Come salvarsi dall’epidemia che ci sta inondando

Siamo potenti.
Siamo in grado di arrivare sulla luna, di fare viaggiare immagini e video tra un continente e l’altro in un nanosecondo. La scienza sta facendo passi da gigante. Operiamo con braccia computerizzate, visualizziamo i moti delle onde celebrali durante la veglia e il riposo, la tristezza e la gioia. Il cervello umano sta arrivando a scoprire, a modificare e programmare ogni minimo dettaglio del presente e del futuro.

Siamo quasi invincibili, possiamo accendere il forno della cucina di Milano in remoto da New York o Melbourne.
Abbiamo quasi tutto sotto il nostro controllo.

La natura, il tempo, lo spazio.

Ma in tutta questa corsa abbiamo trascurato la necessità umana di sottomettersi a una Forza Superiore, a Qualcosa che ci ricordi che sì, siamo grandi, ma abbiamo ancora tanto da migliorare, che sì, siamo super intelligenti e capaci ma se poi lasciamo indietro nella corsa tanti individui, la nostra corsa perde punti già in partenza.

Abbiamo coltivato denaro invece di affetti, programmato l’uomo come se fosse una macchina dimenticando che questo uomo è fatto sì di corpo, ma anche di anima.

Ai tempi di Noè, D-o mandò un diluvio. Questo uomo che aveva creato si era spinto oltre tutti i limiti umanamente e spiritualmente concessi. Ognuno pensava solo a se stesso, la legge veniva applicata ad personam.

L’uomo si riteneva invincibile e il proprio interesse era al di sopra di ogni altra cosa.
Noè si rinchiuse in un’arca con la propria famiglia come D-o gli aveva comandato e ci rimase dentro per quasi un anno intero. Si occupò dei suoi figli, degli animali che stava portando in salvo, mentre il mondo veniva sommerso dall’acqua.

Dentro all’intimità dell’arca, una casa galleggiante, venivano portati in salvo i principi e i valori dai quali ricostruire le basi dell’intera umanità.

Ogni tanto D-o manda dei diluvi nel mondo. Momenti di crisi in cui per salvarci dobbiamo rinchiuderci in casa con i nostri cari e aspettare che le acque si plachino.

Perché solo isolati da ciò che ci travolge là fuori e dalle correnti di pensiero che cercano di impossessarsi della nostra essenza, riusciremo a ricostruire le basi del nostro mondo, materiale e spirituale.

Quando la colomba ritornò da Noè con un ramo di olivo in bocca, Noè capì che il mondo stava ricominciando a rinascere. Le foglie di olivo hanno un sapore amaro. Rashi spiega che la colomba stava mandando un messaggio: meglio essere nutriti da D-o con del cibo che possiede un gusto amaro piuttosto che il gusto apparentemente dolce e più facilmente raggiungibile di ciò che arriva dagli esseri umani.

Per ricostruire il mondo dobbiamo imparare a guardare dentro di noi, nella nostra spiritualità, nella nostra famiglia, nei valori che ci ha insegnato D-o. E anche se questo è difficile, anche se mantenere un pensiero indipendente è duro, amaro e faticoso, questo è il motivo per il quale siamo venuti al mondo.

Resistere alle correnti esterne e camminare a testa alta fieri di sapere e fare sapere che è D-o e non noi, il padrone del mondo.
Gheula Canarutto Nemni

Come una persona molto importante mi insegnò cosa significa essere grande

Avevo 15 anni e tante domande. Mi vergognavo di porle ai miei maestri, ai rabbini che conoscevo. Una delle mie maestre partiva per gli Stati Uniti e mi domandò, conoscendo la mia passione per chabad, se volessi mandare una lettera al Rebbe. Mentre mi imbarazzava l’idea di rivolgere le mie domande a chi conoscevo di persona, metterle nero su bianco per farle poi leggere al Rebbe, mi creava incredibilmente meno problemi.

Caro Rebbe, c’è una domanda che mi tormenta da tempo. A me sembra che sia più importante comportarsi bene ed essere delle brave e oneste persone piuttosto che porre l’enfasi su come ci si veste e quali parti del corpo si coprono. Vedo persone che fanno molta attenzione all’aspetto esteriore ma poi non rispettano il prossimo. Immagino sia preferibile agli occhi di D-o che una persona si concentri sul proprio miglioramento morale che non sul fatto che indossi un paio di pantaloni o una gonna che copra il ginocchio.

Chiedo una benedizione per tutta la mia famiglia

Ti ringrazio

Gheula

Un mese dopo la mia maestra tornò. Ti ho portato la risposta del Rebbe. Aprii la busta. Due righe.

Entrambe le cose che dici sono regole della nostra sacra Torah. Pregherò per la tua famiglia.

Avevo 15 anni e non rimasi affatto colpita dal fatto che il leader spirituale della nostra generazione mi avesse risposto.

Non mi sorprese il fatto che una persona che stava dalla mattina alla sera in piedi ad accogliere migliaia di persone che venivano a domandare un suo consiglio, avesse trovato il tempo per scrivermi.

Non mi stupì che la persona con cui si incontravano capi di stato e generali, personaggi famosi e rabbini autorevoli, avesse preso carta e penna e mi avesse risposto.

Non mi aveva rimproverato per la mia domanda, forse anche un po’ impertinente. Mi aveva risposto con rispetto, come si risponde a una persona adulta e importante.

In quel momento ho imparato la mia prima lezione di leadership.

Un vero leader non è quello che fa leva sulla sua capacità di influenzare gli altri per costruire ciò che fa comodo a lui, un vero leader non è il manager di turno che esercita la propria autorità facendo sentire piccoli gli altri.
Il vero leader dà tutto se stesso per creare altri leader, senza timore e forse persino con la speranza, che i suoi studenti lo superino. Rinforza le persone che gli stanno intorno e ne nutre l’autostima. Innesca reazioni a catena positive attraverso il rispetto e l’importanza che dà ad ognuno, grande o piccolo che sia.
A chi si chiede quale sia stato il segreto dietro alla capacità del Rebbe di riportare in vita l’ebraismo in tutto il mondo, si può rispondere con le parole di rabbi Sacks.

Il vero leader non fa uso del potere per costringere gli altri a comportarsi in un certo modo, ma comunica la propria visione e i propri ideali ai propri discepoli in modo che siano poi loro a portare avanti il suo lavoro.

A 15 anni ho capito che non esiste domanda che non meriti risposta e non esiste individuo che non meriti rispetto. E ho imparato che il vero leader non esercita il proprio potere per sminuire gli altri. Ma fa leva sulla propria influenza per fare sentire le persone ancora più grandi.

Anche se fisicamente i nostri occhi non vedono più il Rebbe, la sua guida e la sua influenza sulle persone, la luce e la forza che da lui emanano, continuano ogni giorno ad essere sempre più forti.
Gheula Canarutto Nemni

Come ho scoperto i segreti di mio figlio

Mami, sono emozionato’, mi dice mio figlio mentre premo il pulsante per aprire il garage. ‘Non salgo in macchina dall’ultima volta che siamo tornati da scuola. Ma quando era?’ mi domanda.

Mi ci vuole qualche secondo per sbloccare il groppo che ho in gola e potere riprendere un tono tranquillo. ‘Tre mesi fa, più o meno’. ‘Wow, è proprio volato questo tempo’ dice mentre sfiora la maniglia della portiera con una faccia commossa.

E’ proprio volato e si è portato via un pezzo della tua infanzia, amore mio.

Mi sembri così saggio all’improvviso, così pieno di pensieri profondi, di frasi che qualche mese non avresti mai detto, di timori che non dovrebbero sfiorarti il cuore e invece ti assalgono.

E’ un periodo difficile per noi adulti. Il mondo sta cambiando in maniera così improvvisa che ci si deve aggrappare ai propri punti fermi per non rischiare di cadere nella sensazione di essere totalmente persi.

Siamo concentrati per capire come ricostruire il nostro oggi e il nostro domani e alle loro domande: ‘ma a settembre riaprirà la scuola?’ li guardiamo come se stessero vaneggiando o raccontandoci una barzelletta piena di ironia. ‘Settembre? Ma noi non sappiamo cosa succederà tra tre giorni’.

‘Scusa mami, hai ragione’. No, non ho ragione. Ho torto marcio. Perché tu hai bisogno di certezze, perché il domani a te non deve fare paura, perché il futuro lo devi vedere come una proiezione meravigliosa a cui arrivare a suon di musica e balli.

E’ stato un periodo folle. Pieno di dilemmi e di domande profonde. Una di quelle che più mi ha assillato è perché proprio quando io faccio ginnastica su zoom chiusa in stanza, dall’altra parte della casa sembra essere scoppiata la guerra mondiale?

Perché siete buoni tutto il giorno e non litigate nemmeno più così tanto, ma in quei pochi momenti in cui ho l’ispirazione o in cui compare sullo schermo del cellulare quel numero dal quale aspettavo una telefonata importante, voi vi scatenate a tal punto che il mio interlocutore mi dice: ‘forse la sto disturbando. Meglio che ci sentiamo in un altro momento’ e attacca prima di darmi il tempo di farvi quelle facce strane e quei gesti che solo noi conosciamo e che raccontano del filo che ci unisce nell’anima ancora più di prima.

Ci sono degli eroi che non abbiamo decantato abbastanza in questo periodo.

Che hanno lasciato le loro cartelle a scuole, convinti di ritornarci il giorno dopo, i loro guanti da portiere sotto al banco, in attesa di riprendere la partita in sospeso.

Persone che hanno rinunciato alle feste di compleanno e non ti stanno nemmeno tormentando ricordandoti che loro sono nati a novembre e ormai siamo a fine maggio.

Sono piccoli esseri che all’improvviso sono stati costretti a diventare grandi, a capire quando è il momento di non interrompere la discussione tra mamma e papà, a sedersi in balcone a guardare i pochi passanti come dei vecchi pensionati, a trovare il reparto delle biciclette totalmente vuoto, dopo avere sognato per tre mesi di fare un giro intorno al giardino con la mountain bike nuova.

Questi eroi silenziosi che hanno imparato a non lamentarsi, ad accettare lo status quo e a cercare le soluzioni per adattarvisi al meglio, sono i miei nuovi maestri.

‘Questa mascherina mi dà un fastidio’ mi dice sconsolato mentre tira gli elastici . ‘E poi non si vede nemmeno se sorrido’.

Parcheggiamo la macchina ma prima di uscire ti dico vieni qui. E ti abbraccio forte e vorrei farmi contagiare dalla tua nuova forza che nessuno di noi poteva immaginare voi piccoli eroi possedeste nel vostro animo puro.

Gheula Canarutto Nemni

In Italia riaprono i luoghi di culto

Caro D-o,
stiamo tornando.
Da domani riapriranno i luoghi di culto.
I nostri piedi ci porteranno verso quegli edifici imponenti in cui la voce rimbomba come in teatro, ma anche verso quelle piccole stanze nelle quali la voce del cantore si confonde con le grida dei bambini in una cacofonia spirituale.
Da domani riprenderemo lentamente quel ritmo di vita troncato tutto d’un tratto senza preavviso.
Ritroveremo i nostri libri di preghiera impolverati, le sedie chiuse in attesa che qualcuno le riapra, le luci spente come alla fine di uno spettacolo su cui è calato il sipario all’improvviso.
I nostri passi si addentreranno solenni in quei luoghi dove non avevamo mai smesso di andare se non durante le peggiori persecuzioni.
Per noi ebrei, che non possiamo recitare molte preghiere né leggere la Torah, senza il quorum di dieci uomini, è stato un periodo strano, diverso.
Ma come ogni cosa che accade nella vita, come ogni vicenda che segna il passo dei nostri giorni, se hai voluto che rimanessimo chiusi in casa in questi mesi, significa che anche da questo c’era qualcosa da imparare.
L’assenza del luogo fisico in cui andare a cercare un contatto più profondo, ci ha costretti a ricordare che Tu D-o non sei confinato in un luogo, ma sei presente dappertutto, il mondo è Te e Tu sei il mondo, dice Maimonide.
Abbiamo imparato a cercarTi nei piccoli dettagli di vita, negli amici e parenti che si riprendevano da polmoniti gravi. Ma anche in quelle anime che si sono staccate dal corpo troppo presto, secondo i nostri calcoli umani.
Il tempo non ci era più nemico come accade nei giorni normali e così le nostre preghiere si sono arricchite di canti e Ti abbiamo ritrovato in parole che pronunciavamo ogni giorno da quando siamo nati, ma sulle quali non ci eravamo mai soffermati perché il carico degli impegni aveva perso la proporzionalità rispetto alle ore a nostra disposizione.
Durante la quarantena abbiamo stabilito orari in cui incontrarci in salotto coi nostri figli per studiare quelle parti della Torah e quei pensieri dei maestri che prima studiavamo da soli. La famiglia, questa essenza impegnativa, si è trasformata da carico pesante a colonna portante a cui afferrarci durante questa tempesta.
Caro D-o,
chissà se ci riconoscerai quando torneremo nella Tua casa. Questo periodo ci ha cambiati profondamente. Abbiamo imparato ad assaporare i momenti banali, i respiri profondi, l’assenza della malattia che prima non percepivamo se non quando veniva intaccata.
In questi mesi Ti abbiamo portato con noi, nella nostra quotidianità, più che in ogni altra festa o celebrazione.
Il quorum di dieci lo abbiamo costituito sommando insieme i nostri figli alle nostre forze interiori.
E’ stato un periodo difficilissimo, che ci ha costretto a guardarci dentro. E forse per questo D-o hai voluto che i luoghi di culto venissero chiusi. Perché quando credi che D-o sia solo lì, nei posti sacri, quando esci da quelle quattro mura fisiche, rischi di lasciare anche D-o alle tue spalle.
Invece D-o è ovunque, al di là del luogo e del tempo. Anche nel vuoto, nello spazio che Gli concediamo nella nostra quotidianità travolgente.
Ora puoi riaprire.
Perchè l’abbiamo capito.
D-o si trova là dove l’essere umano lo invita ad entrare.

Gheula Canarutto Nemni

Il punto di vista di D-o su Unorthodox

Vi siete mai chiesti perché  D-o o la natura, chiamatelo come volete, abbia sentito la necessità di dare vita a un essere umano femminile? 

Perché i corpi e i cervelli dell’uomo e della donna sono così diversi, perché il mio sistema endocrino produce più estrogeni mentre quello di mio marito più testosterone? 

Perché la donna prova più empatia ed è orientata ai piccoli particolari mentre l’uomo in genere si proietta su grandi progetti e a volte perde di vista i dettagli di vita? 

Quando D-o ha creato il mondo ha ritenuto necessario inserirvi due tipi di energie, una maschile e una femminile.

Dopo avere provato ad immaginare il mondo con un solo tipo di energia, quella maschile, gli si proiettò davanti una immagine che non gli piacque. Il suo creato sarebbe diventato banale, popolato da persone con la stessa identica visione, attraversato da un ragionamento univoco e impregnato da una smania di conquistare e preponderare. Non ci sarebbe stato un contraddittorio.

Per potere davvero trasformare il nostro mondo e farne un posto migliore, le due energie devono lavorare insieme, collaborare, muoversi all’unisono verso la meta comune. 

Ogni dettaglio del creato contiene in sé energia maschile e femminile, un puzzle si costruisce solo incastrando pezzi opposti tra loro. 

Quello che avete visto in Unorthodox non è quello che c’è nella Torah, né nella società ebraica ortodossa.

La mini serie di Netflix mostra uno spaccato di uno spaccato di uno spaccato, del mondo osservante. Un angolo che esiste, ma è molto limitato.

E in più ve ne hanno dato una rappresentazione parziale, inficiata dal malessere che l’autrice del libro vi ha vissuto.

Vi hanno fatto vedere il mikveh ma non i sentimenti di trepidazione delle donne che vi si immergono, lo sposo e la sposa vi sembravano dei condannati e non persone che si sono scelte per condividere una vita insieme. La donna relegata al ruolo di procreatrice e privata di ogni dignità.

Se alcuni dei fenomeni che avete visto, esistono davvero in angoli sporadici del mondo ortodosso, il 99% non è così. 

E’ un mondo che ha scelto e sceglie ogni giorno di nuovo, pur tra difficoltà e sfide, di seguire le regole che D-o ha dato.

Ma non per questo noi ortodossi ci priviamo di qualcosa. Studiamo quello che vogliamo, diventiamo dottori e dottoresse, rettrici e professoresse universitarie (questa è stata la mia scelta ad esempio), pianiste.

Ci sposiamo con chi scegliamo, con la persona di cui ci innamoriamo.

Le regole ci danno il passo giusto per non perdere noi stessi nel mondo, per capire che direzione prendere, per non permettere alla società in cui viviamo di fare quello che vuole di noi, ma per fare noi di noi stessi quello che pensiamo sia meglio.

La donna gode di pieni diritti uguali all’uomo e doveri che qualche volta si differenziano.

La donna vale in quanto tale e non perché fa sparire la propria energia peculiare a favore dell’energia maschile.

Nella società ebraica la donna è estremamente tutelata, come ogni altro essere umano.

Tu vali in quanto te stesso e non perché ti appiattisci sul modello di un altro.

Difendete il vostro diritto di conoscere la verità. Non sono sufficienti quattro puntate da 50 minuti per capire un mondo. 

La ex vita di Esty Shapiro ha in comune con il 99% delle donne ortodosse solo lo shabat, il mikveh, la parrucca e il cibo kasher.

Se queste cose vi interessano davvero, andate a scoprirle da chi le vive ogni giorno. E non da quei giornalisti che mi giudicano senza mai essersi nemmeno seduti a una tavolo di shabat.

Come disse Einstein, è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio.

Per me libertà è essere giudicata per quello che sono e non per la gabbia in cui le persone mi immaginano chiusa.

Gheula Canarutto Nemni

Unorthodox Netflix

La Pasqua ebraica è l’uscita dal nostro Egitto personale

E così, in tutta questa rivoluzione di vita, Pesach sta arrivando.

La festa in cui le famiglie in genere si riuniscono e i tavoli si allungano, in cui la sala ci sembra all’improvviso così piccola e le sedie non bastano mai, quest’anno si annuncia totalmente differente.

Quest’anno quando domanderemo ‘ma nishtana’- cosa è cambiato, perché è diversa questa sera da tutte le altre sere, probabilmente saremo noi ad essere diversi. Diversi da qualche settimana fa, quando andare al supermarket non era come andare al fronte, quando si buttavano via gli avanzi perché tanto domani avremmo potuto comprare ancora tutto, quando la vita stessa non era messa in discussione in ogni momento e la quotidianità, invece che apparirci come un regalo prezioso, veniva definita come qualcosa di noioso dal quale tentare di fuggire alla prima occasione.

Il tempo in cui vivevamo prima del coronavirus era un po’ come il chamezt, il cibo lievitato. Un tempo in cui c’era poco spazio per le opinioni e i sentimenti degli altri, un tempo arrogante, in cui il pensiero predominante era ‘tutto dipende da me’ e l’idea che fosse D-o a manovrare gli eventi sembrava quasi anacronistica.

La modernità ci aveva gonfiato un po’ tutti, con tutte le certezze scientifiche e il progresso. Il coronavirus ci ha ricordato che non siamo nessuno. Vulnerabili, attaccabili, deboli, ci ha svuotati del senso dell’io avvicinandoci all’idea della maztà, un pane piatto, sgonfio, che lascia spazio dentro si sé per gli altri, che si fa da parte e dice: D-o, sei Tu a manovrare ogni cosa.

La differenza tra le lettere che compongono le due parole, chametz e matzà, sta nella Chet e nella Hei. Entrambe aperte sotto, per rappresentare la facilità con cui un essere umano si approccia all’errore e al peccato. La chet di chametz però è chiusa in alto.

Quando si è arroganti, non si pensa mai di avere sbagliato e così si continua imperterriti verso una strada da cui non c’è via d’uscita.

La matzà invece, ha la Hei, lettera aperta sopra. E ci dice: il nostro peggiore nemico è dentro di noi, è quel sentimento che ci fa sentire pieni delle nostre certezze. Ma non temete, è sufficiente fare un passo indietro, svuotarci un pochino, per aprirci un piccolo varco verso una strada migliore.

La maztà che mangiamo la prima sera nutre la nostra fede, dice la kabalah. E quella che mangiamo la seconda sera favorisce la nostra guarigione, sia fisica che spirituale.

La fede in D-o è il primo passo per cambiare. Solo facendo spazio a D-o dentro a noi stessi, possiamo guarire dalla malattia dell’egocentrismo, che ci porta così lontano dalle cose che ci fanno bene, dal tempo con la famiglia, dalle ore dedicate alla nostra crescita spirituale e agli altri.

E se hai fede in D-o, non corri forse un po’ meno, sei meno stressato, perché tanto sai che l’ammontare del denaro che è stato deciso quest’anno sarà identico che tu corra per sette o per quattordici ore al giorno. La matzà della prima sera, il mangiare della fede, ci apre la strada per la guarigione vera.

Quando recitiamo il verso relativo ai quattro figli, il terzo è il ‘tam’, il semplice. Tam in aramaico significa ‘lì’. Tam ma hu omer- ma zot lachem?Il tam cosa dice? Cosa state facendo?

Lì in cielo ci domandano: Figli miei, cosa è stata la vostra vita fino ad ora? Vi rendete conto di come avete confuso le vostre priorità? Di come avete sprecato mesi e anni interi per accumulare cose di cui, solo ora capite, potevate fare anche a meno?

Pesach è saltare, come ha fatto D-o, quando ha saltato sopra alle case degli ebrei in Egitto salvando la vita di chi ci viveva dentro.

Pesach è la nostra capacità di saltare da un livello all’altro, da quelle abitudini che pensavamo di non potere mai sradicare, a un nuovo stile di vita, pieno di D-o, di famiglia, di quei valori che prima del Coronavirus avevamo accantonato.

L’uscita dal proprio Egitto, che rappresenta i limiti, i confini mentali di ognuno di noi, è la cosa più difficile da fare.

Fisicamente siamo in grado di viaggiare dall’altra parte del mondo, attraversare oceani e monti, ma il viaggio più grande e più lungo, quello che ci cambierà davvero, è quello che facciamo chiusi nelle nostre mura di casa, dentro a noi stessi. D-o in questi giorni ci ha pagato il biglietto per intraprendere questo viaggio e non per niente l’ha programmato a cavallo della festa di Pesach, che è zman cherutenu, la festa della nostra libertà.

Perché la vera libertà non è quella di potere andare dove si vuole.

Ma essere quello che dovremmo davvero essere.

Pesach casher vesameach

Gheula Canarutto Nemni

Il Coronavirus e le strane coincidenze con gli ebrei

Qualche anno fa sono andata a sentire un famoso giornalista. Sapendo che si occupava spesso di tematiche ebraiche ho pensato gli potesse interessare il mio romanzo. Una volta finita la conferenza mi sono avvicinata a lui e dopo essermi presentata gli ho dato il mio libro. ‘Grazie’ mi ha detto, porgendomi la mano. ‘Grazie a lei e mi scusi, ma per motivi religiosi non do’ la mano agli uomini’ 

Non dimenticherò mai la sua espressione.  

‘Si riprenda indietro il suo libro. Io con persone estremiste come lei non voglio avere niente a che fare’. 

Avrei voluto spiegargli che il mio non dargli mano era invece un segno di grande rispetto. Verso di lui, verso sua moglie, verso il valore della famiglia. Avrei voluto raccontargli che dagli ebrei il contatto fisico possiede un valore intrinseco ed è permesso solo tra persone che appartengono allo stesso nucleo famigliare. Che una stretta di mano non è un semplice incontro di dieci dita, ma un punto di contatto tra due persone diverse. E che un abbraccio non è un semplice incrocio di braccia ma di due cuori che si sfiorano nel loro battito. 

Ma tutte queste parole mi sono rimaste appiccicate al palato. Fino a quando è arrivato il Coronavirus e all’improvviso il mio stile di vita è diventato una prassi. Nessuno dà più la mano a nessuno, nessuno abbraccia più nessuno, i baci sulla guancia a chi si incontra per strada sono diventati un ricordo di altri tempi. 

Le regole ebraiche contemplano che ci laviamo le mani appena ci svegliamo, prima di pregare, prima di mangiare il pane, dopo avere toccato le scarpe, dopo essere andati in bagno. Per noi ebrei lavarsi le mani è un rituale quotidiano così scontato che quasi non ci facevamo più caso. Fino a quando sono arrivate le linee guida del Coronavirus e hanno iniziato a raccomandare di lavarsi le mani in così tanti momenti della giornata che ci è venuto spontaneo pensare: ‘ehi, ma guarda che roba. Il mondo sta prendendo una deriva un po’ ebraica’ 

Nella tradizione ebraica esiste l’isolamento della persona ammalata di lebbra, una malattia che insorgeva in chi parlava male degli altri. Qualsiasi cosa il malato toccasse, diventava impuro. Cose che ci sembravano così remote quando le studiavamo, così appartenenti a un mondo lontano che quando hanno iniziato a parlare di quarantena ho pensato si trattasse di uno scherzo di qualche rabbino. 

Abbiamo regole severe per il cibo, tutto ciò che è a base di carne non si può mischiare con alimenti a base di latte, possiamo nutrirci solo di animali che abbiano lo zoccolo fesso e siano ruminanti e tra i volatili oggi mangiamo solo il pollo e il tacchino. I pipistrelli non potrebbero mai fare parte del nostro menù. La macellazione rituale avviene in condizioni di stretto rispetto verso l’animale e i controlli sanitari superano di gran lunga quelli imposti da qualsiasi ministero della salute. Così quando è arrivato il Coronavirus e abbiamo iniziato a leggere che in Cina gli animali vengono macellati davanti ai clienti e che gli spiedini di topo sono in cima alla wish list del consumatore medio, molti ebrei hanno pensato: se avessero rispettato ciò che dice la Bibbia tutto questo non sarebbe mai accaduto. 

Stiamo vivendo momenti che i nostri nipoti studieranno nei loro libri di storia. Cadeva l’anno 2020 quando il Coronavirus entrò nella vita di sette miliardi di persone, dirà il titolo. E nel sottotitolo ci sarà scritto: tutto accadde così all’improvviso che di punto in bianco il mondo intero dovette cambiare vita. Solo un popolo non fu preso alla sprovvista dalle nuove regole. Quel popolo strano a cui forse il giornalista famoso, se leggerà questo pezzo, oggi potrà porgere delle scuse. 

Gheula Canarutto Nemni

Il Coronavirus è la prova dell’eternità della Torà

Un signore filippino è stato picchiato in un supermercato con l’accusa di essere un cinese portatore di Coronavirus.

Un gruppo di turisti italiani è stato isolato in Israele dopo che qualcuno ha visto che sulle loro valigie c’era scritto un indirizzo italiano, il 90% delle prenotazioni turistiche in Italia è stato annullato, nonostante il virus si stia inevitabilmente diffondendo in tutto il mondo.

L’essere umano razionale del 2020, pieno di scienza e conoscenza, di amore per il proprio intelletto e disprezzo per tutto ciò che non è provabile con numeri e formule, è all’improvviso tornato indietro anni luce.

Ai tempi in cui gli stranieri venivano chiamati ‘untori’ e guardati con sospetto, a quei periodi in cui un gruppo etnico particolare, come erano gli ebrei, venivano considerati l’origine di tutti mali, ai giorni in cui le prediche avevano il potere di infuocare gli animi e annebbiare la mente. 

E’ bastato uno spartiacque infettivo per riportare l’uomo ad essere in balia totale delle proprie emozioni, una serie di titoli urlati in pochi giorni hanno cambiato la nostra percezione del mondo, le ultime notizie hanno plasmato il nostro modo di vedere la realtà che ci circonda.

E da un momento all’altro gli individui si sono liberati del rispetto formale e iniziato a dare via libera a tutti gli istinti che nel corso del tempo le società avevano solo silenziato e represso.

D-o sa come ha programmato l’uomo. L’ha programmato sempre pronto ad accusare gli altri invece che pronto a guardare dentro a se stesso, in grado subito di additare e, solo dopo un grande sforzo, anche di capire se è vero. 

Per questo motivo la Torà ripete per decine di volte l’obbligo di rispettare lo straniero ‘ricordati che anche tu sei stato uno straniero in una terra non tua’.

D-o ha creato l’uomo come un essere irrazionale, emotivo e gli ha detto: impara a controllare le tue emozioni, lavora su te stesso per ragionare con la testa e solo dopo attiva il cuore, gli ha insegnato che anche se potrebbe sembrare giusto in un certo momento rubare o uccidere, che anche se manca il cibo nei supermercati non significa che si può andare a rubarlo.

A volte a noi abitanti del 2020 può apparire che la Torà sia fuori moda, antica, indirizzata a uomini che erano appena usciti dalla schiavitù al deserto, ma anche l’essere razionale super moderno si trasforma in pochi attimi  e torna indietro a comportarsi come i contadini illetterati del 1600.

La Torà conosce così a fondo l’uomo, che si travesta da agricoltore, artigiano, scienziato o fisico. E sa che la sua vera natura immutabile e nessuna modernità e progresso potranno cambiarne il dna che gli circola in corpo.

La Torà è la legge morale universale che regola la vita dell’uomo al di sopra del tempo, delle contingenze  e delle società in cui vive. E ci insegna a ragionare con la nostra testa e non con quella dei giornalisti di turno, ci aiuta a seguire regole che dalla nascita del mondo sono ancora valide e universali e che, nei periodi di calma e progresso dell’umanità, a molti potrebbero sembrare superate ma guarda caso quando l’irrazionale si impadronisce di nuovo della mente dell’uomo e il lume della ragione sembra essersi momentaneamente spento, torna all’improvviso in voga con i suoi insegnamenti eternamente  validi di rispetto del prossimo e della sua dignità (un intero popolo si è fermato ad aspettare che Miriam guarisse  dalla lebbra e solo dopo è ripartito), a prescindere dal colore della pelle, dal suo paese di origine. E dalle malattie che ha in corso. 

Quando la modernità ci accecherà nuovamente con le sue certezze illusorie, ricordiamoci del periodo in cui il coronavirus ha smascherato la vera identità dell’uomo e le sue irrazionalità primordiali. E del fatto che come l’essenza dell’essere umano non è mutata nel tempo, così il messaggio della Torà rimane valido al di là di ogni tempo. 

Gheula Canarutto Nemni

Coronavirus e Bibbia

Siamo un mondo di illusi

Sono stata al museo delle illusioni con i miei figli. Ci hanno accolto fotografie che guardate da diverse angolature rivelano immagini totalmente diverse.

Stanze con righe in diagonale che fanno sembrare le persone in un angolo come dei nani e nell’angolo opposto come giganti.

Ologrammi, oggetti immobili irradiati da luce intermittente che li fa apparire come se fossero in movimento perpetuo.

Una pedana ferma immersa in un grande caleidoscopio che da’ la sensazione di fluttuare anche se si sta totalmente fermi.

Non avevo mai provato così da vicino una illusione. Non avevo mai percepito in prima persona qualcosa che in realtà non esiste.

Quando sono uscita ho iniziato a guardare il mondo intorno a me. Le macchine, i negozi, le persone che correvano.

E se tutto non fosse come davvero si vede?

Se la realtà fosse diversa da quella che ci appare?

Se il nostro desiderio di materialità fosse una necessità illusoria che ci crea l’anima materialistica per spingerci a correre verso una meta cercando di farci dimenticare il nostro vero obiettivo?

E se tutto questo fosse una sfida che

D-o ci lancia aspettando e sperando che prima o poi apriamo i nostri occhi e realizziamo che la vita dovrebbe essere molto diversa da quella che la società intorno ci vuole vendere?

Se un giorno aprissimo gli occhi e capissimo che lo scopo per il quale siamo stati creati non è quello che abbiamo sempre creduto?

C’è una storia chassidica che racconta di un uomo povero in viaggio alla ricerca della ricchezza. Nei suoi pellegrinaggi approda su un’isola in cui i diamanti si raccolgono per le strade e la ricchezza si calcola in cipolle. Guadagni in cipolle, paghi in cipolle. Lentamente, con il passare degli anni l’uomo si abitua al nuovo modo di ragionare. Dimentica che nel mondo da cui proviene diventerebbe ricchissimo raccogliendo giusto qualche diamante da terra e corre ogni giorno senza sosta per accumulare cipolle. Dopo dieci anni torna a casa dalla famiglia e con uno sguardo trionfante mostra alla moglie un carro zeppo di cipolle. La moglie lo guarda disperata.

Sei stato lontano da casa per per dieci anni per accumulare cipolle?

Nella vita tutto dipende dalla prospettiva con la quale guardiamo, dalle lenti che indossiamo.

Un giorno ci accorgeremo che abbiamo vissuto la nostra vita come in un sogno. Un sogno dettato da una società che ci vuole tutti appiattiti su desideri che non ci appartengono, su necessità di cui non abbiamo alcun bisogno, su oggetti che dovrebbero garantirci la felicità appena acquistati e che invece ci lasciano sorprendentemente indifferenti.

E D-o si nasconde dietro all’illusione del mondo e aspetta con pazienza che noi apriamo il sipario sulla verità e Lo ritroviamo.

Gheula Canarutto nemni

La kippah degli ebrei è il simbolo del fallimento della democrazia

Sembrava impossibile che accadesse di nuovo.

Ci eravamo illusi che il passato fosse stato relegato per sempre alle storie dei nostri nonni, dei loro fratelli, dei pochi sopravvissuti.

Invece questa settimana il governo tedesco ha ‘sconsigliato’ agli ebrei di indossare la kippah.

A settant’anni dalla fine della shoà, la storia ritorna a bussare alla porta.

Gli ebrei è meglio che si nascondano, gli ebrei dovrebbero mimetizzarsi. Anzi, meglio ancora.

Gli ebrei dovrebbero assimilarsi. 

E’ caldamente suggerito che gli ebrei cerchino di non stuzzicare l’antisemitismo di coloro che incontrano, quella kippah sbandierata ai quattro venti potrebbe avere l’effetto scatenante come un drappo rosso agitato davanti agli occhi di un toro.

Ebrei spogliatevi della vostra identità consiglia il governo democratico tedesco.

Perché questa identità è troppo scomoda. 

Perché insegna in ogni momento quale è il posto vero dell’uomo e il valore reale del suo operato.

Questo simbolo che noi ebrei ci ostiniamo a tenere in testa, nonostante rischiamo di ricevere sputi in faccia, urla antisemite e botte, rappresenta l’invito all’uomo di ricordarsi che, al di sopra di ciò che è in grado creare, inventare, generare, oltre al suo intelletto, al suo ego e superego, ci sta il Suo Creatore.

Questo pezzo di stoffa, di velluto nero o colorato, è il limite che ogni individuo dovrebbe porsi,

è la domanda a cui bisognerebbe regolarmente rispondere: 

essere umano, ma chi ti credi di essere?

Eravamo convinti di avere ottenuto tutto, di avere trovato l’equilibrio perfetto.

La democrazia, i valori, i principi, l’accoglienza.

Ci siamo così tanto crogiolati nell’autocompiacimento per ciò che abbiamo creato, che ci siamo dimenticati di porre dei limiti, di creare un recinto per dire alt, al di là di questo non si può andare. 

La democrazia è stata sconfitta da una cosa chiamata democrazia.

L’eccesso di democrazia ha portato la democrazia ad implodere su se stessa.

La kippah insegna che non esiste cosa umana destinata a durare in eterno. Che ci sarà sempre un punto di rottura, qualcosa che si inceppa, anche in ciò che a noi appare perfetto.

Non c’è forma di governo più consona all’essere umano della democrazia. Eppure anche questa sta iniziando a mostrare i propri effetti collaterali.

La kippah è il simbolo della finitezza dell’uomo. Per questo dà fastidio a chi si vuole porre al posto di D-o, quello vero, che tutela la sacralità della vita, per questo disturba chi si arroga il diritto di decidere quale parte dell’umanità è superiore e merita di vivere. 

Noi che crediamo nell’uguaglianza di ogni essere umano di fronte a D-o e che continuiamo a insegnare da più di tremila anni che la grandezza dell’uomo sta nella sua capacità di porsi dei limiti e non nella sua innaturale illimitatezza, per amore dell’umanità e in nome della vera democrazia, non smetteremo di indossare la kippah per la strada. 

 Gheula Canarutto Nemni