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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

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donne ebree

La parrucca come mezzo di consacrazione

‘Le donne di Israele non escono con la testa scoperta’ dice il Talmud (Ketubot 72°)

‘Cosa è la religione ebraica?’ Si domanda nello Shulchan Aruch.

‘E’ la modestia che usano le donne di Israele’.

‘E quale è la cosa che rappresenta una trasgressione alla religione ebraica?’ continua lo Shulchan Aruch

‘Quando la donna esce di casa con la testa scoperta’.

Sono nata e cresciuta a Milano. I miei genitori sono di Bologna e i miei nonni di Bologna e Trieste. Sono un’ebrea italiana a tutti gli effetti. Godo di diritto di voto, sono laureata in Bocconi, dove ho insegnato alla Scuola di Direzione Aziendale per sette anni.

Porto la parrucca.

La mia mamma e la mia nonna non l’hanno mai indossata.

La mia è stata una scelta, assolutamente controtendenza.

Nessuno mi ha imposto di metterla, non c’è stata nessuna pressione sociale. Nessuna delle mie amiche la portava.

A 15 anni ho sentito una lezione sul significato della copertura dei capelli al femminile e ho deciso. Così, dal giorno dopo il matrimonio, mentre ancora frequentavo la scuola ebraica di via Sally Mayer, ho coperto i miei capelli.

Con la parrucca in testa ho sostenuto l’esame di maturità e gli esami in università.

Con la parrucca entravo in aula e insegnavo a duecento studenti.

Con la parrucca oggi vado in televisione e tengo conferenze in sale comunali con vice sindaco e assessori.

Sotto alla parrucca i miei capelli sono diventati più folti, si sono schiariti e sono diventati più mossi.

C’è la Gheula che esce per la strada elegante, truccata, con una messa in piega sempre perfetta.

E c’è la Gheula che incontra il proprio marito nella sfera privata della casa.

La parrucca è la mia libertà di essere davvero me stessa solo per la persona che ho sposato. Ed è il mio modo di continuare lo stile di vita che le mie antenate, molto prima di Singer, tenevano.

Nessuna donna ebrea è costretta, nessuno ci minaccia se non desideriamo farlo. Come nessun trasgressore dello shabat verrà lapidato.

C’è libertà assoluta per l’individuo, di seguire o di abbandonare, di restare dentro o allontanarsi.

E questa è una grande, enorme differenza con l’Islam.

L’impianto logico non è assolutamente identico. Nell’ebraismo la donna copre i capelli, per preservare. Per creare spazi dove entrano solo marito e moglie. Dove l’attrazione fisica rimane una cosa pura, privilegio della coppia sposata. L’amore è sacro.

Sotto alla chuppà mio marito mi ha detto ‘tu sei santificata per me’. Santificata, non sottomessa. Kadosh in ebraico significa distinto e privilegiato rispetto al resto del mondo. Come un sefer Torah o un libro di preghiera. Il marito è obbligato a un estremo rispetto, a stima e amore verso la moglie.

La sottomissione di un individuo a un altro non esiste nell’ebraismo. Perché nessun uomo può decidere la propria superiorità rispetto a un altro. Nemmeno lo schiavo, l’individuo che potrebbe sembrare possedere meno diritti, è in realtà sottomesso. E’ lo schiavo che deve mangiare per primo, dormire nel letto più comodo. Davanti al Creatore tutti possediamo la stessa identica dignità e valore.

Uomo e donna, marito e moglie, sono due metà della stessa anima che si incontrano durante la vita e insieme ricostituiscono l’anima nella sua completezza.

Nei giorni di mercato era proibito per i venditori ambulanti girare di casa in casa per evitare che facessero concorrenza ai venditori che stavano fermi nella piazza. Eccezione? I venditori di cosmetici. Perché per i rabbini la bellezza della donna è più importante di un commercio senza concorrenza sleale.

Anche nei giorni in cui la donna non può unirsi fisicamente al marito, è vietato che si trascuri. Perché la bellezza e la dignità della donna sono tra i principi cardine della Torah.

Secondo la mistica ebraica, il livello spirituale della donna è superiore a quello dell’uomo. Per questo D-o dice ad Abramo di seguire tutto ciò che Sarah sua moglie gli dirà di fare.

L’ebraismo stesso si trasmette per via matriarcale. L’uomo più osservante del mondo non potrà trasmettere l’ebraismo ai propri figli se non con una moglie ebrea. Fosse anche la più laica del mondo.

L’ebraismo è questo. Una tradizione che non cambia, la carne macellata sempre nello stesso modo, le donne che vanno ad immergersi una volta al mese nelle acque del mikveh. No, queste cose non accadevano solo all’epoca del romanzo di Singer. Ma accadono anche ora, grazie a D-o. Perché sono queste cose, queste regole che entrano anche nella sfera materiale della nostra vita, che hanno garantito la continuità al nostro popolo.

L’ebraismo non è pensiero né filosofia. L’ebraismo non è cultura. L’ebraismo è Torah. E la Torah in primis insegna ed esige il rispetto massimo di ogni individuo e creatura.

Mi dispiace  per le persone che percepiscono l’ebraismo in maniera triste e erroneamente lo assimilano ad altri mondi.

Perché la modestia di una donna non è abbrutimento né mezzo di sottomissione. E’ la delimitazione di una zona privata, dove grazie a D-o nessuno, se non il tuo coniuge, può entrare.

Ed è proprio la madre a trasmettere l’ebraismo, perché lei, più del padre, è in grado di tramandare il messaggio di dignità, della possibilità di diventare qualcuno non perché fai vedere qualcosa di te, ma perché tu, sei qualcosa.

Gheula Canarutto Nemni

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L’8 marzo è passato. E per l’ebraismo la donna è sempre l’ultimo tassello del creato…

donne Cosa significa essere l’ultimo tassello del creato? Perché D-o mi ha messo in questo mondo dopo gli insetti, le costellazioni, i mari e i leoni? Perché si è preso la briga di formarmi, di darmi la vita, quando c’era già lui sulla faccia della terra? Cosa posseggo io di diverso? Forse porto un valore aggiunto? D-o la guardò e disse. Porta pazienza. Ti darò un livello di profezia più alto, quando ti chiamerai Sarah, moglie di Abramo. Salverai i maschi dal decreto di morte del Faraone quando avrai le sembianze di Miriam e Yocheved. Riceverai la Torah prima degli uomini, perché di te, del tuo senso di appartenenza, della tua responsabilità come portatrice di un’identità, mi fiderò molto di più che del tuo compagno. Entrerai nella terra di Israele insieme alla nuova generazione, tu non mi tradirai con il vitello d’oro. Accenderai le candele di shabat dentro agli armadi, racconterai storie dei tuoi avi ai tuoi figli mentre là fuori li chiameranno marrani. Sarai profetessa, sconfiggerai generali del campo avversario. Scaverai patate dentro ai campi di concentramento invece di mangiartele, pur di dare vita a una fiamma il venerdì sera. Tu, più di ogni altro, sarai la mia compagna fedele. A te il mio popolo, nel Cantico dei Cantici, verrà paragonato. Senza di te, la mia nazione non potrà sopravvivere nel corso dei secoli. E quando proveranno a farmi sentire inferiore perché sono più debole, perché porto i figli in grembo, perché non so fare la guerra, perché il mio animo si smuove per molte più cose? Dì loro che è vero che le fondamenta stanno in basso, anche un po’ nascoste, ma senza di esse l’intero edificio non starebbe in piedi. Rispondi che sono stato Io a decidere chi avrebbe portato i figli in grembo. E ho accordato questo privilegio solo a chi possiede la forza di vivere oltre se stesso. Non è con la forza fisica che si misura il valore di una persona. E la sensibilità d’animo? Sì, anche quella te l’ho messa Io. Perché così sarai in grado di percepire e interpretare ciò di cui, chi non sa parlare, ha bisogno. L’uomo dovrà portare la spiritualità in questa terra. Ma tu avrai la capacità di trasformare la materia in qualcosa di spirituale. Tu, donna, sei l’ultimo tassello del creato. Perché solo tu sarai l’anello che congiungerà il cielo con la terra.

Quando Noa era un’avvocatessa innamorata della propria terra…

bnot tzlafchadTzlafchad  muore nel deserto lasciando 5 figlie femmine. E nessun figlio maschio. Noa, Milca, Tirza, Machla e Chogla, questi erano i loro nomi. Nei 40 anni di pellegrinaggio nel deserto non si sentono molto. Anzi, per niente.

Poi, a un certo punto della storia, spunta la loro voce.

E non è un momento  qualsiasi.

È il momento precedente all’entrata in terra d’Israele, in cui la terra viene divisa.  Terra che spetta secondo la legge agli eredi maschi della famiglia. Terra che passerà di padre in figlio, come l’ebraismo che passerà di madre in figli. La legge era stata accettata da tutto il popolo senza riserve. Finché un intero nucleo famigliare al femminile si presenta da Mosè.

‘Nostro maestro, noi siamo cinque figlie. Non c’è nessun erede maschio nella nostra famiglia. Ma non per questo siamo pronte a rinunciare a una parte d’Israele. Possiamo ricevere noi la porzione di terra che spettava a nostro padre?’

Mosè rimane di stucco. La legge parla chiaro. Le donne non rientrano nell’asse ereditario. Eppure c’è qualcosa in quelle donne, nel loro amore così profondo verso la terra di Israele da farle sfidare il leader di un’intera nazione, qualcosa di così sacro e reverenziale, che Mosè dimentica quale dovrebbe essere la legge.

E si rivolge a D-o per sapere cosa fare in merito.

Hanno ragione le figlie di Tzlafchad, gli viene risposto.

Nel caso in cui non ci siano uomini, saranno le donne ad entrare nell’asse ereditario.

La legge arrivò in terra per merito loro, di queste cinque sorelle, donne tenaci convinte della proprie ragioni, che aprirono il varco a chiunque, nel corso del futuro, avrebbe creduto fermamente, con tutto se stesso, in qualcosa.

D-o non ha preparato una situazione perfetta.

Ma ha spianato il terreno perché tutto sia perfettibile per mano nostra. Basta osare il cambiamento.

Gheula Canarutto Nemni

 

Grazie Roma

Mi sono svegliata stamattina pensando, è tutto un sogno. Quelle sensazioni meravigliose che ho provato ieri sera, quelle persone accorse con taxi, autobus, direttamente dopo il lavoro, le ho solo vissute oniricamente. Quell’inaspettato senso di comunanza con donne che non avevo mai visto prima, con cui avevo parlato giusto qualche minuto, non può appartenere alla realtà. Il cibo offerto da un ristorante, l’organizzazione impeccabile di un intero staff comunitario, impossibile sia avvenuto davvero. Perché se così fosse non ci sarebbero dubbi. Avrei realizzato uno dei miei grandi sogni. iniziato mesi fa con una mail e diversi solleciti a un incredibilmente paziente Riccardo Pacifici, continuato con conversazioni e messe a punto con Miriam Hayun (tessitrice principale e geniale di tutto questo mosaico). Portato avanti con Sivan Kotler, la sua recensione a sorpresa e il saper scovare tratti in comune tra chi si dichiara laico e chi religioso, perché alla fine siamo solo parte di un unico popolo. E poi sono comparse Federica Gentile, il cui cognome già racconta come sia lei dal vero, e la sua capacità geniale di tenere le fila di donne così diverse tra loro. E Cinzia Leone, che fino a qualche ora fa, prima che scandagliasse i meandri delle mie pagine, conoscevo solo di fama e di nome.
Le letture di Silvana Moscati, con la sua capacità di immergermi nelle mie pagine più di quando le avevo scritte, gli sguardi interessati, i sorrisi profondi, le parole di volti che conoscevo solo da Facebook e che , all’improvviso, sono diventati veri.
Non è possibile che tutto questo sia accaduto davvero. Che mi sia sentita così in famiglia con chi non avevo mai visto.
Ma si sa, noi ringraziamo per i miracoli che D-o ci fa in ogni istante, alla sera, al mattino e al pomeriggio. Ho recitato modè ani, ringraziato D-o per avermi restituito l’anima e dato una nuova chance, mi sono seduta sul letto. E ho realizzato.
Anche questo miracolo, questo sogno ad occhi aperti durato una notte d’estate in una sala di via Balbo, è avvenuto davvero.
Grazie a tutti quelli che sono venuti, a quelli che hanno reso questo momento così unico e meraviglioso.
Vorrei potervelo dire personalmente. Tutto questo, senza ognuno di voi, non sarebbe mai stato possibile.
Mi avete fatto felice.

Gheula

Nessuna storia ebraica e’ solo una storia…

“Non so se ce la faccio. Potrebbe significare mettere in pericolo la mia vita. Sono più di trenta giorni che il re non mi chiama”. Dico al messaggero di portargli il messaggio. “Lo sai, la salvezza arriverà comunque. Che tu ti muova o no, che tu ti dia da fare o meno. Non si discute sul fatto che qualcosa accadrà. Bisogna solo capire attraverso chi questo avverrà”, mi riferisce il messaggero lasua risposta. Ripenso a tutti gli accadimenti che mi hanno portatafin qui. A quelle selezioni traumatiche che ho dovuto passare. Con quelle migliaia di donne che non vedevano l’ora di sedersi sul trono quando per me rappresentava l’ultimo dei miei desideri. Al re che, sorvolando lo sguardo sopra a tutte, l’ha posato proprio su di me, proclamandomi sua compagna di vita. I tasselli del passato si ricompongono davanti ai miei occhi in un quadro limpido. Io dovevo trovarmi qui, per fare questo lavoro su me stessa, in questo preciso momento. “Pregate e digiunate, non sarà facile fargli cambiare idea”. Dopo tre giorni mi accingo a varcare la soglia reale. Qualche metro mi separa da un ignoto destino. Probabilmente è per questo che sono venuta al mondo, per la possibilità di riaffermare, rischiando la mia stessa vita, che ogni cosa è guidata dall’Alto. 

Ora sono qui a mettere per iscritto tutta la vicenda. A raccomandare di trasmettere questa storia di generazione in generazione. Perché, ne sono sicura, purtroppo ce ne saranno ancora tanti di momenti come questo. In cui D-o si nasconderà dietro le quinte, in cui il Suo nome non comparirà in nessuna riga del racconto, in cui il buio si farà profondo e sembrerà non esserci una via di scampo. In cui ognuno penserà che tocca a qualcun altro. Non immergetevi nella pergamena ingiallita pensando che tutto questo appartenga solo al passato. D-o si nasconderà in molti momenti, perché vuole che ognuno di noi Lo vada a cercare. Ci fa credere che sia la natura a comandare, a dare vita a una concatenazione di eventi casuale. Vuole che siamo noi ad aprire il sipario su questi fenomeni e riconosciamo la Sua mano in ognuno di essi. In quel preciso istante ho capito che lo stravolgimento del destino di tutto il mio popolo sarebbe avvenuto con la preghiera e il digiuno, con la riaffermazione della presenza di D-o in ogni minimo dettaglio.  E tutto questo non sarebbe stato delegabile a nessuno. No, avrebbe dovuto partire, in primis, da me stessa. Non dimenticatelo. Siamo stati salvati infinite volte grazie a questo sforzo spirituale. E nessuno di noi può sapere se sarà proprio il suo primo passo a cambiare il finale dell’intera storia. 

 

Vostra Ester

 

Buon Purim!

Gheula Canarutto Nemni 



marc chagallFiocco rosa sulla porta. E’ l’inizio di una nuova vita. La piccola creatura non indosserà i pantaloni, ma delle gonne a fiori. Non giocherà a calcio ma danzerà al ritmo dello Schiaccianoci, non lancerà macchinine sul tavolo appena apparecchiato ma vestirà bambole con pigiamini e cappelli. Non per questo però, non per questo suo essere diversa da quei nati sotto al segno del fiocco azzurro, che la nostra piccola principessa varrà di meno. Non per questo suo superare indenne l’ottavo giorno di nascita, per questo suo mancato affrontare il brit mila’, la circoncisione, che questo essere non potrà avere un impatto importante, enorme, sul destino di un’intera nazione. E’ attraverso questo fiocco rosa che il popolo potrà continuare il proprio cammino, è attraverso di lei che si trasmette l’appartenenza alla nazione, per via matriarcale. Sarà la sua attenzione al cibo che compra e cucina, a garantire che in casa si mangi come D-o comanda. Sarà la sua volontà di non interrompere la catena tramandata fino a lei, a farla immergere ogni mese nelle acque del Mikveh, la vasca piena di acqua piovana. Sarà il suo sogno di vedere intere generazioni seguire le orme dei propri avi, a farla pregare con gli occhi coperti e l’anima rivolta al proprio Creatore, davanti alle fiamme danzanti delle candele accese il venerdì sera. Sarà la sua radice spirituale elevata a renderla superiore al fiocco azzurro con cui molto la confronteranno. D-o l’ha creata in modo che non si perda mai d’animo, consapevole che non sarà certo quella gonna lunga a impedirle di saltare più in alto. Per merito delle donne giuste il popolo ebraico è stato tratto in salvo dall’Egitto. Per merito di quelle donne che risvegliavano i propri mariti quando rientravano stanchi dalla costruzione delle piramidi. Donne che ricordavano ai propri consorti il dovere di mandare avanti la nazione ebraica nonostante decreti crudeli ne minacciassero la sopravvivenza. Per merito di queste donne che non si persero mai d’animo e che nessuna difficoltà riuscì ad eroderne la fede, siamo ancora qui oggi. E per merito delle loro discendenti, della loro volontà, testardaggine, nel tramandare la Torà e le mizvot ai propri figli nonostante fuori si sia minacciati da ogni versante, che finalmente vedremo una luce, la Luce, alla fine di questo millenario tunnel.

 

 

Gheula Canarutto Nemni

In nome dei milioni di donne ebree di tutti i tempi

Giuseppe Di Piazza immagina le donne ebree ortodosse

Immagino il signor Giuseppe Di Piazza immerso nelle scene del film di cui poi dovrà scrivere la critica. Lo immagino mentre prende appunti, spunti, dai dialoghi, dai paesaggi, dai costumi, per il suo prossimo articolo. Lo immagino di fronte allo schermo quando preme i tasti del suo computer e spera di farsi leggere più del solito. C’è un metodo, ultimamente, quasi infallibile. Infilare l’ebraismo, soprattutto in chiave negativa e denigrativa, tra frasi, parole, slogan e propagande. Se senza l’ebreo l’audience era a 100, con l’ebreo sale a 1000. Se senza la parola ebreo, ebree, ebraismo, l’articolo lo leggono in dieci persone, aggiungendo quell’ingrediente magico i lettori aumentano in maniera strabiliante. Quindi perché non farsi tentare dall’infilare “le donne ebree ortodosse e i loro abiti tradizionali”, perché non cedere di fronte a quel biglietto della lotteria facile di quelle “donne a cui è vietato, come a molte loro dirimpettaie  islamiche (il neretto finisce proprio prima della parola ‘islamiche’, n.d.a) mostrare qualche centimetro di pelle nuda, in un articolo di critica cinematografica? Ci cascano un po’ tutti, manifestanti che dovrebbero darsi da fare per un’Italia diversa e che invece si riempiono la bocca con banchieri ebrei per fare credere di capire qualcosa del mondo, giornalisti che dovrebbero diffondere cultura attraverso una testata rispettata e che invece riempiono un articolo di preconcetti, pregiudizi ed errori così grandi, pur di fare credere di capire qualcosa di cinema.

Per puro caso il film di Woody Allen, Blue Jasmine, di cui parla Giuseppe Di Piazza, l’ho visto. Nessun accenno, nemmeno sottinteso, all’ebraismo, in nessuna delle sue forme. E allora perché, come diceva la Fallaci, berciare contro donne (quelle ebree ortodosse) che con grandissima probabilità il signor Di Piazza non ha mai avuto l’onore di incontrare (altrimenti saprebbe che noi con il burqa proprio non abbiamo nulla a che fare)?  Forse perché il signor Di Piazza è anche lui, come dice di Jasmine, prigioniero di un burqa sociale. Quello della mania di immaginarsi l’ebreo diverso da quello che in realtà è. Quel burqa di cui, parafrasando Di Piazza, si avvolgono coloro i quali “preferiscono darsi ininterrottamente risposte effimere, volendo ignorare con forza tutto ciò che di vero accade intorno a loro”.blue jasmine

La invito ad incontrarmi, signor Di Piazza. Se per caso non riuscisse a riconoscermi tra la folla, cerchi una signora con  la gonna di jeans, un golfino nero e piumino grigio.  Se questi abiti li definirà anche allora ‘tradizionali’ rinuncerò alle sue scuse.

Gheula Canarutto Nemni

 

Ecco il link dell’articolo.

http://marilyn.corriere.it del 16 dicembre

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