Uomo, dove sei?

Siamo alla fine della creazione. D-o ha appena finito di formare l’uomo, di donargli una compagna di vita, di regalare loro vita eterna nel giardino dell’Eden.

Nemmeno il tempo di tirare il fiato dalla fatica della creazione ed ecco comparire nella storia del mondo la prima trasgressione. Adamo ed Eva mangiano l’unicofrutto che D-o aveva proibito.

D-o va alla ricerca di Adamo e lui, sentendolo arrivare, si nasconde. Aieka, dove sei, gli chiede D-o. 

Davvero? Il Creatore del mondo non sa dove si trova la Sua creatura? Dicono i maestri che nessuna parola è invano nella torah. E questo aieka, risuona ogni giorno nelle orecchie dell’umanità.

Ogni giorno veniamo meno alla parola data a Chi ci ha creato. Commettiamo errori, offendiamo persone, corriamo nella direzione sbagliata, tradiamo la fiducia di Chi ha voluto credere in noi. E D-o ci domanda ogni giorno, dove sei? La tua vita vale per come la stai vivendo in ogni momento? Quando vai a dormire alla sera ti senti come se avessi sfruttato al meglio ogni minuto della tua giornata? Dove sei nel mondo, stai illuminando con le tue energie uniche gli angoli bui che incontri? 

Ogni persona possiede un numero limitato di giorni e di anni, una quantità definita di attimi in cui dimostrare a se stesso e Chi l’ha creato che la sua presenza in terra è un affare serio, una circostanza senza la quale il mondo sarebbe più vuoto. 

Adamo è opera della mani di D-o stesso. Eppure anche lui riuscì a peccare. D-o non lo condanna a morte per questo peccato, non lo distrugge pensando: questa creatura è sbagliata, meglio che ne faccia un’altra. Si avvicina lentamente a lui e con una parola, aieka, gli domanda: perché hai rinunciato alla tua vera essenza per un piacere momentaneo? L’errore è insito nel Dna dell’umanitàdal primo momento della creazione. Le cadute faranno parte per sempre del percorso dell’essere umano. Ma, nonostante i nostri errori, D-o non smetterà mai di domandarci aieka, dove sei, dove ti trovi spiritualmente in questo momento. Perché solo se sappiamo dove ci troviamo, riusciremo a rialzarci migliori di prima. 

Gheula Canarutto Nemni

Scopri il segreto della felicità

Quando D-o ha creato gli alberi, ha comandato che uscissero dalla terra con il tronco dello stesso sapore del frutto.

Ci mangeranno e scompariremo in poco tempo, pensarono.

E così gli alberi disubbidirono e uscirono dalla terra con il tronco insapore.

L’unico albero che seguì il comando divino fu quello del cedro.

I maestri si domandano sul motivo per il quale D-o desiderasse che il tronco avesse lo stesso gusto del frutto.

Il tronco rappresenta le tappe delle nostra vita. Partiamo dalle radici e giorno dopo giorno costruiamo un nuovo pezzo di noi stessi.

Il frutto dell’albero ricorda le mete che ci siamo prefissati e per le quali corriamo e lottiamo ogni momento.

D-o ha chiesto che il tronco avesse lo stesso gusto del frutto perché voleva che l’essere umano non si perdesse il sapore e la felicità di ogni momento.

È vero, ognuno di noi corre verso una meta, verso il proprio sogno.

Ma la felicità non sta solo nel momento finale, nell’attimo in cui si incontra il punto d’arrivo.

La felicità è nascosta negli innumerevoli istanti della nostra vita in cui ci muoviamo verso l’obiettivo.

Per questo uno dei simboli della festa di sukot che nella Torah è definita festa della felicità, è il cedro.

Il mezzo attraverso il quale cerchiamo di raggiungere la meta deve avere lo stesso sapore della meta stessa.

Se sogniamo di brindare al conseguimento del nuovo progetto, alla fine della costruzione della nuova casa, alla nascita del primo nipote,

impariamo a brindare anche mentre il progetto lo pensiamo, mentre poniamo i mattoni della casa, mentre cresciamo i nostri figli in attesa che inizino la loro vita da grandi.

La vita è ciò che ti accade mentre sei occupato a fare altri piani, dice John Lennon.

Non farti scappare nemmeno un attimo.

Il segreto della felicità sta nella capacità di assaporare ogni momento della vita come se avessimo raggiunto una piccola, ma fondamentale, meta.

Gheula Canarutto Nemni

Esistere o vivere? Questo è il dilemma

Nella vita hai davanti a te sempre due scelte.

Esistere o vivere.

Quando esisti occupi uno spazio, ti fai largo a spese di altri.

Sei tu l’epicentro della tua esistenza, sei un insieme di cellule imponenti che difficilmente percepisce le esigenze e i sospiri di chi sta intorno.

I grandi regni dell’antichità sono esistiti senza ombra di dubbio. La loro esistenza è provata da maestosi palazzi che ancora oggi visitiamo da turisti curiosi. Hanno conquistato paesi e continenti, si sono espansi nello spazio altrui, a spese degli altri. Qui ci sto io, era il loro motto. Oggi questi regni e imperi sono ricordati nei libri di storia, in mausolei e reperti che ne raccontano le effigie e la gloria. Ma la loro esistenza passata non si è trasformata in vita presente e futura.

Oppure puoi scegliere di vivere.

E allora la tua ottica cambia prospettiva.

Non sei più tu il centro del mondo, ma è il mondo a diventare il tuo centro.

Non sono più gli altri che devono farsi largo al tuo arrivo, ma tu che ti allarghi per fare spazio anche per loro. Il popolo ebraico ha insegnato al mondo il valore della vita. Di giornate trascorse a riflettere su come migliorare il vissuto degli altri, come accogliere lo straniero, rispettare la vedova, conservare l’ambiente.

Quando vivi nel vero senso della parola, non ti espandi fisicamente ma intellettualmente e spiritualmente.

Non smetti di crescere, di migliorare, di metterti in discussione. Impari dai tuoi errori passati. Quando vivi, la tua crescita passa attraverso un allargamento della tua visione, non dei tuoi confini e dei tuoi possedimenti materiali, sei vivo se sai andare oltre a te stesso, superando l’egocentrismo innato dell’uomo.

Il confine tra l’esistenza e il vivere è fragile e sottile.

In pochi attimi ci possiamo ritrovare da una parte o dall’altra, a seconda delle intenzioni con cui facciamo le cose.

Siamo stati creati per vivere, per trasformare ogni attimo della nostra esistenza in un raggio di luce indelebile che trafigge la vita degli altri, che oltrepassa la materia stessa e trasforma tutto ciò che incontra in un aspetto profondo. La vita è il significato che si dà all’esistenza.

Nel capodanno ebraico, Rosh Hashanà, D-o ci riporta davanti al bivio e ci fa nuovamente scegliere. Vuoi semplicemente esistere o vuoi vivere? Ci domanda sperando che diamo la risposta giusta.

D-o ci concede 48 ore per accumulare le risorse spirituali che ci serviranno nell’anno a venire a rendere fiero Colui che ha in ogni momento fiducia in noi e nel nostro operato.

Che sia un anno buono e dolce, un anno di miracoli evidenti, di bontà rivelata e di redenzione assoluta per tutta l’umanità.

Shana’ tova’ umetuka’,

Gheula Canarutto Nemni

L’ebraismo è una religione da bambini

Per sapere chi si è, è importante voltarsi indietro e scoprire da dove si viene.

Per capire dove andare è essenziale guardare alle proprie origini, volgere lo sguardo verso il solco che gli antenati hanno tracciato.

Il nostro popolo è nato in una maniera molto particolare. D-o non si è rivelato a una sola persona domandandole di portare il Suo messaggio ad un intero popolo.

Non ha eletto qualcuno per essere il Suo messaggero prediletto.

Ci ha chiamati in raccolta tutti indistintamente, uomini, donne e bambini, davanti ad un monte basso, piccolo, senza nessun tratto distintivo particolare.

E lì, prima di riunire i saggi del popolo ha detto: le donne, rivolgetevi a loro per prime. Perché saranno loro a lasciare un tratto indelebile nella vita dei loro figli e a decidere in che strada andranno.

Poi ha domandato che Gli venisse dato un garante, qualcuno che si sarebbe preso cura di tramandare la Torah che stava per dare.

Gli vennero offerti diversi personaggi importanti, persone di spicco e autorevoli, ma li rigettò.

Furono i bambini, non gli adulti di oggi ma quelli di domani, che scelse come propri testimonial nel mondo.

I primi attimi di vita del nostro popolo ci raccontano che se si desidera diventare davvero grandi non è necessario compiere passi giganti.

Non sono indispensabili pedigree, formazioni particolari, background autorevoli.

Non sono le cose sorprendenti, i gesti da prima pagina, che ci costruiscono come persone.

Sono le piccole cose, gì individui che potrebbero sembrarci di secondo piano, sono i minimi dettagli che danno vita a un grande progetto.

Datemi le donne, potenti nelle loro gesta silenti, datemi i bambini, la loro innocenza e caparbietà nell’ottenere le cose più semplici.

Riuniteli davanti a un monte piccolo, basso, senza pretese, che passerà alla storia per il luogo dove avvenne la prima rivelazione divina a una intera nazione.

Cominciate la vostra storia da quei piccoli particolari, da quelle fasce di società che in molti tendono a sottovalutare.

E solo allora potrete definirvi uomini, saggi del popolo.

Solo quando avrete imparato a riconoscere l’importanza delle persone che vi sembrano piccole, delle cose che vi appaiono quasi insignificanti, solo allora sarete degni di essere chiamati nazione.

Con l’augurio che gli insegnamenti della Torah accompagnino ogni piccolo passo della nostra vita, trasformandolo in un momento importante.
Gheula Canarutto Nemni

Intervista di Rai, Mediaset e Sky a Gheula Canarutto Nemni

Salve a tutti, abbiamo qui con noi una rappresentante del popolo ebraico. Iniziamo con una domanda che in pochi vi pongono. Cosa significa per lei essere ebrea oggi, nel 2019?

Innanzitutto vi ringrazio per avermi invitato. Negli ultimi tempi ci mettono in bocca parole che non ci hanno mai sentito pronunciare, pensieri che non ci sono mai appartenuti, ci attribuiscono azioni che non abbiamo né avremmo mai compiuto. Quindi grazie per averci finalmente dato voce.

Cosa è un ebreo oggi?

Forse prima di tutto è un miracolo ambulante. Secondo le leggi storiche e statistiche dovremmo solo essere una pagina di un libro di storia, accanto ai sumeri e ai fenici.

Un ebreo è un cocktail di elementi senza i quali non sarei qui oggi. Fede, nonostante le infinite prove a cui siamo stati sottoposti. Amore e rispetto per ogni essere umano, il detto chi salva una vita salva un mondo intero proviene dal talmud e non dalla fantasia di un blogger.

Capacità, desiderio e dovere di integrazione nelle società in cui viviamo. Dina demalchuta dina, la legge del posto diventa automaticamente la nostra legge. Le necessità della società sono anche le nostre. Da migliaia di anni dedichiamo gran parte della nostra esistenza all’avanzamento scientifico, intellettuale e morale del mondo.

Da quello che racconta sembrate una nazione molto viva, come mai quando si parla di ebrei si affronta quasi sempre il tema della shoà?

Purtroppo dopo la tragedia della seconda guerra mondiale, molti tra gli ebrei sopravvissuti hanno cercato di dimenticare chi erano. Le madri hanno smesso di trasmettere ai figli una fede che probabilmente temevano potesse metterli un giorno in pericolo. Nelle famiglie è calato un silenzio identitario che ha creato un vuoto nell’anima. Questa assenza di credo, questo vacuum spirituale, è stato lentamente colmato da un’identificazione in una delle realtà ebraiche più conosciute. La shoà.

Durante i giorni di digiuno, le prime ore sono dedicate al ricordo, alla tristezza e alle lacrime. Nelle ore successive le preghiere sono dense di parole rivolte al futuro, alla ricostruzione dopo la distruzione. La shoà è stata la tragedia che nessun essere umano avrebbe mai potuto nemmeno immaginare. Insegnarla, ricordarla, è un dovere morale. L’ebreo però non si è mai fermato a piangere per troppo tempo.

Abbiamo imparato a raccogliere le nostre ceneri e farne del terreno su cui coltivare il domani.

 Quale è il messaggio che vorrebbe trasmettere ai nostri ascoltatori e lettori?

Un antisemita urla a un ebreo in mezzo alla strada ‘Gli ebrei sono l’origine di tutti i mali!’ L’ebreo gli risponde ‘Hai perfettamente ragione. Gli ebrei e i ciclisti hanno la colpa di tutto!’ ‘Perché i ciclisti?’ domanda l’antisemita. ‘E perché gli ebrei?’.  Molti antisemiti non si rendono conto di esserlo. ‘Non odiamo gli ebrei, ma solo la loro religione, ha detto l’inquisizione durante il medioevo. Non odiamo gli ebrei ma solo loro razza hanno detto i nazisti. Non odiamo gli ebrei ma solo il loro stato, dicono oggi’, ha detto Rabbi Sacks di in un discorso tenuto  alla camera dei Lord. Il pregiudizio nei nostri confronti è il comune denominatore della maggior parte delle civiltà della storia. Forse ci odiano da sempre perché non abbiamo mai smesso di raccogliere le forze per guardare oltre, non ci siamo mai lasciati abbattere e da più di tremila anni cerchiamo di trasformare ogni discesa in una salita ancora più grande.

La prime parole che D-o pronuncia durante la creazione del mondo sono ‘Yehi or’- che luce sia.

Quando un oggetto assorbe tutti i colori della luce, i colori scompaiono e il corpo appare nero.

I colori che vediamo sono quelli riflessi, quelli che vengono propagati dall’oggetto verso l’esterno.

Per questo siamo ancora qui, contro ogni legge della natura. Perché gli ebrei, nonostante le persecuzioni, le cacciate, i pogrom, i tentativi di annientamento, non hanno mai permesso al rancore e alla rabbia di farli chiudere in se stessi. Ma hanno continuato a contribuire, a migliorare, a fare progredire e avanzare, il mondo in cui vivono. Yehi-or è il motto che ci guida anche nei tempi più bui.

P.s Questa intervista non è mai esistita. Ma per combattere l’antisemitismo dovrebbe avvenire davvero. Ad oggi in Italia i pochi ebrei che trovano spazio nei mass media parlano soprattutto di tragedie passate o male di se stessi…

Alain Finkielkraut è il prodotto naturale dell’ebraismo

 

Caro figlio,

ho deciso di scriverti queste righe dopo aver visto la scena in cui Alain Finkielkraut viene assalito verbalmente da un gilet giallo per le strade di Parigi, la città in cui è nato e cresciuto.

Penso a come il filosofo abbia sostenuto e giustificato questo movimento  e a come in cambio abbia ricevuto umiliazione, violenza e insulti.

Probabilmente non aveva appoggiato la causa giusta avrai forse pensato come molti.

La verità però è un’altra. E parte dal fatto che noi ebrei abbiamo il vizio dell’utopia.

Non c’è stata ideologia positiva nel corso della storia che non abbiamo provato ad abbracciare.

Quando abbiamo incontrato l’ellenismo, molti di noi ci si sono immersi pensando di avere trovato finalmente una cultura a misura d’uomo.

Fu davanti ai fumi della distruzione del Santuario di Gerusalemme che gli ellenisti aprirono gli occhi e capirono che quella filosofia metteva ogni uomo al centro del mondo al di fuori di uno. L’ebreo.

Il cristianesimo riuscì a diffondere i propri principi universali di amore e uguaglianza tratti dall’ebraismo, solo grazie agli ebrei, gli stessi che alcuni secoli dopo brucerà negli autodafè dell’inquisizione.

Siamo corsi ad abbracciare l’illuminismo, sperando che il lume della ragione contribuisse a restituire dignità anche a noi, ma per i filosofi di questa corrente l’ebreo rimaneva sempre un essere umano da trattare in maniera ‘speciale’.

Abbiamo sognato uno Yovel, un giubileo universale, in cui tutta la proprietà privata sarebbe  stata abolita e i giochi sarebbero ricominciati da capo.

Karl Marx, il padre del comunismo, era ebreo.

Ma questo non servì per salvare le centinaia di migliaia di ebrei che il regime comunista ha ucciso.

Se parteggiavamo con i comunisti, ci tacciavano di capitalisti.

Quando ci siamo schierati con gli imprenditori, ci hanno accusato di essere degli sfruttatori.

Non c’è stata ideologia in terra a cui non abbiamo contribuito, non è esistito movimento popolare a cui non abbiamo preso parte.

Ma nella storia non c’è stata quasi nessuna causa che abbiamo appoggiato che non ci abbia voltato le spalle, che non abbia identificato nell’ebreo, una minaccia da eliminare.

Per questo ho deciso di scriverti.

Per dirti che quello che senti in fondo al cuore, la tua voglia forte di contribuire al cambiamento, fa parte del tuo Dna di ebreo.

E che tutto ciò che le nuove correnti di pensiero ti propongono, le ideologie che pensi contengano messaggi positivi rivoluzionari mai visti prima d’ora, traggono radice e ispirazione dalla parola di D-o, dalla Torah. Aprila. Ci troverai dentro il rispetto assoluto dell’uomo, di qualunque credo e colore sia.

Ci potrai leggere l’obbligo dell’uomo di rispettare la donna più di se stesso, la sacralità della natura e di ogni minimo elemento del creato. Ci troverai quell’equilibrio delicato e raro dell’uomo che per migliaia di anni le diverse ideologie hanno inseguito e mai davvero raggiunto.

Se vuoi davvero contribuire a miglioramento del mondo, investi le tue energie in qualcosa di eterno, in una corrente che non è soggetta alle mode, che non dipende dal pensiero altrui, dall’avanzamento o dal decadimento. Approfondisci te stesso e la tua identità. Rinforza il tuo ebraismo. Da questo movimento nessuno ti scaccerà mai, nessuno ti additerà urlandoti: sei diverso.

Gheula Canarutto Nemni

 

Se non credi nei miracoli e hai due minuti di tempo, fermati a leggere queste righe

Se non credi nei miracoli e hai due minuti di tempo, fermati a leggere queste righe.

Ti racconterò la storia di un uomo che si è svegliato un giorno al mattino con un forte rumore alla sua porta.

Ancora in pigiama, gli occhi appiccicati dal sonno, è andato ad aprire.

Raus! Gli hanno ordinato.

Ha guardato indietro, per vedere chi fosse la persona a cui urlavano ordini con così tanta violenza.

Non ha fatto in tempo a capire che non c’era nessun colpevole.

Juden raus! Gli hanno intimato puntandogli un fucile addosso.

Ha buttato in una piccola valigia di cartone qualche indumento, i suoi tefilin e il libro di preghiera.

Ha baciato la mezuzah con la sensazione in pancia che per tanto tempo non l’avrebbe più sfiorata.

Lo hanno caricato su un camion, la sua valigia stretta tra le mani e poi su un treno, la maniglia gli si era quasi appiccicata al palmo, lo hanno stipato su un vagone merci e per miracolo, la valigia non lo aveva ancora abbandonato.

Quando il treno si è fermato, ha pensato per una frazione di secondo che l’avessero portato in villeggiatura. Aveva una valigia con le cose più preziose, il cielo azzurro, la neve intorno.

Le grida lo riportarono alla realtà.

Giovane, in forza? Di qua!

Sua madre, sua moglie, le sue due figlie, di là!

in una fila parallela che con la sua non si sarebbe mai più incontrata.

Mandò un bacio nella loro direzione pregando l’aria di farlo posare sulle loro guance.

Gli ci volle qualche ora per capire che il fumo, in quel posto non usciva da un camino ne’ da una fabbrica. Non proveniva da combustione di legno o di carbone. Che quella fila così silenziosa alimentava ogni ora le fila degli angeli in cielo. E che quel fumo non era altro che l’esalazione di un grande, infinito ultimo respiro.

Riuscì a nascondere la valigia con i resti della sua religione.

Cercò di non dimenticarsi di Pesach e di Sukkot anche nei momenti più duri, quando intorno respirava sangue, dolore, innocenza e morte.

Accarezzava di nascosto le pagine del libro di preghiera e le passava ai compagni per contagiarli con una nuova speranza.

Se uscirò vivo da qui, mi farò ricrescere la barba che mi hanno tagliato.

Mi farò stampare il più grande libro di preghiera, perché tutti possano riversare il proprio cuore davanti a D-o senza timore.

Accenderò le candele di Chanukah nelle piazze pubbliche, sbandiererò ai quattro venti questa identità che mi stanno strappando di dosso.

Oggi questo uomo potrebbe essere scomparso da tempo, incenerito dal piano assassino nazista.

Ma invece è ancora qui.

A cantare a squarciagola i canti dei suoi avi, a legarsi intorno al braccio i filatteri scampati alla guerra, alla faccia di tutti quelli che lo avrebbero voluto vedere per migliaia e migliaia di volte, già morto.

Se lo incontrate, fermatevi a guardarlo per qualche secondo.

Quell’uomo che ancora crede, quell’individuo che è ancora intriso di fede, quel bambino che ancora recita lo shemà prima di andare a dormire, sono una eccezione alla regola dell’umanità.

Non avrebbero più dovuto esserci da tempo. 

Se sei un essere che ha bisogno di prove tangibili, guarda negli occhi un ebreo il 27 gennaio, giornata della memoria.

Secondo le leggi della natura, ne’ lui ne’ la sua fede non dovrebbero essere più qui.

La sua esistenza è la prova che D-o e i suoi miracoli ci sono davvero. 
Gheula Canarutto Nemni 

Vi svelo il segreto del successo dei chabad

Al momento della nascita ogni individuo è leader di se stesso, a capo di un’istituzione importante chiamata persona e si è impegnati nella battaglia interiore tra le forze del bene e del malein modo che la propria pianta cresca il meglio possibile. 

Poi il tempo passa e si mette su famiglia. Non è più tempo di pensare solo a se stessi, i propri rami crescono, i frutti maturano, nell’ordine delle proprie priorità entrano anche quelle degli altri. E poi magari si apre un business, un negozio, si diventa capi d’azienda, le priorità si allargano oltre alla propria sfera, i propri frutti danno vita ad altre entità. 

E’ in questi passaggi dall’io al noi che emerge la vera leadership, quella che illumina e conferisce ad altri il potere di illuminare. 

Il leader sa che la propria crescita è possibile solo grazie alla collaborazione con altre persone. 

Un vero leader trae la forza da se stesso, da ciò che è, non dall’autorità che esercita e per questo motivo non teme di delegare, di conferire potere a terzi. 

A differenza di un dittatore che usa gli individui per i propri scopi, ma quando diventano troppo abili, inizia a temere per il proprio potere, il vero leader spera che i propri collaboratori diventino a loro volta dei capi in grado di generare altri capi. Perché sa che solo così la crescita sarà inarrestabile.  

La leadership del Rebbe è iniziata il 10 shvat del 1951, sei anni dopo la seconda guerra mondiale e la tragedia della shoà. 

L’ebraismo europeo era incenerito e i rari sopravvissuti tentavano di nascondere la propria identità nel timore di un ennesimo risveglio del nemico. 

Pochi giorni dopo il 10 di shvat, invece di chiudersi nei libri e approfittare della posizione privilegiata per dedicarsi completamente alla propria crescita intellettuale e spirituale, il Rebbe delega una coppia di giovani sposi a partire per il Marocco con lo scopo di risvegliare l’ebraismo e pianta il primo albero di un giardino che da allora non ha smesso di crescere. 

Oggi non c’è posto al mondo senza una traccia della leadership del Rebbe. 

A ogni coppia di chassidim che partiva per paesi lontani, diceva: 

quando incontrerete un ebreo, raccontategli che il mondo è stato creato con lo scopo di essere trasformato nel giardino di D-o. Tirate fuori l’albero che c’è in lui in potenziale e fate in modo che cresca e dia i propri frutti. Che a loro volta daranno vita ad altre piante ed alberi, in una catena infinita di ispirazione e illuminazione.

Il Rebbe ha scritto intere pagine di storia ebraica.

E poi, da vero leader, non ha tenuto le pagine solo per sé. Ha aperto il libro e ha lasciato che le pagine volassero in giro per il mondo, diventando ognuna la prima pagina di una nuova storia ebraica di cui ogni ebreo scrive le prossime righe. 

 

Se sono stato in grado di vedere più lontano è perché mi sono messo sulle spalle di giganti ( Isaac Newton)

Chi sono io per potere fare questo? Ci domandiamo così spesso.

Non è a me, non a una persona del mio livello, che questo messaggio si indirizza, ci ripetiamo fermando il nostro progresso.

Sono stata invitata negli Stati Uniti quest’estate a tenere una serie di conferenze a un raduno di sei giorni che ha raccolto 1500 ebrei.

Persone di tutti i retaggi culturali, religiosi, geografici.

Ebrei assetati di storia, di conoscenza di sé, dei prossimi passi da compiere.

Ebrei che si sono svegliati al mattino presto nei pochi giorni che avevano di vacanza, per cercare di assorbire lezioni, messaggi, valori, della religione in cui sono nati, ma di cui nessuno gli ha mai insegnato niente.

Desiderosi di capire, di colmare un vuoto identitario, di recuperare anni in cui hanno vissuto in un modo troppo simile al mondo di fuori.

In ogni momento libero, da speaker mi trasformavo in ascoltatrice.

Ho così sentito i racconti di figli di superstiti della Shoà, non immaginavo ce ne fossero così tanti e il loro desidero di uscire dalla bolla di sperata sicurezza in cui i genitori li avevano protetti.

Ho raccolto testimonianze di persone cresciute senza Shabat, senza sapere cosa sia una mezuzah, gente senza un D-o di Abramo, Isacco e Giacobbe a cui rivolgersi.

Ebrei che hanno scoperto a 50 anni di appartenere a un popolo da sempre perseguitato.

E che, invece di fuggire da questa identità scomoda, hanno provato a tuffarvici dentro.

Dopo sei giorni ho capito che davanti non avevo semplici persone ma eroi.

Eroe non è solo chi si butta nell’acqua per salvare qualcuno che sta affogando.

Eroe è chi osa e ri-osa, ogni giorno, uscire dalla propria area di sicurezza, dalle proprie abitudini.

La parola eroe deriva dal greco ed è colui che è dotato di forza prodigiosa, che è in grado di compiere imprese celebri.

L’impresa più celebre che un uomo possa compiere è liberarsi dalle consuetudini, da ciò che ha già acquisito ed andare oltre.

La forza prodigiosa non ce l’ha chi butta giù muri con una spallata e sconfigge sei nemici in una volta.

La forza prodigiosa appartiene a chi si alza al mattino e, attraverso pensiero, parole e azioni nuove e diverse, sfida il proprio status quo e le proprie certezze.

Ci hanno insegnato che grande è più di piccolo, ma forse non ci hanno detto tutta la verità.

Perché a volte i piccoli, quelli che partono da livello più bassi, sono loro a essere i più grandi.

È facile camminare su un sentiero che qualcun altro ha già solcato prima di noi.

È così difficile intraprendere un cammino e non fermarsi davanti al vuoto, all’ignoto, a ciò che non si è mai sperimentato prima e che non ci è mai appartenuto.

Si dice che mashiach arriverà nei nostri tempi perché, pur essendo noi dei nani spirituali, stiamo sulle spalle dei nostri antenati che erano dei giganti.

Ma forse mashiach arriverà nei nostri giorni anche perché oggi più che mai nel nostro popolo si trovano i baalei teshuva, eroi che hanno deciso di lasciarsi il vuoto ebraico alle spalle per farsi carico di nuove mizvoth, mai provate prima.

Al livello in cui stanno i baalei teshuva’, nemmeno i più giusti, i più tzadikim, stanno.

Gigante non è chi nasce già alto. Ma chi prova ogni giorno a superare il livello in cui si trovava il giorno precedente.

Gheula Canarutto Nemni

Appello per la sopravvivenza del popolo ebraico

Cari amici ebrei di sinistra,

cari amici ebrei di destra,

quello che leggerete nelle prossime righe è un appello per la sopravvivenza.

Sopravvivenza di un popolo che è arrivato miracolosamente alla data di oggi e che rischia pericolosamente di implodere.
Il nostro popolo è noto per le differenze di pensiero. Le mappe mentali così diverse tra loro ci hanno da sempre fatto crescere.
I 4 figli della hagadà hanno ognuno il loro modo di interpretare la storia, le dodici tribù hanno ognuna il suo modo speciale di servire D-o.
Il popolo ebraico si è alimentato della diversità di opinione, si è nutrito delle differenti correnti di pensiero.

La discussione, la divergenza di punti di vista, è una delle colonne portanti che ha tenuto in vita il nostro popolo.

L’univocità di pensiero non fa parte del dna ebraico.
I profeti si sono opposti ai re, Mosè ha discusso con D-o.
Il Talmud non è altro che il risultato di interminabili discussioni e argomentazioni.

In questo ultimo periodo però qualcosa si è rotto. Le discussioni non sono più semplici scambi, ma dardi avvelenati. Le opinioni sono diventate mattoni che erigono muri tra chi la pensa in maniera diversa.

Per salvare a parole i migranti, stiamo spaccando davvero il nostro popolo.
Per decidere la politica di Israele seduti ai tavolini del bar e su Facebook, dividiamo davvero gli ebrei in buoni e cattivi.
Per commentare la politica di un presidente americano, gettiamo al vento 3300 anni di storia di sopravvivenza,

Stiamo sbagliando qualcosa.
Non è per questo che D-o ci ha fatto arrivare fin qua.                                                             Non per vedere il Suo popolo esaurirsi a vicenda su discussioni sterili che, oltre al rumore della tastiera, non portano a nessun reale cambiamento nel mondo.
Non per vederci scannare sui social media e catalogare le persone come direzioni stradali, destra, sinistra.
Non per vedere il Suo popolo darsi da fare per affondare la barca con le proprie mani, quella barca che miracolosamente ha resistito fino ad oggi alle tempeste peggiori.       Non siamo ancora qui per spaccarci in correnti di pensiero così vorticose da creare mulinelli letali per la nostra nazione.

Se siamo giunti fino a questo momento della storia dell’umanità è perché D-o sa che possiamo dare un valore aggiunto.
È perché ha fiducia in noi, Suo popolo, che non ci perdiamo in ondate di parole inutili su cose che là fuori qualcuno sta già decidendo.
No. Noi siamo qui per fare, per fare progredire, per immettere luce, valori, esempi.
Siamo qui per unire gli individui sotto all’ombrello dei principi universali che noi stessi abbiamo insegnato al mondo.
Siamo qui per dire quello che gli altri non sono in grado di pronunciare.
L’anima degli ebrei, di tutti gli ebrei indistintamente, riceve la vitalità dal livello più profondo e alto di D-o.
Due di noi hanno tre opinioni, ma quello che conta è la nostra essenza. Uguale, indistinta, indifferenziata. Un’essenza che non guarda a destra e a sinistra ma solo in alto, verso Chi l’ha creata.
Il nostro santuario è stato distrutto perché gli ebrei invece di unirsi contro i loro nemici si sono divisi all’interno. Non rendendosi conto che quando facciamo così, quando ognuno si siede al suo tavolo e rifiuta di sentire cosa sta dicendo l’altro, quando si urlano le nostre diatribe e i nostri conflitti su facebook, nei programmi televisivi, nelle testate giornalistiche, facciamo il gioco del nostro nemico. Lo aiutiamo. Non deve fare altro che stare a guardare.

Centimetro dopo centimetro creiamo noi stessi le falle che rischiano di fare affondare la nave che ci ha portato in salvo.

Hillel e Shamai possedevano ognuno lenti diverse, a base di pietà e di rigore, attraverso le quali guardare il mondo. Ognuno di loro interpretava la legge a modo suo.                    Se avessero vissuto oggi avremmo avuto le magliette con ‘io sto con Hillel’ e ‘solo Shamai ha ragione’. Ci sarebbero stati raduni, messaggi collettivi, provocazioni, da parte di uno e dell’altro gruppo. Ai loro tempi invece la diversità di pensiero era opportunità di crescita. Oggi non saremmo chi siamo senza le loro discussioni che come arbitro ne hanno avuto uno di eccezione.

D-o stesso.

Che a un certo punto disse: sia queste che quelle rappresentano la parola divina.

Quello che avete letto è un invito.
Invito a stare insieme, al confronto pacifico, allo scambio civile di opinioni diverse.

Siamo accerchiati da nemici a destra e a sinistra. Non spacchiamoci tra destra e sinistra.

Siamo pochi, ma quando siamo uniti diventiamo tanti piccoli, infinitesimi miracoli di sopravvivenza. Solo insieme la luce fioca di ognuno può diventare una luce potente.

Gheula Canarutto Nemni

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