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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

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antisemitismo

Facebook e la complicità con i futuri assassini

All’attenzione di Mark Zuckerberg e degli amministratori di Facebook 

Qualche giorno fa ho segnalato un gruppo che incita in maniera esplicita alla violenza contro gli ebrei. L’incitamento avviene in maniera chiara con vignette, didascalie e post. 

Mi avete risposto che se la pagina o le sue foto ‘sono offensive o di cattivo gusto, il vostro suggerimento è smettere di seguirla o vederne meno contenuti’.  

Caro Mark Zuckerberg, gentili amministratori, vi chiedo di prendere due-tre minuti del vostro prezioso tempo. Leggete i commenti sotto al post che voi mi consigliate di non guardare più. 

Accantonate per qualche istante ciò che state facendo, perché da questi minuti potrebbe dipendere il domani di molte persone. 

La propaganda è stata uno strumento fondamentale per l’ascesa del nazismo. Joseph Goebbels costruì a tavolino una immagine distorta, falsa e negativa, dell’ebreo. La campagna mediatica gli servi’ per rendere odioso, odiato e nemico, l’ebreo. 

Quindi meritevole di morire. Dopo pochi anni sei milioni di ebrei erano stati inceneriti nei forni crematori. 

Tutto iniziò da lì. Da un naso adunco, da dita allungate e deformi che tengono ben stretti dei sacchetti pieni di soldi. 

Tutto iniziò con delle immagini che i passanti avrebbero potuto ignorare, che le persone la cui sensibilità veniva urtata, avrebbero potuto non guardare. 

Credete davvero che, se la gente si fosse voltata dall’altra parte, la Shoa’ non sarebbe mai avvenuta?   

La soluzione non sta nell’ignorare un problema, ma nel risolverlo. 

L’incendio non lo si doma ignorando le fiamme. L’incendio si spegne buttando acqua sul fuoco, dandosi da fare perché si estingua. 

Non è nascondendo le pagine antisemite dal mio profilo, che qualcosa la’ fuori cambierà. 

Non è vedendo meno post anti-semiti che le persone inizieranno a guardare l’ebreo nello stesso modo con cui guardano ogni altro individuo al mondo. 

Non sono io che devo chiudere gli occhi. Siete voi che dovete aprirli, prima che sia troppo tardi. Prima che nelle pagine di storia del prossimo secolo venga scritto che la nuova campagna antisemita iniziò nel secondo decennio del 2000 sulle pagine di un social network chiamato Facebook. 

Ci sono pagine che, secondo voi, non violano gli specifici standard della vostra Comunità. 

Rivedeteli questi standard, non lasciate gestire le segnalazioni ad algoritmi o ragazzini troppo giovani per capire. 

Il silenzio di molti paesi fu complice del piano nazista. 

Facebook si trova oggi davanti a un bivio. 

Se rimanere quel luogo di ritrovo, quella piazza virtuale in cui tutto avviene in maniera civile, democratica e rispettosa dei diritti.  

Oppure trasformarsi in un muro tappezzato di manifesti di Goebbels ed essere complice di chi semina odio e predica violenza e morte. 

Gheula Canarutto Nemni 

Massimo Corsaro e l’ossessione per la circoncisione dei propri avversari 

Ha conseguito la maturità scientifica. Si è laureato all’Università Bocconi. Ha lavorato come senior auditor presso la Price Waterhouse. Ora è un commercialista. E un parlamentare. Che apostrofa i propri avversari con frasi come ‘le sopracciglia le porta così per coprire i segni della circoncisione’. Eppure con un simile curriculum ci si aspetterebbe qualcosa di più. Come sapere dialogare, discutere, avere scambi di opinione, in maniera civile, con chi la pensa diversamente. Purtroppo a Massimo Corsaro tutti i corsi universitari e le esperienze professionali, non hanno insegnato il fair play. Nessuno gli ha spiegato che per vincere, l’ultima cosa che devi fare è offendere, prendere in giro, non rispettare, il tuo avversario. “Nessun antisemitismo, solita speculazione” risponde il parlamentare che viene pagato dalle tasse degli italiani per denigrare il proprio avversario ebreo. 

Massimo Corsaro, lei non siede in parlamento per rappresentare se stesso. Lei è lì per difendere, a modo suo, ma civilmente, i valori fondanti della democrazia. L’articolo 19 della Costituzione prevede il divieto di discriminazione. Il divieto di guardare in faccia un individuo  e denigrarlo perché i suoi genitori hanno deciso di farlo circoncidere. 

Discuta pure con i suoi rivali, la pluralità delle visioni è l’anima della democrazia. 

Ma alla base di tutto ci deve essere il rispetto per l’essere umano, a prescindere dalla religione e dal colore. 

Massimo Corsaro, nessuna sta facendo speculazione. Ci stiamo battendo a oltranza perché spariscano dal linguaggio comune, fintamente innocente, parole che nel corso della storia hanno dato il via a persecuzioni e massacri. 

Si’, noi ebrei ce la prendiamo. Perché troppe volte è stato dalle parole, dalle offese, dalle denigrazioni, che è iniziato tutto. 

Massimo Corsaro sarà anche un parlamentare. Ma di onorevole, per il nostro paese, purtroppo oggi ha davvero ben poco. 

  

Gad Lerner mi ha diffamato

promised landGad Lerner,

Con i suoi programmi televisivi, con i suoi proclami mediatici in cui domanda la fine dell’occupazione israeliana, senza nemmeno spiegare chi attaccò per primo e chi agi’ per legittima difesa, lei ha leso il mio onore, ha offeso la mia reputazione, ha creato un’immagine falsa che di me, della mia nazione,  si fanno chi la legge e la ascolta. 

Lei parla da ebreo. E per questo, l’ignaro pubblico, le crede quando parla del popolo ebraico.

Quella terra ci appartiene per diritto. È stata promessa da sempre al popolo ebraico. Apra Bamidbar, Numeri, nella porzione che leggeranno tutti gli ebrei del mondo questo sabato. Cinque donne si avvicinarono a Mose’ per domandargli di rientrare anche loro nella spartizione della terra di Israele. 3300 anni fa gli ebrei erano già connessi alla loro terra. Sfogli la Bibbia nella porzione successiva, dove si racconta delle tribù che avrebbero ricevuto le terre al di là del Giordano. 

La terra di Israele non è stata data al popolo ebraico in maniera provvisoria, come lei fa credere ai suoi ignari spettatori e lettori.

La definizione di Terra Promessa che dà l’ebraismo non è idolatria della terra, per poterne rivendicare la proprietà, come lei afferma. E’ promessa della terra. Promessa fatta da D-o ad Abramo di dare quella terra, la terra di Canaan, ai suoi discendenti, in più passi della Genesi. E’ la promessa fatta ad Isacco (Genesi 26-4), a Giacobbe (Genesi 28-13; Genesi 35-12 ecc ). E’ la spartizione della terra promessa agli avi di Israele tra le dodici tribù, scritta nella Bibbia . L’idolatria è aborrita dalla religione ebraica, lo vorrei ricordare io, al posto suo, a chi segue i suoi scritti.

Lerner non metta in bocca al mio D-o parole che Egli non dice.

Il mio D-o non ha mai detto che gli ebrei sono stranieri nella terra promessa, come lei racconta.

 Il mio D-o quella terra la promette e la fa conquistare ai miei avi.

Non attribuisca agli ebrei credi in cui la maggioranza assoluta di una nazione non si ritrova.

Non appiccichi addosso al mio popolo e a me, una etichetta che le fa comodo per potere farsi trasmettere e pubblicare da chi non vede l’ora di gettare fango addosso al popolo a cui appartengo.

Visto che lei si arroga il diritto di parlare a nome mio, mi permetta di dirle un’ultima cosa. 

Ognuno di noi viene messo al mondo con uno scopo preciso. Questa meta D-o però non la rende facilmente raggiungibile. E costella il percorso di ostacoli e false promesse. 

Lerner, a lei è stato fatto il dono di potersi fare ascoltare da molti italiani. Sfrutti la sua posizione mediatica per raccontare quante volte al giorno gli ebrei pronunciano la parola pace nelle proprie preghiere. Racconti i messaggi straripanti di amore e nessuna vendetta, delle madri davanti ai corpi assassinati e bruciati dei loro tre figli.

Si faccia portavoce di quei valori ebraici che ci hanno fatto cantare e pregare all’entrata dei forni crematori.

Scriva la verità, non sezioni la mia religione, la mia cultura, i principi che guidano il mio popolo, a suo piacimento.

Questa è diffamazione.

Gheula Canarutto Nemni

Dove era D-o durante Purim (e la Shoà)?

shoàIn ogni generazione, in ogni periodo storico, secolo e millennio c’è stato qualcuno desideroso di porre fine al popolo ebraico.

Di vederlo diventare un reperto archeologico, trasformato in un ricordo, in una lezione di storia.

In ogni generazione si è alzato un Haman il cui sogno era di cancellare ogni traccia ebraica dalla faccia della terra.

Anche in quelle generazioni in cui gli ebrei quasi non si distinguevano dagli altri.

Anche in quei decenni in cui l’ebraismo veniva relegato a qualche ora all’anno, a qualche rito sporadico tramandato.

Anche in quei momenti in cui l’ebreo faceva di tutto per ingraziarsi il regnante di turno, convinto che il proprio destino dipendesse dall’umore del regno.

D-o non viene menzionato nella meghilà nemmeno una volta.

Bisogna scovarlo tra le righe, andarlo a cercare negli acronimi delle parole, si devono fare i salti mortali per ritrovarlo nelle allusioni, nelle espressioni.

Non c’è il Suo nome, sembra sparito nel nulla. Come dalla vita degli ebrei di quel periodo storico.

D-o è relegato ai margini della storia, perché gli ebrei Lo avevano relegato ai margini della propria vita.

Poi però si alza Haman e tutto cambia profondamente.

Gli ebrei, appena venuti a conoscenza dell’imminente sterminio, usano tutti i propri canali diplomatici, mandano delegazioni.

La regina mette la propria vita a repentaglio.

Ma nello stesso tempo è la regina stessa a dire, guardatevi dentro.

Perché il mondo ci considera diversi seppure abbiamo provato a fare dimenticare la nostra identità a tutti?

E gli ebrei si riunirono e pregarono, si strapparono le vesti e digiunarono.

Ricordarono ai propri figli chi erano, proprio in quel momento in cui la minaccia pendeva pericolosamente sulla loro testa.

Quando qualcuno si alza e dichiara ‘ripuliamo il mondo da questa nazione così diversa’, il popolo ebraico, pur avendo fatto di tutto per assimilarsi e rendersi uguali agli altri, ritrova la propria essenza.

Dove era D-o durante Purim?

Dove era durante le tragedie che hanno colpito il Suo popolo?

D-o è lì nella fede ritrovata di chi pensava di non averla mai avuta, D-o sarà nel risveglio di quell’ebreo a cui apparentemente, della propria identità, non è mai importato niente.

D-o è in quegli gli ebrei che rischiavano la propria vita per indossare i tefilin di nascosto ad Auschwitz, quando nella comodità delle proprie case non l’avevano mai fatto.

D-o è nelle raccomandazioni ai figli di festeggiare il proprio bar mizvah prima di metterli in salvo su un treno.

E’ in quei figli che, sporgendosi dal finestrino, domandano ‘ma papà, cosa è un bar mizvah?’, perché nessuno glielo aveva mai detto.

D-o è nei raduni segreti per celebrare il seder, con il rischio di finire in un gulag per il resto della propria vita.

D-o è nei Daniel Pearl che, con la spada sul collo urlano al mondo ‘io sono ebreo’ negli ultimi respiri.

D-o è sempre con noi anche se non lo riusciamo a vedere.

E’ lì, nell’anima ebraica che rinasce sotto minaccia, quando razionalmente dovrebbe cercare di nascondersi ancora più di prima.

Quando Haman si mette d’accordo con i governanti del momento, quando viene plaudito dalle Nazioni Unite e gli viene concessa via libera per l’antisemitismo, quando essere ebreo è la cosa più scomoda che ti possa accadere, lì ritrovi D-o.

D-o è nella gioia, nell’orgoglio ritrovato di appartenere a questa nazione.

Buon Purim!

Gheula Canarutto Nemni

I canarini della società

Quando c’erano le miniere, i minatori si portavano dietro dei canarini. Li mandavano all’interno, in esplorazione, per avvertire la presenza di gas velenosi. I canarini sono molto sensibili al monossido di carbonio, che avrebbe potuto compromettere la vita dei minatori.

Gli uccellini venivano liberati all’interno delle miniere e i minatori stavano in attesa. Aspettavano di sentire.

Se i canarini continuavano a cantare.

O se la loro melodia si interrompeva.

I minatori si sono salvati la vita migliaia di volte grazie alla sensibilità di questi volatili e, una volta imparato ad utilizzarla, non hanno mai smesso di mandare i canarini in avanscoperta.

Ci sono i canarini anche all’interno della società, in prima linea ad affrontare i gas velenosi del mondo.

Sensibili all’immoralità diffusa nell’aria, alla violenza che corre per strada.

Questi canarini amano la libertà, sono stati loro a portarla in terra per primi. Sono stati dotati di ali alla nascita e da sempre le usano per portare il proprio canto in ogni angolo della terra.

Sono i termometri della società in cui vivono, si ammalano sempre prima degli altri.  Da quando esiste il mondo sono i primi contro i quali i gas letali vengono puntati. Perché con le loro ali non hanno mai smesso di librarsi al di sopra della terra e sono stati in grado di fare volgere lo sguardo verso l’alto anche a chi la libertà non l’ha mai assaggiata.

Quando nell’aria tira il veleno, quando non si respira altro che il male, sono i primi a rallentare il proprio volo. A sentirsi pesanti, a percepire che c’è chi vorrebbe interrompere, ammutolire, il canto.

Ma vanno avanti imperterriti, sapendo che ogni suono della loro voce è una nota essenziale per contrastare chi vorrebbe ridurre la parola libertà a una sola riga del dizionario.

I canarini della società si chiamano popolo ebraico.

Quando vedete che si prova a farli smettere di cantare, iniziate a preoccuparvi.

Perché i veleni nell’aria li inala chiunque respiri. E non solo loro.

Gheula Canarutto Nemni

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L’odio violento verso l’ebreo è arrivato a Milano

san gimignanoE’ arrivata anche qui. Sorvolava nell’aria minacciosa, varcava confini che non la possono fermare, camminava silente nelle pagine dei giornali e nei link di Youtube. E ora è qui.  A  Milano. Nella mia città. Mi sono svegliata stamattina con una sensazione di incredulità. Ma dopo avere ringraziato D-o per avermi restituito l’anima, mi sono detta ‘e perché non avrebbe dovuto arrivare anche qui?’. La violenza contro gli ebrei. Penso all’uomo che stava camminando ieri per strada tranquillo, immerso nei propri pensieri, mentre da dietro qualcuno sfilava un coltello e in pochi secondi cambiava il corso della sua e della nostra storia con nove pugnalate. Lo conosco quell’uomo, lo conosco bene. E’ il marito di una mia amica, al sabato, in sinagoga, ci dà la birkat cohanim, la benedizione dei sacerdoti. E’ un uomo alto e grosso, sembra uscito dalle leggende del Baal Shem Tov, D-o deve averlo fatto così per poter sopravvivere all’odio che ieri sera l’ha colpito in  maniera così brutale.

Guardo fuori dalla finestra e penso che in queste strade, nel 1942, mia nonna scappava con mio nonno e la loro famiglia.

Penso alla paura che doveva attanagliare il suo stomaco all’idea che là fuori ci fossero persone che la odiavano così tanto. Nella mia mente ritornano i suoi racconti che hanno segnato la mia infanzia. La fuga in mezzo alla notte, le poche cose care che stavano in una valigia, il ‘non portare niente che faccia capire che siamo ebrei’ di mio nonno, il suo infilare di nascosto il suo libro di preghiere. Il loro camminare nelle vie di Milano cercando di fingere di non essere chi sono. Il brigadiere che li ferma, che apre le loro valigie, che trova il libro di preghiere su cui sta scritto ‘libro di preghiere ebraico di rito italiano’, il loro cuore che si ferma. Alla domanda

‘e questo cosa è’

mia nonna risponde

‘un libro per dare ripetizioni di greco’.

E il miracolo del brigadiere che finge di crederci e dice

‘andate’.

Sveglio i miei figli e contro ogni mio principio educativo e di vita, li calo nella realtà in cui ci stanno avvolgendo.

Mentre sto dicendo  che devono stare attenti, mi sento che sto rubando una parte della loro infanzia. Sto creando la paura verso i mostri, quelli veri, che girano per le strade alla ricerca dell’ebreo, come nel Medioevo, come nei pogrom, come durante il fascismo.

Sistemo la kippah sulla loro testa, baciamo la mezuzà sullo stipite prima di uscire. Andiamo a scuola con la sensazione di stare andando al fronte.

Immagino mia nonna, ormai ultra novantenne, abbracciarmi come una volta. E dirmi.

‘D-o ci ha protetto finora e continuerà a proteggerci. Non smettere di avere fede. Continua a credere. In D-o e nell’uomo.’

Stasera in sinagoga le nostre preghiere saranno più forti della paura dei mostri che ci stanno inseguendo.

Gheula Canarutto Nemni

Am Israel Chay, il popolo di Israele vive

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E io che non riesco a smettere di leggere le notizie sui giornali e sul web, che mi sento assalire dalla rabbia ogni volta che vedo un titolo relativo al Medio Oriente, io che non riesco a mangiare senza pensare che i miei fratelli, i miei figli si trovano lì ad aspettare un autobus tremando per la propria vita, io, da qui cosa posso fare?

E tu, tu che twitti i messaggi per fare girare il più possibile la verità tra la gente, che prendi il microfono e cerchi di spiegare la realtà a chi la vuole negare e manipolare, tu che cambi status ogni dieci minuti per raccontare agli amici virtuali quello che non vedrebbero da nessuna altra parte, tu, cosa puoi fare?

E noi, noi che guardiamo con sospetto chiunque si aggiri nei dintorni ebraici, che ci ritroviamo nei bar, nelle scuole e non possiamo permetterci di distrarci un attimo, che sussurriamo le parole in ebraico per la paura di venire riconosciuti, noi, cosa possiamo fare?

C’è una porzione di mondo, là fuori, a cui noi ebrei non stiamo simpatici. Non importa che passaporto abbiamo, se con una copertina blu e un candelabro a sette braccia o una bordeaux con lo stemma europeo. Non importa che lingua parliamo in casa e dove sono nati i nostri nonni. Non importa come abbiamo coniugato la nostro vita. A questa porzione di mondo noi non piacciamo perché siamo ebrei. Punto. E il loro sogno più grande è vederci un giorno sparire.

Io, tu, noi in questi giorni abbiamo una sola cosa da fare. Cercare di dare ancora più vitalità al nostro popolo. Con fatti, azioni concrete, torà e mizvoth che rinforzano la nostra identità ebraica. Gli arabi che accoltellano gli ebrei per le strade non lo fanno guardando il loro passaporto. E nemmeno il terrorista nel supermercato kasher di Parigi. A loro non interessa che lingua parliamo. Quello che li disturba è il nostro essere ancora qui, nonostante tutto. A pregare, a chiudere i nostri negozi di shabat, a cercare la carne kasher e a recitare lo shemà con i nostri figli. Diamo fastidio perché non abbiamo mai smesso di essere ebrei.

Am Israel Chay, il nostro popolo è, grazie a D-o, ancora vivo. E mai smetteremo di dimostrarvelo.

Gheula Canarutto Nemni

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An open letter to the Jewish nation (and its writers)

Haaretz
Haaretz

It’s 1 a.m.

Men are gathering in synagogues for Hoshana Rabah night. This is the last call for asking G-d for a good year. During the next twenty five hours G-d will put on our yearly destiny, a seal.

I am trying to pray but my thoughts constatly run in another way. The two young parents killed just in front of their kids and now two more men. All of them, only because they were Jews.

I look at myself in the mirror. I have two eyes, a not so perfect nose, I have two hands and I use my legs to walk.

What makes me different from the rest of the world? When members of my nation are brutally killed in front of their children, or in the streets of their holy city, while trying to reach the western wall, the world is silent. This is a fact.

For the world my blood has a lower price compared to others, my humanity has a lower specific weight.

Strong of my ancient experience,  I don’t expect anything new from there.

This is an olam hasheker, as our rabbis define it. In it, lies, do reign.

In it countries that raise their children in terrorism are chosen to defend human rights.

My expectations are going in another direction.

To the direction of those who stood up, just a few minutes after an innocent Palestinian child was shot by somebody whose identity has not been discovered yet, ready to make a strong J’accuse against the observant world.

My expectations are directed towards those who open their computers everytime a Jew is suspected for a negative act and shout ‘we cannot stay silent in front of this’.

 

I was taught by my rabbis we are made of body and soul.

While we can see the other’s external manifestation, we are not able to see its untangible one.

At our shabat table Jews of every color and observance degree sit. I respect everyone of them, for what he/she is.

We Jews are a whole body, when a part hurts all the body suffers.

When something happens in my nation, I do not need to analyze the religious background of a Jew to feel empaty with him.

It cannot be that a kipah, and zizit, a hunkerchief covering a woman’s head, make a difference for those who are always in first line to defend human rights. It cannot be that a victim is defined ‘ultra-orthodox’, in an Israeli newspaper.

My love for my nation is too deep to dare thinking my suspects can be right.

I hope  with all my heart to be wrong. I hope to see in a few hours all the israeli newspapers flooded by condemantion words.

I hope to see all those famous Jewish writers and journalists, who asked rabbis, teachers, politicians, to condemn acts before waiting to see what really happened. I hope to hear from them these words.

‘Our hearts are full of sorrow, we cannot be silent anymore. We will not stop asking the condemnation of these barbarian terrorist acts by all the arab world’.

When I see these words, I will now peace has really a chance.

Because in order to be able to get peace with your neighbors, you need firstable to be able to live in peace inside your own nation.

Shalom comes from the root shalem, whole. You cannot get real peace if you are not whole inside yourself.

May G-d seal our year with real shalom

Gheula Canarutto Nemni

Chissà se agli ebrei religiosi è permesso difendersi. Lettera aperta a David Grossman, Eshkol Nevo (con l’aiuto inaspettato di Noa)

Cari David Grossman, Eshkol Nevo e coloro che hanno deciso di rendere me, i miei figli, i frequentatori della mia sinagoga e gli ebrei del mondo che portano una kippà in testa e dal tramonto del venerdì sera osservano il riposo per venticinque ore, colpevoli per ciò che è successo in Israele.

Complici di un pazzo appena uscito di prigione che, vestito (o travestito) da ortodosso ha ucciso senza pietà una ragazza di 17 anni.

Motore propulsore di una mano che nel mezzo della notte ha incendiato una casa uccidendo un bambino e il padre.

Noi ebrei osservanti e la religione che viviamo ogni giorno, siamo stati messi sul banco degli imputati.

E allora, come in ogni processo dove regni la vera giustizia, mi arrogo il diritto di difendermi di fronte a queste accuse immoralmente generalizzate.

Eshkol Nevo ricorda nel proprio articolo che per l’ebraismo salvare vite ha la precedenza sul sabato.

Per l’ebraismo salvare la vita ha la precedenza su tutte le regole, non solo sul sabato. La Torah è chiamata Torah di vita.

L’ebraismo è la religione di un D-o che impone il silenzio agli angeli quando provano a lodarlo per la vittoria contro gli egiziani. Non cantate davanti alla morte. Anche l’essere umano, per malvagio che sia, è una creatura delle Mie mani.

L’ebraismo è la religione che insegna a cacciare via la madre per evitarne la sofferenza quando si prendono le uova dal nido di un uccello.

E’ quell’insieme di regole che vieta di mescolare la carne con il latte perché la carne del vitello morto non entri in contatto con il latte che gli ha dato la vita

E’ la tradizione in cui è proibito mangiare il sangue, perché in esso scorre la vita, e anche un singolo uovo in cui sia presente una minima chiazza rossa, non viene permesso.

David Grossman si domanda chi sia la persona capace di un simile gesto. E la cerca tra ‘forze che si esaltano alla fiamma di una fede religiosa e nazionalista e ignorano completamente i limiti della realtà e le regole della morale e del buon senso’. 

Sì, i colpevoli di questi gesti ignorano sicuramente i limiti della realtà e le regole della morale e del buon senso. E proprio perché ignorano questi limiti non possono essere definiti uomini di fede.

Perché la fede non è altro che un insieme di pensieri, parole e azioni con lo scopo di migliorarci, di trasformaci in ogni istante in persone spiritualmente e moralmente superiori al momento precedente.

Non reprimere, come sempre reprimiamo le ingiustizie, scrive Eshkol Nevo.

Caro Nevo, vorrei aggiungere che per migliorare il nostro mondo non è solo la parola di condanna che conta. Un mondo migliore non dovrebbe mai cadere nella trappola della generalizzazione, nella creazione di un calderone dove gettare senza distinzione tutti gli ebrei che osservano.

Vergognarci di noi, aggiunge Nevo.

Vergognarci di noi ma non per gli atti di persone che con noi non hanno proprio nulla in comune.

Dobbiamo vergognarci perché siamo capaci di buttare in bocca a chi ci odia la legittimità di odiarci, la giustificazione di definirci come un nemico da abbattere.

Ieri erano gli ebrei usurai, domani saranno gli ebrei che bruciano i bambini.

Ed in nome di questa autocoscienza urlata ai quattro venti, in cui ci si getta la cenere sul capo per atti di singoli individui (che il mondo, quando succede con altre società, ha la capacità, anche di fronte a una realtà evidentemente contraria, di chiamare cellule impazzite) si fornisce l’autorizzazione silente a violenze contro il popolo ebraico.

Nevo ce l’ha su con i rabbini che hanno il potere di fermare questa follia.

‘Ecco ho messo davanti a te la vita e il bene, la morte e il male’, dice D-o nel libro di Deuteronomio al capitolo 30, verso 15.

‘Scegli la vita’, implora D-o nel verso 20.

Nel mondo esiste il libero arbitrio, esiste la possibilità di scegliere il male. Non sono i rabbini la causa e il momento finale del libero arbitrio.

Il potere di scelta sta nelle mani dell’individuo stesso.

E anche nel mondo ebraico, come dappertutto, esistono pazzi camuffati da religiosi che esercitano a pieno questo diritto.

La vera fede ebraica, quella che si basa sulla Torah, sceglie sempre e solo la vita.

La Torah è ‘l’albero della vita’ e le sue strade sono strade di pace. L’ebraismo è la religione dell’ama il tuo prossimo come te stesso, scrive Noa, la cantante israeliana, nel suo status di Facebook del 5 agosto.

Vergognarci di far parte del popolo che prodotto queste persone, aggiunge Nevo.

No, non mi coprirò il capo di cenere per quello che è successo. Come da italiana non mi sento colpevole quando la mafia scioglie i bambini nell’acido. Non è la mia cultura la fonte a cui attingono i pazzi che si fanno giustizia da sé.

Io con quelle persone non c’entro niente.

Un tribunale ebraico veniva giudicato severo se in settant’anni di attività condannava a morte una persona.

Perché nell’ebraismo il respiro di ogni essere vivente è un valore assoluto.

Gheula Canarutto Nemni

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