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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

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antisemitismo

Dove era D-o durante Purim (e la Shoà)?

shoàIn ogni generazione, in ogni periodo storico, secolo e millennio c’è stato qualcuno desideroso di porre fine al popolo ebraico.

Di vederlo diventare un reperto archeologico, trasformato in un ricordo, in una lezione di storia.

In ogni generazione si è alzato un Haman il cui sogno era di cancellare ogni traccia ebraica dalla faccia della terra.

Anche in quelle generazioni in cui gli ebrei quasi non si distinguevano dagli altri.

Anche in quei decenni in cui l’ebraismo veniva relegato a qualche ora all’anno, a qualche rito sporadico tramandato.

Anche in quei momenti in cui l’ebreo faceva di tutto per ingraziarsi il regnante di turno, convinto che il proprio destino dipendesse dall’umore del regno.

D-o non viene menzionato nella meghilà nemmeno una volta.

Bisogna scovarlo tra le righe, andarlo a cercare negli acronimi delle parole, si devono fare i salti mortali per ritrovarlo nelle allusioni, nelle espressioni.

Non c’è il Suo nome, sembra sparito nel nulla. Come dalla vita degli ebrei di quel periodo storico.

D-o è relegato ai margini della storia, perché gli ebrei Lo avevano relegato ai margini della propria vita.

Poi però si alza Haman e tutto cambia profondamente.

Gli ebrei, appena venuti a conoscenza dell’imminente sterminio, usano tutti i propri canali diplomatici, mandano delegazioni.

La regina mette la propria vita a repentaglio.

Ma nello stesso tempo è la regina stessa a dire, guardatevi dentro.

Perché il mondo ci considera diversi seppure abbiamo provato a fare dimenticare la nostra identità a tutti?

E gli ebrei si riunirono e pregarono, si strapparono le vesti e digiunarono.

Ricordarono ai propri figli chi erano, proprio in quel momento in cui la minaccia pendeva pericolosamente sulla loro testa.

Quando qualcuno si alza e dichiara ‘ripuliamo il mondo da questa nazione così diversa’, il popolo ebraico, pur avendo fatto di tutto per assimilarsi e rendersi uguali agli altri, ritrova la propria essenza.

Dove era D-o durante Purim?

Dove era durante le tragedie che hanno colpito il Suo popolo?

D-o è lì nella fede ritrovata di chi pensava di non averla mai avuta, D-o sarà nel risveglio di quell’ebreo a cui apparentemente, della propria identità, non è mai importato niente.

D-o è in quegli gli ebrei che rischiavano la propria vita per indossare i tefilin di nascosto ad Auschwitz, quando nella comodità delle proprie case non l’avevano mai fatto.

D-o è nelle raccomandazioni ai figli di festeggiare il proprio bar mizvah prima di metterli in salvo su un treno.

E’ in quei figli che, sporgendosi dal finestrino, domandano ‘ma papà, cosa è un bar mizvah?’, perché nessuno glielo aveva mai detto.

D-o è nei raduni segreti per celebrare il seder, con il rischio di finire in un gulag per il resto della propria vita.

D-o è nei Daniel Pearl che, con la spada sul collo urlano al mondo ‘io sono ebreo’ negli ultimi respiri.

D-o è sempre con noi anche se non lo riusciamo a vedere.

E’ lì, nell’anima ebraica che rinasce sotto minaccia, quando razionalmente dovrebbe cercare di nascondersi ancora più di prima.

Quando Haman si mette d’accordo con i governanti del momento, quando viene plaudito dalle Nazioni Unite e gli viene concessa via libera per l’antisemitismo, quando essere ebreo è la cosa più scomoda che ti possa accadere, lì ritrovi D-o.

D-o è nella gioia, nell’orgoglio ritrovato di appartenere a questa nazione.

Buon Purim!

Gheula Canarutto Nemni

I canarini della società

Quando c’erano le miniere, i minatori si portavano dietro dei canarini. Li mandavano all’interno, in esplorazione, per avvertire la presenza di gas velenosi. I canarini sono molto sensibili al monossido di carbonio, che avrebbe potuto compromettere la vita dei minatori.

Gli uccellini venivano liberati all’interno delle miniere e i minatori stavano in attesa. Aspettavano di sentire.

Se i canarini continuavano a cantare.

O se la loro melodia si interrompeva.

I minatori si sono salvati la vita migliaia di volte grazie alla sensibilità di questi volatili e, una volta imparato ad utilizzarla, non hanno mai smesso di mandare i canarini in avanscoperta.

Ci sono i canarini anche all’interno della società, in prima linea ad affrontare i gas velenosi del mondo.

Sensibili all’immoralità diffusa nell’aria, alla violenza che corre per strada.

Questi canarini amano la libertà, sono stati loro a portarla in terra per primi. Sono stati dotati di ali alla nascita e da sempre le usano per portare il proprio canto in ogni angolo della terra.

Sono i termometri della società in cui vivono, si ammalano sempre prima degli altri.  Da quando esiste il mondo sono i primi contro i quali i gas letali vengono puntati. Perché con le loro ali non hanno mai smesso di librarsi al di sopra della terra e sono stati in grado di fare volgere lo sguardo verso l’alto anche a chi la libertà non l’ha mai assaggiata.

Quando nell’aria tira il veleno, quando non si respira altro che il male, sono i primi a rallentare il proprio volo. A sentirsi pesanti, a percepire che c’è chi vorrebbe interrompere, ammutolire, il canto.

Ma vanno avanti imperterriti, sapendo che ogni suono della loro voce è una nota essenziale per contrastare chi vorrebbe ridurre la parola libertà a una sola riga del dizionario.

I canarini della società si chiamano popolo ebraico.

Quando vedete che si prova a farli smettere di cantare, iniziate a preoccuparvi.

Perché i veleni nell’aria li inala chiunque respiri. E non solo loro.

Gheula Canarutto Nemni

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L’odio violento verso l’ebreo è arrivato a Milano

san gimignanoE’ arrivata anche qui. Sorvolava nell’aria minacciosa, varcava confini che non la possono fermare, camminava silente nelle pagine dei giornali e nei link di Youtube. E ora è qui.  A  Milano. Nella mia città. Mi sono svegliata stamattina con una sensazione di incredulità. Ma dopo avere ringraziato D-o per avermi restituito l’anima, mi sono detta ‘e perché non avrebbe dovuto arrivare anche qui?’. La violenza contro gli ebrei. Penso all’uomo che stava camminando ieri per strada tranquillo, immerso nei propri pensieri, mentre da dietro qualcuno sfilava un coltello e in pochi secondi cambiava il corso della sua e della nostra storia con nove pugnalate. Lo conosco quell’uomo, lo conosco bene. E’ il marito di una mia amica, al sabato, in sinagoga, ci dà la birkat cohanim, la benedizione dei sacerdoti. E’ un uomo alto e grosso, sembra uscito dalle leggende del Baal Shem Tov, D-o deve averlo fatto così per poter sopravvivere all’odio che ieri sera l’ha colpito in  maniera così brutale.

Guardo fuori dalla finestra e penso che in queste strade, nel 1942, mia nonna scappava con mio nonno e la loro famiglia.

Penso alla paura che doveva attanagliare il suo stomaco all’idea che là fuori ci fossero persone che la odiavano così tanto. Nella mia mente ritornano i suoi racconti che hanno segnato la mia infanzia. La fuga in mezzo alla notte, le poche cose care che stavano in una valigia, il ‘non portare niente che faccia capire che siamo ebrei’ di mio nonno, il suo infilare di nascosto il suo libro di preghiere. Il loro camminare nelle vie di Milano cercando di fingere di non essere chi sono. Il brigadiere che li ferma, che apre le loro valigie, che trova il libro di preghiere su cui sta scritto ‘libro di preghiere ebraico di rito italiano’, il loro cuore che si ferma. Alla domanda

‘e questo cosa è’

mia nonna risponde

‘un libro per dare ripetizioni di greco’.

E il miracolo del brigadiere che finge di crederci e dice

‘andate’.

Sveglio i miei figli e contro ogni mio principio educativo e di vita, li calo nella realtà in cui ci stanno avvolgendo.

Mentre sto dicendo  che devono stare attenti, mi sento che sto rubando una parte della loro infanzia. Sto creando la paura verso i mostri, quelli veri, che girano per le strade alla ricerca dell’ebreo, come nel Medioevo, come nei pogrom, come durante il fascismo.

Sistemo la kippah sulla loro testa, baciamo la mezuzà sullo stipite prima di uscire. Andiamo a scuola con la sensazione di stare andando al fronte.

Immagino mia nonna, ormai ultra novantenne, abbracciarmi come una volta. E dirmi.

‘D-o ci ha protetto finora e continuerà a proteggerci. Non smettere di avere fede. Continua a credere. In D-o e nell’uomo.’

Stasera in sinagoga le nostre preghiere saranno più forti della paura dei mostri che ci stanno inseguendo.

Gheula Canarutto Nemni

Am Israel Chay, il popolo di Israele vive

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E io che non riesco a smettere di leggere le notizie sui giornali e sul web, che mi sento assalire dalla rabbia ogni volta che vedo un titolo relativo al Medio Oriente, io che non riesco a mangiare senza pensare che i miei fratelli, i miei figli si trovano lì ad aspettare un autobus tremando per la propria vita, io, da qui cosa posso fare?

E tu, tu che twitti i messaggi per fare girare il più possibile la verità tra la gente, che prendi il microfono e cerchi di spiegare la realtà a chi la vuole negare e manipolare, tu che cambi status ogni dieci minuti per raccontare agli amici virtuali quello che non vedrebbero da nessuna altra parte, tu, cosa puoi fare?

E noi, noi che guardiamo con sospetto chiunque si aggiri nei dintorni ebraici, che ci ritroviamo nei bar, nelle scuole e non possiamo permetterci di distrarci un attimo, che sussurriamo le parole in ebraico per la paura di venire riconosciuti, noi, cosa possiamo fare?

C’è una porzione di mondo, là fuori, a cui noi ebrei non stiamo simpatici. Non importa che passaporto abbiamo, se con una copertina blu e un candelabro a sette braccia o una bordeaux con lo stemma europeo. Non importa che lingua parliamo in casa e dove sono nati i nostri nonni. Non importa come abbiamo coniugato la nostro vita. A questa porzione di mondo noi non piacciamo perché siamo ebrei. Punto. E il loro sogno più grande è vederci un giorno sparire.

Io, tu, noi in questi giorni abbiamo una sola cosa da fare. Cercare di dare ancora più vitalità al nostro popolo. Con fatti, azioni concrete, torà e mizvoth che rinforzano la nostra identità ebraica. Gli arabi che accoltellano gli ebrei per le strade non lo fanno guardando il loro passaporto. E nemmeno il terrorista nel supermercato kasher di Parigi. A loro non interessa che lingua parliamo. Quello che li disturba è il nostro essere ancora qui, nonostante tutto. A pregare, a chiudere i nostri negozi di shabat, a cercare la carne kasher e a recitare lo shemà con i nostri figli. Diamo fastidio perché non abbiamo mai smesso di essere ebrei.

Am Israel Chay, il nostro popolo è, grazie a D-o, ancora vivo. E mai smetteremo di dimostrarvelo.

Gheula Canarutto Nemni

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An open letter to the Jewish nation (and its writers)

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Haaretz

It’s 1 a.m.

Men are gathering in synagogues for Hoshana Rabah night. This is the last call for asking G-d for a good year. During the next twenty five hours G-d will put on our yearly destiny, a seal.

I am trying to pray but my thoughts constatly run in another way. The two young parents killed just in front of their kids and now two more men. All of them, only because they were Jews.

I look at myself in the mirror. I have two eyes, a not so perfect nose, I have two hands and I use my legs to walk.

What makes me different from the rest of the world? When members of my nation are brutally killed in front of their children, or in the streets of their holy city, while trying to reach the western wall, the world is silent. This is a fact.

For the world my blood has a lower price compared to others, my humanity has a lower specific weight.

Strong of my ancient experience,  I don’t expect anything new from there.

This is an olam hasheker, as our rabbis define it. In it, lies, do reign.

In it countries that raise their children in terrorism are chosen to defend human rights.

My expectations are going in another direction.

To the direction of those who stood up, just a few minutes after an innocent Palestinian child was shot by somebody whose identity has not been discovered yet, ready to make a strong J’accuse against the observant world.

My expectations are directed towards those who open their computers everytime a Jew is suspected for a negative act and shout ‘we cannot stay silent in front of this’.

 

I was taught by my rabbis we are made of body and soul.

While we can see the other’s external manifestation, we are not able to see its untangible one.

At our shabat table Jews of every color and observance degree sit. I respect everyone of them, for what he/she is.

We Jews are a whole body, when a part hurts all the body suffers.

When something happens in my nation, I do not need to analyze the religious background of a Jew to feel empaty with him.

It cannot be that a kipah, and zizit, a hunkerchief covering a woman’s head, make a difference for those who are always in first line to defend human rights. It cannot be that a victim is defined ‘ultra-orthodox’, in an Israeli newspaper.

My love for my nation is too deep to dare thinking my suspects can be right.

I hope  with all my heart to be wrong. I hope to see in a few hours all the israeli newspapers flooded by condemantion words.

I hope to see all those famous Jewish writers and journalists, who asked rabbis, teachers, politicians, to condemn acts before waiting to see what really happened. I hope to hear from them these words.

‘Our hearts are full of sorrow, we cannot be silent anymore. We will not stop asking the condemnation of these barbarian terrorist acts by all the arab world’.

When I see these words, I will now peace has really a chance.

Because in order to be able to get peace with your neighbors, you need firstable to be able to live in peace inside your own nation.

Shalom comes from the root shalem, whole. You cannot get real peace if you are not whole inside yourself.

May G-d seal our year with real shalom

Gheula Canarutto Nemni

Chissà se agli ebrei religiosi è permesso difendersi. Lettera aperta a David Grossman, Eshkol Nevo (con l’aiuto inaspettato di Noa)

Cari David Grossman, Eshkol Nevo e coloro che hanno deciso di rendere me, i miei figli, i frequentatori della mia sinagoga e gli ebrei del mondo che portano una kippà in testa e dal tramonto del venerdì sera osservano il riposo per venticinque ore, colpevoli per ciò che è successo in Israele.

Complici di un pazzo appena uscito di prigione che, vestito (o travestito) da ortodosso ha ucciso senza pietà una ragazza di 17 anni.

Motore propulsore di una mano che nel mezzo della notte ha incendiato una casa uccidendo un bambino e il padre.

Noi ebrei osservanti e la religione che viviamo ogni giorno, siamo stati messi sul banco degli imputati.

E allora, come in ogni processo dove regni la vera giustizia, mi arrogo il diritto di difendermi di fronte a queste accuse immoralmente generalizzate.

Eshkol Nevo ricorda nel proprio articolo che per l’ebraismo salvare vite ha la precedenza sul sabato.

Per l’ebraismo salvare la vita ha la precedenza su tutte le regole, non solo sul sabato. La Torah è chiamata Torah di vita.

L’ebraismo è la religione di un D-o che impone il silenzio agli angeli quando provano a lodarlo per la vittoria contro gli egiziani. Non cantate davanti alla morte. Anche l’essere umano, per malvagio che sia, è una creatura delle Mie mani.

L’ebraismo è la religione che insegna a cacciare via la madre per evitarne la sofferenza quando si prendono le uova dal nido di un uccello.

E’ quell’insieme di regole che vieta di mescolare la carne con il latte perché la carne del vitello morto non entri in contatto con il latte che gli ha dato la vita

E’ la tradizione in cui è proibito mangiare il sangue, perché in esso scorre la vita, e anche un singolo uovo in cui sia presente una minima chiazza rossa, non viene permesso.

David Grossman si domanda chi sia la persona capace di un simile gesto. E la cerca tra ‘forze che si esaltano alla fiamma di una fede religiosa e nazionalista e ignorano completamente i limiti della realtà e le regole della morale e del buon senso’. 

Sì, i colpevoli di questi gesti ignorano sicuramente i limiti della realtà e le regole della morale e del buon senso. E proprio perché ignorano questi limiti non possono essere definiti uomini di fede.

Perché la fede non è altro che un insieme di pensieri, parole e azioni con lo scopo di migliorarci, di trasformaci in ogni istante in persone spiritualmente e moralmente superiori al momento precedente.

Non reprimere, come sempre reprimiamo le ingiustizie, scrive Eshkol Nevo.

Caro Nevo, vorrei aggiungere che per migliorare il nostro mondo non è solo la parola di condanna che conta. Un mondo migliore non dovrebbe mai cadere nella trappola della generalizzazione, nella creazione di un calderone dove gettare senza distinzione tutti gli ebrei che osservano.

Vergognarci di noi, aggiunge Nevo.

Vergognarci di noi ma non per gli atti di persone che con noi non hanno proprio nulla in comune.

Dobbiamo vergognarci perché siamo capaci di buttare in bocca a chi ci odia la legittimità di odiarci, la giustificazione di definirci come un nemico da abbattere.

Ieri erano gli ebrei usurai, domani saranno gli ebrei che bruciano i bambini.

Ed in nome di questa autocoscienza urlata ai quattro venti, in cui ci si getta la cenere sul capo per atti di singoli individui (che il mondo, quando succede con altre società, ha la capacità, anche di fronte a una realtà evidentemente contraria, di chiamare cellule impazzite) si fornisce l’autorizzazione silente a violenze contro il popolo ebraico.

Nevo ce l’ha su con i rabbini che hanno il potere di fermare questa follia.

‘Ecco ho messo davanti a te la vita e il bene, la morte e il male’, dice D-o nel libro di Deuteronomio al capitolo 30, verso 15.

‘Scegli la vita’, implora D-o nel verso 20.

Nel mondo esiste il libero arbitrio, esiste la possibilità di scegliere il male. Non sono i rabbini la causa e il momento finale del libero arbitrio.

Il potere di scelta sta nelle mani dell’individuo stesso.

E anche nel mondo ebraico, come dappertutto, esistono pazzi camuffati da religiosi che esercitano a pieno questo diritto.

La vera fede ebraica, quella che si basa sulla Torah, sceglie sempre e solo la vita.

La Torah è ‘l’albero della vita’ e le sue strade sono strade di pace. L’ebraismo è la religione dell’ama il tuo prossimo come te stesso, scrive Noa, la cantante israeliana, nel suo status di Facebook del 5 agosto.

Vergognarci di far parte del popolo che prodotto queste persone, aggiunge Nevo.

No, non mi coprirò il capo di cenere per quello che è successo. Come da italiana non mi sento colpevole quando la mafia scioglie i bambini nell’acido. Non è la mia cultura la fonte a cui attingono i pazzi che si fanno giustizia da sé.

Io con quelle persone non c’entro niente.

Un tribunale ebraico veniva giudicato severo se in settant’anni di attività condannava a morte una persona.

Perché nell’ebraismo il respiro di ogni essere vivente è un valore assoluto.

Gheula Canarutto Nemni

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L’Amaca di Michele Serra (17.02.2015)

 

Michele Serra ci ricorda che il pregiudizio e, qualche volta, il non essere a conoscenza dei fatti, sono, nella storia umana, un fattore purtroppo notevole. Glielo spiego io (forse meno autorevole di Gad Lerner ma sicuramente portavoce di molti sentimenti comuni tra gli ebrei italiani) perché questi inviti di Netanyahu a trovare rifugio in Israele non concedono al terrorismo proprio niente. Sono semplicemente una patente di salvezza per chi si sveglia al mattino con l’idea di fare ritardare i propri figli a scuola, perché il momento più pericoloso per un bambino italiano ebreo o ebreo italiano, e’ quello dell’entrata e dell’uscita. Per chi, recandosi in un luogo di culto deve superare soldati, porte blindate e telecamere. Per chi va fare la spesa nei negozi kasher guardandosi avanti, dietro e di fianco. Provino i giornalisti a girare per qualche giorno con la kipa’ in testa e provare l’ebbrezza di sentirsi la saliva di chi non li ama pur non avendoli mai conosciuti, arrivare a fontana sul viso accompagnata da imprecazioni (se gli va bene) contro la loro religione. Provi per credere, signor Serra. E poi capirà perché ognuno di noi, ebreo europeo o europeo ebreo, con ancora i racconti dei nostri nonni che risuonano dentro alle orecchie, si sente sì europeo, ma da ebreo trema. Immagini un continente in cui la metà delle vittime del terrorismo si chiamano Serra. In cui i Serra vengono ammazzati davanti ai loro luoghi d’incontro, nei negozi che frequentano. Non si guarderebbe intorno alla ricerca di un posto dove i Serra possano vivere più tranquilli? Dove un Serra si possa svegliare al mattino e pensare al menù della sera invece che a iscriversi a corsi di autodifesa?

Noi siamo ebrei, lo sono anche quelli che a volte se lo vogliono dimenticare. Il mondo ce lo ricorda periodicamente, in una triste e terribile parabola dall’andamento ciclico. Il patto sociale tra i concittadini sicuramente esiste, altrimenti nessun ebreo sarebbe tornato a calpestare il suolo macchiato di sangue ebraico da Mussolini e Hitler. Però si fermi un attimo e legga i commenti al suo articolo. Capirà che anche tra i miei, i suoi,  concittadini, ce ne sono molti che demonizzano Israele, solo perché  stato degli ebrei, quando in tutti i paesi circostanti  le decapitazioni sono all’ordine del giorno. Legga i commenti e si immedesimi in noi, ebrei fieri di essere italiani dal 1300, che abbiamo già rischiato una volta di sparire da questo suolo. C’è un unico posto al mondo dove essere ebrei non è più rischioso che attraversare la strada con il rosso.

Gheula Canarutto Nemni
Repubblica l'amaca

 

Siamo tutti Dan Uzan? La Stampa colpisce ancora (stavolta con Cesare Martinetti)

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Scene di fuoco, spari, raffiche di mitra. In terra rimangono chiazze di sangue. Alzato lo sguardo si cerca di attribuire quel sangue alla persona a cui appartiene. E’ un processo lento, meticoloso. L’attribuzione di quel sangue influenzerà i titoli dei giornali del giorno dopo. Ha un nome ebraico, si sussurra per la strada.Ha la madre israeliana, dicono i suoi conoscenti. Faceva la guardia da più di vent’anni fuori dalle sinagoghe e dai centri ebraici. Ah, si dicono, quindi è…

Lo è. Lo era. E lo sarà per sempre. Dan Uzan è, è stato e sarà per sempre, ebreo.

Si schiariscono la gola. E domani, nelle notizie, dovremo riportare che un altro di loro, voglio dire, di quelli lì, capisci cosa intendo, è stato ucciso?

Si può sempre fare finta di niente.

Dirottare l’attenzione sui militari feriti, sulla vittima colpita al posto del vignettista Lars Vilks, sulle tombe ebraiche (quelli tanto sono morti) profanate in Francia, l’importante è arrabbiarsi, indignarsi, difendere a spada tratta la democrazia. Fa niente se quella democrazia ancora divide i cittadini e le vittime in diverse categorie. La linea è sottile, ma in pochi se renderanno conto. Nel silenzio, quasi nessuno si accorge dei suoni che mancano.

Se stessi in silenzio, sarei colpevole di complicità, disse Einstein.

Cesare Martinetti, la domanda non è perché non siamo Lars Vilks, ma perché non siamo DanUzan, perché non siamo Yoav Hattab, perché non siamo Yohan Cohen, Philippe Braham e Francois Michel Saada. Questa è la domanda più forte. L’occidente ha difficoltà ad immedesimarsi nel sangue ebraico. Per la cultura occidentale noi siamo, siamo stati e saremo sempre diversi. Forse è questa la grande prova a cui sono messi di fronte i paesi europei, gli Stati Uniti e tutti quei posti da cui si grida in difesa dei valori occidentali. Lo spartiacque della vera democrazia, dei veri diritti civili indistinti, della vittoria contro gli estremismi e i terrorismi di ogni tipo, sta qui.

Nella risposta a questa domanda.

 

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Ecco il motivo per il quale il mondo odia così tanto gli ebrei…

Corriere_testata_1938 2015‘Faraone ma lei si rende conto di quello che ha appena fatto?’ Il faraone sembrò risvegliarsi da un sogno. ‘Lei ha appena permesso a un popolo intero di fuggire dal nostro paese. Eravamo noti per essere il posto da cui nessuno schiavo poteva scappare e questi sono usciti addirittura con tanto di ricchezze. Uomini, donne, bambini, bestiame, ori, argenti. Faraone dobbiamo fare qualcosa. Ne va della nostra fama di potenza schiavista’. Così iniziò la storia del popolo che più di ogni altro nuotò controcorrente. Scrollandosi di spalle la schiavitù e varcando a testa alta, da uomini liberi, i confini insuperabili del paese più potente del mondo, attraversarono le acque di un mare spaccato ad hoc e giunsero davanti a un monte, nel cuore del deserto. Non farti altri dei, sentirono dire lì da D-o stesso. Nella loro mente tutti gli idoli egizi, tutte le divinità adorate dagli altri popoli che avevano incontrato, tornarono alla polvere da cui erano giunti. Rispetta il riposo del settimo giorno. Tu, la tua famiglia, i tuoi schiavi. La casta iniziò a tremare. Nessun privilegio avrebbe potuto durare per più di sei giorni. Non rubare. La proprietà diventò un diritto inalienabile. L’usurpazione e il furto sarebbero rientrati nella categoria degli atti illeciti. Gli ebrei si guardarono in faccia. Da quel momento la loro vita non sarebbe più stata all’insegna solo di se stessi. Avrebbero attraversato deserti, confini, imparato nuove lingue, errato di paese in paese, per insegnare i valori che avevano appena udito da D-o. Avrebbero proclamato la sacralità della vita di ogni individuo al di là dell’appartenenza ad una classe sociale. Avrebbero ricordato alle società schiaviste che quegli schiavi su cui basavano il proprio potere, dovevano godere di molti diritti. E alla fine del sesto anno, avrebbero dovuto tornare a essere uomini liberi. Avrebbero insegnato la libertà di credo, il rispetto per lo straniero. Avrebbero raccontato il dovere di preservare la natura come un dono dato in custodia da Chi l’ha creata. E il diritto al riposo anche di qualcosa che in molti avrebbero continuato a calpestare, la terra. Gli ebrei si guardarono in faccia. Amico, disse uno al proprio vicino, ci aspetta una vita non facile. Non saremo molto amati, temo, gli rispose l’altro. Le società schiaviste tenteranno di metterci a tacere, le dittature ci odieranno. Gli sfruttatori ci rinchiuderanno, i negatori dei diritti civili, se ci andrà bene, ci imbavaglieranno. Non possiamo esimerci, si dissero, siamo arrivati fin qui proprio per questo. Che D-o ci aiuti…si augurarono a vicenda. In quel preciso istante, ai piedi di un monte nascosto dal fumo, la storia del mondo assunse una nuova piega. Fatta di diritti, doveri, morale, etica e le basi per tutte le future società civili. In quel preciso momento sul popolo ebraico ricadde un’ardua impresa. Fungere da coscienza per l’universo intero.

Gheula Canarutto Nemni

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