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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

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ebraismo

Essere ebrei è un privilegio?

Caro D-o,

La maggior parte delle volte in cui mi rivolgo a te è per chiederTi aiuto, per domandarTi di dare una svolta positiva alla mia vita, per ottenere quella cosa in più che, senza di Te, non sarebbe possibile.

Oggi sono alla ricerca delle parole giuste solo per dirTi grazie.

Perché non sempre siamo consapevoli delle ricchezze che possediamo e raramente riusciamo ad apprezzare ciò che abbiamo a portata di mano.

Voglio ringraziarTi. Per avermi fatto parte di un popolo che in presenza di un solo letto in casa, esige che sia il padrone a dormire per terra e lo schiavo a dormire nell’unico letto. Per avermi fatto nascere tra persone che lavorano, corrono, faticano e quando tirano le somme di ciò che hanno guadagnato, pensano prima ai poveri e ai bisognosi e poi a se stesse.

Grazie D-o per il risveglio del mattino illuminato dalla preghiera e da attimi di raccoglimento invece che da una corsa per buttarsi nella mischia pochi minuti dopo avere aperto gli occhi.

Grazie per quelle venticinque ore settimanali di off line totale, di famiglia, di amici, di silenzio interiore. Per la magia degli sguardi che si incontrano dopo una settimana in cui tutto avviene di fretta. Grazie per la bontà che ci hai insegnato e che oggi si trasforma in soccorsi ai siriani, abbandonati dal resto del mondo e aiutati di nascosto da noi, ebrei, loro eterni nemici.

Grazie per avermi donato la chiave per interpretare ogni cosa ed evento della vita in ottica profonda, diversa. Il cibo per noi non è un semplice insieme di molecole saporite, il tempo non è mai un solo movimento meccanico delle lancette.

E il caso non è l’artefice del nostro destino.

D-o grazie per avermi fatto essere lì, insieme a tutte le anime presenti, passate e future, del mio popolo e avermi fatto sentire direttamente dalla Tua voce, i primi due comandamenti. Nessun popolo della storia ha mai assistito a un evento del genere. A nessun altro insieme di donne, uomini e bambini, Ti sei mai rivelato in questo modo.

Grazie D-o per la Torà, le sue leggi, la sua morale eterna ed universale.

E grazie, grazie di cuore, per avermi dato il privilegio, la responsabilità e l’onore di fare parte della Tua nazione.

Con la speranza di non deluderTi mai

Gheula Canarutto Nemni

 

 

Inviato da iPhone

Per l’ebraismo non è mai troppo tardi

Se ti svegliassi al mattino e scoprissi che ti è stata offerta una seconda chance? Se venissero a bussarti alla porta e ti dicessero ‘il biglietto vincente della lotteria che pensavi di avere perso, l’ho ritrovato e sono venuto a restituirtelo’? Se durante una giornata qualunque scoprissi che quell’amico con cui avevi litigato, ti ha appena scritto che ti ha perdonato? Se ti dicessero che, nonostante tu ti senta staccato da D-o e lontano da ciò che ha comandato, ogni momento è buono per riprovare a raggiungerLo? Non domandatemi la definizione della religione ebraica. Sarebbe impossibile da trovare. Se però mi chiedessero di inventarmi uno slogan da mettere sulla porta della mia casa, in modo che la gente capisca che dentro ci vivono degli ebrei, lo slogan sarebbe ‘qui vivono persone convinte che non sia mai troppo tardi’. Non è mai stato troppo tardi per uscire dai campi di concentramento e ritrovare una vita normale, per ricordare paludi velenose che una volta infestavano la nostra terra mentre si ammirano grattacieli moderni. Non è mai troppo tardi per assaggiare uno shabat che non si è mai fatto, per lasciare sul proprio braccio le tracce di lacci di cuoio al mattino prima di correre al lavoro, per regalare alla propria intimità coniugale un risvolto spirituale seguendo le regole della purità famigliare. Non è mai troppo tardi per ritrovare la strada di casa, per modificare la propria direzione di marcia, per riscoprire se stessi e la ragione per la quale siamo venuti al mondo. Non è mai tropo tardi, come non lo era per quelli che, impuri durante Pesach, potevano portare il sacrificio un mese dopo, a pesach sheni, il secondo pesach. Nulla è mai davvero perduto per un ebreo, c’è sempre un varco che rimane aperto. Se non ora quando, disse Hillel. Ogni momento è l’ora giusta per la seconda chance che abbiamo sempre sognato.

Gheula Canarutto Nemni

 

 

 

 

 

 

 

 

Perché gli ebrei pongono sempre domande?, mi hanno domandato. Perché no?, ho riposto

pesach e domandeE quando smetterai di porti domande, quando non alzerai più gli occhi al Cielo chiedendo ‘perché?’, sappi che lì, in quel preciso momento, la storia potrà dirsi interrotta.Non lasciare che forze esterne ti convincano di essere arrivato. Di essere giunto a quello stadio per il quale la domanda è segno di sconfitta. Sono le domande che da sempre ci hanno tenuto in vita. Così mi hanno insegnato.

Esistono anche le domande di chi non vuole sentire risposta e di chi non possiede nessun punto di partenza. Ma non sono queste le domande che fanno crescere. Le domande, quelle vere, provengono da chi approfondisce, da chi si muove senza interruzione nel territorio della conoscenza continua.

E non ti stupire quando scoprirai che già, molto prima di te, qualcuno si era già posto lo stesso quesito. Qualcuno come te si è alzato al mattino domandandosi ‘quale è lo scopo per il quale sono stato creato?’. E un altro è andato a dormire chiedendo a se stesso ‘perché non sono felice?’ Sono queste domande che hanno insegnato all’uomo a guardare oltre se stesso.

C’è quel quarto figlio nella Hagadah di Pesach, il figlio che non sa domandare. Che teme di manifestare esplicitamente ciò che ancora non comprende. In questa mancanza di coraggio sta il pericolo più incombente. Più che nel malvagio, più che in quello un po’ lento. Il pericolo sta in chi non si sporge al di là della propria siepe, incapace di andare oltre a ciò che già conosce. Il quarto figlio si chiude in se stesso, arrogante nelle proprie risposte. Ma senza domande non si apriranno mai nuove porte.

Isidor I. Rabi, premio nobel per la fisica, raccontò di come sua madre, un’ebrea di Brooklyn, lo accogliesse ogni giorno. Non gli domandava ‘cosa hai studiato?’ o ‘che voto hai preso?’. Gli domandava ‘Izzy, hai posto una buona domanda oggi? Questa è stata la spinta che mi ha portato al Nobel, disse Rabi.

Nella festa della liberazione assoluta, che si chiama Pesach, dalla radice saltare, perché D-o andò oltre alle case degli ebrei durante la piaga dei primogeniti. Ma che si chiama Pesach anche perché ognuno di noi, per crescere, deve saltare e andare oltre alle proprie certezze, durante questa festa in cui ricordiamo le dieci piaghe e la spaccatura del Mar Rosso, miracoli davanti ai quali nessun ebreo ebbe alcuna domanda o dubbio, proprio in questi giorni incoraggiamo le domande, quelle giuste, quelle che nascono dalla conoscenza.

Apri tu la strada a chi non sa domandare, suggerisce la hagadà, il libro che rileggiamo ogni anno.

Poni la base giusta per le domande dei tuoi figli, in modo che non siano domande fini a se stesse, domande gettate lì per il gusto di filosofeggiare. I libri in cui sono contenute le risposte dei nostri saggi si chiamano ‘sheelot utshuvot- domande e risposte’. Perché per l’ebraismo l’infinito non è una curva orizzontale.

Ma una curva che tende verso l’alto, un punto di domanda, che sta in piedi su un punto piccolo ma fermo, chiamato fede.

Gheula Canarutto Nemni

 

L’8 marzo è passato. E per l’ebraismo la donna è sempre l’ultimo tassello del creato…

donne Cosa significa essere l’ultimo tassello del creato? Perché D-o mi ha messo in questo mondo dopo gli insetti, le costellazioni, i mari e i leoni? Perché si è preso la briga di formarmi, di darmi la vita, quando c’era già lui sulla faccia della terra? Cosa posseggo io di diverso? Forse porto un valore aggiunto? D-o la guardò e disse. Porta pazienza. Ti darò un livello di profezia più alto, quando ti chiamerai Sarah, moglie di Abramo. Salverai i maschi dal decreto di morte del Faraone quando avrai le sembianze di Miriam e Yocheved. Riceverai la Torah prima degli uomini, perché di te, del tuo senso di appartenenza, della tua responsabilità come portatrice di un’identità, mi fiderò molto di più che del tuo compagno. Entrerai nella terra di Israele insieme alla nuova generazione, tu non mi tradirai con il vitello d’oro. Accenderai le candele di shabat dentro agli armadi, racconterai storie dei tuoi avi ai tuoi figli mentre là fuori li chiameranno marrani. Sarai profetessa, sconfiggerai generali del campo avversario. Scaverai patate dentro ai campi di concentramento invece di mangiartele, pur di dare vita a una fiamma il venerdì sera. Tu, più di ogni altro, sarai la mia compagna fedele. A te il mio popolo, nel Cantico dei Cantici, verrà paragonato. Senza di te, la mia nazione non potrà sopravvivere nel corso dei secoli. E quando proveranno a farmi sentire inferiore perché sono più debole, perché porto i figli in grembo, perché non so fare la guerra, perché il mio animo si smuove per molte più cose? Dì loro che è vero che le fondamenta stanno in basso, anche un po’ nascoste, ma senza di esse l’intero edificio non starebbe in piedi. Rispondi che sono stato Io a decidere chi avrebbe portato i figli in grembo. E ho accordato questo privilegio solo a chi possiede la forza di vivere oltre se stesso. Non è con la forza fisica che si misura il valore di una persona. E la sensibilità d’animo? Sì, anche quella te l’ho messa Io. Perché così sarai in grado di percepire e interpretare ciò di cui, chi non sa parlare, ha bisogno. L’uomo dovrà portare la spiritualità in questa terra. Ma tu avrai la capacità di trasformare la materia in qualcosa di spirituale. Tu, donna, sei l’ultimo tassello del creato. Perché solo tu sarai l’anello che congiungerà il cielo con la terra.

Il mondo e la sua strategia di separazione del popolo ebraico

elal orthodoxHo visto innumerevoli cose nella mia vita.

Ho visto donne con indosso talit e tefilin volere pregare al Muro del Pianto. La notizia delle loro rivendicazioni fare il giro del mondo.

Ho visto una signora 81enne, sopravvissuta della shoà, fare causa alla El Al, la compagnia aerea israeliana, per averla spostata nella business class in seguito alle richieste di un ebreo ortodosso, sì uno di quelli che mette talit e tefilin e osserva lo shabat, che non voleva sedersi accanto a una donna.

Ho visto nemici esultare davanti ai sentimenti che queste notizie fanno nascere nell’animo del nostro popolo. Sentimenti di separazione, di non appartenenza, di divisione interna. Sentimenti di io con quelle persone non ho niente a che fare. Se c’è una cosa che sogna il nemico è vedere gli avversari farsi la guerra e distruggersi tra loro.

Ho visto profughi che bussano alle porte di paesi stranieri, il medio oriente ridotto in macerie. E i mass media dedicare spazi e notizie alle piccole controversie interne di una nazione corrispondente allo 0,2% della popolazione mondiale.

Ho visto un popolo ricevere la più alta rivelazione divina mai avvenuta in terra. L’ho visto pochi attimi dopo pregare a un vitello d’oro, come se la rivelazione non l’avessero mai percepita, come se la voce di D-o non fosse mai giunta alle loro orecchie, come se il Mar Rosso non si fosse spaccato davanti ai loro occhi. Ho sentito Mosè implorare il perdono per quella nazione.

E D-o dire ho perdonato come tu mi hai chiesto.

E poco dopo ho udito Mosè, il loro leader, chiamare tutti gli ebrei in raduno. Vayakhel Moshe’. Mosè li riunì. Avete appena peccato, è vero. Ma non è il peccato ciò che più dovete temere. Ma la separazione tra fratelli.

L’unione fa la forza, disse.

Anche di fronte ai peccati più grandi, anche di fronte alle discese spirituali più eclatanti, se starete insieme, ce la farete.

Sopravvivrete.

I vostri nemici faranno pubblicare notizie su ebrei ortodossi e su litigi davanti al Muro del Pianto.

Sappiate, è una strategia per indebolirvi. Ho visto D-o perdonare l’idolatria assoluta. Ma l’ho visto distruggere un santuario. Per l’odio che serpeggiava tra i suoi figli. Siamo nell’anno di Hakhel, l’anno in cui D-o si aspetta da noi uno sforzo per stare insieme.

Shemà Israel H’ è il nostro D-o, H’ è uno, diciamo ogni giorno. Nostro, di tutti gli ebrei insieme. Solo così nessuna forza esterna potrà mai sconfiggerci.

Gheula Canarutto Nemni

Io sono osservante, tu laico. E allora?

jewish tefilin

Non si sarebbero mai parlati se non fosse stato per quel particolare momento della vita. Un venerdì mattina in cui tutti e due pregavano, a modo loro, che tutto si risolvesse per il meglio. Finchè Menachem alzò lo sguardo e incrociò quello di Daniel.

‘Vuoi mettere i tefilin?’ domandò Menachem.

Daniel lo guardò sorpreso.

‘No, grazie’ rispose.

‘Non lo faresti per me’, insistette il giovane, ‘ma per mia madre che è in sala operatoria in questo momento’, ci tenne a precisare Menachem.

‘Anche mio padre è sotto i ferri ora’, rispose Daniel con un’alzata di spalle.

‘Cosa ti costa metterli?’ si intromise una voce femminile dalla sedia accanto, ‘fagli un piacere, non vedi che ci tiene davvero?’

Daniel si alzò un po’ sbuffando domandando quale manica dovesse arrotolare.

Lentamente la sala d’attesa dell’ospedale si riempì delle parole dello Shemà un po’ storpiate pronunciate da un israeliano di trent’anni laureato in ingegneria.

‘Se mi vedesse mia nonna’ disse Daniel dopo avere finito. ‘Lei non accende il fuoco durante lo shabat e non guarda la televisione. Noi la prendiamo tutti in giro. Mi fai una foto così, con i tefilin, che gliela mando?’

Il flash del cellulare illuminò la stanza.

‘E’ la seconda volta della mia vita che li metto. La prima volta è stata durante il mio bar mizvah’ disse daniel forse più a se stesso che al proprio interlocutore.

Menachem iniziò a srotolargli i tefilin dal braccio. Daniel abbassò lo sguardo sui solchi che le strisce di cuoio avevano lasciato sulla sua pelle.

‘Se non mi avessi domandato di mettere i tefilin probabilmente io e te non ci saremmo mai rivolti la parola in vita nostra. Tu con la kippà e i tzitzit, io totalmente laico…’

‘Dovremmo imparare ad andare oltre a ciò che vediamo. Permettiamo che dei segni esteriori ci dividano. E ci dimentichiamo che la nostra origine spirituale è la stessa. Solo una. Perché ognuno di noi contiene dentro di sé una parte dell’Anima di D-o stesso.’

La donna, che fino a quel momento era stata in silenzio ad osservare la scena, disse

‘Sono la madre di Daniel. Ti posso dire che anche se siamo tutti laici in famiglia, vederlo con i tefilin al braccio, mentre mio marito si trova in sala operatoria, è stato come trovare le preghiere che non conosco’

Menachem le sorrise.

‘Saremmo il popolo più forte del mondo se riuscissimo a ritrovare la nostra unità perduta’.

La donna annuì, stringendo forte la mano del figlio. Due ore dopo vennero a comunicare che le operazioni dei parenti erano perfettamente riuscite. La donna esclamò un forte ‘baruch Hashem’ e cercando lo sguardo di Menachem gli disse ‘so che non mangeresti nulla da casa mia. Ma visto che tua madre sarà in ospedale per shabat, posso andare a comprarti delle chalot e portartele?’

E’ molto importante meditare prima della tfila, figlio mio. Ma questa meditazione è nulla in confronto a ciò che si smuove nei cieli quando si fa un favore al prossimo. La meditazione è importante. Ma solo se ti porta a desiderare di fare il bene ad un’altra persona, disse il Rebbe Rashab a suo figlio.

Gheula Canarutto Nemni

Quando siederò nel buio, D-o sarà la mia luce

 

Perché accendiamo queste candele ogni anno? mi domandi figlio mio.

Perché ripetiamo questo rituale e ogni giorno, per gli otto giorni di Chanukà, ci impuntiamo che ci sia una fiamma in più a danzare?

Figlio mio, quella di Chanukà non è solo una storia.

Quando i Maccabei sconfissero il nemico non andarono per le strade a brandire le proprie spade, come facevano tutti gli altri popoli. I Maccabei avevano altro da fare.

Corsero verso il Beth Hamikdash, il santuario, con un unico obiettivo in testa. Riaccendere la menorah, il candelabro a sette braccia. Non organizzarono banchetti e grandi celebrazioni, ma si misero alla ricerca frenetica di un’ampolla intatta, non dissacrata, per ridare vita con purezza assoluta, a quella luce.

Trovarono solo un’ampolla.

Che con le proprie forze continuò a resistere, a danzare e illuminare per otto ininterrotti giorni.

Noi ebrei siamo abituati a muoverci nel buio. Davanti a ogni nostro passo abbiamo sempre trovato un ostacolo, una sfida, una persecuzione, un nemico giurato.

Nulla però è mai riuscito a farci pensare ‘basta, mi arrendo’.

Figlio mio, non siamo venuti al mondo per osservare passivi ciò che accade intorno.

La nostra anima non è stata staccata dal trono celeste per subire gli eventi senza gridare.

D-o si è preso la briga di soffiare dentro a noi la Sua essenza per un solo motivo.

Perché noi possiamo.

Ognuno di noi è quella ampolla, ognuno di noi ha dentro di sé la forza di resistere, ognuno possiede dentro di sé la forza di illuminare.

Ognuno di noi è capace di inondare se stesso e il mondo che lo circonda, di positività e luce assoluta.

Figlio mio, quella di Chanukà è la storia ebraica che si ripete in ogni momento.

E’ la storia di una ragazza che, pur avendo perso il padre e il fratello due settimane prima in un attentato, non ha voluto darla vinta al nostro nemico.

Noi al male non concediamo tregua.

Da ogni caduta e battaglia ci siamo sempre rialzati.

E partendo dall’ultimo, fievole, raggio di luce rimasto, dalla fede che batte in ogni anima ebraica, alimentiamo una fiamma sempre più grande.

‘Non gioire mio nemico, perché sono caduto ma mi sono rialzato’, ha fatto scrivere la ragazza sul nuovo invito del suo matrimonio posticipato.

Figlio mio, ricordati.

Il popolo ebraico il buio lo acceca da sempre con luce infinita.

Chanuka sameach

Gheula Canarutto Nemni

chanukah nazismo

Cari Hillary Clinton e leader del mondo, la disperazione non è mai una giustificazione

parigi 13 novembre 2015

La disperazione non è mai stata per noi una giustificazione.

 

Hanno distrutto il nostro santuario di Gerusalemme e ci hanno portato in catene nelle strade di Roma. Ci hanno buttato nelle arene per fare divertire gli spettatori mentre i leoni ci sbranavano vivi. Ci hanno bruciato negli autodafé, chiamati marrani, maiali, ci hanno proibito di accendere le candele al venerdì sera e di pregare nella lingua dei nostri padri. Ci hanno cacciato dalla Spagna, costringendoci a cercare nuovi paesi che ci accogliessero. Ci hanno massacrati nei pogrom, devastato le nostre sinagoghe, arruolato i nostri figli in eserciti da cui non sarebbero mai più ritornati. Ci hanno tolto il diritto di lavorare, di possedere, di votare, di parlare. Ci hanno spogliato della dignità di cui ogni essere umano dovrebbe godere per diritto alla nascita, strappandoci  i denti d’oro dalla bocca e marchiandoci a fuoco come bestie al macello. Ci hanno urlato per secoli ‘tornatevene nella vostra terra’ e ora che ci siamo tornati ci urlano ‘andatevene’.

Eppure noi ebrei siamo parte indissolubile del tessuto della storia del mondo.

La presenza ebraica è il comune denominatore per la maggior parte dei paesi sulla cartina geografica.

In ogni posto della terra dove siamo approdati abbiamo generato poeti, matematici, fisici, scrittori, politici, scienziati, medici, inventori.

 

Anche quando ci chiudevano nei ghetti, abbiamo continuato a produrre. Non abbiamo smesso di scrivere, di riflettere, di discutere e di cercare di infondere il bene .

Non abbiamo messo la nostra vita in standby nemmeno per un istante.

Non ci siamo coperti la testa di cenere per migliaia di anni.

Ci hanno cacciato, derubato, privato, spogliato, ucciso, massacrato.

Abbiamo caricato in spalla il nostro destino e nel cuore l’eredità spirituale dei nostri avi e siamo andati alla ricerca di un nuovo posto in cui ricominciare a respirare.

Non c’è tempo né voglia di piangersi addosso per chi cresce sapendo che ogni istante in questo mondo è la ricchezza più grande che si possiede, per coloro a cui viene insegnato che la vita è un regalo da sfruttare in ogni istante che ci viene regalato.

E non c’è nemmeno spazio per il rancore.

Siamo tornati in Germania, in Italia, in Francia senza più genitori, fratelli, mogli e figli. Ci siamo messi sotto alle finestre a guardare altri vivere nelle case che prima della guerra ci appartenevano.

Ci siamo alzati le maniche, scoprendo numeri impressi a fuoco nel braccio e nell’anima e abbiamo ricominciato da capo.

I paesi invasi dalle ondate migratorie dovrebbero studiarsi la storia ebraica e il nostro modello di integrazione.

Ovunque siamo andati, abbiamo fatto attenzione a non scivolare sulle nostre lacrime.

Non abbiamo aspettato la pietà, la compassione dei paesi che ci accoglievano. Abbiamo detto grazie e, dal primo istante, cercato di integrarci nel tessuto sociale del luogo che ci ospitava donando  i nostri talenti e il nostro potenziale per lo sviluppo e l’avanzamento. Per il futuro nostro e degli altri.

C’è chi usa la disperazione per giustificare i massacri di innocenti.

E chi cerca di accantonare la disperazione nel cassetto dei ricordi e risalire la china concentrandosi sulle nuove opportunità offerte.

Gentile Hillary Clinton, politici europei e italiani che cercate una ragione, un motivo dietro alla trasformazione di questi esseri umani in schegge mortali.

Anche se scopriste una loro situazione personale tragica, seppure in molti casi queste persone abbiano in un tenore di vita allineato con la società in cui vivono, anche se così fosse, nulla, nulla, può giustificare la violenza cieca contro altri esseri umani. Nulla, nulla, può dare il diritto a un individuo di privare un altro del suo domani.

E andare alla ricerca di giustificazioni significa preparare un terreno fertile per i prossimi atti.

Mai un popolo è stato trattato peggio dalla storia come quello ebraico.

Eppure, ovunque ci abbia portato il vento dell’odio, ci siamo integrati, abbiamo imparato la lingua del posto, studiato a memoria Foscolo, Quasimodo e Leopardi.

Abbiamo ideato le lasagne al ragù senza latte, sappiamo che sta a noi doverci inserire nel luogo dove viviamo. Non abbiamo mai domandato che fosse il paese che ci accoglieva ad adeguarsi alle nostre usanze.

Dina demalchuta dina, la legge del posto deve diventare la tua legge, dice il Talmud.

Ai leader che  vanno alla ricerca di giustificazioni per atti assassini e criminali, forse sarebbe il caso di offrire qualche lezione di storia ebraica.

L’integrazione vera, anche dei più disperati della storia del mondo, è possibile e può diventare realtà. Ma dipende innanzitutto dai valori che trasmettono la religione e la famiglia dei nuovi arrivati. E dalla loro volontà di entrare a far parte in maniera positiva e costruttiva della società che li accoglie.

Gheula Canarutto Nemni

 

Am Israel Chay, il popolo di Israele vive

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E io che non riesco a smettere di leggere le notizie sui giornali e sul web, che mi sento assalire dalla rabbia ogni volta che vedo un titolo relativo al Medio Oriente, io che non riesco a mangiare senza pensare che i miei fratelli, i miei figli si trovano lì ad aspettare un autobus tremando per la propria vita, io, da qui cosa posso fare?

E tu, tu che twitti i messaggi per fare girare il più possibile la verità tra la gente, che prendi il microfono e cerchi di spiegare la realtà a chi la vuole negare e manipolare, tu che cambi status ogni dieci minuti per raccontare agli amici virtuali quello che non vedrebbero da nessuna altra parte, tu, cosa puoi fare?

E noi, noi che guardiamo con sospetto chiunque si aggiri nei dintorni ebraici, che ci ritroviamo nei bar, nelle scuole e non possiamo permetterci di distrarci un attimo, che sussurriamo le parole in ebraico per la paura di venire riconosciuti, noi, cosa possiamo fare?

C’è una porzione di mondo, là fuori, a cui noi ebrei non stiamo simpatici. Non importa che passaporto abbiamo, se con una copertina blu e un candelabro a sette braccia o una bordeaux con lo stemma europeo. Non importa che lingua parliamo in casa e dove sono nati i nostri nonni. Non importa come abbiamo coniugato la nostro vita. A questa porzione di mondo noi non piacciamo perché siamo ebrei. Punto. E il loro sogno più grande è vederci un giorno sparire.

Io, tu, noi in questi giorni abbiamo una sola cosa da fare. Cercare di dare ancora più vitalità al nostro popolo. Con fatti, azioni concrete, torà e mizvoth che rinforzano la nostra identità ebraica. Gli arabi che accoltellano gli ebrei per le strade non lo fanno guardando il loro passaporto. E nemmeno il terrorista nel supermercato kasher di Parigi. A loro non interessa che lingua parliamo. Quello che li disturba è il nostro essere ancora qui, nonostante tutto. A pregare, a chiudere i nostri negozi di shabat, a cercare la carne kasher e a recitare lo shemà con i nostri figli. Diamo fastidio perché non abbiamo mai smesso di essere ebrei.

Am Israel Chay, il nostro popolo è, grazie a D-o, ancora vivo. E mai smetteremo di dimostrarvelo.

Gheula Canarutto Nemni

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