La Pasqua ebraica è l’uscita dal nostro Egitto personale

E così, in tutta questa rivoluzione di vita, Pesach sta arrivando.

La festa in cui le famiglie in genere si riuniscono e i tavoli si allungano, in cui la sala ci sembra all’improvviso così piccola e le sedie non bastano mai, quest’anno si annuncia totalmente differente.

Quest’anno quando domanderemo ‘ma nishtana’- cosa è cambiato, perché è diversa questa sera da tutte le altre sere, probabilmente saremo noi ad essere diversi. Diversi da qualche settimana fa, quando andare al supermarket non era come andare al fronte, quando si buttavano via gli avanzi perché tanto domani avremmo potuto comprare ancora tutto, quando la vita stessa non era messa in discussione in ogni momento e la quotidianità, invece che apparirci come un regalo prezioso, veniva definita come qualcosa di noioso dal quale tentare di fuggire alla prima occasione.

Il tempo in cui vivevamo prima del coronavirus era un po’ come il chamezt, il cibo lievitato. Un tempo in cui c’era poco spazio per le opinioni e i sentimenti degli altri, un tempo arrogante, in cui il pensiero predominante era ‘tutto dipende da me’ e l’idea che fosse D-o a manovrare gli eventi sembrava quasi anacronistica.

La modernità ci aveva gonfiato un po’ tutti, con tutte le certezze scientifiche e il progresso. Il coronavirus ci ha ricordato che non siamo nessuno. Vulnerabili, attaccabili, deboli, ci ha svuotati del senso dell’io avvicinandoci all’idea della maztà, un pane piatto, sgonfio, che lascia spazio dentro si sé per gli altri, che si fa da parte e dice: D-o, sei Tu a manovrare ogni cosa.

La differenza tra le lettere che compongono le due parole, chametz e matzà, sta nella Chet e nella Hei. Entrambe aperte sotto, per rappresentare la facilità con cui un essere umano si approccia all’errore e al peccato. La chet di chametz però è chiusa in alto.

Quando si è arroganti, non si pensa mai di avere sbagliato e così si continua imperterriti verso una strada da cui non c’è via d’uscita.

La matzà invece, ha la Hei, lettera aperta sopra. E ci dice: il nostro peggiore nemico è dentro di noi, è quel sentimento che ci fa sentire pieni delle nostre certezze. Ma non temete, è sufficiente fare un passo indietro, svuotarci un pochino, per aprirci un piccolo varco verso una strada migliore.

La maztà che mangiamo la prima sera nutre la nostra fede, dice la kabalah. E quella che mangiamo la seconda sera favorisce la nostra guarigione, sia fisica che spirituale.

La fede in D-o è il primo passo per cambiare. Solo facendo spazio a D-o dentro a noi stessi, possiamo guarire dalla malattia dell’egocentrismo, che ci porta così lontano dalle cose che ci fanno bene, dal tempo con la famiglia, dalle ore dedicate alla nostra crescita spirituale e agli altri.

E se hai fede in D-o, non corri forse un po’ meno, sei meno stressato, perché tanto sai che l’ammontare del denaro che è stato deciso quest’anno sarà identico che tu corra per sette o per quattordici ore al giorno. La matzà della prima sera, il mangiare della fede, ci apre la strada per la guarigione vera.

Quando recitiamo il verso relativo ai quattro figli, il terzo è il ‘tam’, il semplice. Tam in aramaico significa ‘lì’. Tam ma hu omer- ma zot lachem?Il tam cosa dice? Cosa state facendo?

Lì in cielo ci domandano: Figli miei, cosa è stata la vostra vita fino ad ora? Vi rendete conto di come avete confuso le vostre priorità? Di come avete sprecato mesi e anni interi per accumulare cose di cui, solo ora capite, potevate fare anche a meno?

Pesach è saltare, come ha fatto D-o, quando ha saltato sopra alle case degli ebrei in Egitto salvando la vita di chi ci viveva dentro.

Pesach è la nostra capacità di saltare da un livello all’altro, da quelle abitudini che pensavamo di non potere mai sradicare, a un nuovo stile di vita, pieno di D-o, di famiglia, di quei valori che prima del Coronavirus avevamo accantonato.

L’uscita dal proprio Egitto, che rappresenta i limiti, i confini mentali di ognuno di noi, è la cosa più difficile da fare.

Fisicamente siamo in grado di viaggiare dall’altra parte del mondo, attraversare oceani e monti, ma il viaggio più grande e più lungo, quello che ci cambierà davvero, è quello che facciamo chiusi nelle nostre mura di casa, dentro a noi stessi. D-o in questi giorni ci ha pagato il biglietto per intraprendere questo viaggio e non per niente l’ha programmato a cavallo della festa di Pesach, che è zman cherutenu, la festa della nostra libertà.

Perché la vera libertà non è quella di potere andare dove si vuole.

Ma essere quello che dovremmo davvero essere.

Pesach casher vesameach

Gheula Canarutto Nemni

Il segreto per riuscire a realizzare i propri sogni

L’uomo arrivò con due piccole valigie. Accanto a lui sua moglie e un piccolo gruppo di persone.

Si guardò intorno, dentro al buio delle case immaginò fiamme di candele che illuminano, nelle strade silenti visualizzò parate di bambini che sfilano al suono delle parole dei propri avi.

Dopo il suo arrivo il quartiere iniziò a venire abitato dai suoi studenti che ogni giorno aumentavano di numero.

Avrebbe potuto accontentarsi di quello che aveva costruito, dei servizi che aveva messo in piedi nel suo quartiere per le persone che gli stava accanto.

Ma lui era un uomo che vedeva la parola ‘arrivo’ come una espressione da abolire e l’aggettivo ‘soddisfatto’ come un punto di non ritorno.

E così prese i suoi studenti e a uno a uno li contagiò con i propri sogni.

‘Vedi quella terra lontana?’

‘Quel paese senza traccia di spiritualità?’

gli rispondeva attonito lo studente di turno. ‘Sì, esatto, proprio quello’

ribatteva il maestro con un grande, enorme, sorriso.

‘Tu vai lì e portaci più luce possibile’

‘Io?’

domandava lo studente ventenne esterrefatto dopo essersi guardato intorno e avere capito di essere l’unico destinatario di quel messaggio.

‘Per crescere bisogna allontanarsi dall’area in cui ti senti comodo, solo la sfida farà uscire il meglio del tuo potenziale. Ora vai e mandami belle notizie’.

‘Nella mia sfida mi sento un po’ solo’,

gli disse una volta un ragazzo che si era perso d’animo.

‘Ognuno è un emissario di luce arrivato in terra per elevare il mondo intorno. Non ti perdere d’animo. Una sola candela può illuminare un’intera stanza’

‘Sono molto soddisfatto del risultato raggiunto’

accennò il manager riferendosi ai progetti educativi che aveva finanziato.

‘Io no, gli rispose. Perché chi rimane statico sta già iniziando il proprio declino’.

‘Da dove prenderò la forza di affrontare questa grande sfida?’

‘Dentro di te hai tutta la forza del mondo. Noi ebrei attingiamo l’energia direttamente dalla fonte’

Per conoscere un artista basta guardare le sue opere,

per capire chi è il Rebbe basta scrivere su Google ‘Chabad’, vedere i 7.440.000 risultati e ricordare che 70 anni fa un Beth Chabad nella Piazza Rossa di Mosca poteva solo essere un sogno di una persona immersa nel sonno,

che 70 anni fa una chanukià accesa nel centro di Berlino sarebbe stata il gesto di un folle,

che 70 anni fa erano i nazisti quelli capaci di ricordare a un ebreo la propria identità dimenticata e non dei ragazzi barbuti in mezzo a Tel Aviv o a FifthAvenue.

Il 10 di shvat di 70 anni fa il Rebbe è uscito allo scoperto, contaminando i suoi discepoli con il suo sogno di un mondo  illuminato dalla luce della Torà, investendoli della missione di contagiare altri e poi altri e altri ancora con una grande visione: fare della terra una dimora per D-o più grande ancora dei Cieli. 

Gheula Canarutto Nemni

La notte dei cristalli. Io non voglio ricordarla

Kristallnacht. Quando ricordare non serve

L’odore delle lettere bruciate riempiva l’aria di Berlino, Vienna e Praga.
Le discussioni di Rav e Shmuel, di Hillel e Shamai, sorvolavano i tetti delle case tedesche, austriache e ceche, alla ricerca di una nuova mente che le studiasse e di una nuova bocca che le dibattesse.
Le fiamme che lambivano i cieli trascinavano con sé le note del cantore, le melodie delle feste, i pianti dei digiuni. Non era la prima volta che volavano in quel modo. Né sarebbe stata l’ultima.
Correva la notte tra l’8 e il 9 novembre del 1938.
Migliaia di libri persero la vita nei roghi di quelle due notti, la frase profetica scritta da Heinrich Heine nel 1823 ‘Chi brucia i libri, presto o tardi arriverà a bruciare esseri umani’, aveva iniziato a diventare realtà.
Le pagine, ridotte a mucchi di cenere, ritornarono alla terra da cui erano venute.
Era stata ufficialmente dichiarata guerra al popolo ebraico.
E per l’ennesima volta nella storia, i nemici avevano dimostrato di conoscere il cuore nevralgico di questa nazione. La guerra contro gli ebrei non poteva venire combattuta solo con armi convenzionali.
Per annientare questo popolo così ostinatamente resistente era necessario adottare una strategia diversa.
Per fare della terra un posto Judenfrei bisognava colpirli nell’anima.
E così vennero accatastati migliaia di volumi del Talmud, uno sopra all’altro, perché da lì gli ebrei prendono il loro vigore intellettuale.
E alle fiamme vennero aggiunti degli Shulchan Aruch, il codice di leggi, perché senza la bussola spirituale gli ebrei perdono la direzione da seguire.
Vennero sfondate le porte delle sinagoghe, appiccato il fuoco alle sedie, ai leggii, alle mura dei luoghi da cui fino a pochi attimi prima si levavano melodie e preghiere, sradicati rotoli della Torà dalle arche sante.
Le fiamme bruciarono le pergamene e le promesse di amore reciproco fatte tra D-o e gli ebrei.
Ancora una volta nella storia i nemici del popolo ebraico avevano mostrato di sapere.
Che il segreto di sopravvivenza, la linfa vitale, l’energia essenziale per resistere e continuare a illuminare, di questa nazione che misteriosamente è riuscita ad attraversare secoli di storia, si trova nelle pagine di quei libri, nelle vitalità di quelle sinagoghe, nella voce dei bambini che studiano le parole, le regole, la filosofia a loro tramandate. Nelle preghiere che accompagnano i loro momenti di ogni giorno, nelle domande rivolte a D-o invece che all’uomo da Lui creato, nella fede nel loro Creatore.
Sono passati 81 anni da allora.
Venerdì 8 e sabato 9 novembre, riempiamo le sinagoghe, apriamo i libri ebraici che non abbiamo mai avuto tempo di studiare e di leggere, organizziamo gruppi di studio, dedichiamo qualche minuto per riportare alla vita ciò che i nostri nemici hanno provato ad estirpare dalla faccia della terra.
Trasformiamo le fiamme dei roghi in una fiamma ebraica ancora più viva.

Gheula Canarutto NemniSchermata 2019-11-07 alle 17.14.44.png

Quando qualcuno mi fermò per strada e mi disse: Voi ebrei siete un popolo di squilibrati

Scusi ma queste settimana davvero non posso. Abbiamo un’altra festa.

Beati voi, mi risponde il mio interlocutore, sempre a festeggiare.

Troppo lunga da spiegare questa nostra strana celebrazione.

In cui si cucinano pasti per sfamare centinaia di persone per poi a distanza di otto giorni ritrovarsi a digiunare per venticinque ore, in cui ci si inzuppa sotto alla pioggia perché qualsiasi sia il momento dell’anno in cui cade sukot, quello sarà il periodo delle prime piogge, in cui si sta alzati tutta la notte per pregare D-o che sigilli il nostro anno per il bene anche se la sera dopo dovremo ballare con i rotoli della Torah senza sosta e senza nessuna musica di accompagnamento se non la voce già roca.

In cui bisogna essere felici solo perché siamo ebreo e perché siamo stati scelti per portare il volere di D-o in questo mondo.

Noi ebrei il nostro equilibrio interiore siamo capaci di trovarlo solo se siamo totalmente squilibrati.

A Rosh Hashana facciamo un passo indietro da noi stessi, ci rimettiamo sotto al giogo divino e dichiariamo per 48 ore: D-o sei tu il re, noi non siamo nulla.

A Yom kipur ci rimpossessiamo della nostra vita e per 25 ore facciamo esami di coscienza per ritrovare il nuovo punto di partenza e capire che direzione dare alle nostre giornate future.

E poi arrivano sukot e simchat Torah. In cui ci buttiamo a ballare e a cantare, in cui accantoniamo la razionalità, i calcoli e i ragionamenti fatti fino a poco prima e ci lasciamo trascinare solo dalla gioia di essere chi siamo.

Questo mese un po’ fuori dall’ordinario ci racconta che per trovare la giusta via bisogna qualche volta muoversi da un estremo all’altro. Come un corridore che si tira un po’ indietro prima dello scatto iniziale e sembra quasi che indietreggi e perda terreno, ma poi appoggia i piedi nella posizione di partenza e quasi quasi appare incollato e immobile nel punto in cui si trova. E quando inizia la corsa si butta in avanti e proprio grazie a quel primo indietreggiamento e al successivo bilanciamento corre verso il traguardo.

Noi piccoli ed effimeri esseri umani per potere fare della nostra vita la somma di momenti di valore e significativi, non possiamo mai permetterci di stare fermi.

L’introspezione va bene, ma non deve durare troppo a lungo.

L’umiltà è necessaria ma senza esagerazione.

E poi viene la gioia. Perché senza di quella è impossibile andare avanti.

Per potere procedere nella vita abbiamo bisogno di momenti in cui accantonare logiche e ragionamenti e semplicemente lasciare che siano le passioni vere e profonde, la fede che scaturisce dal semplice fatto di essere al mondo, a guidarci.

D-o ci vuole squilibrati, non ci vuole fissi su una condizione ma vuole che continuiamo a muoverci senza sosta , perché solo così possiamo avanzare.

Quando vi domanderanno perché la maggior parte dei fondatori della psicanalisi, della psichiatria e della psicologia, della logopedia, siano ebrei, cercate nel calendario ebraico la risposta.

E se vi dicono che gli ebrei sono degli squilibrati, ringraziate per il complimento. Significa che non state mai fermi.

La staticità è già discesa, dice l’ebraismo.

Per due giorni guarderemo in avanti solo attraverso la lente della felicità di essere ebrei e di essere stati scelti come rappresentanti di D-o e della Sua Torah.

E questa passione sarà quella che ci permetterà di aprire sipari su scenari nuovi, mai visti prima e di raggiungere punti in cui non avremmo mai pensato di potere arrivare.

Felice festa della Torah!

Gheula Canarutto Nemni

L’ebraismo è una religione da bambini

Per sapere chi si è, è importante voltarsi indietro e scoprire da dove si viene.

Per capire dove andare è essenziale guardare alle proprie origini, volgere lo sguardo verso il solco che gli antenati hanno tracciato.

Il nostro popolo è nato in una maniera molto particolare. D-o non si è rivelato a una sola persona domandandole di portare il Suo messaggio ad un intero popolo.

Non ha eletto qualcuno per essere il Suo messaggero prediletto.

Ci ha chiamati in raccolta tutti indistintamente, uomini, donne e bambini, davanti ad un monte basso, piccolo, senza nessun tratto distintivo particolare.

E lì, prima di riunire i saggi del popolo ha detto: le donne, rivolgetevi a loro per prime. Perché saranno loro a lasciare un tratto indelebile nella vita dei loro figli e a decidere in che strada andranno.

Poi ha domandato che Gli venisse dato un garante, qualcuno che si sarebbe preso cura di tramandare la Torah che stava per dare.

Gli vennero offerti diversi personaggi importanti, persone di spicco e autorevoli, ma li rigettò.

Furono i bambini, non gli adulti di oggi ma quelli di domani, che scelse come propri testimonial nel mondo.

I primi attimi di vita del nostro popolo ci raccontano che se si desidera diventare davvero grandi non è necessario compiere passi giganti.

Non sono indispensabili pedigree, formazioni particolari, background autorevoli.

Non sono le cose sorprendenti, i gesti da prima pagina, che ci costruiscono come persone.

Sono le piccole cose, gì individui che potrebbero sembrarci di secondo piano, sono i minimi dettagli che danno vita a un grande progetto.

Datemi le donne, potenti nelle loro gesta silenti, datemi i bambini, la loro innocenza e caparbietà nell’ottenere le cose più semplici.

Riuniteli davanti a un monte piccolo, basso, senza pretese, che passerà alla storia per il luogo dove avvenne la prima rivelazione divina a una intera nazione.

Cominciate la vostra storia da quei piccoli particolari, da quelle fasce di società che in molti tendono a sottovalutare.

E solo allora potrete definirvi uomini, saggi del popolo.

Solo quando avrete imparato a riconoscere l’importanza delle persone che vi sembrano piccole, delle cose che vi appaiono quasi insignificanti, solo allora sarete degni di essere chiamati nazione.

Con l’augurio che gli insegnamenti della Torah accompagnino ogni piccolo passo della nostra vita, trasformandolo in un momento importante.
Gheula Canarutto Nemni

Vi svelo il segreto del successo dei chabad

Al momento della nascita ogni individuo è leader di se stesso, a capo di un’istituzione importante chiamata persona e si è impegnati nella battaglia interiore tra le forze del bene e del malein modo che la propria pianta cresca il meglio possibile. 

Poi il tempo passa e si mette su famiglia. Non è più tempo di pensare solo a se stessi, i propri rami crescono, i frutti maturano, nell’ordine delle proprie priorità entrano anche quelle degli altri. E poi magari si apre un business, un negozio, si diventa capi d’azienda, le priorità si allargano oltre alla propria sfera, i propri frutti danno vita ad altre entità. 

E’ in questi passaggi dall’io al noi che emerge la vera leadership, quella che illumina e conferisce ad altri il potere di illuminare. 

Il leader sa che la propria crescita è possibile solo grazie alla collaborazione con altre persone. 

Un vero leader trae la forza da se stesso, da ciò che è, non dall’autorità che esercita e per questo motivo non teme di delegare, di conferire potere a terzi. 

A differenza di un dittatore che usa gli individui per i propri scopi, ma quando diventano troppo abili, inizia a temere per il proprio potere, il vero leader spera che i propri collaboratori diventino a loro volta dei capi in grado di generare altri capi. Perché sa che solo così la crescita sarà inarrestabile.  

La leadership del Rebbe è iniziata il 10 shvat del 1951, sei anni dopo la seconda guerra mondiale e la tragedia della shoà. 

L’ebraismo europeo era incenerito e i rari sopravvissuti tentavano di nascondere la propria identità nel timore di un ennesimo risveglio del nemico. 

Pochi giorni dopo il 10 di shvat, invece di chiudersi nei libri e approfittare della posizione privilegiata per dedicarsi completamente alla propria crescita intellettuale e spirituale, il Rebbe delega una coppia di giovani sposi a partire per il Marocco con lo scopo di risvegliare l’ebraismo e pianta il primo albero di un giardino che da allora non ha smesso di crescere. 

Oggi non c’è posto al mondo senza una traccia della leadership del Rebbe. 

A ogni coppia di chassidim che partiva per paesi lontani, diceva: 

quando incontrerete un ebreo, raccontategli che il mondo è stato creato con lo scopo di essere trasformato nel giardino di D-o. Tirate fuori l’albero che c’è in lui in potenziale e fate in modo che cresca e dia i propri frutti. Che a loro volta daranno vita ad altre piante ed alberi, in una catena infinita di ispirazione e illuminazione.

Il Rebbe ha scritto intere pagine di storia ebraica.

E poi, da vero leader, non ha tenuto le pagine solo per sé. Ha aperto il libro e ha lasciato che le pagine volassero in giro per il mondo, diventando ognuna la prima pagina di una nuova storia ebraica di cui ogni ebreo scrive le prossime righe. 

 

Dove si trova la vera casa degli ebrei?

Dove si trova la mia casa? Si chiedeva spesso.

Alzò lo sguardo verso il palazzo che aveva davanti. Questo è l’indirizzo che scrivo sotto alla voce ‘residenza’, pensò poco convinto.

Anche i miei nonni avevano una casa, in una bella via del centro. Ma un giorno qualcuno è arrivato e ha detto: ‘questa non è più vostra’. Due lacrime gli scesero lungo le guance.

La mia casa, quella vera, non possono essere queste quattro mura, non può consistere in questo insieme di pietre che per migliaia di anni, senza sosta, mi hanno preso, restituito per poi riprendersi di nuovo e restituirmi ancora, disse a se stesso.

Non è il posto dove lavoro, il mio ufficio, il palazzo in cui entro ogni giorno per svolgere l’attività attraverso cui mi presento al mondo, riflette’ guardandosi intorno mentre posava la sua grossa cartella piena di documenti.

Un momento prima sei un ingegnere, poi qualcuno ti licenzia, c’è la crisi e il giorno dopo non sei più nulla.

Casa deve essere qualcosa che c’è a prescindere da tutto il resto, pensò mentre si sedeva nella poltrona della sua sala.

Un luogo in cui potere sempre tornare anche se fuori tirano nuove correnti di pensiero, cambiano umori politici e le mode di passaggio.

La casa deve essere un punto fermo, resistente a tempeste, uragani, marce militari, distanze fisiche e allontanamenti, pensò mentre chiudeva la porta blindata.

Nessun ladro dovrebbe poterla svuotare, nessun malintenzionato dovrebbe poterla varcare.

La vera casa dovrebbe essere un luogo inespugnabile, invalicabile dagli altri.

Un posto dove solo io, in qualsiasi momento, posso entrare e uscire a piacere, pensò

incamminandosi lungo la strada.

Quel percorso, non lo faceva da tempo.

Le sue gambe compivano passi come se fossero memori di qualcosa di cui lui stesso non era a conoscenza.

Sembravano pervase da una consapevolezza atavica, remota, da una reminiscenza lontana e fievole ma sempre presente.

Arrivò a vie che gli sembrava fossero da sempre appartenute ai suoi percorsi, incrocio volti all’apparenza sconosciuti che emanavano un senso di famiglia e di pace.

Aveva camminato per migliaia di anni, senza sosta, lungo sentieri impervi e pericolosi.

Scusi, sa dove è la mia casa? Domandò a un passante.

Quale casa sta cercando?

Quella vera, che le apparterrà per sempre? Gli chiese.

Si guardi dentro, prosegui’ l’anziano signore.

Non capi’ subito.

Lei è ebreo.

La casa di un ebreo sta nella sua anima.

In quel puntino che si mette da parte in silenzio e che senza preavviso si risveglia tutto d’un colpo.

La casa è li’, nell’identità che tace e si mescola con ciò che sta intorno e un giorno all’anno, più forte di qualsiasi peccato e trasgressione, di qualsiasi inciampo e digressione, di qualsiasi strada sbagliata e tentativo di abbandono, si incammina a testa alta verso se stessa.

Ho vagato per così tanto tempo alla ricerca di qualcosa che mi portavo addosso?

Il vecchio gli sorrise e gli disse qualcosa.

L’uomo si svegliò. Del sogno che aveva fatto ricordava solo l’ultima frase.

Oggi è Yom Kipur. Il giorno dell’anno in cui l’ebreo, ovunque si trovi, riapre la porta della sua vera casa.

Gmar chatima tova’ e buon ritorno a casa

Gheula Canarutto Nemni

Gli ultraortodossi e lo Stato di Israele

Negli anni ’70, la mia nonna venne eletta presidentessa di una importante associazione femminile ebraica.

Al suo discorso di insediamento parlò della alià, il ritorno alla terra di Israele, il sogno costante ed eterno del popolo ebraico.

Ma aggiunse, non lo chiamiamo

chazarà, ritorno,

ma alià, salita.

Eppure la terra di Israele non si trova a 3000 metri sopra al livello del mare.

C’è scritto nella Torà che gli occhi di D-o sono costantemente sulla terra di Israele, dal primo giorno dell’anno all’ultimo. La terra di Israele è il posto più sacro del mondo, per questo definiamo alià, il nostro ritorno.

Per potere vivere in Eretz Israel dobbiamo salire spiritualmente, migliorando costantemente il nostro rapporto e dialogo con D-o.

Questa terra, disse la mia nonna, dobbiamo guadagnarla con i nostri meriti.

Il suo incarico durò un giorno. Alià, per i membri dell’associazione, era da interpretare come la salita sulle scale dell’aereo con destinazione Tel Aviv…

Il 17 luglio del 1977, poche ore prima dell’inizio dei trattati di Camp David, Menachem Begin si recò dal Rebbe.

Vengo a domandare la benedizione del Rebbe prima dell’incontro, disse Begin ai giornalisti.

Perché il popolo ebraico è un popolo eterno e il nostro destino non dipende da un incontro tra leader politici, aggiunse.

Il Rebbe completò la sua frase.

La nostra esistenza dipende dalla nostra spiritualità, dal nostro attaccamento a Torà e Mizvoth. E’ questo il segreto della sopravvivenza del popolo ebraico.

La vita in terra di Israele, non deve limitarsi ad un insediamento materiale, ma deve essere un insediamento spirituale.

Ricordatevi, disse il Rebbe, che la terra di Israele è stata da D-o in regalo a tutto il popolo ebraico.

Daresti indietro un regalo che ti è stato donato con così tanti miracoli, con così tanto amore?

Nessun ebreo ha il diritto di dare ad altri popoli una parte della terra di Israele.

Questa terra appartiene a noi da quando D-o l’ha promessa ad Abramo.

E noi dobbiamo insediarla come la insediò Abramo, trasformandola in un posto in cui si percepisce la Torà, in cui ci si innalza spiritualmente, per farla diventare un faro di luce tra le nazioni.

Sionista è chi ama la terra di Israele a tal punto da essere pronto a raffinarsi spiritualmente per poterla meritare di nuovo ogni giorno.

Gheula Canarutto Nemni

Chanuka. E se fossi tu il responsabile del destino del mondo?

Se percepisci il vuoto come assenza di quella cosa che avrebbe potuto esserci.

E il silenzio come quelle parole mancanti che nessuno ha ancora avuto il coraggio di pronunciare.

Se senti il peso inesistente del nulla come un’entità incombente.

Ricordati di quell’epoca in cui un popolo conquistatore emise degli editti contro una piccola nazione.

Riporta alla memoria la storia di quello sparuto gruppo di ebrei che ha deciso di ribellarsi contro la repressione.

Racconta ai tuoi figli il coraggio dei maccabei, poche persone che sfidarono i molti e il miracolo di quella fiamma rimasta accesa  contro ogni legge fisica e pronostico.

Se senti che qualcosa non va nel tuo mondo, se percepisci la necessità di aggiustamento, non fermarti perché ti sembra non esserci nemmeno un’ampolla intatta di olio puro.

Non ti arrendere anche se davanti a te c’è il nemico più forte del mondo.

Ce la puoi fare.

A colmare quel vuoto,

a dare consistenza a qualcosa che ancora non esiste,

a pronunciare quelle parole che cambieranno il destino di molti.

Non sei solo nella tua sfida come non lo erano i tuoi avi.

C’è il Tuo Creatore che amplificherà le tue azioni.

Ma sappi che lassù c’è Qualcuno in attesa della tua introduzione, del tuo calcio d’inizio,  del tasto start premuto senza timore.

D-o aspetta il tuo incipit, il tuo input iniziale, le prime righe di un manifesto mai scritto prima di adesso.

Tutto il creato rimane in sospeso finché una persona prende il coraggio in mano per provare a cambiare quello che c’è là fuori.

E quando un uomo decide di darsi da fare, di tentare nonostante tutto sembri remargli contro, allora in Cielo si inizia a danzare e la risposta di D-o si muove al ritmo delle azioni.

D-o ha programmato il mondo in modo che sia l’essere umano a dare il via ad un nuovo processo.

Discendiamo da avi che accendono la prima fiamma sapendo che poi D-o dirà: ci penso io alle altre.

Quando guarderai la fiamma di Chanukà muoversi quest’anno, sappi che ti sta parlando.

E’ la tua fiamma che il mondo sta aspettando.

Sei tu, solo tu, la persona da cui dipende il cambiamento.

Buon Chanukah!

Gheula Canarutto Nemni

L’eroe di Yom Kippur. Una storia vera 

L’eroe di questa storia sei tu.
Che sfidi le convenzioni, la razionalità, gli antisemiti, gli atei e i miscredenti e stai andando in sinagoga. 

La persona da ammirare è tuo figlio. Che lascia i suoi amici, i suoi giochi elettronici, i suoi siti preferiti, per sedersi accanto a te ad ascoltare parole di cui ignora il significato. 

Le eroine di queste pagine sono tua madre, tua nonna, donne che hanno visto massacrare i propri cari davanti ai loro occhi durante la guerra, che hanno respirato il fumo dei campi di concentramento. Eppure tornano ogni anno a confrontare D-o nella Sua dimora. 

Gli eroi siamo noi, discendenti di un popolo pieno di discussioni, di dubbi, di lacerazioni e persecuzioni. Che una volta all’anno accantoniamo tutte le nostre domande per ritrovare certezze.

Impavide sono le nostre gambe che ad ogni passo verso la sinagoga, annunciano senza paura al mondo: io sono ebreo e ne sono fiero.  

Eroica è la nostra anima, che, nonostante le tappiamo la bocca e tarpiamo le ali ogni giorno, si mette silente in angolino e aspetta. 

Perché sa che ci sono venticinque ore all’anno in cui nessuno potrà farla stare zitta. Una giornata intera in cui si sente solo la sua di voce. 

In queste ore siamo solo figli di D-o, parte di un disegno divino unico e diverso. 

In questo giorno, quando chiudiamo gli occhi e gridiamo: 

Shema Israel H’ Elokeinu H’ Echad

Ascolta Israele, D-o è il nostro D-o, D-o è Uno

nessuna barriera, 

nessun ostacolo, 

nessuna azione sbagliata 

o pensiero oltraggioso, 

nessun passato erroneo 

o atteggiamento controverso, 

nessun peccato 

né trasgressione 

potrà ergersi tra noi e il nostro Creatore. 

A Yom Kippur siamo un tutt’uno con Chi ci ha voluto nel Suo mondo. 
Gmar chatima’ tova’ 

Gheula Canarutto Nemni