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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

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ebraismo

Ma chi l’ha detto che Gerusalemme appartiene agli ebrei?

Abramo fu il primo individuo della storia a capire che D-o esiste e guida il mondo.

E D-o chiamò Abramo e gli disse ‘Abramo’ e Abramo rispose ‘eccomi’. E D-o gli disse ‘Prendi per favore tuo figlio, l’unico che hai, quello che ami, e dirigiti verso la terra di Moriah e portalo in sacrificio su una delle montagne che ti farò vedere’.

Abramo si svegliò al mattino presto, affrettandosi a compiere il comandamento divino.

Arrivò alla terra di Moriah e lì cercò di offrire il proprio figlio in sacrificio a D-o. Un angelo lo chiamò giusto in tempo per fermarlo.

Abramo allora prese un montone e lo sacrificò al posto del figlio. E Abramo chiamò quel posto ‘D-o vedrà’. Fino ad oggi quella è la montagna della rivelazione di D-o dove D-o può essere visto (Genesi 22:2)

Quella terra, chiamata nella Torah terra di Moriah e in seguito D-o vedrà, corrisponde oggi a Gerusalemme..

In quel posto Davide, primo re di Israele, costruì il proprio palazzo reale, proclamando Gerusalemme capitale del regno.

Su quel fazzoletto di terra il figlio di re Davide, Salomone, costruì il primo santuario ebraico, seguendo le istruzioni che D-o gli aveva dato.

Nel 578 prima dell’e.v  Nabuccodonosor conquistò il regno di Israele, distrusse il primo Santuario e diede vita al primo esilio del popolo ebraico. Sulle rive di Babilonia dove stavamo seduti e piangevamo mentre ricordavamo Sion.

Dopo settanta anni Ezrah e Nechemia, due profeti ebrei, ricostruirono il santuario di Gerusalemme.

Arrivarono i greci- siriani e provarono, non riuscendoci, a conquistare quel minuscolo pezzo di terra.

La nazione ebraica continuò a vivere ancora per qualche secolo in pace e a compiere per tre volte all’anno i pellegrinaggi verso Gerusalemme prescritti nella Torah.

Arrivarono i Romani e distrussero il secondo Santuario nel 70 e.v. Gli ebrei si sparsero in molti paesi del mondo.

Negli ultimi 1947 anni gli ebrei non hanno mai smesso di menzionare Gerusalemme nelle proprie preghiere, hanno continuato a volgersi per tre volte al giorno verso Gerusalemme per pregare, ad ogni matrimonio hanno infranto un bicchiere cantando tra le lacrime ‘se ti dimenticherò Gerusalemme verrà dimenticata la mia mano destra’.

Gli ebrei non hanno mai smesso di vivere a Gerusalemme, fisicamente e spiritualmente, resistendo ai conquistatori che si presentavano periodicamente alle sue porte, cercando di farvi ritorno sfidando neve, deserti e briganti. Non c’è stato un solo minuto senza respiro ebraico nella Città Santa.

Caro Presidente Trump,

Grazie per averci ricordato che gli ebrei non vivono in Israele perché amano particolarmente le sfide, le difficoltà, il clima desertico e le alte temperature.

Non viviamo in Israele perché non abbiamo trovato casa in nessun altro posto.

Se siamo lì e non in Uganda,  se continuiamo a volgerci verso est, verso Gerusalemme, è perché proprio lì il nostro primo patriarca Abramo ha dimostrato il proprio amore e la propria devozione a D-o.

L’ebraismo non è una cultura, non è solo una lingua, un insieme di tradizioni, non è solo una lunga catena di storia, sacrificio e amore.

L’ebraismo non è solo un modo di pensare, amore per la conoscenza, per l’innovazione e per la pace.

L’ebraismo è tutto questo e molto di più.

Ma c’è un elemento essenziale senza il quale non sarebbe arrivato fino ai nostri giorni. Qualcosa che ha resistito alle tragedie, alle persecuzioni, all’odio irrazionale. Quella cosa si chiama fede. Fede nel Re Creatore del mondo.

Gerusalemme è il simbolo dell’amore eterno degli ebrei per D-o.

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L’eroe di Yom Kippur. Una storia vera 

L’eroe di questa storia sei tu.
Che sfidi le convenzioni, la razionalità, gli antisemiti, gli atei e i miscredenti e stai andando in sinagoga. 

La persona da ammirare è tuo figlio. Che lascia i suoi amici, i suoi giochi elettronici, i suoi siti preferiti, per sedersi accanto a te ad ascoltare parole di cui ignora il significato. 

Le eroine di queste pagine sono tua madre, tua nonna, donne che hanno visto massacrare i propri cari davanti ai loro occhi durante la guerra, che hanno respirato il fumo dei campi di concentramento. Eppure tornano ogni anno a confrontare D-o nella Sua dimora. 

Gli eroi siamo noi, discendenti di un popolo pieno di discussioni, di dubbi, di lacerazioni e persecuzioni. Che una volta all’anno accantoniamo tutte le nostre domande per ritrovare certezze.

Impavide sono le nostre gambe che ad ogni passo verso la sinagoga, annunciano senza paura al mondo: io sono ebreo e ne sono fiero.  

Eroica è la nostra anima, che, nonostante le tappiamo la bocca e tarpiamo le ali ogni giorno, si mette silente in angolino e aspetta. 

Perché sa che ci sono venticinque ore all’anno in cui nessuno potrà farla stare zitta. Una giornata intera in cui si sente solo la sua di voce. 

In queste ore siamo solo figli di D-o, parte di un disegno divino unico e diverso. 

In questo giorno, quando chiudiamo gli occhi e gridiamo: 

Shema Israel H’ Elokeinu H’ Echad

Ascolta Israele, D-o è il nostro D-o, D-o è Uno

nessuna barriera, 

nessun ostacolo, 

nessuna azione sbagliata 

o pensiero oltraggioso, 

nessun passato erroneo 

o atteggiamento controverso, 

nessun peccato 

né trasgressione 

potrà ergersi tra noi e il nostro Creatore. 

A Yom Kippur siamo un tutt’uno con Chi ci ha voluto nel Suo mondo. 
Gmar chatima’ tova’ 

Gheula Canarutto Nemni

Gad Lerner mi ha diffamato

promised landGad Lerner,

Con i suoi programmi televisivi, con i suoi proclami mediatici in cui domanda la fine dell’occupazione israeliana, senza nemmeno spiegare chi attaccò per primo e chi agi’ per legittima difesa, lei ha leso il mio onore, ha offeso la mia reputazione, ha creato un’immagine falsa che di me, della mia nazione,  si fanno chi la legge e la ascolta. 

Lei parla da ebreo. E per questo, l’ignaro pubblico, le crede quando parla del popolo ebraico.

Quella terra ci appartiene per diritto. È stata promessa da sempre al popolo ebraico. Apra Bamidbar, Numeri, nella porzione che leggeranno tutti gli ebrei del mondo questo sabato. Cinque donne si avvicinarono a Mose’ per domandargli di rientrare anche loro nella spartizione della terra di Israele. 3300 anni fa gli ebrei erano già connessi alla loro terra. Sfogli la Bibbia nella porzione successiva, dove si racconta delle tribù che avrebbero ricevuto le terre al di là del Giordano. 

La terra di Israele non è stata data al popolo ebraico in maniera provvisoria, come lei fa credere ai suoi ignari spettatori e lettori.

La definizione di Terra Promessa che dà l’ebraismo non è idolatria della terra, per poterne rivendicare la proprietà, come lei afferma. E’ promessa della terra. Promessa fatta da D-o ad Abramo di dare quella terra, la terra di Canaan, ai suoi discendenti, in più passi della Genesi. E’ la promessa fatta ad Isacco (Genesi 26-4), a Giacobbe (Genesi 28-13; Genesi 35-12 ecc ). E’ la spartizione della terra promessa agli avi di Israele tra le dodici tribù, scritta nella Bibbia . L’idolatria è aborrita dalla religione ebraica, lo vorrei ricordare io, al posto suo, a chi segue i suoi scritti.

Lerner non metta in bocca al mio D-o parole che Egli non dice.

Il mio D-o non ha mai detto che gli ebrei sono stranieri nella terra promessa, come lei racconta.

 Il mio D-o quella terra la promette e la fa conquistare ai miei avi.

Non attribuisca agli ebrei credi in cui la maggioranza assoluta di una nazione non si ritrova.

Non appiccichi addosso al mio popolo e a me, una etichetta che le fa comodo per potere farsi trasmettere e pubblicare da chi non vede l’ora di gettare fango addosso al popolo a cui appartengo.

Visto che lei si arroga il diritto di parlare a nome mio, mi permetta di dirle un’ultima cosa. 

Ognuno di noi viene messo al mondo con uno scopo preciso. Questa meta D-o però non la rende facilmente raggiungibile. E costella il percorso di ostacoli e false promesse. 

Lerner, a lei è stato fatto il dono di potersi fare ascoltare da molti italiani. Sfrutti la sua posizione mediatica per raccontare quante volte al giorno gli ebrei pronunciano la parola pace nelle proprie preghiere. Racconti i messaggi straripanti di amore e nessuna vendetta, delle madri davanti ai corpi assassinati e bruciati dei loro tre figli.

Si faccia portavoce di quei valori ebraici che ci hanno fatto cantare e pregare all’entrata dei forni crematori.

Scriva la verità, non sezioni la mia religione, la mia cultura, i principi che guidano il mio popolo, a suo piacimento.

Questa è diffamazione.

Gheula Canarutto Nemni

Il Rebbe. Quando i sogni hanno il potere di trasformare la realtà 

Ha visto al di là di ciò che tutti vedevano. Oltre i muri di Berlino, al di là della cortina di ferro e della guerra fredda. Ha immaginato vive, piene di persone, sinagoghe mentre erano ancora desolate ed abbandonate.

Ha sentito risuonare di nuovo voci di preghiera tra mura che erano state silenziate dall’odio assoluto, quando il vuoto ancora vi rimbombava. 

Ha guardato i bambini sfilare nella Piazza Rossa con grandi cartelli scritti in ebraico, mentre il mondo vedeva sfilare carri armati e soldati.

Ha visto migliaia di ragazzi seduti intorno a un tavolo del Seder di Pesach, sulle vette del Nepal, quando nessun ebreo ci era ancora arrivato. 

Ha acceso le luci di Chanuka in Times Square, Roma, Parigi, Honolulu e Honk Kong, mentre il buio della guerra mondiale era ancora una memoria viva e dolorante.

Ha portato parole di Torà, di tradizione millenaria, a individui che le avevano dimenticate o mai sentite prima di allora. 

Ha sognato milioni di candele dello Shabat illuminare le case ebraiche. 

Ha fermato per la strada uomini indaffarati, distogliendoli da impegni d’affari urgenti, per avvolgere il loro braccio con i tefilin.

Essere ebrei avrebbe dovuto essere un onore, un privilegio, non una identità scomoda. Dire sono ebreo, avrebbe dovuto essere fonte di fierezza, non di vergogna. 

Se oggi, viaggiando a Guangzhou e passeggiando nelle spiagge della Thailandia, troviamo cibo kasher, minyan, un volto amico, lo dobbiamo a un uomo che ha creduto nel potere dei sogni. 

Se oggi essere ebrei sembra quasi facile, se ogni città del mondo ha il proprio mikveh e per milioni di donne è diventata una abitudine andarci, è perché lui non ha smesso di crederci. 

Forse oggi non riusciamo a vedere il Rebbe. Ma quello che ha fatto, sognato, realizzato, rivoluzionato, accompagna le vite del nostro popolo in ogni angolo della terra. 

Quando l’anima di uno tzadik si separa dal corpo, la sua influenza sulle persone che gli erano vicine e sul mondo intero, diventa ancora più grande. 

Grazie Rebbe per la luce che porti ogni secondo nel mondo. 

Gheula Canarutto Nemni 

Essere ebrei è un privilegio?

Caro D-o,

La maggior parte delle volte in cui mi rivolgo a te è per chiederTi aiuto, per domandarTi di dare una svolta positiva alla mia vita, per ottenere quella cosa in più che, senza di Te, non sarebbe possibile.

Oggi sono alla ricerca delle parole giuste solo per dirTi grazie.

Perché non sempre siamo consapevoli delle ricchezze che possediamo e raramente riusciamo ad apprezzare ciò che abbiamo a portata di mano.

Voglio ringraziarTi. Per avermi fatto parte di un popolo che in presenza di un solo letto in casa, esige che sia il padrone a dormire per terra e lo schiavo a dormire nell’unico letto. Per avermi fatto nascere tra persone che lavorano, corrono, faticano e quando tirano le somme di ciò che hanno guadagnato, pensano prima ai poveri e ai bisognosi e poi a se stesse.

Grazie D-o per il risveglio del mattino illuminato dalla preghiera e da attimi di raccoglimento invece che da una corsa per buttarsi nella mischia pochi minuti dopo avere aperto gli occhi.

Grazie per quelle venticinque ore settimanali di off line totale, di famiglia, di amici, di silenzio interiore. Per la magia degli sguardi che si incontrano dopo una settimana in cui tutto avviene di fretta. Grazie per la bontà che ci hai insegnato e che oggi si trasforma in soccorsi ai siriani, abbandonati dal resto del mondo e aiutati di nascosto da noi, ebrei, loro eterni nemici.

Grazie per avermi donato la chiave per interpretare ogni cosa ed evento della vita in ottica profonda, diversa. Il cibo per noi non è un semplice insieme di molecole saporite, il tempo non è mai un solo movimento meccanico delle lancette.

E il caso non è l’artefice del nostro destino.

D-o grazie per avermi fatto essere lì, insieme a tutte le anime presenti, passate e future, del mio popolo e avermi fatto sentire direttamente dalla Tua voce, i primi due comandamenti. Nessun popolo della storia ha mai assistito a un evento del genere. A nessun altro insieme di donne, uomini e bambini, Ti sei mai rivelato in questo modo.

Grazie D-o per la Torà, le sue leggi, la sua morale eterna ed universale.

E grazie, grazie di cuore, per avermi dato il privilegio, la responsabilità e l’onore di fare parte della Tua nazione.

Con la speranza di non deluderTi mai

Gheula Canarutto Nemni

 

 

Inviato da iPhone

Per l’ebraismo non è mai troppo tardi

Se ti svegliassi al mattino e scoprissi che ti è stata offerta una seconda chance? Se venissero a bussarti alla porta e ti dicessero ‘il biglietto vincente della lotteria che pensavi di avere perso, l’ho ritrovato e sono venuto a restituirtelo’? Se durante una giornata qualunque scoprissi che quell’amico con cui avevi litigato, ti ha appena scritto che ti ha perdonato? Se ti dicessero che, nonostante tu ti senta staccato da D-o e lontano da ciò che ha comandato, ogni momento è buono per riprovare a raggiungerLo? Non domandatemi la definizione della religione ebraica. Sarebbe impossibile da trovare. Se però mi chiedessero di inventarmi uno slogan da mettere sulla porta della mia casa, in modo che la gente capisca che dentro ci vivono degli ebrei, lo slogan sarebbe ‘qui vivono persone convinte che non sia mai troppo tardi’. Non è mai stato troppo tardi per uscire dai campi di concentramento e ritrovare una vita normale, per ricordare paludi velenose che una volta infestavano la nostra terra mentre si ammirano grattacieli moderni. Non è mai troppo tardi per assaggiare uno shabat che non si è mai fatto, per lasciare sul proprio braccio le tracce di lacci di cuoio al mattino prima di correre al lavoro, per regalare alla propria intimità coniugale un risvolto spirituale seguendo le regole della purità famigliare. Non è mai troppo tardi per ritrovare la strada di casa, per modificare la propria direzione di marcia, per riscoprire se stessi e la ragione per la quale siamo venuti al mondo. Non è mai tropo tardi, come non lo era per quelli che, impuri durante Pesach, potevano portare il sacrificio un mese dopo, a pesach sheni, il secondo pesach. Nulla è mai davvero perduto per un ebreo, c’è sempre un varco che rimane aperto. Se non ora quando, disse Hillel. Ogni momento è l’ora giusta per la seconda chance che abbiamo sempre sognato.

Gheula Canarutto Nemni

 

 

 

 

 

 

 

 

Perché gli ebrei pongono sempre domande?, mi hanno domandato. Perché no?, ho riposto

pesach e domandeE quando smetterai di porti domande, quando non alzerai più gli occhi al Cielo chiedendo ‘perché?’, sappi che lì, in quel preciso momento, la storia potrà dirsi interrotta.Non lasciare che forze esterne ti convincano di essere arrivato. Di essere giunto a quello stadio per il quale la domanda è segno di sconfitta. Sono le domande che da sempre ci hanno tenuto in vita. Così mi hanno insegnato.

Esistono anche le domande di chi non vuole sentire risposta e di chi non possiede nessun punto di partenza. Ma non sono queste le domande che fanno crescere. Le domande, quelle vere, provengono da chi approfondisce, da chi si muove senza interruzione nel territorio della conoscenza continua.

E non ti stupire quando scoprirai che già, molto prima di te, qualcuno si era già posto lo stesso quesito. Qualcuno come te si è alzato al mattino domandandosi ‘quale è lo scopo per il quale sono stato creato?’. E un altro è andato a dormire chiedendo a se stesso ‘perché non sono felice?’ Sono queste domande che hanno insegnato all’uomo a guardare oltre se stesso.

C’è quel quarto figlio nella Hagadah di Pesach, il figlio che non sa domandare. Che teme di manifestare esplicitamente ciò che ancora non comprende. In questa mancanza di coraggio sta il pericolo più incombente. Più che nel malvagio, più che in quello un po’ lento. Il pericolo sta in chi non si sporge al di là della propria siepe, incapace di andare oltre a ciò che già conosce. Il quarto figlio si chiude in se stesso, arrogante nelle proprie risposte. Ma senza domande non si apriranno mai nuove porte.

Isidor I. Rabi, premio nobel per la fisica, raccontò di come sua madre, un’ebrea di Brooklyn, lo accogliesse ogni giorno. Non gli domandava ‘cosa hai studiato?’ o ‘che voto hai preso?’. Gli domandava ‘Izzy, hai posto una buona domanda oggi? Questa è stata la spinta che mi ha portato al Nobel, disse Rabi.

Nella festa della liberazione assoluta, che si chiama Pesach, dalla radice saltare, perché D-o andò oltre alle case degli ebrei durante la piaga dei primogeniti. Ma che si chiama Pesach anche perché ognuno di noi, per crescere, deve saltare e andare oltre alle proprie certezze, durante questa festa in cui ricordiamo le dieci piaghe e la spaccatura del Mar Rosso, miracoli davanti ai quali nessun ebreo ebbe alcuna domanda o dubbio, proprio in questi giorni incoraggiamo le domande, quelle giuste, quelle che nascono dalla conoscenza.

Apri tu la strada a chi non sa domandare, suggerisce la hagadà, il libro che rileggiamo ogni anno.

Poni la base giusta per le domande dei tuoi figli, in modo che non siano domande fini a se stesse, domande gettate lì per il gusto di filosofeggiare. I libri in cui sono contenute le risposte dei nostri saggi si chiamano ‘sheelot utshuvot- domande e risposte’. Perché per l’ebraismo l’infinito non è una curva orizzontale.

Ma una curva che tende verso l’alto, un punto di domanda, che sta in piedi su un punto piccolo ma fermo, chiamato fede.

Gheula Canarutto Nemni

 

L’8 marzo è passato. E per l’ebraismo la donna è sempre l’ultimo tassello del creato…

donne Cosa significa essere l’ultimo tassello del creato? Perché D-o mi ha messo in questo mondo dopo gli insetti, le costellazioni, i mari e i leoni? Perché si è preso la briga di formarmi, di darmi la vita, quando c’era già lui sulla faccia della terra? Cosa posseggo io di diverso? Forse porto un valore aggiunto? D-o la guardò e disse. Porta pazienza. Ti darò un livello di profezia più alto, quando ti chiamerai Sarah, moglie di Abramo. Salverai i maschi dal decreto di morte del Faraone quando avrai le sembianze di Miriam e Yocheved. Riceverai la Torah prima degli uomini, perché di te, del tuo senso di appartenenza, della tua responsabilità come portatrice di un’identità, mi fiderò molto di più che del tuo compagno. Entrerai nella terra di Israele insieme alla nuova generazione, tu non mi tradirai con il vitello d’oro. Accenderai le candele di shabat dentro agli armadi, racconterai storie dei tuoi avi ai tuoi figli mentre là fuori li chiameranno marrani. Sarai profetessa, sconfiggerai generali del campo avversario. Scaverai patate dentro ai campi di concentramento invece di mangiartele, pur di dare vita a una fiamma il venerdì sera. Tu, più di ogni altro, sarai la mia compagna fedele. A te il mio popolo, nel Cantico dei Cantici, verrà paragonato. Senza di te, la mia nazione non potrà sopravvivere nel corso dei secoli. E quando proveranno a farmi sentire inferiore perché sono più debole, perché porto i figli in grembo, perché non so fare la guerra, perché il mio animo si smuove per molte più cose? Dì loro che è vero che le fondamenta stanno in basso, anche un po’ nascoste, ma senza di esse l’intero edificio non starebbe in piedi. Rispondi che sono stato Io a decidere chi avrebbe portato i figli in grembo. E ho accordato questo privilegio solo a chi possiede la forza di vivere oltre se stesso. Non è con la forza fisica che si misura il valore di una persona. E la sensibilità d’animo? Sì, anche quella te l’ho messa Io. Perché così sarai in grado di percepire e interpretare ciò di cui, chi non sa parlare, ha bisogno. L’uomo dovrà portare la spiritualità in questa terra. Ma tu avrai la capacità di trasformare la materia in qualcosa di spirituale. Tu, donna, sei l’ultimo tassello del creato. Perché solo tu sarai l’anello che congiungerà il cielo con la terra.

Il mondo e la sua strategia di separazione del popolo ebraico

elal orthodoxHo visto innumerevoli cose nella mia vita.

Ho visto donne con indosso talit e tefilin volere pregare al Muro del Pianto. La notizia delle loro rivendicazioni fare il giro del mondo.

Ho visto una signora 81enne, sopravvissuta della shoà, fare causa alla El Al, la compagnia aerea israeliana, per averla spostata nella business class in seguito alle richieste di un ebreo ortodosso, sì uno di quelli che mette talit e tefilin e osserva lo shabat, che non voleva sedersi accanto a una donna.

Ho visto nemici esultare davanti ai sentimenti che queste notizie fanno nascere nell’animo del nostro popolo. Sentimenti di separazione, di non appartenenza, di divisione interna. Sentimenti di io con quelle persone non ho niente a che fare. Se c’è una cosa che sogna il nemico è vedere gli avversari farsi la guerra e distruggersi tra loro.

Ho visto profughi che bussano alle porte di paesi stranieri, il medio oriente ridotto in macerie. E i mass media dedicare spazi e notizie alle piccole controversie interne di una nazione corrispondente allo 0,2% della popolazione mondiale.

Ho visto un popolo ricevere la più alta rivelazione divina mai avvenuta in terra. L’ho visto pochi attimi dopo pregare a un vitello d’oro, come se la rivelazione non l’avessero mai percepita, come se la voce di D-o non fosse mai giunta alle loro orecchie, come se il Mar Rosso non si fosse spaccato davanti ai loro occhi. Ho sentito Mosè implorare il perdono per quella nazione.

E D-o dire ho perdonato come tu mi hai chiesto.

E poco dopo ho udito Mosè, il loro leader, chiamare tutti gli ebrei in raduno. Vayakhel Moshe’. Mosè li riunì. Avete appena peccato, è vero. Ma non è il peccato ciò che più dovete temere. Ma la separazione tra fratelli.

L’unione fa la forza, disse.

Anche di fronte ai peccati più grandi, anche di fronte alle discese spirituali più eclatanti, se starete insieme, ce la farete.

Sopravvivrete.

I vostri nemici faranno pubblicare notizie su ebrei ortodossi e su litigi davanti al Muro del Pianto.

Sappiate, è una strategia per indebolirvi. Ho visto D-o perdonare l’idolatria assoluta. Ma l’ho visto distruggere un santuario. Per l’odio che serpeggiava tra i suoi figli. Siamo nell’anno di Hakhel, l’anno in cui D-o si aspetta da noi uno sforzo per stare insieme.

Shemà Israel H’ è il nostro D-o, H’ è uno, diciamo ogni giorno. Nostro, di tutti gli ebrei insieme. Solo così nessuna forza esterna potrà mai sconfiggerci.

Gheula Canarutto Nemni

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