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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

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celebrazioni

Yom Kippur. Oggi non è ieri

yom kippurL’11 ottobre del 1913 cadeva Yom Kippur.

Franz Rosenzweig si diresse verso la una piccolo sinagoga di Berlino e ne varcò la soglia.

Davanti a lui centinaia di chassidim pregavano e cantavano insieme.

Rosensweig era un noto filosofo tedesco che per mesi aveva discusso sulla necessità per gli ebrei come lui, poco praticanti, di convertirsi. Appartenere a una religione e non avere nessun impatto sulla vita, per lui era una grande ipocrisia. E così aveva deciso di convertirsi al cristianesimo.

I suoi passi lo avevano condotto quella mattina verso la piccola sinagoga forse per un ultimo atto di coerenza verso la propria identità che avrebbe abbandonato. O forse per un semplice addio.

Il tumulto nell’animo di Franz non viene descritto da nessuna parte. Si conoscono però le parole che pronunciò alla fine di Yom Kippur. ‘Rimango ebreo’ disse. E non cambiò mai più idea.

Forse Franz Rosenzwieg aveva da sempre creduto che, per poter essere definito un vero ebreo, avrebbe dovuto cancellare tutto il suo passato, dare una svolta drastica alla propria vita e ricominciare da capo.

Forse si era sentito spiritualmente piccolo, inadeguato. Chi sono io per poter osare questo passo, era forse un pensiero ricorrente che lo aveva bloccato ogni volta che ci avrebbe anche tentato di prendere su di sè una piccola mizvah, di studiare un po’ di Torà.

Forse aveva da sempre erroneamente pensato che per l’ebraismo è o tutto o niente. E forse quel tutto gli era sembrato così inafferrabile, così lontano e irraggiungibile, da fargli optare automaticamente, per il niente.

Quasi duemila anni fa un rabbino di nome Akiva discuteva nel Talmud sul significato del giorno di Kipur. I suoi colleghi insistevano sul fatto che per potere venire perdonati sia necessario abbandonare tutti i propri peccati.

Rabi Akiva invece affermava: basta lasciarsi alle spalle qualche peccato, decidere di smettere di trasgredire solo alcune cose. D-o ci accoglierà a braccia aperte comunque.

 

E’ la pagina bianca, nuova, che troviamo il coraggio di aprire, nonostante tutto, che D-o apprezza più di ogni altra cosa.

 

Franz Rosenzweig, davanti a persone semplici che versavano il proprio cuore davanti a D-o, con molta probabilità capì.

Che D-o non pretende da nessuno di noi la perfezione, perchè questa è una qualità che ha assegnato ai regni celesti dove angeli e serafini Lo servono senza dovere superare prove e fugare dubbi a ogni passo.

Che D-o non accetta solo quelli che da un momento all’altro si trasformano in individui completamente diversi. Ma aspetta da noi un piccolo, piccolissimo passo.

 

Rimango ebreo, disse Franz, cancellando con due parole i dubbi e le decisioni del passato.

 

A Yom Kippur dobbiamo concentrarci su ciò che saremo domani. E non piangere su ciò che siamo stati fino ad adesso.

Yom Kippur è il giorno in cui l’ebreo ritrova D-o. E con D-o ritrova se stesso.

Gmar Chatimà Tovà

Gheula Canarutto Nemni

 

 

 

 

 

D-o aspettami, sto ritornando

capodanno ebraico, rosh ahshanaD-o. Non so perchè Tu mi abbia messo al mondo, perché Tu ti sia preso la briga e dedicato del tempo per formare il mio corpo, per dare vita col Tuo respiro alla mia anima.

Presumo avessi in mente un piano speciale per me.

Altrimenti non sarei qui adesso.

Non so se ho fatto buon uso del tempo che mi hai concesso finora. Se ho sfruttato ogni minuto che mi hai regalato per migliorare me, per illuminare il mondo che mi sta intorno, per fare crescere i miei figli nella strada giusta della Torà, per dire ti voglio bene a chi mi sta accanto. Ne dubito molto.

Perché essere umani non è facile, come ben sai.

Hai messo sulla nostra strada miriadi di tentazioni, infinite scelte sbagliate abbaglianti che ci richiamano come sirene, col rischio di farci naufragare in ogni istante. A essere ottimisti probabilmente commettiamo un errore al minuto.

Eppure siamo di nuovo qui e troviamo il coraggio di bussare alla Tua porta. Per chiederti un anno buono, colmo di abbondanza, di serenità, di amore e salute.

Quando si torna a casa, da chi ci vuole bene, non sono le frasi che contano.

Basta uno sguardo, un’emozione, un abbraccio.

A Rosh Hashanà noi torniamo a casa e non sono solo le parole ad accompagnare il nostro rientro.

E’ un suono, quello dello shofar. Privo di vocali e consonanti, senza frasi su cui è necessario concentrarsi.

Lo shofar è come  il campanello di casa.

E’ il nostro segnale per dire sto arrivando, sto ritornando, per avvertire chi sta dietro la porta. Puoi esserti sporcato lungo il viaggio, puoi avere pensato, detto o compiuto cose diverse da quelle che che avresti dovuto. Puoi avere dimenticato la lingua di casa, le usanze della tua famiglia. Puoi avere ignorato le indicazioni che ti erano state suggerite.

Puoi avere persino dimenticato la strada.

Un ebreo, a prescindere dal percorso che abbia intrapreso, dalle scelte che abbia messo in atto, da tutto che ciò ha accantonato, nascosto, ignorato, un ebreo è sempre il benvenuto nella casa del proprio Padre.

Per farci aprire la porta basta un semplice suono, un po’ singhiozzante, varcare la soglia e cercare Chi ha creduto in noi dal primo istante, in cui ha deciso che il mondo, senza di noi, non avrebbe potuto farcela.

Teshuvà significa ritorno. D-o ci sta aspettando.

Shanà tovà umetukà

Che sia un anno dolce e colmo di buone cose

Gheula Canarutto Nemni

Per l’ebraismo non è mai troppo tardi

Se ti svegliassi al mattino e scoprissi che ti è stata offerta una seconda chance? Se venissero a bussarti alla porta e ti dicessero ‘il biglietto vincente della lotteria che pensavi di avere perso, l’ho ritrovato e sono venuto a restituirtelo’? Se durante una giornata qualunque scoprissi che quell’amico con cui avevi litigato, ti ha appena scritto che ti ha perdonato? Se ti dicessero che, nonostante tu ti senta staccato da D-o e lontano da ciò che ha comandato, ogni momento è buono per riprovare a raggiungerLo? Non domandatemi la definizione della religione ebraica. Sarebbe impossibile da trovare. Se però mi chiedessero di inventarmi uno slogan da mettere sulla porta della mia casa, in modo che la gente capisca che dentro ci vivono degli ebrei, lo slogan sarebbe ‘qui vivono persone convinte che non sia mai troppo tardi’. Non è mai stato troppo tardi per uscire dai campi di concentramento e ritrovare una vita normale, per ricordare paludi velenose che una volta infestavano la nostra terra mentre si ammirano grattacieli moderni. Non è mai troppo tardi per assaggiare uno shabat che non si è mai fatto, per lasciare sul proprio braccio le tracce di lacci di cuoio al mattino prima di correre al lavoro, per regalare alla propria intimità coniugale un risvolto spirituale seguendo le regole della purità famigliare. Non è mai troppo tardi per ritrovare la strada di casa, per modificare la propria direzione di marcia, per riscoprire se stessi e la ragione per la quale siamo venuti al mondo. Non è mai tropo tardi, come non lo era per quelli che, impuri durante Pesach, potevano portare il sacrificio un mese dopo, a pesach sheni, il secondo pesach. Nulla è mai davvero perduto per un ebreo, c’è sempre un varco che rimane aperto. Se non ora quando, disse Hillel. Ogni momento è l’ora giusta per la seconda chance che abbiamo sempre sognato.

Gheula Canarutto Nemni

 

 

 

 

 

 

 

 

Perché gli ebrei pongono sempre domande?, mi hanno domandato. Perché no?, ho riposto

pesach e domandeE quando smetterai di porti domande, quando non alzerai più gli occhi al Cielo chiedendo ‘perché?’, sappi che lì, in quel preciso momento, la storia potrà dirsi interrotta.Non lasciare che forze esterne ti convincano di essere arrivato. Di essere giunto a quello stadio per il quale la domanda è segno di sconfitta. Sono le domande che da sempre ci hanno tenuto in vita. Così mi hanno insegnato.

Esistono anche le domande di chi non vuole sentire risposta e di chi non possiede nessun punto di partenza. Ma non sono queste le domande che fanno crescere. Le domande, quelle vere, provengono da chi approfondisce, da chi si muove senza interruzione nel territorio della conoscenza continua.

E non ti stupire quando scoprirai che già, molto prima di te, qualcuno si era già posto lo stesso quesito. Qualcuno come te si è alzato al mattino domandandosi ‘quale è lo scopo per il quale sono stato creato?’. E un altro è andato a dormire chiedendo a se stesso ‘perché non sono felice?’ Sono queste domande che hanno insegnato all’uomo a guardare oltre se stesso.

C’è quel quarto figlio nella Hagadah di Pesach, il figlio che non sa domandare. Che teme di manifestare esplicitamente ciò che ancora non comprende. In questa mancanza di coraggio sta il pericolo più incombente. Più che nel malvagio, più che in quello un po’ lento. Il pericolo sta in chi non si sporge al di là della propria siepe, incapace di andare oltre a ciò che già conosce. Il quarto figlio si chiude in se stesso, arrogante nelle proprie risposte. Ma senza domande non si apriranno mai nuove porte.

Isidor I. Rabi, premio nobel per la fisica, raccontò di come sua madre, un’ebrea di Brooklyn, lo accogliesse ogni giorno. Non gli domandava ‘cosa hai studiato?’ o ‘che voto hai preso?’. Gli domandava ‘Izzy, hai posto una buona domanda oggi? Questa è stata la spinta che mi ha portato al Nobel, disse Rabi.

Nella festa della liberazione assoluta, che si chiama Pesach, dalla radice saltare, perché D-o andò oltre alle case degli ebrei durante la piaga dei primogeniti. Ma che si chiama Pesach anche perché ognuno di noi, per crescere, deve saltare e andare oltre alle proprie certezze, durante questa festa in cui ricordiamo le dieci piaghe e la spaccatura del Mar Rosso, miracoli davanti ai quali nessun ebreo ebbe alcuna domanda o dubbio, proprio in questi giorni incoraggiamo le domande, quelle giuste, quelle che nascono dalla conoscenza.

Apri tu la strada a chi non sa domandare, suggerisce la hagadà, il libro che rileggiamo ogni anno.

Poni la base giusta per le domande dei tuoi figli, in modo che non siano domande fini a se stesse, domande gettate lì per il gusto di filosofeggiare. I libri in cui sono contenute le risposte dei nostri saggi si chiamano ‘sheelot utshuvot- domande e risposte’. Perché per l’ebraismo l’infinito non è una curva orizzontale.

Ma una curva che tende verso l’alto, un punto di domanda, che sta in piedi su un punto piccolo ma fermo, chiamato fede.

Gheula Canarutto Nemni

 

Dove era D-o durante Purim (e la Shoà)?

shoàIn ogni generazione, in ogni periodo storico, secolo e millennio c’è stato qualcuno desideroso di porre fine al popolo ebraico.

Di vederlo diventare un reperto archeologico, trasformato in un ricordo, in una lezione di storia.

In ogni generazione si è alzato un Haman il cui sogno era di cancellare ogni traccia ebraica dalla faccia della terra.

Anche in quelle generazioni in cui gli ebrei quasi non si distinguevano dagli altri.

Anche in quei decenni in cui l’ebraismo veniva relegato a qualche ora all’anno, a qualche rito sporadico tramandato.

Anche in quei momenti in cui l’ebreo faceva di tutto per ingraziarsi il regnante di turno, convinto che il proprio destino dipendesse dall’umore del regno.

D-o non viene menzionato nella meghilà nemmeno una volta.

Bisogna scovarlo tra le righe, andarlo a cercare negli acronimi delle parole, si devono fare i salti mortali per ritrovarlo nelle allusioni, nelle espressioni.

Non c’è il Suo nome, sembra sparito nel nulla. Come dalla vita degli ebrei di quel periodo storico.

D-o è relegato ai margini della storia, perché gli ebrei Lo avevano relegato ai margini della propria vita.

Poi però si alza Haman e tutto cambia profondamente.

Gli ebrei, appena venuti a conoscenza dell’imminente sterminio, usano tutti i propri canali diplomatici, mandano delegazioni.

La regina mette la propria vita a repentaglio.

Ma nello stesso tempo è la regina stessa a dire, guardatevi dentro.

Perché il mondo ci considera diversi seppure abbiamo provato a fare dimenticare la nostra identità a tutti?

E gli ebrei si riunirono e pregarono, si strapparono le vesti e digiunarono.

Ricordarono ai propri figli chi erano, proprio in quel momento in cui la minaccia pendeva pericolosamente sulla loro testa.

Quando qualcuno si alza e dichiara ‘ripuliamo il mondo da questa nazione così diversa’, il popolo ebraico, pur avendo fatto di tutto per assimilarsi e rendersi uguali agli altri, ritrova la propria essenza.

Dove era D-o durante Purim?

Dove era durante le tragedie che hanno colpito il Suo popolo?

D-o è lì nella fede ritrovata di chi pensava di non averla mai avuta, D-o sarà nel risveglio di quell’ebreo a cui apparentemente, della propria identità, non è mai importato niente.

D-o è in quegli gli ebrei che rischiavano la propria vita per indossare i tefilin di nascosto ad Auschwitz, quando nella comodità delle proprie case non l’avevano mai fatto.

D-o è nelle raccomandazioni ai figli di festeggiare il proprio bar mizvah prima di metterli in salvo su un treno.

E’ in quei figli che, sporgendosi dal finestrino, domandano ‘ma papà, cosa è un bar mizvah?’, perché nessuno glielo aveva mai detto.

D-o è nei raduni segreti per celebrare il seder, con il rischio di finire in un gulag per il resto della propria vita.

D-o è nei Daniel Pearl che, con la spada sul collo urlano al mondo ‘io sono ebreo’ negli ultimi respiri.

D-o è sempre con noi anche se non lo riusciamo a vedere.

E’ lì, nell’anima ebraica che rinasce sotto minaccia, quando razionalmente dovrebbe cercare di nascondersi ancora più di prima.

Quando Haman si mette d’accordo con i governanti del momento, quando viene plaudito dalle Nazioni Unite e gli viene concessa via libera per l’antisemitismo, quando essere ebreo è la cosa più scomoda che ti possa accadere, lì ritrovi D-o.

D-o è nella gioia, nell’orgoglio ritrovato di appartenere a questa nazione.

Buon Purim!

Gheula Canarutto Nemni

La Giornata della memoria? Giornata dell’identità ebraica, se posso scegliere, grazie

Schermata 2016-01-25 alle 17.40.11ani maamin

Vennero bruciati i libri della Torà, chiusi i mikveh per le donne.

Vennero tagliate la barba e le peot agli uomini in mezzo alla strada.

Venne imposto di mangiare durante lo yom kippur, di trasgredire le regole.

L’ebreo che camminava, che mangiava, che costruiva la propria vita famigliare, che in ogni proprio gesto quotidiano ricordava D-o e le Sue leggi, forse senza nemmeno saperlo, avrebbe dovuto sparire senza lasciare una minima traccia.

L’ebreo avrebbe dovuto trasformarsi in un ricordo, in una sfumatura storica da fare studiare agli alunni, in un passato remoto a cui guardare senza il rischio di vederselo di nuovo comparire davanti con i suoi canti, con i suoi dondolii durante le preghiere, con la sua fede, con i suoi ideali.

I nazisti ci provarono con tutti i mezzi.

A fare diventare gli ebrei pura memoria.

Si dimenticarono di studiare attentamente questa nazione.

Per la quale la memoria non cammina mai da sola.

Ricordati il giorno dello shabat per santificarlo, sta scritto quando nella Torà si menzionano i Dieci Comandamenti per la prima volta.

Osserva il giorno dello shabat per santificarlo, così si ritrova invece la seconda volta.

Ricordati e osserva vennero pronunciati da D-o contemporaneamente, dicono i nostri maestri.

Senza la storia noi siamo nessuno. Senza una madre da cui partire, senza una nonna da cui farsi raccontare, senza un moto della testa che si volge indietro alla ricerca delle radici da cui tutto prese vita, senza i profumi, persino gli incubi, un uomo non esiste davvero.

L’ebraismo si basa sulla memoria. La Pasqua è il ricordo dell’uscita dall’Egitto e la trasformazione di un gruppo di genti in una nazione. Shavuot è il ricordo del momento in cui gli ebrei ricevettero la Torà accettando su di sé i comandamenti e le leggi divine. Sukkot è il ricordo delle nuvole che protessero il popolo ebraico durante i quarant’anni nel deserto.

Nell’ebraismo la memoria è sacra. Perché dalla memoria si impara a vivere l’oggi e il domani.

E così il ricordo dell’uscita dall’Egitto si trasforma nel dovere quotidiano di uscire dai propri limiti e proiettarsi al di là di ciò che si è oggi.

Il ricordo del ricevimento della Torà si trasforma nell’emozione con cui ci si deve svegliare in ogni nuovo giorno come se si avesse appena ricevuto il dono più grande.

Le nuvole, protezione nel deserto più di 3300 anni fa, protezione dal caldo e dai pericoli incombenti, rappresentano la fede da riporre in D-o in ogni momento.

La storia, la memoria, la memoria storica non è mai per l’ebreo un punto di arrivo.

L’ebreo non ricorda per il semplice gusto di mettere alla prova la propria capacità di memorizzare.

L’ebreo non si concentra su un evento passato per lasciarlo lì, nella catena del tempo, isolato. La storia è un anello, un tassello, la storia è uno scalino già arrampicato di una scala che nel mezzo contiene il presente. E in fondo il futuro che ancora ci aspetta.

Il ricordo è un cassetto in cui gli ebrei ripongono le proprie esperienze passate. Un tesoro fatto di gioie, dolori, traguardi e sofferenze.

Per gli ebrei ricordare è un dovere, come osservare lo shabat e mettersi i tfilin ogni giorno. Agli ebrei è proibito dimenticare.

La memoria per l’ebreo, però, è solo l’inizio.

E questo i nazisti lo sapevano bene.

Per questo non hanno provato a cancellare il passato. A loro, che il mondo si ricordasse di quella razza chiamata ebraica, una volta esistita, non dava alcun fastidio.

Loro, degli ebrei, volevano cancellare il presente e il futuro.

Volevano cancellare quel senso della continuità del proprio essere nel corso del tempo, accompagnato dalla consapevolezza della propria diversità dagli altri individui, quello che il vocabolario definisce identità.

Era l’identità ebraica che i nazisti volevano annientare.

Ricordati è la memoria da cui partire. Osserva è il modo in cui farla continuare a vivere, a pulsare.

Memoria e vita vissuta con un’identità ebraica piena, senza compromessi, sono concatenati in una struttura portante.

Celebrare solo la memoria di chi è stato cancellato fisicamente da questa terra perché ebreo, è come risuscitare un morto facendolo rimanere nella propria bara.

Questo ebrei sono stati sterminati perché portavano in sé un’identità pulsante, una storia continua.

C’è solo un modo per onorare la memoria di sei milioni di ebrei scomparsi. Garantire la libertà ai loro figli, ai discendenti, agli eredi spirituali di questi sei milioni di ebrei, di vivere la propria identità senza compromessi, di potersi dondolare di nuovo durante la preghiera senza paura di essere interrotti da un terrorista, di camminare in mezzo alla strada con una kippah senza doversi guardare le spalle.

Al mondo chiediamo questo.

La nostra risposta deve consistere, non in parole e meditazione, ma nelle azioni e nel comportamento giusti. Vita significa assumersi la responsabilità di trovare la giusta risposta ai suoi problemi e portare a termine i compiti che essa assegna ad ogni individuo (Viktor Frankl, Man’s Search for Meaning)

A noi ebrei il compito di riportare in vita chi è morto cantando ani maamin, io credo, mentre veniva portato nei forni.

E c’è solo un modo di farlo. Riprendere la loro preghiera, i loro tfilin, le loro celebrazioni, da dove sono stati interrotti.

Gheula Canarutto Nemni

 

 

 

 

 

 

Quando siederò nel buio, D-o sarà la mia luce

 

Perché accendiamo queste candele ogni anno? mi domandi figlio mio.

Perché ripetiamo questo rituale e ogni giorno, per gli otto giorni di Chanukà, ci impuntiamo che ci sia una fiamma in più a danzare?

Figlio mio, quella di Chanukà non è solo una storia.

Quando i Maccabei sconfissero il nemico non andarono per le strade a brandire le proprie spade, come facevano tutti gli altri popoli. I Maccabei avevano altro da fare.

Corsero verso il Beth Hamikdash, il santuario, con un unico obiettivo in testa. Riaccendere la menorah, il candelabro a sette braccia. Non organizzarono banchetti e grandi celebrazioni, ma si misero alla ricerca frenetica di un’ampolla intatta, non dissacrata, per ridare vita con purezza assoluta, a quella luce.

Trovarono solo un’ampolla.

Che con le proprie forze continuò a resistere, a danzare e illuminare per otto ininterrotti giorni.

Noi ebrei siamo abituati a muoverci nel buio. Davanti a ogni nostro passo abbiamo sempre trovato un ostacolo, una sfida, una persecuzione, un nemico giurato.

Nulla però è mai riuscito a farci pensare ‘basta, mi arrendo’.

Figlio mio, non siamo venuti al mondo per osservare passivi ciò che accade intorno.

La nostra anima non è stata staccata dal trono celeste per subire gli eventi senza gridare.

D-o si è preso la briga di soffiare dentro a noi la Sua essenza per un solo motivo.

Perché noi possiamo.

Ognuno di noi è quella ampolla, ognuno di noi ha dentro di sé la forza di resistere, ognuno possiede dentro di sé la forza di illuminare.

Ognuno di noi è capace di inondare se stesso e il mondo che lo circonda, di positività e luce assoluta.

Figlio mio, quella di Chanukà è la storia ebraica che si ripete in ogni momento.

E’ la storia di una ragazza che, pur avendo perso il padre e il fratello due settimane prima in un attentato, non ha voluto darla vinta al nostro nemico.

Noi al male non concediamo tregua.

Da ogni caduta e battaglia ci siamo sempre rialzati.

E partendo dall’ultimo, fievole, raggio di luce rimasto, dalla fede che batte in ogni anima ebraica, alimentiamo una fiamma sempre più grande.

‘Non gioire mio nemico, perché sono caduto ma mi sono rialzato’, ha fatto scrivere la ragazza sul nuovo invito del suo matrimonio posticipato.

Figlio mio, ricordati.

Il popolo ebraico il buio lo acceca da sempre con luce infinita.

Chanuka sameach

Gheula Canarutto Nemni

chanukah nazismo

Per gli ebrei uno più uno fa uno

image

 

Uno più uno fa due, nella normale scienza matematica. In quella che ti insegnano a scuola quando hai sei anni e ti convincono che sommando una unità all’altra ne otterrai due. Durante quell’ora di scuola, il mondo si basa solo su enunciati, teoremi e regole.

Poi cambia prof, entra in classe quello che dovrebbe insegnarti chi sei. E ti racconta che c’è una festa che si chiama sukkot, in cui tutti stanno sotto a un’unica sukka’, a prescindere dal proprio livello spirituale, dal proprio background, livello di osservanza e conoscenza.

Siamo molti, tutti diversi tra noi, ma sotto alla sukka’ ci ricordiamo che siamo un tutt’uno dice il prof, che in molti chiamano anche rabbino.

Ma prof, domanda un bambino, ci hanno appena spiegato che uno più uno fa due. Quindi se ci sono tanti ebrei nella sukka’, sommandoli saranno dieci, venti, cinquanta, cento. Ma mai uno.

Quanti sono gli elementi che compongono il lulav? Domanda il prof al suo alunno.

Quattro, il cedro, la palma, il mirto e il salice, risponde lo studente tutto fiero.

In realtà dipende da dove li conti, risponde il maestro.

Il bambino si guarda intorno tutto confuso. La matematica cambia a seconda del contesto in cui la applico? Non è una regola che vale ovunque mi trovi?

I quattro elementi del lulav mantengono una loro identità ben precisa, risponde il maestro. Sono distinti, diversi, e in questo sta la loro grandezza. Sono quattro e ognuno di essi condizione necessaria ma non sufficiente per compiere la mizva al completo. Basta che manchi un elemento e il lulav tornerà ad essere un semplice insieme di arbusti e frutta.

Ci vogliono tutti, ogni elemento ricco della propria diversità e identità unica.

Poi però li portiamo in sukka’.

Li’, sotto allo schach, sotto agli strati di rami e foglie da cui si intravedono spiragli di stelle e cielo, li’ i quattro elementi diventano un’unica cosa. Ognuno, pur rimanendo se stesso, possiede lo stesso valore agli occhi del Creatore.

Sukkot ci racconta che la strada per l’integrazione non è l’assimilazione.

Che si può diventare un uno più grande senza dimenticare chi si è e da dove si viene.

Se io sono io perché tu sei tu e tu sei tu perché io sono io, allora io non sono io e tu non sei tu; ma se io sono io perché io sono io e tu sei tu perché sei tu, allora io sono io e tu sei tu, dice il maestro riportando le parole del Rebbe di Kozk, prima di andare.

Ci sono infinite tipologie di individui, ognuno con il proprio modo unico e diverso di servire D-o.

Ognuno di noi è condizione necessaria ma non sufficiente, ognuno di noi è un uno.

Ma sotto allo schach, agli occhi di nostro Padre, uno di noi più uno di noi farà di nuovo uno.

Chag sameach!

Gheula Canarutto Nemni

Yom Kippur. Questa è l’essenza di ogni ebreo

Schermata 2015-09-20 alle 15.45.24Eccomi di nuovo davanti a Te, come ogni anno.

Per l’ennesima volta i miei passi mi hanno portato qui dentro, in questo momento.

Nella mia testa ronzano quei propositi che avevo preso tra le lacrime dodici mesi fa, in un istante identico, e lentamente si sono volatilizzati tra i mille impegni.

Ripenso alle mizvoth che avevo promesso di osservare, all’amore e il timore per Te che, nel mio cuore, avevo assunto l’impegno di risvegliare, al lavoro intellettuale che avevo assicurato di iniziare.

Ce l’ho messa tutta.

Beh, almeno in parte.

Forse lo sforzo da parte mia avrebbe dovuto essere più grande. Mi , crederai se Ti dico che, nonostante non Te l’abbia molto dimostrato, il mio amore per Te non è mai cambiato?

Figlio mio, tutto l’anno osservo le tue azioni. Un tuo piccolo gesto per Me ha un enorme significato. Ogni giorno attendo con ansia le tue dimostrazioni d’amore,  gli attimi di studio che ti ritagli.
Ma oggi, nel giorno di Kipur, non è su questi che mi concentro.

Oggi sono qui per ricordarti che il nostro legame va al di là di tutto questo.

Durante l’anno ti chiedo diversi gesti.

Oggi Io e te, a prescindere da ogni pensiero, parola e azione del tuo passato, siamo un’unica entità, un’unica manifestazione.

Perché oggi non sei tu a essere al mio cospetto.

È’ la tua Yechida, quella parte dell’anima che ci lega al di là di ogni cosa. È lei che si risveglia in questo momento, è lei che mi è venuta a cercare.

Chiudi gli occhi e lasciala parlare.

Ti racconterà di un’essenza incorruttibile anche nell’ebreo più lontano. Ti spiegherà perché i tuoi passi ti portano in sinagoga a kipur ogni anno.

Incidilo nel tuo cuore e non lo dimenticare.

Come mi senti vicino ora, così potrai bussare alla mia porta e, in qualsiasi momento, ritornare.

Papà, D-o, aspetta, ti prego. Non te ne andare.

Sei tu, figlio mio, che sparisci ogni tanto, che ti dimentichi di Me e intraprendi strade lontane.

Papà, come posso ritrovarti quando mi sembrerà di averti perso?

Domandarono alla chochma, all’intelligenza, cosa bisognerebbe fare con chi ha peccato. La chochma rispose.  Merita di ricevere il male.

Domandarono alla profezia cosa bisognerebbe fare con chi da D-o si è allontanato. La profezia rispose. Merita la morte.

Domandarono alla Torá cosa dovrebbe fare chi ha peccato. La Torá rispose. Porti un sacrificio.

Domandarono a D-o cosa dovrebbe fare chi ha cercato di allontanarsi da Lui. E D-o rispose. Faccia teshuva. Ritorni a me con tutto il suo cuore.

La Mia porta, è vero, si spalanca a Yom kipur. Ma durante l’anno non è mai chiusa.

Gmar chatimá tová
Gheula Canarutto Nemni

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