna sul modello maschile. Nel suo indossare i pantaloni a tutti i costi per dimostrare di poter arrivare. Nel suo ragionare, vivere, lavorare come un uomo.

Credo nel sacrosanto diritto della donna a vivere una vota tranquilla. A non dovere temere di trovarsi per strada dopo le sette di sera, a non aprire il portone con le mani che tremano per la paura di ciò che aspetta davanti all’ascensore, a non soccombere davanti a un uomo solo perché è fisicamente più forte di lei.

Non credo nel diritto della televisione di mostrare le donne molto scoperte, nelle pubblicità di appiccicare alla donna il ruolo di adescatrice.

Credo nella donna in quanto tale. In quanto madre di famiglia, compagna di vita, figlia di genitori anziani, docente, dottoressa, professoressa, ricercatrice, scrittrice, giornalista, deputata. In quanto in grado di tenere in equilibrio persone e ruoli e ostentare fiori colorati in un vaso e un sorriso ammaliante sul viso.

Non sono una femminista, nel senso inteso dal mondo. Non per questo ritengo che il mio sia “un grido di battaglia al contrario, uno slogan negativo che si ritorce contro le stesse donne.” Credo semplicemente che il femminismo abbia preso una piega sbagliata, una strategia non sempre vincente.

Mi dichiaro non-femminista, ma non perché provengo da un ceto basso. Forse non farò parte di un’elite di intellettuali, ma sono laureata, ho un master e ho insegnato per anni in una delle università più prestigiose d’Italia. E, anche se non femminista, posso sottoscrivere e giurare di essermi formata in un ambiente stimolante e paritario, quello della mia famiglia, d’origine e che mi sono formata, in cui uomini e donne non sono giudicati in base alla M o alla F che segnano su moduli e questionari, ma in base al proprio talento, attitudini, capacità e ruoli che la natura (che mi ostino a chiamare D-o) dà ad ognuno.

In una cosa dò ragione a Sabina Sestu nel suo articolo su Giulia Giornaliste (http://giulia.globalist.it/Detail_News_Display?ID=56814&typeb=0&-Io-sono-femminile-non-femminista-)

Sono una donna che ha tanti figli, che ha provato con tutta se stessa a non mollare. Ma quando tento di fare sentire la mia voce a quei movimenti che si definiscono ‘femministi’, invece di solidarietà e aiuto trovo molta opposizione. Per questo “sento davvero lontano e ostile qualsiasi movimento femminista. Forse perché troppo teorico e slegato dalla loro realtà quotidiana, troppo intellettuale”, come dice Sabina Sestu. C’è troppa  autoreferenzialità. I movimenti femministi che vengono in aiuto solo delle proprie associate, iscritte, affiliate, mentalmente allineate, non sento che difendono me, donna e madre, ma solo se stessi.

 

Gheula Canarutto Nemni

http://www.nonsipuoaveretutto.com