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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

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antisemitismo

Noi sottoscritti Vauro, Boldrini, Papa Francesco, insieme con i giornalisti dell’Ansa, ci impegniamo a commemorare gli ebrei e a rispettarne la memoria

A noi gli ebrei piacciono così.

Ci piacciono dietro i cartelli ‘il lavoro rende liberi’, con addosso solo la pelle.

Ci piacciono mucchi di cadaveri esposti alla neve e al vento finché qualcuno verrà a fotografarli per dire che si’, è stato davvero.

A noi gli ebrei piacciono con gli sguardi impauriti in bianco e nero, esseri indifesi portati alla morte davanti ai sorrisi degli indifferenti.

Ci piace commemorarli questi ebrei, ci piace aprire musei con i loro oggetti rituali conservati a dovere.

A noi gli ebrei piacciono quando stanno zitti, quando viene tolto loro il diritto di parola. Ci piacciono quando i fucili sono puntati verso di loro. Ci piacciono prostrati a terra, espropriati, espatriati, deportati, massacrati. Ci piace averne pena.

Invece questi ebrei hanno alzato la cresta.

Osano impugnare le armi per difendere la loro terra, quel fazzoletto che l’Onu ha pensato di concedere loro come rifugio dopo che sei milioni di loro erano stati trucidati nei nostri stati, nel nostro continente, nel nostro mondo, con l’aiuto della nostro silenzio e della nostra indifferenza.

Parlano, discutono, controbattono persino, questi discendenti di Abramo.

Hanno addestrato i loro figli a non farsi più portare come bestie al macello.

Hanno insegnato il diritto alla vita anche degli ebrei, nonostante gli sia stato negato per secoli e secoli.

Ma chi si credono di essere per definire terrorista chi imbraccia mitragliatrici per falciarli nei bar, nei ristoranti, chi si imbottisce di tritolo e di chiodi per continuare il lavoro dell’inquisizione, dei progrom, dei nazisti?

Questi ebrei così presuntuosi da arrogarsi il diritto di vivere nel proprio stato.

Rinuncino a quelle terre contese e vegano da noi.

Non possiamo certo assicurare loro una vita serena, magari permetteremo pure che li uccidano ogni tanto davanti alle loro scuole, chiuderemo gli occhi davanti alle loro nonne pugnalate in casa , ai loro giovani uccisi mentre fanno la spesa.

Ma noi, noi idealisti, pacifisti, noi sottoscritti

Papa,

Vauro,

Boldrini,

Erdogan,

giornalisti dell’Ansa e delle Iene.

Noi, gli ebrei, li commemoreremo sempre con estremo rispetto.

Noi per gli ebrei avremo un occhio così di riguardo, ci concentreremo così tanto su di loro, da dimenticare le stragi di siriani, di curdi, ci focalizzeremo così tanto sul popolo ebraico da concedere a Erdogan la parola sui diritti dell’uomo mentre li starà lui stesso violando dietro a casa nostra.

Dedicheremo in ricordo degli ebrei una targa, un giardino, un bell’articolo una volta all’anno, delle pietre d’inciampo, una vignetta satirica.

Né dal tuo miele ne’ dal tuo pungiglione, disse Giacobbe a Esaù quando si ritrovarono dopo molti anni.

Shalom, chi usa la parola pace, chi ci crede davvero, deve essere shalem, intero, coerente.

Pretendete dagli altri ciò che pretendete dagli ebrei.

Applicate gli stessi criteri umanitari, la stessa etica e la stessa morale a tutta l’umanità, ebrei e non ebrei, in maniera obiettivamente indistinta.

Allora ci sarà Shalom davvero.

Gheula Canarutto Nemni

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Perchè sei antisemita? Lettera aperta di Mireille Knoll al proprio assassino

 

‘Sporca ebrea!’ mi urli mentre le ginocchia mi fanno male da quanto ho strofinato il mio pavimento, le mie mani bruciano da quanto ho pulito la mia cucina per la mia Pasqua e nella mia casa non c’è più una briciola né di sporco né di pane.

‘Hai avvelenato i miei pozzi!’ mi accusi davanti ai tuoi figli malati dall’assenza completa di norme sanitarie nella tua alimentazione, mentre io, dopo avere macellato gli animali, li sottopongo a ferrei controlli sul loro stato di salute.

‘Solo voi non prendete la sifilide!’ mi sputi in faccia mentre sto circoncidendo mio figlio in nome di una fede che migliora anche la qualità della vita.

‘Hai impastato il tuo pane azzimo con il sangue dei nostri figli!’ E io sto controllando le uova per accertarmi che non abbia nemmeno un puntino di sangue che me lo renderebbe proibito. E mi domando: da dove nasce questa accusa?

‘Controlli l’economia mondiale!’ Mi alzo la manica dove c’è impresso a fuoco il numero che ha sostituito il mio nome mentre ero internata in campo di concentramento. E ti rispondo: ti sei mai domandato da dove sono arrivato?

‘Hai ucciso il mio Dio’ mi dici mentre mi torturi affinché cambi il mio credo. ‘Il mio D-o è eterno’ sussurro esalando l’ultimo respiro.

‘Mireille, aprimi sono io’ e io, che da quando eri piccolo ti ho accolto nella mia casa e ti ho cantato le canzoni che i tuoi genitori non ti cantavano e ti ho dato l’amore che la tua famiglia non ti dava, ti ho aperto. Ti ho sorriso come sempre e ti ho fatto entrare. Ma tu hai iniziato a urlarmi sporca ebrea, hai avvelenato i miei pozzi, mi hai fatto ammalare, stai impastando il tuo pane azzimo con il sangue di mio figlio, sei più ricca di me, voglio santificare il nome del mio dio con il tuo sangue. E io ti guardo incredula e non capisco perché all’improvviso la storia sia piombata proprio nella mia casa, in queste mura abitate da una vecchietta di 85 anni che è riuscita a sopravvivere miracolosamente all’odio nazista ma non alla ferocia di un islamista.

E mentre le mie membra bruciano e la mia anima fa ritorno al Creatore, mentre le mie ceneri si uniscono a quelle dei miei cari rastrellati nel Vel d’Hiv e trasformati in fumo nelle ciminiere di Auschwitz, io Mireille Knoll, una anziana signora ebrea francese nata prima della guerra in Francia e uccisa nella sua casa di Parigi nel marzo 2018 da un vero antisemita, descritto da un sostantivo senza virgolette, un ragazzo allevato ed educato nell’odio assoluto di un popolo dal quale ha imparato a credere nel D-o unico e nella Bibbia, io idealista incallita che sono tornata a vivere in Francia nonostante la Francia mi avesse già tradita una volta, ti guardo e ti vorrei dire ‘ma io non ti odio’ nel momento in cui tu mi pugnali.

In ogni generazione c’è sempre chi tenta di sterminarci. In ogni generazione nasce una accusa falsa, una nuova menzogna. Ma la resistenza all’odio è parte del dna ebraico e le Mireille Knoll continueranno ad aprire la porta armate di fede in D-o e in un uomo migliore.

Gheula Canarutto Nemni

 

 

 

 

 

 

Facebook e la complicità con i futuri assassini

All’attenzione di Mark Zuckerberg e degli amministratori di Facebook 

Qualche giorno fa ho segnalato un gruppo che incita in maniera esplicita alla violenza contro gli ebrei. L’incitamento avviene in maniera chiara con vignette, didascalie e post. 

Mi avete risposto che se la pagina o le sue foto ‘sono offensive o di cattivo gusto, il vostro suggerimento è smettere di seguirla o vederne meno contenuti’.  

Caro Mark Zuckerberg, gentili amministratori, vi chiedo di prendere due-tre minuti del vostro prezioso tempo. Leggete i commenti sotto al post che voi mi consigliate di non guardare più. 

Accantonate per qualche istante ciò che state facendo, perché da questi minuti potrebbe dipendere il domani di molte persone. 

La propaganda è stata uno strumento fondamentale per l’ascesa del nazismo. Joseph Goebbels costruì a tavolino una immagine distorta, falsa e negativa, dell’ebreo. La campagna mediatica gli servi’ per rendere odioso, odiato e nemico, l’ebreo. 

Quindi meritevole di morire. Dopo pochi anni sei milioni di ebrei erano stati inceneriti nei forni crematori. 

Tutto iniziò da lì. Da un naso adunco, da dita allungate e deformi che tengono ben stretti dei sacchetti pieni di soldi. 

Tutto iniziò con delle immagini che i passanti avrebbero potuto ignorare, che le persone la cui sensibilità veniva urtata, avrebbero potuto non guardare. 

Credete davvero che, se la gente si fosse voltata dall’altra parte, la Shoa’ non sarebbe mai avvenuta?   

La soluzione non sta nell’ignorare un problema, ma nel risolverlo. 

L’incendio non lo si doma ignorando le fiamme. L’incendio si spegne buttando acqua sul fuoco, dandosi da fare perché si estingua. 

Non è nascondendo le pagine antisemite dal mio profilo, che qualcosa la’ fuori cambierà. 

Non è vedendo meno post anti-semiti che le persone inizieranno a guardare l’ebreo nello stesso modo con cui guardano ogni altro individuo al mondo. 

Non sono io che devo chiudere gli occhi. Siete voi che dovete aprirli, prima che sia troppo tardi. Prima che nelle pagine di storia del prossimo secolo venga scritto che la nuova campagna antisemita iniziò nel secondo decennio del 2000 sulle pagine di un social network chiamato Facebook. 

Ci sono pagine che, secondo voi, non violano gli specifici standard della vostra Comunità. 

Rivedeteli questi standard, non lasciate gestire le segnalazioni ad algoritmi o ragazzini troppo giovani per capire. 

Il silenzio di molti paesi fu complice del piano nazista. 

Facebook si trova oggi davanti a un bivio. 

Se rimanere quel luogo di ritrovo, quella piazza virtuale in cui tutto avviene in maniera civile, democratica e rispettosa dei diritti.  

Oppure trasformarsi in un muro tappezzato di manifesti di Goebbels ed essere complice di chi semina odio e predica violenza e morte. 

Gheula Canarutto Nemni 

Massimo Corsaro e l’ossessione per la circoncisione dei propri avversari 

Ha conseguito la maturità scientifica. Si è laureato all’Università Bocconi. Ha lavorato come senior auditor presso la Price Waterhouse. Ora è un commercialista. E un parlamentare. Che apostrofa i propri avversari con frasi come ‘le sopracciglia le porta così per coprire i segni della circoncisione’. Eppure con un simile curriculum ci si aspetterebbe qualcosa di più. Come sapere dialogare, discutere, avere scambi di opinione, in maniera civile, con chi la pensa diversamente. Purtroppo a Massimo Corsaro tutti i corsi universitari e le esperienze professionali, non hanno insegnato il fair play. Nessuno gli ha spiegato che per vincere, l’ultima cosa che devi fare è offendere, prendere in giro, non rispettare, il tuo avversario. “Nessun antisemitismo, solita speculazione” risponde il parlamentare che viene pagato dalle tasse degli italiani per denigrare il proprio avversario ebreo. 

Massimo Corsaro, lei non siede in parlamento per rappresentare se stesso. Lei è lì per difendere, a modo suo, ma civilmente, i valori fondanti della democrazia. L’articolo 19 della Costituzione prevede il divieto di discriminazione. Il divieto di guardare in faccia un individuo  e denigrarlo perché i suoi genitori hanno deciso di farlo circoncidere. 

Discuta pure con i suoi rivali, la pluralità delle visioni è l’anima della democrazia. 

Ma alla base di tutto ci deve essere il rispetto per l’essere umano, a prescindere dalla religione e dal colore. 

Massimo Corsaro, nessuna sta facendo speculazione. Ci stiamo battendo a oltranza perché spariscano dal linguaggio comune, fintamente innocente, parole che nel corso della storia hanno dato il via a persecuzioni e massacri. 

Si’, noi ebrei ce la prendiamo. Perché troppe volte è stato dalle parole, dalle offese, dalle denigrazioni, che è iniziato tutto. 

Massimo Corsaro sarà anche un parlamentare. Ma di onorevole, per il nostro paese, purtroppo oggi ha davvero ben poco. 

  

Gad Lerner mi ha diffamato

promised landGad Lerner,

Con i suoi programmi televisivi, con i suoi proclami mediatici in cui domanda la fine dell’occupazione israeliana, senza nemmeno spiegare chi attaccò per primo e chi agi’ per legittima difesa, lei ha leso il mio onore, ha offeso la mia reputazione, ha creato un’immagine falsa che di me, della mia nazione,  si fanno chi la legge e la ascolta. 

Lei parla da ebreo. E per questo, l’ignaro pubblico, le crede quando parla del popolo ebraico.

Quella terra ci appartiene per diritto. È stata promessa da sempre al popolo ebraico. Apra Bamidbar, Numeri, nella porzione che leggeranno tutti gli ebrei del mondo questo sabato. Cinque donne si avvicinarono a Mose’ per domandargli di rientrare anche loro nella spartizione della terra di Israele. 3300 anni fa gli ebrei erano già connessi alla loro terra. Sfogli la Bibbia nella porzione successiva, dove si racconta delle tribù che avrebbero ricevuto le terre al di là del Giordano. 

La terra di Israele non è stata data al popolo ebraico in maniera provvisoria, come lei fa credere ai suoi ignari spettatori e lettori.

La definizione di Terra Promessa che dà l’ebraismo non è idolatria della terra, per poterne rivendicare la proprietà, come lei afferma. E’ promessa della terra. Promessa fatta da D-o ad Abramo di dare quella terra, la terra di Canaan, ai suoi discendenti, in più passi della Genesi. E’ la promessa fatta ad Isacco (Genesi 26-4), a Giacobbe (Genesi 28-13; Genesi 35-12 ecc ). E’ la spartizione della terra promessa agli avi di Israele tra le dodici tribù, scritta nella Bibbia . L’idolatria è aborrita dalla religione ebraica, lo vorrei ricordare io, al posto suo, a chi segue i suoi scritti.

Lerner non metta in bocca al mio D-o parole che Egli non dice.

Il mio D-o non ha mai detto che gli ebrei sono stranieri nella terra promessa, come lei racconta.

 Il mio D-o quella terra la promette e la fa conquistare ai miei avi.

Non attribuisca agli ebrei credi in cui la maggioranza assoluta di una nazione non si ritrova.

Non appiccichi addosso al mio popolo e a me, una etichetta che le fa comodo per potere farsi trasmettere e pubblicare da chi non vede l’ora di gettare fango addosso al popolo a cui appartengo.

Visto che lei si arroga il diritto di parlare a nome mio, mi permetta di dirle un’ultima cosa. 

Ognuno di noi viene messo al mondo con uno scopo preciso. Questa meta D-o però non la rende facilmente raggiungibile. E costella il percorso di ostacoli e false promesse. 

Lerner, a lei è stato fatto il dono di potersi fare ascoltare da molti italiani. Sfrutti la sua posizione mediatica per raccontare quante volte al giorno gli ebrei pronunciano la parola pace nelle proprie preghiere. Racconti i messaggi straripanti di amore e nessuna vendetta, delle madri davanti ai corpi assassinati e bruciati dei loro tre figli.

Si faccia portavoce di quei valori ebraici che ci hanno fatto cantare e pregare all’entrata dei forni crematori.

Scriva la verità, non sezioni la mia religione, la mia cultura, i principi che guidano il mio popolo, a suo piacimento.

Questa è diffamazione.

Gheula Canarutto Nemni

Dove era D-o durante Purim (e la Shoà)?

shoàIn ogni generazione, in ogni periodo storico, secolo e millennio c’è stato qualcuno desideroso di porre fine al popolo ebraico.

Di vederlo diventare un reperto archeologico, trasformato in un ricordo, in una lezione di storia.

In ogni generazione si è alzato un Haman il cui sogno era di cancellare ogni traccia ebraica dalla faccia della terra.

Anche in quelle generazioni in cui gli ebrei quasi non si distinguevano dagli altri.

Anche in quei decenni in cui l’ebraismo veniva relegato a qualche ora all’anno, a qualche rito sporadico tramandato.

Anche in quei momenti in cui l’ebreo faceva di tutto per ingraziarsi il regnante di turno, convinto che il proprio destino dipendesse dall’umore del regno.

D-o non viene menzionato nella meghilà nemmeno una volta.

Bisogna scovarlo tra le righe, andarlo a cercare negli acronimi delle parole, si devono fare i salti mortali per ritrovarlo nelle allusioni, nelle espressioni.

Non c’è il Suo nome, sembra sparito nel nulla. Come dalla vita degli ebrei di quel periodo storico.

D-o è relegato ai margini della storia, perché gli ebrei Lo avevano relegato ai margini della propria vita.

Poi però si alza Haman e tutto cambia profondamente.

Gli ebrei, appena venuti a conoscenza dell’imminente sterminio, usano tutti i propri canali diplomatici, mandano delegazioni.

La regina mette la propria vita a repentaglio.

Ma nello stesso tempo è la regina stessa a dire, guardatevi dentro.

Perché il mondo ci considera diversi seppure abbiamo provato a fare dimenticare la nostra identità a tutti?

E gli ebrei si riunirono e pregarono, si strapparono le vesti e digiunarono.

Ricordarono ai propri figli chi erano, proprio in quel momento in cui la minaccia pendeva pericolosamente sulla loro testa.

Quando qualcuno si alza e dichiara ‘ripuliamo il mondo da questa nazione così diversa’, il popolo ebraico, pur avendo fatto di tutto per assimilarsi e rendersi uguali agli altri, ritrova la propria essenza.

Dove era D-o durante Purim?

Dove era durante le tragedie che hanno colpito il Suo popolo?

D-o è lì nella fede ritrovata di chi pensava di non averla mai avuta, D-o sarà nel risveglio di quell’ebreo a cui apparentemente, della propria identità, non è mai importato niente.

D-o è in quegli gli ebrei che rischiavano la propria vita per indossare i tefilin di nascosto ad Auschwitz, quando nella comodità delle proprie case non l’avevano mai fatto.

D-o è nelle raccomandazioni ai figli di festeggiare il proprio bar mizvah prima di metterli in salvo su un treno.

E’ in quei figli che, sporgendosi dal finestrino, domandano ‘ma papà, cosa è un bar mizvah?’, perché nessuno glielo aveva mai detto.

D-o è nei raduni segreti per celebrare il seder, con il rischio di finire in un gulag per il resto della propria vita.

D-o è nei Daniel Pearl che, con la spada sul collo urlano al mondo ‘io sono ebreo’ negli ultimi respiri.

D-o è sempre con noi anche se non lo riusciamo a vedere.

E’ lì, nell’anima ebraica che rinasce sotto minaccia, quando razionalmente dovrebbe cercare di nascondersi ancora più di prima.

Quando Haman si mette d’accordo con i governanti del momento, quando viene plaudito dalle Nazioni Unite e gli viene concessa via libera per l’antisemitismo, quando essere ebreo è la cosa più scomoda che ti possa accadere, lì ritrovi D-o.

D-o è nella gioia, nell’orgoglio ritrovato di appartenere a questa nazione.

Buon Purim!

Gheula Canarutto Nemni

I canarini della società

Quando c’erano le miniere, i minatori si portavano dietro dei canarini. Li mandavano all’interno, in esplorazione, per avvertire la presenza di gas velenosi. I canarini sono molto sensibili al monossido di carbonio, che avrebbe potuto compromettere la vita dei minatori.

Gli uccellini venivano liberati all’interno delle miniere e i minatori stavano in attesa. Aspettavano di sentire.

Se i canarini continuavano a cantare.

O se la loro melodia si interrompeva.

I minatori si sono salvati la vita migliaia di volte grazie alla sensibilità di questi volatili e, una volta imparato ad utilizzarla, non hanno mai smesso di mandare i canarini in avanscoperta.

Ci sono i canarini anche all’interno della società, in prima linea ad affrontare i gas velenosi del mondo.

Sensibili all’immoralità diffusa nell’aria, alla violenza che corre per strada.

Questi canarini amano la libertà, sono stati loro a portarla in terra per primi. Sono stati dotati di ali alla nascita e da sempre le usano per portare il proprio canto in ogni angolo della terra.

Sono i termometri della società in cui vivono, si ammalano sempre prima degli altri.  Da quando esiste il mondo sono i primi contro i quali i gas letali vengono puntati. Perché con le loro ali non hanno mai smesso di librarsi al di sopra della terra e sono stati in grado di fare volgere lo sguardo verso l’alto anche a chi la libertà non l’ha mai assaggiata.

Quando nell’aria tira il veleno, quando non si respira altro che il male, sono i primi a rallentare il proprio volo. A sentirsi pesanti, a percepire che c’è chi vorrebbe interrompere, ammutolire, il canto.

Ma vanno avanti imperterriti, sapendo che ogni suono della loro voce è una nota essenziale per contrastare chi vorrebbe ridurre la parola libertà a una sola riga del dizionario.

I canarini della società si chiamano popolo ebraico.

Quando vedete che si prova a farli smettere di cantare, iniziate a preoccuparvi.

Perché i veleni nell’aria li inala chiunque respiri. E non solo loro.

Gheula Canarutto Nemni

Bird_Mine

L’odio violento verso l’ebreo è arrivato a Milano

san gimignanoE’ arrivata anche qui. Sorvolava nell’aria minacciosa, varcava confini che non la possono fermare, camminava silente nelle pagine dei giornali e nei link di Youtube. E ora è qui.  A  Milano. Nella mia città. Mi sono svegliata stamattina con una sensazione di incredulità. Ma dopo avere ringraziato D-o per avermi restituito l’anima, mi sono detta ‘e perché non avrebbe dovuto arrivare anche qui?’. La violenza contro gli ebrei. Penso all’uomo che stava camminando ieri per strada tranquillo, immerso nei propri pensieri, mentre da dietro qualcuno sfilava un coltello e in pochi secondi cambiava il corso della sua e della nostra storia con nove pugnalate. Lo conosco quell’uomo, lo conosco bene. E’ il marito di una mia amica, al sabato, in sinagoga, ci dà la birkat cohanim, la benedizione dei sacerdoti. E’ un uomo alto e grosso, sembra uscito dalle leggende del Baal Shem Tov, D-o deve averlo fatto così per poter sopravvivere all’odio che ieri sera l’ha colpito in  maniera così brutale.

Guardo fuori dalla finestra e penso che in queste strade, nel 1942, mia nonna scappava con mio nonno e la loro famiglia.

Penso alla paura che doveva attanagliare il suo stomaco all’idea che là fuori ci fossero persone che la odiavano così tanto. Nella mia mente ritornano i suoi racconti che hanno segnato la mia infanzia. La fuga in mezzo alla notte, le poche cose care che stavano in una valigia, il ‘non portare niente che faccia capire che siamo ebrei’ di mio nonno, il suo infilare di nascosto il suo libro di preghiere. Il loro camminare nelle vie di Milano cercando di fingere di non essere chi sono. Il brigadiere che li ferma, che apre le loro valigie, che trova il libro di preghiere su cui sta scritto ‘libro di preghiere ebraico di rito italiano’, il loro cuore che si ferma. Alla domanda

‘e questo cosa è’

mia nonna risponde

‘un libro per dare ripetizioni di greco’.

E il miracolo del brigadiere che finge di crederci e dice

‘andate’.

Sveglio i miei figli e contro ogni mio principio educativo e di vita, li calo nella realtà in cui ci stanno avvolgendo.

Mentre sto dicendo  che devono stare attenti, mi sento che sto rubando una parte della loro infanzia. Sto creando la paura verso i mostri, quelli veri, che girano per le strade alla ricerca dell’ebreo, come nel Medioevo, come nei pogrom, come durante il fascismo.

Sistemo la kippah sulla loro testa, baciamo la mezuzà sullo stipite prima di uscire. Andiamo a scuola con la sensazione di stare andando al fronte.

Immagino mia nonna, ormai ultra novantenne, abbracciarmi come una volta. E dirmi.

‘D-o ci ha protetto finora e continuerà a proteggerci. Non smettere di avere fede. Continua a credere. In D-o e nell’uomo.’

Stasera in sinagoga le nostre preghiere saranno più forti della paura dei mostri che ci stanno inseguendo.

Gheula Canarutto Nemni

Am Israel Chay, il popolo di Israele vive

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E io che non riesco a smettere di leggere le notizie sui giornali e sul web, che mi sento assalire dalla rabbia ogni volta che vedo un titolo relativo al Medio Oriente, io che non riesco a mangiare senza pensare che i miei fratelli, i miei figli si trovano lì ad aspettare un autobus tremando per la propria vita, io, da qui cosa posso fare?

E tu, tu che twitti i messaggi per fare girare il più possibile la verità tra la gente, che prendi il microfono e cerchi di spiegare la realtà a chi la vuole negare e manipolare, tu che cambi status ogni dieci minuti per raccontare agli amici virtuali quello che non vedrebbero da nessuna altra parte, tu, cosa puoi fare?

E noi, noi che guardiamo con sospetto chiunque si aggiri nei dintorni ebraici, che ci ritroviamo nei bar, nelle scuole e non possiamo permetterci di distrarci un attimo, che sussurriamo le parole in ebraico per la paura di venire riconosciuti, noi, cosa possiamo fare?

C’è una porzione di mondo, là fuori, a cui noi ebrei non stiamo simpatici. Non importa che passaporto abbiamo, se con una copertina blu e un candelabro a sette braccia o una bordeaux con lo stemma europeo. Non importa che lingua parliamo in casa e dove sono nati i nostri nonni. Non importa come abbiamo coniugato la nostro vita. A questa porzione di mondo noi non piacciamo perché siamo ebrei. Punto. E il loro sogno più grande è vederci un giorno sparire.

Io, tu, noi in questi giorni abbiamo una sola cosa da fare. Cercare di dare ancora più vitalità al nostro popolo. Con fatti, azioni concrete, torà e mizvoth che rinforzano la nostra identità ebraica. Gli arabi che accoltellano gli ebrei per le strade non lo fanno guardando il loro passaporto. E nemmeno il terrorista nel supermercato kasher di Parigi. A loro non interessa che lingua parliamo. Quello che li disturba è il nostro essere ancora qui, nonostante tutto. A pregare, a chiudere i nostri negozi di shabat, a cercare la carne kasher e a recitare lo shemà con i nostri figli. Diamo fastidio perché non abbiamo mai smesso di essere ebrei.

Am Israel Chay, il nostro popolo è, grazie a D-o, ancora vivo. E mai smetteremo di dimostrarvelo.

Gheula Canarutto Nemni

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