L’ebraismo è una religione da bambini

Per sapere chi si è, è importante voltarsi indietro e scoprire da dove si viene.

Per capire dove andare è essenziale guardare alle proprie origini, volgere lo sguardo verso il solco che gli antenati hanno tracciato.

Il nostro popolo è nato in una maniera molto particolare. D-o non si è rivelato a una sola persona domandandole di portare il Suo messaggio ad un intero popolo.

Non ha eletto qualcuno per essere il Suo messaggero prediletto.

Ci ha chiamati in raccolta tutti indistintamente, uomini, donne e bambini, davanti ad un monte basso, piccolo, senza nessun tratto distintivo particolare.

E lì, prima di riunire i saggi del popolo ha detto: le donne, rivolgetevi a loro per prime. Perché saranno loro a lasciare un tratto indelebile nella vita dei loro figli e a decidere in che strada andranno.

Poi ha domandato che Gli venisse dato un garante, qualcuno che si sarebbe preso cura di tramandare la Torah che stava per dare.

Gli vennero offerti diversi personaggi importanti, persone di spicco e autorevoli, ma li rigettò.

Furono i bambini, non gli adulti di oggi ma quelli di domani, che scelse come propri testimonial nel mondo.

I primi attimi di vita del nostro popolo ci raccontano che se si desidera diventare davvero grandi non è necessario compiere passi giganti.

Non sono indispensabili pedigree, formazioni particolari, background autorevoli.

Non sono le cose sorprendenti, i gesti da prima pagina, che ci costruiscono come persone.

Sono le piccole cose, gì individui che potrebbero sembrarci di secondo piano, sono i minimi dettagli che danno vita a un grande progetto.

Datemi le donne, potenti nelle loro gesta silenti, datemi i bambini, la loro innocenza e caparbietà nell’ottenere le cose più semplici.

Riuniteli davanti a un monte piccolo, basso, senza pretese, che passerà alla storia per il luogo dove avvenne la prima rivelazione divina a una intera nazione.

Cominciate la vostra storia da quei piccoli particolari, da quelle fasce di società che in molti tendono a sottovalutare.

E solo allora potrete definirvi uomini, saggi del popolo.

Solo quando avrete imparato a riconoscere l’importanza delle persone che vi sembrano piccole, delle cose che vi appaiono quasi insignificanti, solo allora sarete degni di essere chiamati nazione.

Con l’augurio che gli insegnamenti della Torah accompagnino ogni piccolo passo della nostra vita, trasformandolo in un momento importante.
Gheula Canarutto Nemni

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Vi svelo il segreto del successo dei chabad

Al momento della nascita ogni individuo è leader di se stesso, a capo di un’istituzione importante chiamata persona e si è impegnati nella battaglia interiore tra le forze del bene e del malein modo che la propria pianta cresca il meglio possibile. 

Poi il tempo passa e si mette su famiglia. Non è più tempo di pensare solo a se stessi, i propri rami crescono, i frutti maturano, nell’ordine delle proprie priorità entrano anche quelle degli altri. E poi magari si apre un business, un negozio, si diventa capi d’azienda, le priorità si allargano oltre alla propria sfera, i propri frutti danno vita ad altre entità. 

E’ in questi passaggi dall’io al noi che emerge la vera leadership, quella che illumina e conferisce ad altri il potere di illuminare. 

Il leader sa che la propria crescita è possibile solo grazie alla collaborazione con altre persone. 

Un vero leader trae la forza da se stesso, da ciò che è, non dall’autorità che esercita e per questo motivo non teme di delegare, di conferire potere a terzi. 

A differenza di un dittatore che usa gli individui per i propri scopi, ma quando diventano troppo abili, inizia a temere per il proprio potere, il vero leader spera che i propri collaboratori diventino a loro volta dei capi in grado di generare altri capi. Perché sa che solo così la crescita sarà inarrestabile.  

La leadership del Rebbe è iniziata il 10 shvat del 1951, sei anni dopo la seconda guerra mondiale e la tragedia della shoà. 

L’ebraismo europeo era incenerito e i rari sopravvissuti tentavano di nascondere la propria identità nel timore di un ennesimo risveglio del nemico. 

Pochi giorni dopo il 10 di shvat, invece di chiudersi nei libri e approfittare della posizione privilegiata per dedicarsi completamente alla propria crescita intellettuale e spirituale, il Rebbe delega una coppia di giovani sposi a partire per il Marocco con lo scopo di risvegliare l’ebraismo e pianta il primo albero di un giardino che da allora non ha smesso di crescere. 

Oggi non c’è posto al mondo senza una traccia della leadership del Rebbe. 

A ogni coppia di chassidim che partiva per paesi lontani, diceva: 

quando incontrerete un ebreo, raccontategli che il mondo è stato creato con lo scopo di essere trasformato nel giardino di D-o. Tirate fuori l’albero che c’è in lui in potenziale e fate in modo che cresca e dia i propri frutti. Che a loro volta daranno vita ad altre piante ed alberi, in una catena infinita di ispirazione e illuminazione.

Il Rebbe ha scritto intere pagine di storia ebraica.

E poi, da vero leader, non ha tenuto le pagine solo per sé. Ha aperto il libro e ha lasciato che le pagine volassero in giro per il mondo, diventando ognuna la prima pagina di una nuova storia ebraica di cui ogni ebreo scrive le prossime righe. 

 

Dove si trova la vera casa degli ebrei?

Dove si trova la mia casa? Si chiedeva spesso.

Alzò lo sguardo verso il palazzo che aveva davanti. Questo è l’indirizzo che scrivo sotto alla voce ‘residenza’, pensò poco convinto.

Anche i miei nonni avevano una casa, in una bella via del centro. Ma un giorno qualcuno è arrivato e ha detto: ‘questa non è più vostra’. Due lacrime gli scesero lungo le guance.

La mia casa, quella vera, non possono essere queste quattro mura, non può consistere in questo insieme di pietre che per migliaia di anni, senza sosta, mi hanno preso, restituito per poi riprendersi di nuovo e restituirmi ancora, disse a se stesso.

Non è il posto dove lavoro, il mio ufficio, il palazzo in cui entro ogni giorno per svolgere l’attività attraverso cui mi presento al mondo, riflette’ guardandosi intorno mentre posava la sua grossa cartella piena di documenti.

Un momento prima sei un ingegnere, poi qualcuno ti licenzia, c’è la crisi e il giorno dopo non sei più nulla.

Casa deve essere qualcosa che c’è a prescindere da tutto il resto, pensò mentre si sedeva nella poltrona della sua sala.

Un luogo in cui potere sempre tornare anche se fuori tirano nuove correnti di pensiero, cambiano umori politici e le mode di passaggio.

La casa deve essere un punto fermo, resistente a tempeste, uragani, marce militari, distanze fisiche e allontanamenti, pensò mentre chiudeva la porta blindata.

Nessun ladro dovrebbe poterla svuotare, nessun malintenzionato dovrebbe poterla varcare.

La vera casa dovrebbe essere un luogo inespugnabile, invalicabile dagli altri.

Un posto dove solo io, in qualsiasi momento, posso entrare e uscire a piacere, pensò

incamminandosi lungo la strada.

Quel percorso, non lo faceva da tempo.

Le sue gambe compivano passi come se fossero memori di qualcosa di cui lui stesso non era a conoscenza.

Sembravano pervase da una consapevolezza atavica, remota, da una reminiscenza lontana e fievole ma sempre presente.

Arrivò a vie che gli sembrava fossero da sempre appartenute ai suoi percorsi, incrocio volti all’apparenza sconosciuti che emanavano un senso di famiglia e di pace.

Aveva camminato per migliaia di anni, senza sosta, lungo sentieri impervi e pericolosi.

Scusi, sa dove è la mia casa? Domandò a un passante.

Quale casa sta cercando?

Quella vera, che le apparterrà per sempre? Gli chiese.

Si guardi dentro, prosegui’ l’anziano signore.

Non capi’ subito.

Lei è ebreo.

La casa di un ebreo sta nella sua anima.

In quel puntino che si mette da parte in silenzio e che senza preavviso si risveglia tutto d’un colpo.

La casa è li’, nell’identità che tace e si mescola con ciò che sta intorno e un giorno all’anno, più forte di qualsiasi peccato e trasgressione, di qualsiasi inciampo e digressione, di qualsiasi strada sbagliata e tentativo di abbandono, si incammina a testa alta verso se stessa.

Ho vagato per così tanto tempo alla ricerca di qualcosa che mi portavo addosso?

Il vecchio gli sorrise e gli disse qualcosa.

L’uomo si svegliò. Del sogno che aveva fatto ricordava solo l’ultima frase.

Oggi è Yom Kipur. Il giorno dell’anno in cui l’ebreo, ovunque si trovi, riapre la porta della sua vera casa.

Gmar chatima tova’ e buon ritorno a casa

Gheula Canarutto Nemni

Gli ultraortodossi e lo Stato di Israele

Negli anni ’70, la mia nonna venne eletta presidentessa di una importante associazione femminile ebraica.

Al suo discorso di insediamento parlò della alià, il ritorno alla terra di Israele, il sogno costante ed eterno del popolo ebraico.

Ma aggiunse, non lo chiamiamo

chazarà, ritorno,

ma alià, salita.

Eppure la terra di Israele non si trova a 3000 metri sopra al livello del mare.

C’è scritto nella Torà che gli occhi di D-o sono costantemente sulla terra di Israele, dal primo giorno dell’anno all’ultimo. La terra di Israele è il posto più sacro del mondo, per questo definiamo alià, il nostro ritorno.

Per potere vivere in Eretz Israel dobbiamo salire spiritualmente, migliorando costantemente il nostro rapporto e dialogo con D-o.

Questa terra, disse la mia nonna, dobbiamo guadagnarla con i nostri meriti.

Il suo incarico durò un giorno. Alià, per i membri dell’associazione, era da interpretare come la salita sulle scale dell’aereo con destinazione Tel Aviv…

Il 17 luglio del 1977, poche ore prima dell’inizio dei trattati di Camp David, Menachem Begin si recò dal Rebbe.

Vengo a domandare la benedizione del Rebbe prima dell’incontro, disse Begin ai giornalisti.

Perché il popolo ebraico è un popolo eterno e il nostro destino non dipende da un incontro tra leader politici, aggiunse.

Il Rebbe completò la sua frase.

La nostra esistenza dipende dalla nostra spiritualità, dal nostro attaccamento a Torà e Mizvoth. E’ questo il segreto della sopravvivenza del popolo ebraico.

La vita in terra di Israele, non deve limitarsi ad un insediamento materiale, ma deve essere un insediamento spirituale.

Ricordatevi, disse il Rebbe, che la terra di Israele è stata da D-o in regalo a tutto il popolo ebraico.

Daresti indietro un regalo che ti è stato donato con così tanti miracoli, con così tanto amore?

Nessun ebreo ha il diritto di dare ad altri popoli una parte della terra di Israele.

Questa terra appartiene a noi da quando D-o l’ha promessa ad Abramo.

E noi dobbiamo insediarla come la insediò Abramo, trasformandola in un posto in cui si percepisce la Torà, in cui ci si innalza spiritualmente, per farla diventare un faro di luce tra le nazioni.

Sionista è chi ama la terra di Israele a tal punto da essere pronto a raffinarsi spiritualmente per poterla meritare di nuovo ogni giorno.

Gheula Canarutto Nemni

Chanuka. E se fossi tu il responsabile del destino del mondo?

Se percepisci il vuoto come assenza di quella cosa che avrebbe potuto esserci.

E il silenzio come quelle parole mancanti che nessuno ha ancora avuto il coraggio di pronunciare.

Se senti il peso inesistente del nulla come un’entità incombente.

Ricordati di quell’epoca in cui un popolo conquistatore emise degli editti contro una piccola nazione.

Riporta alla memoria la storia di quello sparuto gruppo di ebrei che ha deciso di ribellarsi contro la repressione.

Racconta ai tuoi figli il coraggio dei maccabei, poche persone che sfidarono i molti e il miracolo di quella fiamma rimasta accesa  contro ogni legge fisica e pronostico.

Se senti che qualcosa non va nel tuo mondo, se percepisci la necessità di aggiustamento, non fermarti perché ti sembra non esserci nemmeno un’ampolla intatta di olio puro.

Non ti arrendere anche se davanti a te c’è il nemico più forte del mondo.

Ce la puoi fare.

A colmare quel vuoto,

a dare consistenza a qualcosa che ancora non esiste,

a pronunciare quelle parole che cambieranno il destino di molti.

Non sei solo nella tua sfida come non lo erano i tuoi avi.

C’è il Tuo Creatore che amplificherà le tue azioni.

Ma sappi che lassù c’è Qualcuno in attesa della tua introduzione, del tuo calcio d’inizio,  del tasto start premuto senza timore.

D-o aspetta il tuo incipit, il tuo input iniziale, le prime righe di un manifesto mai scritto prima di adesso.

Tutto il creato rimane in sospeso finché una persona prende il coraggio in mano per provare a cambiare quello che c’è là fuori.

E quando un uomo decide di darsi da fare, di tentare nonostante tutto sembri remargli contro, allora in Cielo si inizia a danzare e la risposta di D-o si muove al ritmo delle azioni.

D-o ha programmato il mondo in modo che sia l’essere umano a dare il via ad un nuovo processo.

Discendiamo da avi che accendono la prima fiamma sapendo che poi D-o dirà: ci penso io alle altre.

Quando guarderai la fiamma di Chanukà muoversi quest’anno, sappi che ti sta parlando.

E’ la tua fiamma che il mondo sta aspettando.

Sei tu, solo tu, la persona da cui dipende il cambiamento.

Buon Chanukah!

Gheula Canarutto Nemni

L’eroe di Yom Kippur. Una storia vera 

L’eroe di questa storia sei tu.
Che sfidi le convenzioni, la razionalità, gli antisemiti, gli atei e i miscredenti e stai andando in sinagoga. 

La persona da ammirare è tuo figlio. Che lascia i suoi amici, i suoi giochi elettronici, i suoi siti preferiti, per sedersi accanto a te ad ascoltare parole di cui ignora il significato. 

Le eroine di queste pagine sono tua madre, tua nonna, donne che hanno visto massacrare i propri cari davanti ai loro occhi durante la guerra, che hanno respirato il fumo dei campi di concentramento. Eppure tornano ogni anno a confrontare D-o nella Sua dimora. 

Gli eroi siamo noi, discendenti di un popolo pieno di discussioni, di dubbi, di lacerazioni e persecuzioni. Che una volta all’anno accantoniamo tutte le nostre domande per ritrovare certezze.

Impavide sono le nostre gambe che ad ogni passo verso la sinagoga, annunciano senza paura al mondo: io sono ebreo e ne sono fiero.  

Eroica è la nostra anima, che, nonostante le tappiamo la bocca e tarpiamo le ali ogni giorno, si mette silente in angolino e aspetta. 

Perché sa che ci sono venticinque ore all’anno in cui nessuno potrà farla stare zitta. Una giornata intera in cui si sente solo la sua di voce. 

In queste ore siamo solo figli di D-o, parte di un disegno divino unico e diverso. 

In questo giorno, quando chiudiamo gli occhi e gridiamo: 

Shema Israel H’ Elokeinu H’ Echad

Ascolta Israele, D-o è il nostro D-o, D-o è Uno

nessuna barriera, 

nessun ostacolo, 

nessuna azione sbagliata 

o pensiero oltraggioso, 

nessun passato erroneo 

o atteggiamento controverso, 

nessun peccato 

né trasgressione 

potrà ergersi tra noi e il nostro Creatore. 

A Yom Kippur siamo un tutt’uno con Chi ci ha voluto nel Suo mondo. 
Gmar chatima’ tova’ 

Gheula Canarutto Nemni

Yom Kippur. Oggi non è ieri

yom kippurL’11 ottobre del 1913 cadeva Yom Kippur.

Franz Rosenzweig si diresse verso la una piccolo sinagoga di Berlino e ne varcò la soglia.

Davanti a lui centinaia di chassidim pregavano e cantavano insieme.

Rosensweig era un noto filosofo tedesco che per mesi aveva discusso sulla necessità per gli ebrei come lui, poco praticanti, di convertirsi. Appartenere a una religione e non avere nessun impatto sulla vita, per lui era una grande ipocrisia. E così aveva deciso di convertirsi al cristianesimo.

I suoi passi lo avevano condotto quella mattina verso la piccola sinagoga forse per un ultimo atto di coerenza verso la propria identità che avrebbe abbandonato. O forse per un semplice addio.

Il tumulto nell’animo di Franz non viene descritto da nessuna parte. Si conoscono però le parole che pronunciò alla fine di Yom Kippur. ‘Rimango ebreo’ disse. E non cambiò mai più idea.

Forse Franz Rosenzwieg aveva da sempre creduto che, per poter essere definito un vero ebreo, avrebbe dovuto cancellare tutto il suo passato, dare una svolta drastica alla propria vita e ricominciare da capo.

Forse si era sentito spiritualmente piccolo, inadeguato. Chi sono io per poter osare questo passo, era forse un pensiero ricorrente che lo aveva bloccato ogni volta che ci avrebbe anche tentato di prendere su di sè una piccola mizvah, di studiare un po’ di Torà.

Forse aveva da sempre erroneamente pensato che per l’ebraismo è o tutto o niente. E forse quel tutto gli era sembrato così inafferrabile, così lontano e irraggiungibile, da fargli optare automaticamente, per il niente.

Quasi duemila anni fa un rabbino di nome Akiva discuteva nel Talmud sul significato del giorno di Kipur. I suoi colleghi insistevano sul fatto che per potere venire perdonati sia necessario abbandonare tutti i propri peccati.

Rabi Akiva invece affermava: basta lasciarsi alle spalle qualche peccato, decidere di smettere di trasgredire solo alcune cose. D-o ci accoglierà a braccia aperte comunque.

 

E’ la pagina bianca, nuova, che troviamo il coraggio di aprire, nonostante tutto, che D-o apprezza più di ogni altra cosa.

 

Franz Rosenzweig, davanti a persone semplici che versavano il proprio cuore davanti a D-o, con molta probabilità capì.

Che D-o non pretende da nessuno di noi la perfezione, perchè questa è una qualità che ha assegnato ai regni celesti dove angeli e serafini Lo servono senza dovere superare prove e fugare dubbi a ogni passo.

Che D-o non accetta solo quelli che da un momento all’altro si trasformano in individui completamente diversi. Ma aspetta da noi un piccolo, piccolissimo passo.

 

Rimango ebreo, disse Franz, cancellando con due parole i dubbi e le decisioni del passato.

 

A Yom Kippur dobbiamo concentrarci su ciò che saremo domani. E non piangere su ciò che siamo stati fino ad adesso.

Yom Kippur è il giorno in cui l’ebreo ritrova D-o. E con D-o ritrova se stesso.

Gmar Chatimà Tovà

Gheula Canarutto Nemni

 

 

 

 

 

D-o aspettami, sto ritornando

capodanno ebraico, rosh ahshanaD-o. Non so perchè Tu mi abbia messo al mondo, perché Tu ti sia preso la briga e dedicato del tempo per formare il mio corpo, per dare vita col Tuo respiro alla mia anima.

Presumo avessi in mente un piano speciale per me.

Altrimenti non sarei qui adesso.

Non so se ho fatto buon uso del tempo che mi hai concesso finora. Se ho sfruttato ogni minuto che mi hai regalato per migliorare me, per illuminare il mondo che mi sta intorno, per fare crescere i miei figli nella strada giusta della Torà, per dire ti voglio bene a chi mi sta accanto. Ne dubito molto.

Perché essere umani non è facile, come ben sai.

Hai messo sulla nostra strada miriadi di tentazioni, infinite scelte sbagliate abbaglianti che ci richiamano come sirene, col rischio di farci naufragare in ogni istante. A essere ottimisti probabilmente commettiamo un errore al minuto.

Eppure siamo di nuovo qui e troviamo il coraggio di bussare alla Tua porta. Per chiederti un anno buono, colmo di abbondanza, di serenità, di amore e salute.

Quando si torna a casa, da chi ci vuole bene, non sono le frasi che contano.

Basta uno sguardo, un’emozione, un abbraccio.

A Rosh Hashanà noi torniamo a casa e non sono solo le parole ad accompagnare il nostro rientro.

E’ un suono, quello dello shofar. Privo di vocali e consonanti, senza frasi su cui è necessario concentrarsi.

Lo shofar è come  il campanello di casa.

E’ il nostro segnale per dire sto arrivando, sto ritornando, per avvertire chi sta dietro la porta. Puoi esserti sporcato lungo il viaggio, puoi avere pensato, detto o compiuto cose diverse da quelle che che avresti dovuto. Puoi avere dimenticato la lingua di casa, le usanze della tua famiglia. Puoi avere ignorato le indicazioni che ti erano state suggerite.

Puoi avere persino dimenticato la strada.

Un ebreo, a prescindere dal percorso che abbia intrapreso, dalle scelte che abbia messo in atto, da tutto che ciò ha accantonato, nascosto, ignorato, un ebreo è sempre il benvenuto nella casa del proprio Padre.

Per farci aprire la porta basta un semplice suono, un po’ singhiozzante, varcare la soglia e cercare Chi ha creduto in noi dal primo istante, in cui ha deciso che il mondo, senza di noi, non avrebbe potuto farcela.

Teshuvà significa ritorno. D-o ci sta aspettando.

Shanà tovà umetukà

Che sia un anno dolce e colmo di buone cose

Gheula Canarutto Nemni

Per l’ebraismo non è mai troppo tardi

Se ti svegliassi al mattino e scoprissi che ti è stata offerta una seconda chance? Se venissero a bussarti alla porta e ti dicessero ‘il biglietto vincente della lotteria che pensavi di avere perso, l’ho ritrovato e sono venuto a restituirtelo’? Se durante una giornata qualunque scoprissi che quell’amico con cui avevi litigato, ti ha appena scritto che ti ha perdonato? Se ti dicessero che, nonostante tu ti senta staccato da D-o e lontano da ciò che ha comandato, ogni momento è buono per riprovare a raggiungerLo? Non domandatemi la definizione della religione ebraica. Sarebbe impossibile da trovare. Se però mi chiedessero di inventarmi uno slogan da mettere sulla porta della mia casa, in modo che la gente capisca che dentro ci vivono degli ebrei, lo slogan sarebbe ‘qui vivono persone convinte che non sia mai troppo tardi’. Non è mai stato troppo tardi per uscire dai campi di concentramento e ritrovare una vita normale, per ricordare paludi velenose che una volta infestavano la nostra terra mentre si ammirano grattacieli moderni. Non è mai troppo tardi per assaggiare uno shabat che non si è mai fatto, per lasciare sul proprio braccio le tracce di lacci di cuoio al mattino prima di correre al lavoro, per regalare alla propria intimità coniugale un risvolto spirituale seguendo le regole della purità famigliare. Non è mai troppo tardi per ritrovare la strada di casa, per modificare la propria direzione di marcia, per riscoprire se stessi e la ragione per la quale siamo venuti al mondo. Non è mai tropo tardi, come non lo era per quelli che, impuri durante Pesach, potevano portare il sacrificio un mese dopo, a pesach sheni, il secondo pesach. Nulla è mai davvero perduto per un ebreo, c’è sempre un varco che rimane aperto. Se non ora quando, disse Hillel. Ogni momento è l’ora giusta per la seconda chance che abbiamo sempre sognato.

Gheula Canarutto Nemni

 

 

 

 

 

 

 

 

Perché gli ebrei pongono sempre domande?, mi hanno domandato. Perché no?, ho riposto

pesach e domandeE quando smetterai di porti domande, quando non alzerai più gli occhi al Cielo chiedendo ‘perché?’, sappi che lì, in quel preciso momento, la storia potrà dirsi interrotta.Non lasciare che forze esterne ti convincano di essere arrivato. Di essere giunto a quello stadio per il quale la domanda è segno di sconfitta. Sono le domande che da sempre ci hanno tenuto in vita. Così mi hanno insegnato.

Esistono anche le domande di chi non vuole sentire risposta e di chi non possiede nessun punto di partenza. Ma non sono queste le domande che fanno crescere. Le domande, quelle vere, provengono da chi approfondisce, da chi si muove senza interruzione nel territorio della conoscenza continua.

E non ti stupire quando scoprirai che già, molto prima di te, qualcuno si era già posto lo stesso quesito. Qualcuno come te si è alzato al mattino domandandosi ‘quale è lo scopo per il quale sono stato creato?’. E un altro è andato a dormire chiedendo a se stesso ‘perché non sono felice?’ Sono queste domande che hanno insegnato all’uomo a guardare oltre se stesso.

C’è quel quarto figlio nella Hagadah di Pesach, il figlio che non sa domandare. Che teme di manifestare esplicitamente ciò che ancora non comprende. In questa mancanza di coraggio sta il pericolo più incombente. Più che nel malvagio, più che in quello un po’ lento. Il pericolo sta in chi non si sporge al di là della propria siepe, incapace di andare oltre a ciò che già conosce. Il quarto figlio si chiude in se stesso, arrogante nelle proprie risposte. Ma senza domande non si apriranno mai nuove porte.

Isidor I. Rabi, premio nobel per la fisica, raccontò di come sua madre, un’ebrea di Brooklyn, lo accogliesse ogni giorno. Non gli domandava ‘cosa hai studiato?’ o ‘che voto hai preso?’. Gli domandava ‘Izzy, hai posto una buona domanda oggi? Questa è stata la spinta che mi ha portato al Nobel, disse Rabi.

Nella festa della liberazione assoluta, che si chiama Pesach, dalla radice saltare, perché D-o andò oltre alle case degli ebrei durante la piaga dei primogeniti. Ma che si chiama Pesach anche perché ognuno di noi, per crescere, deve saltare e andare oltre alle proprie certezze, durante questa festa in cui ricordiamo le dieci piaghe e la spaccatura del Mar Rosso, miracoli davanti ai quali nessun ebreo ebbe alcuna domanda o dubbio, proprio in questi giorni incoraggiamo le domande, quelle giuste, quelle che nascono dalla conoscenza.

Apri tu la strada a chi non sa domandare, suggerisce la hagadà, il libro che rileggiamo ogni anno.

Poni la base giusta per le domande dei tuoi figli, in modo che non siano domande fini a se stesse, domande gettate lì per il gusto di filosofeggiare. I libri in cui sono contenute le risposte dei nostri saggi si chiamano ‘sheelot utshuvot- domande e risposte’. Perché per l’ebraismo l’infinito non è una curva orizzontale.

Ma una curva che tende verso l’alto, un punto di domanda, che sta in piedi su un punto piccolo ma fermo, chiamato fede.

Gheula Canarutto Nemni