8 marzo. Scopri perché la donna rimarrà per sempre l’ultima ruota del carro

La kabalah racconta che quando D-o creò l’essere umano lo fece uomo e donna insieme, un unico corpo e una sola anima, con due volti.

Nessuno avrebbe mai potuto pensare di essere superiore all’altro per essere stato creato per primo. 

Poi D-o addormentò la creatura e separò Eva da Adamo.

Il mondo aveva bisogno di due creature diverse. Una più orientata al pensiero, al primo approccio, ai grandi scenari, a se stesso. E un’altra più portata all’azione, allo sviluppo di ciò che le sarebbe stato donato, dotata di maggiore senso pratico e una dose in più di sensibilità ed empatia verso il prossimo.

L’uomo è chochma,

il barlume di una nuova idea a cui nessuno ha mai pensato prima,

la donna è bina,

la capacità di sviscerare il barlume nei suoi minimi dettagli e svilupparlo in qualcosa che prende vita.

L’uomo è l’input iniziale,

il seme di una nuova vita,

la donna è la continuazione per dare respiro a una nuova creatura.

L’uomo viene dalla terra, dal nulla.

Ogni giorno per potere definire se stesso si domanda coach mà? Che significa ‘in cosa consiste la mia forza? Così va alla continua ricerca di titoli, mansioni, per il timore di ritornare a quel vuoto da cui è venuto.

La donna invece è stata creata dall’uomo che già esisteva. 

Per questo non ha bisogno di dare un titolo alla propria esistenza, lei vale in quanto se stessa.

Lei è bina, che tradotto dall’ebraico significa anche ‘tra D-o’.

Lei è il mezzo che permette a chi gestisce la materialità, all’uomo, di ritrovare la propria spiritualità; 

lei è l’anello che ricongiunge il mondo fisico con l’anima che l’uomo così spesso trascura nelle sue corse quotidiane.

La fine è collegata con l’inizio dice la kabalah.

Nel cerchio della vita è la donna, proprio l’ultimo pezzo della creazione divina, a percepire il senso profondo delle cose.

Gli uomini sono orientati al presente.

Il futuro e tutto ciò che esso conterrà, sta in mano alle donne.

D-o formò l’Uomo ma costruì la Donna. Lei è la struttura della casa in cui lui vive, il terreno su cui lui costruisce, le sue mura e le finestre sul mondo, il tetto che sta sopra alla sua testa. La Donna è la corona che permette all’Uomo di governare. Senza la Donna, non ci sarebbe l’uomo (Rebbe di Lubavitch). 

13 nella kabalah è uno dei numeri che rappresenta la capacità dell’essere umano di intraprendere strade soprannaturali, di andare controcorrente, di raggiungere ciò che sembrerebbe impossibile.

La ghematria, la somma dei valori numerici, della parola echad, uno, è 13.

Quando uomo e donna sono echad, quando nessuno si erige al di sopra dell’altro e uniscono le proprie differenti attitudini e capacità per raggiungere un comune obiettivo,

allora tutto diventa possibile. 

Gheula Canarutto Nemni

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Intervista di Rai, Mediaset e Sky a Gheula Canarutto Nemni

Salve a tutti, abbiamo qui con noi una rappresentante del popolo ebraico. Iniziamo con una domanda che in pochi vi pongono. Cosa significa per lei essere ebrea oggi, nel 2019?

Innanzitutto vi ringrazio per avermi invitato. Negli ultimi tempi ci mettono in bocca parole che non ci hanno mai sentito pronunciare, pensieri che non ci sono mai appartenuti, ci attribuiscono azioni che non abbiamo né avremmo mai compiuto. Quindi grazie per averci finalmente dato voce.

Cosa è un ebreo oggi?

Forse prima di tutto è un miracolo ambulante. Secondo le leggi storiche e statistiche dovremmo solo essere una pagina di un libro di storia, accanto ai sumeri e ai fenici.

Un ebreo è un cocktail di elementi senza i quali non sarei qui oggi. Fede, nonostante le infinite prove a cui siamo stati sottoposti. Amore e rispetto per ogni essere umano, il detto chi salva una vita salva un mondo intero proviene dal talmud e non dalla fantasia di un blogger.

Capacità, desiderio e dovere di integrazione nelle società in cui viviamo. Dina demalchuta dina, la legge del posto diventa automaticamente la nostra legge. Le necessità della società sono anche le nostre. Da migliaia di anni dedichiamo gran parte della nostra esistenza all’avanzamento scientifico, intellettuale e morale del mondo.

Da quello che racconta sembrate una nazione molto viva, come mai quando si parla di ebrei si affronta quasi sempre il tema della shoà?

Purtroppo dopo la tragedia della seconda guerra mondiale, molti tra gli ebrei sopravvissuti hanno cercato di dimenticare chi erano. Le madri hanno smesso di trasmettere ai figli una fede che probabilmente temevano potesse metterli un giorno in pericolo. Nelle famiglie è calato un silenzio identitario che ha creato un vuoto nell’anima. Questa assenza di credo, questo vacuum spirituale, è stato lentamente colmato da un’identificazione in una delle realtà ebraiche più conosciute. La shoà.

Durante i giorni di digiuno, le prime ore sono dedicate al ricordo, alla tristezza e alle lacrime. Nelle ore successive le preghiere sono dense di parole rivolte al futuro, alla ricostruzione dopo la distruzione. La shoà è stata la tragedia che nessun essere umano avrebbe mai potuto nemmeno immaginare. Insegnarla, ricordarla, è un dovere morale. L’ebreo però non si è mai fermato a piangere per troppo tempo.

Abbiamo imparato a raccogliere le nostre ceneri e farne del terreno su cui coltivare il domani.

 Quale è il messaggio che vorrebbe trasmettere ai nostri ascoltatori e lettori?

Un antisemita urla a un ebreo in mezzo alla strada ‘Gli ebrei sono l’origine di tutti i mali!’ L’ebreo gli risponde ‘Hai perfettamente ragione. Gli ebrei e i ciclisti hanno la colpa di tutto!’ ‘Perché i ciclisti?’ domanda l’antisemita. ‘E perché gli ebrei?’.  Molti antisemiti non si rendono conto di esserlo. ‘Non odiamo gli ebrei, ma solo la loro religione, ha detto l’inquisizione durante il medioevo. Non odiamo gli ebrei ma solo loro razza hanno detto i nazisti. Non odiamo gli ebrei ma solo il loro stato, dicono oggi’, ha detto Rabbi Sacks di in un discorso tenuto  alla camera dei Lord. Il pregiudizio nei nostri confronti è il comune denominatore della maggior parte delle civiltà della storia. Forse ci odiano da sempre perché non abbiamo mai smesso di raccogliere le forze per guardare oltre, non ci siamo mai lasciati abbattere e da più di tremila anni cerchiamo di trasformare ogni discesa in una salita ancora più grande.

La prime parole che D-o pronuncia durante la creazione del mondo sono ‘Yehi or’- che luce sia.

Quando un oggetto assorbe tutti i colori della luce, i colori scompaiono e il corpo appare nero.

I colori che vediamo sono quelli riflessi, quelli che vengono propagati dall’oggetto verso l’esterno.

Per questo siamo ancora qui, contro ogni legge della natura. Perché gli ebrei, nonostante le persecuzioni, le cacciate, i pogrom, i tentativi di annientamento, non hanno mai permesso al rancore e alla rabbia di farli chiudere in se stessi. Ma hanno continuato a contribuire, a migliorare, a fare progredire e avanzare, il mondo in cui vivono. Yehi-or è il motto che ci guida anche nei tempi più bui.

P.s Questa intervista non è mai esistita. Ma per combattere l’antisemitismo dovrebbe avvenire davvero. Ad oggi in Italia i pochi ebrei che trovano spazio nei mass media parlano soprattutto di tragedie passate o male di se stessi…

Alain Finkielkraut è il prodotto naturale dell’ebraismo

 

Caro figlio,

ho deciso di scriverti queste righe dopo aver visto la scena in cui Alain Finkielkraut viene assalito verbalmente da un gilet giallo per le strade di Parigi, la città in cui è nato e cresciuto.

Penso a come il filosofo abbia sostenuto e giustificato questo movimento  e a come in cambio abbia ricevuto umiliazione, violenza e insulti.

Probabilmente non aveva appoggiato la causa giusta avrai forse pensato come molti.

La verità però è un’altra. E parte dal fatto che noi ebrei abbiamo il vizio dell’utopia.

Non c’è stata ideologia positiva nel corso della storia che non abbiamo provato ad abbracciare.

Quando abbiamo incontrato l’ellenismo, molti di noi ci si sono immersi pensando di avere trovato finalmente una cultura a misura d’uomo.

Fu davanti ai fumi della distruzione del Santuario di Gerusalemme che gli ellenisti aprirono gli occhi e capirono che quella filosofia metteva ogni uomo al centro del mondo al di fuori di uno. L’ebreo.

Il cristianesimo riuscì a diffondere i propri principi universali di amore e uguaglianza tratti dall’ebraismo, solo grazie agli ebrei, gli stessi che alcuni secoli dopo brucerà negli autodafè dell’inquisizione.

Siamo corsi ad abbracciare l’illuminismo, sperando che il lume della ragione contribuisse a restituire dignità anche a noi, ma per i filosofi di questa corrente l’ebreo rimaneva sempre un essere umano da trattare in maniera ‘speciale’.

Abbiamo sognato uno Yovel, un giubileo universale, in cui tutta la proprietà privata sarebbe  stata abolita e i giochi sarebbero ricominciati da capo.

Karl Marx, il padre del comunismo, era ebreo.

Ma questo non servì per salvare le centinaia di migliaia di ebrei che il regime comunista ha ucciso.

Se parteggiavamo con i comunisti, ci tacciavano di capitalisti.

Quando ci siamo schierati con gli imprenditori, ci hanno accusato di essere degli sfruttatori.

Non c’è stata ideologia in terra a cui non abbiamo contribuito, non è esistito movimento popolare a cui non abbiamo preso parte.

Ma nella storia non c’è stata quasi nessuna causa che abbiamo appoggiato che non ci abbia voltato le spalle, che non abbia identificato nell’ebreo, una minaccia da eliminare.

Per questo ho deciso di scriverti.

Per dirti che quello che senti in fondo al cuore, la tua voglia forte di contribuire al cambiamento, fa parte del tuo Dna di ebreo.

E che tutto ciò che le nuove correnti di pensiero ti propongono, le ideologie che pensi contengano messaggi positivi rivoluzionari mai visti prima d’ora, traggono radice e ispirazione dalla parola di D-o, dalla Torah. Aprila. Ci troverai dentro il rispetto assoluto dell’uomo, di qualunque credo e colore sia.

Ci potrai leggere l’obbligo dell’uomo di rispettare la donna più di se stesso, la sacralità della natura e di ogni minimo elemento del creato. Ci troverai quell’equilibrio delicato e raro dell’uomo che per migliaia di anni le diverse ideologie hanno inseguito e mai davvero raggiunto.

Se vuoi davvero contribuire a miglioramento del mondo, investi le tue energie in qualcosa di eterno, in una corrente che non è soggetta alle mode, che non dipende dal pensiero altrui, dall’avanzamento o dal decadimento. Approfondisci te stesso e la tua identità. Rinforza il tuo ebraismo. Da questo movimento nessuno ti scaccerà mai, nessuno ti additerà urlandoti: sei diverso.

Gheula Canarutto Nemni

 

Fino a che punto può spingersi l’osservanza dell’ebraismo oggi? Quando la Consulta Rabbinica impedisce di partecipare a un concerto in una cappella

 Chi l’ha detto che un ebreo oggi debba essere uguale a quello di ieri?

Dove sta scritto che se uno è di religione ebraica dovrebbe ancora astenersi dall’accendere la luce, camminare a piedi invece che salire comodamente in macchina, privarsi di Instagram e delle chat di whatsapp ogni settimana durante le ore dello shabat?

Chi ha deciso che per gli ebrei del 2019 non è indicato entrare in un luogo di culto di un’altra religione nemmeno quando in quella cappella si sta tenendo un concerto in occasione del centenario della nascita di un’ebrea come Tullia Zevi, personaggio di spicco dell’ebraismo italiano?

Forse è una mancanza di ‘senso comune’, un ‘anacronismo’ che andrebbe colmato adeguando finalmente l’ebraismo al mondo moderno?

Se per senso comune si intende il seguire le convinzioni e il modo di essere della maggioranza, è vero, l’ebraismo ne è privo da sempre. Gli ebrei si sono rifiutati di offrire i propri figli in sacrificio agli dei, di isolare lo straniero, di lasciare nell’ignoranza un numero elevato di individui, di maltrattare i servi, di lavorare a ciclo continuo, di uccidere chi non apparteneva al loro credo, nonostante la maggior parte delle nazioni del mondo accettassero e incentivassero queste pratiche.

Se gli ebrei sono anacronisti perché credono ancora che l’uomo sia fatto di corpo e di spirito, perché portano ancora dentro di sé la consapevolezza che ogni evento, ogni situazione, con cui si viene in contatto, crea un solco nel subconscio della persona, come provano oggi le neuroscienze e anche un semplice spazio fisico può avere un influsso sull’anima, ebbene sì, siamo anche anacronisti.

Per l’ebraismo ogni piccolo passo ha un peso indeterminabile, anche un interruttore della luce sfiorato durante lo shabat è in grado di generare delle conseguenze sul micro e macro cosmo.

Ogni voce che si ascolta, ogni scena che si osserva, ogni luogo in cui ci si trova, si trasforma in un tassello psicologico e morale. Anche l’atmosfera di un posto, la sua sacralità per chi in quel luogo professa la propria fede, hanno un impatto profondo su chi vi entra da semplice visitatore.

Se siamo arrivati oggi ad essere ancora ebrei, se nel 2019 ci sono ancora ebrei al mondo a dibattere sul permesso o divieto di entrare in una cappella, è perché ci sono stati altri ebrei che si sono tenacemente, ostinatamente e coraggiosamente attaccati a quei divieti e a quei permessi, a quelle regole e a quelle tradizioni, che si chiamano Torah.

Il popolo ebraico è nato nel momento in cui 600.000 persone hanno sentito la voce di D-o proclamare dieci comandamenti che al proprio interno contenevano tutti i 613 sentieri dell’ebraismo in questo mondo.

E c’è un solo modo di garantire la continuità di questa nazione.

Non entrare nelle cappelle se i rabbini non lo permettono, entrarci se i rabbini ritengono che in quel caso si possa, continuare a discutere per capire se secondo cosa la Torah permette e cosa proibisce.

‘Le ripeterai ai tuoi figli e ne parlerai stando nella tua casa e camminando per la strada, quando ti coricherai e quando ti alzerai’ c’è scritto nello shemà.

Se siamo ancora qui oggi è perché non abbiamo smesso per più di tremila anni di coinvolgere D-o in ogni minimo dettaglio.

Se non credi nei miracoli e hai due minuti di tempo, fermati a leggere queste righe

Se non credi nei miracoli e hai due minuti di tempo, fermati a leggere queste righe.

Ti racconterò la storia di un uomo che si è svegliato un giorno al mattino con un forte rumore alla sua porta.

Ancora in pigiama, gli occhi appiccicati dal sonno, è andato ad aprire.

Raus! Gli hanno ordinato.

Ha guardato indietro, per vedere chi fosse la persona a cui urlavano ordini con così tanta violenza.

Non ha fatto in tempo a capire che non c’era nessun colpevole.

Juden raus! Gli hanno intimato puntandogli un fucile addosso.

Ha buttato in una piccola valigia di cartone qualche indumento, i suoi tefilin e il libro di preghiera.

Ha baciato la mezuzah con la sensazione in pancia che per tanto tempo non l’avrebbe più sfiorata.

Lo hanno caricato su un camion, la sua valigia stretta tra le mani e poi su un treno, la maniglia gli si era quasi appiccicata al palmo, lo hanno stipato su un vagone merci e per miracolo, la valigia non lo aveva ancora abbandonato.

Quando il treno si è fermato, ha pensato per una frazione di secondo che l’avessero portato in villeggiatura. Aveva una valigia con le cose più preziose, il cielo azzurro, la neve intorno.

Le grida lo riportarono alla realtà.

Giovane, in forza? Di qua!

Sua madre, sua moglie, le sue due figlie, di là!

in una fila parallela che con la sua non si sarebbe mai più incontrata.

Mandò un bacio nella loro direzione pregando l’aria di farlo posare sulle loro guance.

Gli ci volle qualche ora per capire che il fumo, in quel posto non usciva da un camino ne’ da una fabbrica. Non proveniva da combustione di legno o di carbone. Che quella fila così silenziosa alimentava ogni ora le fila degli angeli in cielo. E che quel fumo non era altro che l’esalazione di un grande, infinito ultimo respiro.

Riuscì a nascondere la valigia con i resti della sua religione.

Cercò di non dimenticarsi di Pesach e di Sukkot anche nei momenti più duri, quando intorno respirava sangue, dolore, innocenza e morte.

Accarezzava di nascosto le pagine del libro di preghiera e le passava ai compagni per contagiarli con una nuova speranza.

Se uscirò vivo da qui, mi farò ricrescere la barba che mi hanno tagliato.

Mi farò stampare il più grande libro di preghiera, perché tutti possano riversare il proprio cuore davanti a D-o senza timore.

Accenderò le candele di Chanukah nelle piazze pubbliche, sbandiererò ai quattro venti questa identità che mi stanno strappando di dosso.

Oggi questo uomo potrebbe essere scomparso da tempo, incenerito dal piano assassino nazista.

Ma invece è ancora qui.

A cantare a squarciagola i canti dei suoi avi, a legarsi intorno al braccio i filatteri scampati alla guerra, alla faccia di tutti quelli che lo avrebbero voluto vedere per migliaia e migliaia di volte, già morto.

Se lo incontrate, fermatevi a guardarlo per qualche secondo.

Quell’uomo che ancora crede, quell’individuo che è ancora intriso di fede, quel bambino che ancora recita lo shemà prima di andare a dormire, sono una eccezione alla regola dell’umanità.

Non avrebbero più dovuto esserci da tempo. 

Se sei un essere che ha bisogno di prove tangibili, guarda negli occhi un ebreo il 27 gennaio, giornata della memoria.

Secondo le leggi della natura, ne’ lui ne’ la sua fede non dovrebbero essere più qui.

La sua esistenza è la prova che D-o e i suoi miracoli ci sono davvero. 
Gheula Canarutto Nemni 

16 ottobre 1943

16 ottobre 1943

E’ shabat e il terzo giorno della festa di sukot.

Gli adulti sono stati svegliati nel corso della notte dal rumore di spari e di grida. I bambini sono corsi nei letti dei genitori per cercare conforto dallo spavento di quei rumori funesti. Finalmente hanno tutti ripreso sonno.

Nel cortile del Tempio la sukà aspetta che gli ebrei romani entrino dentro a fare una brachà.

I talitot, ripiegati il giorno prima, sono in attesa di venire di nuovo indossati. Il profumo di cedro e delle foglie di mirto, inondano la sala buia della sinagoga.

Correva il 16 ottobre 1943.

Avrebbe dovuto essere un altro giorno di festa.

Uomini, donne e bambini avrebbero indossato i propri vestiti migliori e si sarebbero riversati nelle strade del ghetto augurandosi ‘shabbat shalom e chag sameach’.

Le tavole sarebbero state imbandite a festa con il poco cibo acquistabile con le tessere annonarie.

Invece i rumori quotidiani di via Portico d’Ottavia, di via S. Ambrogio e di via del Pianto sono stati improvvisamente interrotti dai motori rombanti di camion e motociclette, dagli stivali dei soldati e dai latrati die cani.

La confusione gioiosa della festa è stata rimpiazzata da ordini urlati in tedesco, da esseri umani gettati come oggetti, da pianti disperati di madri e padri che sentivano sulla propria pelle il dolore del distacco imminente dai propri figli, da pianti strazianti di figli gettati in braccio a sconosciuti con la speranza di strapparli alla deportazione e alla morte.

La piazza si riempie di persone con sogni, progetti, pensieri, simili a quelli dei propri concittadini.

Esseri umani che si sono svegliati fino al giorno prima per andare a lavorare e guadagnarsi da vivere come milioni di altre persone. Individui caricati su camion e treni piombati con l’accusa di essere la stirpe di Abramo, Isacco e Giacobbe.

Corre il 16 ottobre 2018.

Nelle strade del ghetto, se si volge lo sguardo a terra si possono leggere i nomi, le date di nascita e di morte, delle persone strappate alla vita da un odio assassino.

Nelle stesse strade escono bambini con la kipà in testa dalla scuola ebraica, intorno ci sono decine di ristoranti kasher.

Nel Tempio Centrale risuonano gli stessi suoni che si sono uditi per quasi  duemila anni fa.

Fratelli deportati e mai più ritornati, riprenderemo le vostre preghiere da dove sono state interrotte,

riapriremo il vostro talit che non avete mai più riaperto,

faremo il kidush che voi non avete mai più potuto fare,

celebreremo le feste, pesach, shavuot che non avete mai più vissuto

e termineremo il sukot che vi hanno rubato.

 

Hanno provato ad annientare i nostri corpi in tutti i modi.

Ma il nostro spirito, la nostra anima, il nostro attaccamento a D-o sono indistruttibili e al di sopra di tutto.

Am Israel Chay

Gheula Canarutto Nemni16 ottoibre 1943

 

Appello per la sopravvivenza del popolo ebraico

Cari amici ebrei di sinistra,

cari amici ebrei di destra,

quello che leggerete nelle prossime righe è un appello per la sopravvivenza.

Sopravvivenza di un popolo che è arrivato miracolosamente alla data di oggi e che rischia pericolosamente di implodere.
Il nostro popolo è noto per le differenze di pensiero. Le mappe mentali così diverse tra loro ci hanno da sempre fatto crescere.
I 4 figli della hagadà hanno ognuno il loro modo di interpretare la storia, le dodici tribù hanno ognuna il suo modo speciale di servire D-o.
Il popolo ebraico si è alimentato della diversità di opinione, si è nutrito delle differenti correnti di pensiero.

La discussione, la divergenza di punti di vista, è una delle colonne portanti che ha tenuto in vita il nostro popolo.

L’univocità di pensiero non fa parte del dna ebraico.
I profeti si sono opposti ai re, Mosè ha discusso con D-o.
Il Talmud non è altro che il risultato di interminabili discussioni e argomentazioni.

In questo ultimo periodo però qualcosa si è rotto. Le discussioni non sono più semplici scambi, ma dardi avvelenati. Le opinioni sono diventate mattoni che erigono muri tra chi la pensa in maniera diversa.

Per salvare a parole i migranti, stiamo spaccando davvero il nostro popolo.
Per decidere la politica di Israele seduti ai tavolini del bar e su Facebook, dividiamo davvero gli ebrei in buoni e cattivi.
Per commentare la politica di un presidente americano, gettiamo al vento 3300 anni di storia di sopravvivenza,

Stiamo sbagliando qualcosa.
Non è per questo che D-o ci ha fatto arrivare fin qua.                                                             Non per vedere il Suo popolo esaurirsi a vicenda su discussioni sterili che, oltre al rumore della tastiera, non portano a nessun reale cambiamento nel mondo.
Non per vederci scannare sui social media e catalogare le persone come direzioni stradali, destra, sinistra.
Non per vedere il Suo popolo darsi da fare per affondare la barca con le proprie mani, quella barca che miracolosamente ha resistito fino ad oggi alle tempeste peggiori.       Non siamo ancora qui per spaccarci in correnti di pensiero così vorticose da creare mulinelli letali per la nostra nazione.

Se siamo giunti fino a questo momento della storia dell’umanità è perché D-o sa che possiamo dare un valore aggiunto.
È perché ha fiducia in noi, Suo popolo, che non ci perdiamo in ondate di parole inutili su cose che là fuori qualcuno sta già decidendo.
No. Noi siamo qui per fare, per fare progredire, per immettere luce, valori, esempi.
Siamo qui per unire gli individui sotto all’ombrello dei principi universali che noi stessi abbiamo insegnato al mondo.
Siamo qui per dire quello che gli altri non sono in grado di pronunciare.
L’anima degli ebrei, di tutti gli ebrei indistintamente, riceve la vitalità dal livello più profondo e alto di D-o.
Due di noi hanno tre opinioni, ma quello che conta è la nostra essenza. Uguale, indistinta, indifferenziata. Un’essenza che non guarda a destra e a sinistra ma solo in alto, verso Chi l’ha creata.
Il nostro santuario è stato distrutto perché gli ebrei invece di unirsi contro i loro nemici si sono divisi all’interno. Non rendendosi conto che quando facciamo così, quando ognuno si siede al suo tavolo e rifiuta di sentire cosa sta dicendo l’altro, quando si urlano le nostre diatribe e i nostri conflitti su facebook, nei programmi televisivi, nelle testate giornalistiche, facciamo il gioco del nostro nemico. Lo aiutiamo. Non deve fare altro che stare a guardare.

Centimetro dopo centimetro creiamo noi stessi le falle che rischiano di fare affondare la nave che ci ha portato in salvo.

Hillel e Shamai possedevano ognuno lenti diverse, a base di pietà e di rigore, attraverso le quali guardare il mondo. Ognuno di loro interpretava la legge a modo suo.                    Se avessero vissuto oggi avremmo avuto le magliette con ‘io sto con Hillel’ e ‘solo Shamai ha ragione’. Ci sarebbero stati raduni, messaggi collettivi, provocazioni, da parte di uno e dell’altro gruppo. Ai loro tempi invece la diversità di pensiero era opportunità di crescita. Oggi non saremmo chi siamo senza le loro discussioni che come arbitro ne hanno avuto uno di eccezione.

D-o stesso.

Che a un certo punto disse: sia queste che quelle rappresentano la parola divina.

Quello che avete letto è un invito.
Invito a stare insieme, al confronto pacifico, allo scambio civile di opinioni diverse.

Siamo accerchiati da nemici a destra e a sinistra. Non spacchiamoci tra destra e sinistra.

Siamo pochi, ma quando siamo uniti diventiamo tanti piccoli, infinitesimi miracoli di sopravvivenza. Solo insieme la luce fioca di ognuno può diventare una luce potente.

Gheula Canarutto Nemni

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Il vero perché della partenza del Giro d’Italia dalla terra degli ebrei

Era una sua usanza.

Prima di ogni gara e corsa ripassava a mente gli insegnamenti chiave che avevano fatto di lui un ciclista provetto.

Non acquistare mai una bici scadente, non fare compromessi sul mezzo che pedalerai, gli aveva consigliato un professionista decine di anni prima, quando stava iniziando a dare voce alla sua passione per il ciclismo.

Lo ringraziò mentalmente.

Se avesse fatto compromessi all’inizio, non sarebbe cresciuto né arrivato ad essere quello che era.

Cerca di studiare qualche nozione di ciclomeccanica, impara a cambiare una camera d’aria bucata.

Per essere un vero ciclista devi sapere a quanti bar gonfiare le ruote quando fuori fa caldo, quando fa freddo, quando sul terreno c’è il fango bagnato o il fango argilloso.

Non ti spaventare per tutti i dettagli, gli aveva detto.

Se vuoi affrontare ogni tipo di percorso saranno proprio questi piccoli dettagli, la tua precisione nel seguire ogni regola, a permetterti di arrivare fino in fondo.

Non ti arrendere alla prima salita. Sono le salite, i percorsi difficili, che ti permetteranno di diventare un ciclista provetto. La fatica, il lavoro duro e costante, saranno le condizioni necessarie per diventare ogni giorno più bravo.

Intorno a te sentirai tante persone dire: prendi la macchina, ma chi te la fa fare tutta questa fatica, perché impiegare ore per arrivare in un posto dove in auto arriveresti in molto meno, perché devi per forza distinguerti dal resto del mondo che sale in macchina per arrivare da qualsiasi parte?

Non ti scoraggiare, gli aveva detto il professionista.

Non farti condizionare dall’opinione comune. Nella vita si distingue solo chi non si adatta alla moltitudine.

Iniziò a pedalare.

Quel giorno era prevista pioggia, il terreno sarebbe stato fangoso, difficile.

Ma quando il terreno era troppo facile, non lo trovava divertente.

Controllò bene le ruote, come gli aveva insegnato il suo maestro.

Per affrontare i terreni fangosi e non rimanere impantanato, è necessario scegliere ruote con tasselli molto pronunciati, ruote con un’identità spiccata, aveva detto il professionista.

Solo ricordando al terreno chi sei, solo mostrando con decisione la tua identità di ciclista, potrai ottenere stabilità ed affrontarlo.

Non le aveva gonfiate troppo, le ruote.

Quando pedali su terreni fangosi, troppa aria impedirebbe di aderire bene al terreno.

Solo se le ruote sono deformabili, non troppo dure ma flessibili, stai attaccato a terra.

L’umiltà delle tue ruote sarà quella che ti farà lasciare impronte lungo il percorso e che ti porterà avanti.

Per fare in modo di prendere solo il meglio dal tragitto che stava per intraprendere, per evitare che le strade bagnate e fangose danneggiassero la sua bici, protesse il telaio con un velo protettivo. Il fango è inevitabile per qualsiasi ciclista, ma se parti attrezzato, la bici ne esce indenne.

In salita si ricordò di gestire al meglio il suo peso. Il baricentro, quella era la cosa più importante. Doveva stare saldo sulla bici ma per procedere era necessario proiettarsi in avanti.

Pedalò con decisione.

Soprattutto sul fango e nei terreni più ostili, quando si fanno le cose a metà, in maniera non troppo decisa, non solo si rischia di non fare nuova strada, ma se si è in salita molto probabilmente si scivola indietro.

Guardò lontano, per scegliere la sua traiettoria.

L’insicurezza nella scelta potrebbe portare a grandi frenate, a perdere l’equilibrio e a fare grandi cadute.

Ma non aveva mai guardato troppo indietro, non si era mai fatto spaventare dalle sue cadute passate. La sua storia gli era servita per imparare ad affrontare meglio la strada, i suoi errori ad arrivare più preparato alla corsa successiva.

Toccava a lui fare capire al terreno chi era, solo così nessuna forza esterna sarebbe stata più forte della sua volontà di farcela.

Gli mancavano ancora molti chilometri. Per non scoraggiarsi, si ripeté la frase che gli aveva permesso di superare gli ostacoli più grandi, di tagliare i traguardi più difficili.

Ricordati, se sei stato creato ciclista, nessuno ti potrà staccare da questa natura. Il vero ciclista possiede dentro di sé tutte le potenzialità che servono per affrontare ogni tipo di percorso.

Gheula canarutto nemni

Un’ebrea italiana cita per danni morali Moni Ovadia e Il Manifesto

Alla cortese attenzione del direttore de Il Manifesto

Le scrivo riguardo al Commento di Moni Ovadia pubblicato ieri, 26 aprile, sul suo giornale.

Non le scrivo in merito al contenuto dell’articolo. Il libero arbitrio è alla base della fede ebraica, ognuno è libero di vivere e pensare come preferisce, ognuno può andare incontro al proprio destino come meglio crede.

Ma è sulla forma di uno scritto pubblicato sulla sua testata che dovrebbe, in quanto direttore, riflettere.

L’articolo di Moni Ovadia non spiega al lettore cosa sia successo, cosa gli abbia causato di svegliarsi al mattino del 26 aprile in preda a un tale cattivo umore.

E così, senza una introduzione né spiegazione che contestualizzino gli eventi, si viene annegati fin dalle prime righe da aggettivi violenti, da descrizioni nervose, da frasi grondanti di rabbia e paragrafi sovrabbondanti di furore.

La scena si apre con la parola ‘pantomima’ accostata alle azioni e decisioni delle comunità ebraiche. Pantomima è definita come ‘esibizioni false, con le quali convincere, impietosire o commuovere’. E’ questo il giudizio che il quotidiano dei comunisti, quale viene definito Il Manifesto, esprime su chi la pensa in maniera diversa?

A questa pantomima Ovadia fa seguire ‘deliranti motivazioni’ degli ebrei che non desiderano sfilare accanto a chi inneggia alla loro morte. Delirante è uno stato di alterazione mentale di chi immagina realtà inesistenti. Il Manifesto ritiene deliranti le motivazioni dei parenti di Mireille Knoll, dei genitori dei quattro ragazzi uccisi nell’Hypercasher, delle famiglie distrutte dall’attentato alla scuola ebraica di Tolosa, della madre di Ilan Halimi torturato e assassinato nelle periferie di Parigi? Pensa che sia delirante chi teme per la propria vita quando accompagna i figli alla scuola ebraica ogni giorno?

Moni Ovadia prosegue raccontando che Netanyahu fa una ‘propaganda pagliaccesca’, facendo dimenticare al lettore che questo premier è stato eletto democraticamente da milioni di persone o forse gli elettori sono, per il vostro quotidiano, dei pagliacci.

Le comunità ebraiche non vogliono sfilare accanto ai palestinesi. ‘E perché no?’ si domanda l’attore. ‘Per pedissequo ossequio allo scellerato progetto segregazionista e razzista del premier israeliano Netanyahu’. E’ possibile definire scellerato un progetto che prevede un milione di arabi integrati all’interno dello stato? E’ segregazionista un progetto secondo il quale nel parlamento siedono arabi accanto ad ebrei? Oppure scellerato e segregazionista è il progetto che ha reso quasi tutti gli stati arabi judenfrei?

Il Manifesto desidera che il lettore si faccia l’idea che in Israele ci sia ‘un’alleanza con i peggiori fanatici religiosi’ come dice Ovadia, che si immagini un regime teocratico mentre Israele è una democrazia come l’Italia?

Il Manifesto è d’accordo con il definire gli ebrei che si rifiutano di sfilare accanto a persone che urlano ‘a morte gli ebrei’, ‘ufficio stampa e propaganda del governo ultrareazionario e segregazionista oggi in carica in Israele’?

No, Moni Ovadia, non pensiamo che ‘questi siano i pensieri del solito estremista, veterocomunista, ebreo antisemita solo perché condanna la politica di Netanyahu e dei suoi fanatici alleati colonizzatori compulsivi’ come lei conclude nell’articolo.

Pensiamo che se Il Manifesto si considera ancora una testata giornalistica e crede nel confronto civile tra parti che la pensano in maniera diversa, i suoi direttori dovrebbero delle scuse agli ebrei italiani.

Non siamo ‘degli imbecilli che scambiano critiche politiche ed etiche per antisemitismo’. Siamo persone che crediamo nella libertà di pensiero, nel libero arbitrio di pensarla diversamente da lei, da voi, persone che hanno verso il proprio vissuto, verso la storia e gli eventi recenti, una opinione e dei sentimenti diversi. Non siamo imbecilli. E sappiamo ancora distinguere tra un pezzo degno di venire pubblicato su un giornale che si definisca tale e un insieme di righe dettate dall’odio, dalla rabbia e dalla mancanza di rispetto assoluta.

Gheula Canarutto Nemni

qui di seguito l’articolo di Moni Ovadia

Il Manifesto 26 aprile 2018

Moni Ovadia

La pantomima delle comunità ebraiche (di Roma e non solo) che non partecipano alla Manifestazione unitaria del 25 aprile, giorno della liberazione dal nazifascismo, si ripete mestamente. Uguale il gesto sdegnato, uguale la delirante motivazione.

E la delirante motivazione è che «nella manifestazione sfilano le bandiere di coloro che settanta anni fa furono alleati dei carnefici nazisti». Quali? Quelle dei risorgenti partiti neonazisti est europei polacchi, ungheresi, ucraini?

No, quelle dei palestinesi, che secondo la pagliaccesca propaganda di Benjamin Netanyahu avrebbero convinto il «mansueto» Führer Adolf Hitler, contro la sua volontà e disponibilità verso gli ebrei, a sterminarne invece sei milioni.

Anche 500.000 Rom e Sinti, tre milioni di slavi, decine di migliaia di disabili (inferiori rispetto alla «razza pura»), di antifascisti, migliaia di omosessuali, testimoni di Geova e di socialmente emarginati, senza dimenticare milioni e milioni di civili sovietici. Ma costoro poco interessano ai dirigenti delle comunità ebraiche. Che accetterebbero volentieri i vessilli di ogni altro popolo oppresso che volesse sfilare nelle manifestazioni del 25 aprile per rivendicare i propri diritti. Ma i palestinesi no! E perché no? Per pedissequo ossequio allo scellerato progetto segregazionista e razzista dle premier israeliano Netanyahu.

Che in alleanza con i peggiori fanatici religiosi intende far sparire i palestinesi in quanto popolo e nazione, per dare legittimità alla grande Israele fondata sul logoro mitologema della «Terra promessa» e poi ridurli in minuscoli bantustan concessi dall’effendi israeliano.

Ho già scritto a questo proposito, proprio sul manifesto in occasione della stessa manifestazione dello scorso anno.

Ma in questo anniversario vorrei aprire una prospettiva altra. Gli organizzatori dell’evento del 25 aprile dovrebbero disinteressarsi delle decisioni della comunità ebraica di Roma o di altre comunità ebraiche. Dichiarino la piena e naturale apertura alla partecipazione del mondo ebraico ma non si facciano condizionare da esso su chi debba partecipare o meno al corteo. Il 25 aprile è soprattutto e più di tutto il giorno degli antifascisti di qualsivoglia orientamento.

Le comunità dell’ebraismo siano le benvenute in quanto tali, ma se non tali e se si comportano da ufficio stampa e propaganda del governo ultrareazionario e segregazionista oggi in carica nello stato di Israele, non hanno motivo di sfilare con l’antifascismo.

Un governo antifascista non opprimerebbe mai un altro popolo, non lo deprederebbe delle sue legittime risorse, non ruberebbe il futuro ai suoi figli, non colonizzerebbe le terre assegnategli dalla legalità internazionale come sistematicamente e perversamente fa il governo Netanyahu sorretto dal presidente americano Trump che si appresta all’affrontoa est di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme (occupata a Est).

E se qualcuno pensa che questi siano i pensieri del solito estremista, veterocomunista, «ebreo antisemita», si legga le dichiarazioni del presidente del Congresso Mondiale Ebraico, Ronald Lauder, ebreo americano aderente al partito repubblicano, pubblicate dal New York Times in questi giorni con questo titolo: Israel’s self inflicted wounds (le ferite autoinflitte di Israele), nel quale cui dopo una premessa fatta di dichiarazioni d’amore legittimo per Israele e captazio benevolentiae, condanna la politica di Netanyahu e dei suoi fanatici alleati colonizzatori compulsivi come suicidaria e invisa alla vasta maggioranza di ebrei della diaspora.

Alla faccia degli imbecilli che scambiano critiche politiche ed etiche per antisemitismo.

Gli ultraortodossi e lo Stato di Israele

Negli anni ’70, la mia nonna venne eletta presidentessa di una importante associazione femminile ebraica.

Al suo discorso di insediamento parlò della alià, il ritorno alla terra di Israele, il sogno costante ed eterno del popolo ebraico.

Ma aggiunse, non lo chiamiamo

chazarà, ritorno,

ma alià, salita.

Eppure la terra di Israele non si trova a 3000 metri sopra al livello del mare.

C’è scritto nella Torà che gli occhi di D-o sono costantemente sulla terra di Israele, dal primo giorno dell’anno all’ultimo. La terra di Israele è il posto più sacro del mondo, per questo definiamo alià, il nostro ritorno.

Per potere vivere in Eretz Israel dobbiamo salire spiritualmente, migliorando costantemente il nostro rapporto e dialogo con D-o.

Questa terra, disse la mia nonna, dobbiamo guadagnarla con i nostri meriti.

Il suo incarico durò un giorno. Alià, per i membri dell’associazione, era da interpretare come la salita sulle scale dell’aereo con destinazione Tel Aviv…

Il 17 luglio del 1977, poche ore prima dell’inizio dei trattati di Camp David, Menachem Begin si recò dal Rebbe.

Vengo a domandare la benedizione del Rebbe prima dell’incontro, disse Begin ai giornalisti.

Perché il popolo ebraico è un popolo eterno e il nostro destino non dipende da un incontro tra leader politici, aggiunse.

Il Rebbe completò la sua frase.

La nostra esistenza dipende dalla nostra spiritualità, dal nostro attaccamento a Torà e Mizvoth. E’ questo il segreto della sopravvivenza del popolo ebraico.

La vita in terra di Israele, non deve limitarsi ad un insediamento materiale, ma deve essere un insediamento spirituale.

Ricordatevi, disse il Rebbe, che la terra di Israele è stata da D-o in regalo a tutto il popolo ebraico.

Daresti indietro un regalo che ti è stato donato con così tanti miracoli, con così tanto amore?

Nessun ebreo ha il diritto di dare ad altri popoli una parte della terra di Israele.

Questa terra appartiene a noi da quando D-o l’ha promessa ad Abramo.

E noi dobbiamo insediarla come la insediò Abramo, trasformandola in un posto in cui si percepisce la Torà, in cui ci si innalza spiritualmente, per farla diventare un faro di luce tra le nazioni.

Sionista è chi ama la terra di Israele a tal punto da essere pronto a raffinarsi spiritualmente per poterla meritare di nuovo ogni giorno.

Gheula Canarutto Nemni