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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

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attualità

Lettera aperta a Obama sulla presunta correlazione tra cambiamenti climatici e terrorismo

Gentile Presidente Obama,

Pochi giorni fa le Sue parole hanno riecheggiato nell’aria di Milano, la mia città.

Abbiamo avuto l’onore di sentire la Sua opinione riguardo alle nuove tecnologie, all’impatto che avranno sul futuro dei nostri figli. Riguardo al cibo, alla salute, agli sprechi.

Poi ha iniziato a parlare di immigrazione, dei profughi che soffrono la fame a causa dei cambiamenti climatici, persone che non hanno lavoro perché il clima si sta modificando.

“Sono certo che questa sia una delle cause che provocano la radicalizzazione e fomentano il terrorismo in molti paesi del Medio Oriente e dell’Asia del Sud. Se molti giovani si ritrovano disoccupati, finiscono per indirizzare le proprie energie in un modo non sano”. Queste sono state le Sue parole.

Le ho rilette tre volte, forse avevo perso un pezzo per strada.

La disoccupazione è una delle cause del terrorismo. Questa frase va contro ogni valore in cui sono stata allevata, contro ogni principio che mi hanno insegnato. Stiamo davvero illudendoci che una persona possa arrivare ad uccidere degli innocenti perché non ha un impiego?

Gentile Presidente Obama, dobbiamo impegnarci a trasmettere ai nostri figli un messaggio diverso. Un messaggio che vada oltre il lavoro, le necessità materiali e il denaro.

Di tutto questo ne abbiamo bisogno, senza ombra di dubbio. Cibo e lavoro dovrebbero essere diritti garantiti a ogni essere umano.

Ma la vita riserva sempre delle sorprese. In tempi di crisi economica o di guerra ci si può ritrovare disoccupati, qualche volta senza cibo nel frigorifero.

Nessuna di queste condizioni può essere usata come giustificazione per uccidere dei giovani in una discoteca, per fare saltare per aria un autobus, per lanciare un aereo contro le Torri Gemelle.

Molti terroristi che hanno stravolto il nostro mondo con i loro atti violenti, non erano nè disoccupati nè affamati. Molti di loro erano acculturati, sia dal punto di vista occidentale che sotto quello dell’estremismo islamico.

Nel medio oriente, in Asia del sud e in Europa, molte persone stanno incanalando le proprie energie in direzioni sbagliate. Perchè nessuno si sta occupando di muovere queste energie nella giusta direzione.

La nostra società è in preda a un vuoto ideologico. Ed è in questo vuoto che le ideologie violente si radicano con grande successo.

Non stiamo trasmettendo ai giovani dei valori veri.

Ci stiamo dando da fare per nutrire i loro corpi e qualche volta la loro cultura.

Ma stiamo trascurando il loro spirito.

Gli esseri umani sono fatti di corpo e anima. Entrambe queste dimensioni necessitano di nutrimento.

Le nuove generazioni sono affamate di valori. Sono assetate di mete verso cui correre.

Chi vuole davvero fare progredire l’umanità e portarla fuori dal tunnel buio in cui è rimasta incastrata, non può occuparsi solo degli aspetti materiali del mondo.

Un individuo può possedere milioni di dollari, ma senza uno scopo, un obiettivo di vita, sarà una persona povera e vuota, pronta ad essere riempita. Dal bene e dal male.

Per cambiare in meglio il destino dell’umanità, bisogna investire sull’educazione di ogni persona.

Non sono i cambiamenti climatici che trasformano gli individui in terroristi. Né i campi senza raccolto. E’ l’aridità in campo educativo. Iniziamo a sfamare le nuove generazioni, oltre che con il cibo materiale, anche con quello morale.

Gheula Canarutto Nemni

 

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Caro mondo, la tua integrazione si sta trasformando nella tua disintegrazione…

17504424_10211180074553438_1587843083399641041_oCaro mondo che ti eri illuso che i pedoni venissero travolti solo nelle strade di Gerusalemme. Che speravi coltelli e pugnali colpissero alle spalle solo chi cammina su marciapiedi contesi. Che ti sei lasciato ingannare da titoli mediatici e tesi geopolitiche, che descrivono il medio oriente come un universo a te molto, molto, lontano. 

Caro mondo che hai nascosto la testa nella sabbia per non sentire le avvisaglie di una guerra interna. Che hai chiuso gli occhi davanti all’esodo degli ebrei dall’Europa nel 2017, davanti agli attacchi terroristici che hanno falciato donne, uomini e bambini nelle entrate delle scuole ebraiche, alla cassa degli Hyper Casher.

L’Europa non è un insieme di stati nati da una risoluzione ONU nel 1948. L’Europa non è stata fondata da popoli che ritornavano sulla propria terra. La legittimità dell’Europa non è mai stata messa in discussione da politici, attori e movimenti boicottatori.
Eppure anche a Londra, Nizza, Parigi, Berlino, Anversa, ci sono terroristi che si buttano con la propria macchina sulla folla, assassini che ammazzano a sangue freddo ragazzi che ballano in una discoteca.

Perché accade tutto questo anche lontano da Israele, mondo, te lo sei mai chiesto? Cosa accomuna quello che gira con il pugnale per le strade israeliane e chi lo fa di fronte al parlamento inglese?

Caro mondo, solo se aprirai gli occhi e capirai chi hai davanti, solo se ti scuoterai dal tuo torpore pacifista intriso di tolleranza gratuita, potrai dire di avere fatto qualcosa per salvare il domani dei tuoi figli.

Vogliono toglierti i valori che hai conquistato con grande fatica, utilizzando la tua voglia di integrazione per disintegrarti.

Odiano la tua cultura, la tua democrazia. Odiano i balli, la musica, la diversità.

Caro mondo, solo se troverai dentro di te il coraggio di chiamare terrorista chi travolge la folla che con gli occhi verso il cielo sta guardando i fuochi d’artificio sulla boulevard des Anglais, chi si lancia contro persone mentre sono alla ricerca di un regalo nei mercatini di Natale. Non sono ubriachi, lupi solitari, depressi, non sono individui con problemi comportamentali. Sono terroristi e stanno spargendo sangue innocente dove si parla l’inglese, il francese, il tedesco. E l’ebraico.

Non vogliono solo il ritorno ai confini del ’67. Non vogliono solo un pezzo di terra d’Israele. Vogliono tutta Israele. Vogliono tutta l’Europa. Vogliono il mondo intero.

La verità e la coerenza sono armi potenti. Tirale fuori dai tuoi arsenali prima che sia troppo tardi.

Gheula Canarutto Nemni

Prova di cultura generale: da dove proviene la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo?

 

 

 

Caro amico liberale che ti batti da anni per costruire un mondo migliore,

ti sei mai chiesto da dove provengano le tue idee e i tuoi ideali?

Ti sei mai domandato come sia possibile che con tutte le rivoluzioni e stravolgimenti, i valori in cui credi siano rimasti immutati nel tempo?

Prova a guardare a ritroso nella storia, ma ti prego di farlo con imparzialità assoluta.

Chi vedi, tra i popoli e le genti, portare avanti imperterrito e incurante degli ostacoli che gli vengono messi davanti, i principi che oggi chiamiamo universali?

Chi si è battuto per diffondere l’uguaglianza delle persone, il diritto alla vita di ogni singolo essere vivente, il rispetto per la natura, la sacralità del riposo per gli uomini e la terra?

Chi ha previsto la condanna per il padrone che uccide il proprio schiavo, cancellando l’idea di un uomo che può disporre liberamente della vita di un altro?

Chi ha ideato l’assistenza sociale, il welfare, l’obbligo di ogni individuo ad aiutare i meno abbienti con una percentuale del proprio profitto?

Chi ha abolito la legge del taglione e previsto il risarcimento del danno in base all’attività svolta dal danneggiato, in base al lavoro che perderà mentre guarisce? Chi ha concepito il danno morale?

Chi ha imposto che il salario del lavoratore venga corrisposto sempre nel tempo giusto e si è fatto garante affinchè nessuno si trovi alla fine del proprio lavoro senza il denaro che gli spetta di diritto?

Chi ha definito la corruzione una forma di accecamento dei giudici?

Caro amico liberale, se le domande ti sembrano molte e la ricerca dell’origine di ogni principio e concetto un po’ ardua nel suo svolgimento, ti invito ad aprire il libro di Shemot, l’Esodo, nella porzione di Mishpatim, in cui D-o dice a Mosè ‘e queste saranno le leggi che metterai davanti a loro’.

Ci troverai tutto ciò che è stato elencato qua sopra. Ci scoprirai la prima dichiarazione dei diritti dell’uomo, le basi della società civile che oggi diamo quasi per scontate. Potrai leggervi l’invito di D-o agli uomini a non arrendersi al male durante la storia e a credere fermamente che il contributo del singolo può cambiare il mondo intero.

E capirai il motivo per il quale questi principi sono universali.

Non è stato la soggettività dell’uomo a idearli, ma D-o stesso.

Ispirato da uno scritto di mia nonna Alba Rabello, z’l,

Gheula Canarutto Nemni

 

Quando domandiamo ‘D-o, perché?’, forse una risposta c’è

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Un giovane studente del Ramban si ammalò gravemente. Il suo maestro andò a trovarlo. L’immagine del giovane, mentre viveva gli ultimi momenti di vita terrena, lo colpì profondamente, aprendo il varco a una domanda che avrebbe voluto porre al Responsabile di tutto questo.

“I Cieli sono separati da cancelli. Ogni cancello possiede la propria chiave” disse il Ramban al giovane studente. “Ti dò le chiavi per aprirli tutti. Quando avrai superato anche l’ultimo ti domando di farmi un favore”.

Lo studente posò lo sguardo sul proprio maestro. “Quale?” gli chiese.

“Dopo avere varcato tutti i cancelli ed avere attraversato tutti i Cieli, arriverai davanti al Trono Celeste. Lì, porgi una sola domanda”

Ramban prese fiato. “ D-o, perché?”

Poco tempo dopo lo studente lasciò la terra. Per sei mesi il suo maestro non ricevette risposta. Finchè una notte il giovane gli apparve in sogno. ”Maestro”, gli disse, “ho varcato tutti i Cieli. Sono arrivato lì dove tu mi hai detto.”

“Hai domandato a D-o perché? Perché una giovane vita come la tua ha dovuto essere interrotta così presto?”

“No, maestro. Non ho domandato nulla. Perché qui, dove mi trovo, la tua domanda non necessita più di una risposta”.

Pochi giorni fa una giovane anima è stata strappata da questa terra. Potremmo riempire le giornate con infiniti punti di domanda. Continuare a chiedere che dal Cielo ci spieghino perché, perché queste cose accadono. Ma forse quello che ci si aspetta da noi, è altro.

E i vivi metteranno la lezione nel proprio cuore, dice Kohelet.

Ogni attimo di permanenza su questa terra, è un’occasione che D-o ci regala.

Possiamo scegliere di riempire queste miriadi di istanti con punti di domanda, con dubbi. Le nostre energie vitali, quelle che ci spronano a fare, a dare, a migliorarci, caleranno drasticamente.

Ogni domanda sul perché D-o faccia tutto questo, aprirà il  varco al vuoto, all’inerzia, alla stanchezza spirituale.

Le domande spengono il fuoco che si ha dentro e alimentano quella parte di noi che è stata creata per ostacolare la nostra crescita come esseri umani.

L’inerzia è il crimine più grande che l’essere umano possa compiere contro le proprie ore. 

Cara Alisa, ancora una volta ce la metteremo tutta per fare assorbire la lezione dal nostro cuore.

Ancora una volta un’anima speciale ha transitato su questa terra per scuoterci e ricordarci il vero scopo per il quale siamo stati creati. La Torà, le mizvot, tramandare ciò che ci è stato trasmesso.

In questo momento sono le azioni, quelle buone, che contano. La luce, il bene.

Alla fine dei conti, dopo avere sentito tutto, l’importante è temere D-o e osservare i Suoi comandamenti, perché questo è tutto l’uomo, ci dice nelle ultime righe Kohelet. 

Che il Cielo possa consolare la famiglia di Alisa e fare vivere a tutto il nostro popolo solo momenti felici

Gheula Canarutto Nemni

Una domanda per il Corriere della Sera: ma davvero credete che gli ebrei siano accumulatori, speculatori e lobbisti?

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Gentile Corriere della Sera,

Steven Mnuchin fa parte di una delle famiglie di origine ebrea più in vista della finanza newyorchese. Suo padre, socio di Goldman Sachs, ha accumulato un patrimonio di 40 milioni di dollari. Ha condotto speculazioni sugli immobili, guadagnando ingenti profitti mentre esplodeva la bolla immobiliare. Mnuchin ha potuto contare sull’appoggio di Kushner: entrambi fanno parte della comunità ebraica di New York.

 

Caro direttore,

ho evidenziato in corsivo le parole chiave di alcune frasi dell’articolo comparso sul Corriere a cura di Alessandra Muglia.

Se non avessi avuto davanti a me un cellulare di ultima generazione, avrei giurato di essere davanti a un articolo scritto durante le leggi razziali.

Gli ebrei, per il Corriere, non lavorano nella finanza. Le famiglie ebraiche (non ebree. Staremo forse antipatici ma ci teniamo alla declinazione linguistica corretta) detengono in mano il potere della finanza. Gli ebrei non lavorano e guadagnano come il resto del mondo. Gli ebrei accumulano patrimoni. Gli ebrei conducono speculazioni, mai semplici operazioni. Guadagnano ingenti profitti, non normali guadagni.

E si appoggiano a vicenda.

Fanno tutti parte, questi speculatori, accumulatori, finanzieri, della…comunità ebraica.

Se qualcuno domani si trasformerà in un antisemita convinto, lo dovremo anche a un articolo apparso nel novembre 2016 sul Corriere della Sera.

 

P.s Per favore, mantenete la coerenza della vostra linea editoriale. Non pubblicate nessun articolo per ricordare la shoà il 27 gennaio, giornata della memoria.

Rispettare una nazione, una religione, una cultura, significa rispettarne i vivi. Non i morti.

Gheula Canarutto Nemni

 

L’odio spiegato a mio figlio 

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Nella vita diamo tante cose per scontate. L’amore per il bello, per il buono, per il lato positivo. Pensiamo sia naturale buttarsi in mezzo alla strada per salvare un bambino che corre dietro alla palla, insegnare a leggere, a scrivere, trasmettere l’amore per la conoscenza, spegnere un fuoco prima che si trasformi in un incendio indomabile.

Presumiamo che tutti siano stati allevati con gli stessi valori.

Purtroppo non è sempre così.

Non tutti stanno dalla parte del bene. Quello che tu definisci male, altri lo chiamano bene. E viceversa.

Non in tutte le società si insegna a costruire, a salvaguardare la vita. Ci sono giovani a cui viene trasmesso sui banchi di scuola che la costruzione del proprio futuro passa attraverso la distruzione del presente degli altri.

In molti posti l’eroe non salva. L’eroe uccide.

In questi giorni hai visto le fiamme lambire la terra, tingere di rosso il cielo. Hai visto incenerire palazzi, prendere fuoco automobili, intere famiglie fuggire dalla propria casa prima che fosse troppo tardi. Hai visto sparire, inceneriti, migliaia e migliaia di alberi piantati in terreni aridi, annaffiati con la fede, curati con la speranza di vedere fiorire il deserto.

Davanti ai tuoi occhi la voglia di distruggere, di devastare, di terrorizzare, trova persino giustificazione.

Non ti perdere d’animo, amore mio. E’ da migliaia di anni che remiamo contro le correnti del mondo. Che concediamo la libertà agli schiavi quando le civiltà intorno negavano loro ogni diritto. Che riteniamo più rieducativo costringere un ladro a vivere in una famiglia dove imparerà cosa sia il rispetto, piuttosto che rinchiuderlo in una prigione dove imparerà nuove tecniche per rapinare. Sono infiniti secoli che costruiamo sinagoghe dove ce le hanno chiuse, sequestrate, trasformate in chiese, bruciate. Abbiamo insegnato l’amore per il dubbio, per la domanda quando intorno si accettava solo l’univocità della risposta.

Puntualmente arriva la sfida ai nostri valori, l’ascia che colpisce e tenta di abbattere ciò che, con estrema fatica, abbiamo costruito. Ce la faremo, con l’aiuto di D-o, anche stavolta. Con l’aiuto di Chi ci ha insegnato a comprendere l’amore di una madre uccello per il proprio figlio, a salvaguardare l’ambiente, a rispettare la natura anche durante la battaglia.

I tuoi avi non hanno mai smesso di combattere per la diffusione del bene, di quel bene che costruisce e abbraccia, che semina gioia, nascita, impegno e costruzione.

Domani, sui solchi neri lasciati dalle radici soffocate dal fuoco, ci sarà qualcuno che all’alba, guardando il sole rosso che sgorga di nuovo dal cielo, farà dei piccoli fori nel terreno bruciato e pianterà dei nuovi semi. Li nutrirà con quella cenere venuta dall’odio. E che il tuo popolo, per l’ennesima volta, cercherà di trasformare in bene.

Gheula Canarutto Nemni

 

Unesco. Lettera aperta ai cristiani di tutto il mondo. Per sopravvivere ci vuole il coraggio di essere sempre uguali a se stessi

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In questi giorni nei quali tanto si discute del voto dell’Unesco sui luoghi sacri agli ebrei, sorge una domanda. Ai cristiani di tutto il mondo.

Non è facile preservare la propria identità, dare continuità a quello in cui si crede. Il passaggio di padre in figlio rischia sempre di fare perdere qualche pezzo di quello che si vuole trasmettere, per strada.

Non è così naturale che tra cento anni ci siano ancora persone che la pensano come pensiamo noi oggi, che alzino gli occhi al cielo invocando aiuto e protezione dalla stessa Entità in cui noi crediamo.

Fare sopravvivere l’ebraismo fino ai nostri giorni, è stata un’impresa ardua.

Per trasmetterlo intatto, immutato, con lo stesso cocktail di fede, di domande, di dubbi e risposte, di studio e osservanza, ci è voluto un impegno infinito.

E una narrazione sempre uguale a stessa, senza alcuna interruzione.

Per la nazione ebraica la narrazione dei fatti avvenuti nel passato, non è una semplice storiella con alcuni insegnamenti morali. La storia, per gli ebrei, è la linfa vitale che l’ha tenuto in vita. La storia è la connessione con le radici, il collegamento con le origini, il cuore degli avi che batte nel cuore dei discendenti.

Tre volte al giorno, quattro durante il sabato e le feste, gli ebrei volgono il corpo e la mente verso la storia. Verso Est. Mizrach. Verso Gerusalemme, dove una volta stava il santuario e ora c’è solo un Muro a dare vita ai ricordi. Cerchiamo Est e troviamo re Davide e re Salomone, il grande sacerdote. Ritroviamo la civiltà ellenistica, gli imperatori romani e i loro decreti contro la l’osservanza della Torah.

Judea capta per il mondo è l’incisione su una moneta antica, un’epigrafe per celebrare la vittoria di un impero che non esiste più. Per gli ebrei Judea capta è un matrimonio la cui celebrazione non è completa senza un bicchiere rotto sotto al piede dello sposo in memoria del santuario di Gerusalemme distrutto, è una serie di digiuni che culminano nel digiuno del 9 di Av, in cui si piange per fatti avvenuti duemila anni fa, con lacrime vere.

Est per gli ebrei non è un punto cardinale. È una direzione verso la quale, per migliaia di anni, si sono rivolti i cuori.

Il pane azzimo, i digiuni, i cedri, le capanne, l’est. Sono i dettagli immutati, la ripetizione senza apportare alcun cambiamento, di una narrazione identica nel corso del tempo.

L’identità si tramanda con la consapevolezza di appartenere a qualcosa di certo.

E poi viene l’Unesco e con la votazione di decine di stati totalitari, paesi in cui nessuno gode del diritto di voto, cerca di riscrivere la storia.

Quella stessa storia che gli ebrei si tramandano da migliaia di anni.

E che, in teoria, si tramandano anche i cristiani.

In teoria. Perché il silenzio del papa, del mondo cristiano, degli ultimi giorni, fanno sorgere qualche dubbio.

Quando qualcosa è tuo, quando vivi da sempre solo per preservarlo, quando la tua vita oggi non sarebbe la stessa se i tuoi avi non avessero calpestato quel pezzo di terra, quando tutte le tue celebrazioni rimandano a quella storia, non permetti a giochi geopolitici di cancellare in pochi attimi quello che la tua fede ti ha sempre raccontato.

Il mondo cristiano sta accettando passivamente che si modifichi la propria, di storia.

Cari cristiani, ribadire l’origine ebraica di Gerusalemme e dei luoghi sacri è avere la speranza che tra cento anni ci siano ancora persone che condividono e a loro volta trasmettono la stessa fede e il desiderio profondo, di rimanere uguali a se stessi.

Gheula Canarutto Nemni

 

 

 

 

 

Il fertility day della Shoà

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Correva l’anno 1944. Fela Herling si trovava tra i pochi ancora in vita, nel campo di concentramento di Buchenwald. Separata dal marito un mese prima, come ultimo atto d’amore (miracolosamente sopravvivranno entrambi), avevano concepito un figlio. Quando si accorse di essere in gravidanza, Fela si vide passare davanti tutte le scene di cui non avrebbe mai voluto essere la protagonista.

Essere un neonato o una donna in gravidanza nei campi di concentramento significava spalancare la porta all’angelo della morte. Fela però decise di sfidare la storia. E di tenere il figlio. Riuscí a nascondere il proprio stato fino alla fine. E, miracolosamente, diede alla luce un maschio. Simcha, che in ebraico significa gioia. Fela aveva deciso di dare vita alla vita in un mondo dove regnava la morte.
In questi giorni del 2016, comodi nei nostri salotti, discutiamo del Fertility day.

Di una campagna voluta dal ministero per riempire gli asili e, come ci insegnano gli economisti, per permettere almeno l’equilibrio tra le entrate e le uscite pensionistiche.

Cosa comporti davvero mettere al mondo un figlio, lo si scopre solo quando non si dorme per tre mesi di seguito.

La vita invita ad accantonare le proprie esigenze, a ridimensionare i propri sogni, ad abbracciarne di nuovi che non da sempre ci appartengono. Quando si mette al mondo un figlio si supera la barriera che delimita il confine individuale di ogni persona. E si scopre la capacità di andare oltre a se stessi.

A raccontare le difficoltà che le donne affrontano in italia ogni volta che solo osano sognare una gravidanza, ci impiegheremmo interi mesi.

Migliaia di pagine si potrebbero riempire con le esperienze di chi è stato messo da parte al rientro dopo la maternità, di chi è stato costretto a ripensare alla propria carriera.

Sussidi dello stato, leggi ad hoc, agevolazioni e rispetto per chi svolge ogni giorno il lavoro di madre, renderebbero il nostro compito molto più facile.

Ma niente giustifica il tirarsi indietro.

Ci sono coppie che mettono al mondo figli con il solo amore e la voglia di dare, come ricchezza iniziale.

Nonostante l’assenza di regole, nonostante la carriera messa a rischio, nonostante la derisione di colleghi e l’ostracismo di quelle donne che per la carriera hanno rinunciato a venire svegliate durante la notte da un pianto assordante di un neonato affamato.

Il 23 marzo 1945 un neonato di nome Simcha apri’ gli occhi in un campo di concentramento. Grazie a una madre che non pensò a nulla, se non all’amore e all’infinito.

Non è mai il momento giusto della vita per mettere al mondo un figlio. Manca sempre qualcosa. Uno o due zeri in più nel conto corrente, il forno a microonde, la posizione ideale nel mondo professionale.

Eppure Fela non ci pensó due volte.

Se dobbiamo proprio celebrarlo il Fertility day, facciamolo il 23 marzo, il giorno in cui Fela ci insegnò il coraggio di mettere al mondo un figlio. Nonostante tutto.

Gheula Canarutto Nemni

Io, donna ebrea, sto dalla parte del burkini. A una condizione

Schermata 2016-08-18 alle 22.02.23L’ebraismo si basa su un principio fondamentale. Il libero arbitrio. La possibilità di ogni individuo di intraprendere la propria strada.

La Torah, la legge ebraica, suggerisce una via. Sta poi all’essere umano, uomo o donna che sia, seguirne o meno il suggerimento.

Nessuno impone di mangiare kasher, né di rispettare lo shabat.

Nessuno impone di mettere la kippah o di coprire il proprio corpo in spiaggia.

In Israele ci sono spiagge separate per uomini e donne, spiagge miste, spiagge libere e spiagge sorvegliate. Ognuno è libero di scegliere la spiaggia che più gli piace.

Sono ebrea e indosso un costume modesto per andare al mare. Copre le braccia fino al gomito, le gambe fino al ginocchio. Lo indosso per scelta. Non pensavo che il mio costume un giorno avrebbe fatto notizia, finendo sui titoli di tutti i giornali de mondo come minaccia ai valori occidentali.

Tra il burkini e il costume modesto ebraico esiste una differenza.

E si chiama imposizione.

Le donne ebree sono libere di indossare il costume che preferiscono, sono libere di andare nella spiaggia che vogliono. Sono libere.

Alle donne musulmane non sempre è concessa questa libertà.

Il fruscio del burkini ha svegliato improvvisamente l’Occidente dal proprio letargo.

Ha fatto più rumore delle decapitazioni di religiosi nelle proprie chiese, degli accoltellatori nei treni, dei camion che uccidono decine di innocenti lungo la Promenade Des Anglais.

Il burkini è diventato il simbolo della mancata integrazione di milioni di individui sul suolo europeo. La punta di un iceberg che nessuno ha mai osato provare a fare sciogliere nel mare della civiltà.

Non è imponendo il bikini a forza che si risolverà il problema.

Ma forse è più comodo lottare contro il burkini.

Invece di entrare nelle moschee e vietare i discorsi che infiammano con l’estremismo gli animi di milioni di giovani.

Invece di smantellare le reti terroristiche che agiscono indisturbate sul suolo europeo.

Invece di liberare veramente quelle donne. Alle quali, da oggi, verrà impedito anche di andare al mare.

Invece di educare all’accettazione del diverso e all’apprezzamento del valore della diversità.

Invece di imporre il diritto a essere diversi. Vietando il burkini si rischia di scivolare nelle metodiche delle società che impongono il velo integrale. E di vedere, in chi non si adatta al proprio stile di vita, una minaccia alla propria esistenza.

Non combattete contro il burkini o il costume modesto indossato dalle donne ebree. Non sono le religioni che vanno combattute né le loro espressioni. E’ l’imposizione della pratica religiosa. Combattete contro le società che il burkini lo impongono. Combattete contro quei mondi che uccidono la libertà ogni giorno.

Liberate le donne da chi le considera esseri umani inferiori. Non dai burkini, quando li indossano per libera scelta.

Non è con l’imposizione della laicità che cambieremo il corso della storia. Ma con l’imposizione della libertà di scelta.

Libertè è indossare il costume che si preferisce, è camminare per le strade con la kippah in testa senza rischiare di essere presi a calci, a sputi in faccia. E’ andare in chiesa o in sinagoga con la preghiera nel cuore. E non con il timore dell’urlo di morte  di un terrorista.

L’occidente si perde davanti a un burkini. Perché la battaglia contro l’estremismo è, con molta probabilità, già stata persa.

Gheula Canarutto NemniSchermata 2016-08-18 alle 22.05.44

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