Siamo un mondo di illusi

Sono stata al museo delle illusioni con i miei figli. Ci hanno accolto fotografie che guardate da diverse angolature rivelano immagini totalmente diverse.

Stanze con righe in diagonale che fanno sembrare le persone in un angolo come dei nani e nell’angolo opposto come giganti.

Ologrammi, oggetti immobili irradiati da luce intermittente che li fa apparire come se fossero in movimento perpetuo.

Una pedana ferma immersa in un grande caleidoscopio che da’ la sensazione di fluttuare anche se si sta totalmente fermi.

Non avevo mai provato così da vicino una illusione. Non avevo mai percepito in prima persona qualcosa che in realtà non esiste.

Quando sono uscita ho iniziato a guardare il mondo intorno a me. Le macchine, i negozi, le persone che correvano.

E se tutto non fosse come davvero si vede?

Se la realtà fosse diversa da quella che ci appare?

Se il nostro desiderio di materialità fosse una necessità illusoria che ci crea l’anima materialistica per spingerci a correre verso una meta cercando di farci dimenticare il nostro vero obiettivo?

E se tutto questo fosse una sfida che

D-o ci lancia aspettando e sperando che prima o poi apriamo i nostri occhi e realizziamo che la vita dovrebbe essere molto diversa da quella che la società intorno ci vuole vendere?

Se un giorno aprissimo gli occhi e capissimo che lo scopo per il quale siamo stati creati non è quello che abbiamo sempre creduto?

C’è una storia chassidica che racconta di un uomo povero in viaggio alla ricerca della ricchezza. Nei suoi pellegrinaggi approda su un’isola in cui i diamanti si raccolgono per le strade e la ricchezza si calcola in cipolle. Guadagni in cipolle, paghi in cipolle. Lentamente, con il passare degli anni l’uomo si abitua al nuovo modo di ragionare. Dimentica che nel mondo da cui proviene diventerebbe ricchissimo raccogliendo giusto qualche diamante da terra e corre ogni giorno senza sosta per accumulare cipolle. Dopo dieci anni torna a casa dalla famiglia e con uno sguardo trionfante mostra alla moglie un carro zeppo di cipolle. La moglie lo guarda disperata.

Sei stato lontano da casa per per dieci anni per accumulare cipolle?

Nella vita tutto dipende dalla prospettiva con la quale guardiamo, dalle lenti che indossiamo.

Un giorno ci accorgeremo che abbiamo vissuto la nostra vita come in un sogno. Un sogno dettato da una società che ci vuole tutti appiattiti su desideri che non ci appartengono, su necessità di cui non abbiamo alcun bisogno, su oggetti che dovrebbero garantirci la felicità appena acquistati e che invece ci lasciano sorprendentemente indifferenti.

E D-o si nasconde dietro all’illusione del mondo e aspetta con pazienza che noi apriamo il sipario sulla verità e Lo ritroviamo.

Gheula Canarutto nemni

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L’ebraismo è una religione da bambini

Per sapere chi si è, è importante voltarsi indietro e scoprire da dove si viene.

Per capire dove andare è essenziale guardare alle proprie origini, volgere lo sguardo verso il solco che gli antenati hanno tracciato.

Il nostro popolo è nato in una maniera molto particolare. D-o non si è rivelato a una sola persona domandandole di portare il Suo messaggio ad un intero popolo.

Non ha eletto qualcuno per essere il Suo messaggero prediletto.

Ci ha chiamati in raccolta tutti indistintamente, uomini, donne e bambini, davanti ad un monte basso, piccolo, senza nessun tratto distintivo particolare.

E lì, prima di riunire i saggi del popolo ha detto: le donne, rivolgetevi a loro per prime. Perché saranno loro a lasciare un tratto indelebile nella vita dei loro figli e a decidere in che strada andranno.

Poi ha domandato che Gli venisse dato un garante, qualcuno che si sarebbe preso cura di tramandare la Torah che stava per dare.

Gli vennero offerti diversi personaggi importanti, persone di spicco e autorevoli, ma li rigettò.

Furono i bambini, non gli adulti di oggi ma quelli di domani, che scelse come propri testimonial nel mondo.

I primi attimi di vita del nostro popolo ci raccontano che se si desidera diventare davvero grandi non è necessario compiere passi giganti.

Non sono indispensabili pedigree, formazioni particolari, background autorevoli.

Non sono le cose sorprendenti, i gesti da prima pagina, che ci costruiscono come persone.

Sono le piccole cose, gì individui che potrebbero sembrarci di secondo piano, sono i minimi dettagli che danno vita a un grande progetto.

Datemi le donne, potenti nelle loro gesta silenti, datemi i bambini, la loro innocenza e caparbietà nell’ottenere le cose più semplici.

Riuniteli davanti a un monte piccolo, basso, senza pretese, che passerà alla storia per il luogo dove avvenne la prima rivelazione divina a una intera nazione.

Cominciate la vostra storia da quei piccoli particolari, da quelle fasce di società che in molti tendono a sottovalutare.

E solo allora potrete definirvi uomini, saggi del popolo.

Solo quando avrete imparato a riconoscere l’importanza delle persone che vi sembrano piccole, delle cose che vi appaiono quasi insignificanti, solo allora sarete degni di essere chiamati nazione.

Con l’augurio che gli insegnamenti della Torah accompagnino ogni piccolo passo della nostra vita, trasformandolo in un momento importante.
Gheula Canarutto Nemni

Vi siete mai chiesti come sia possibile che gli ebrei siano ancora qui a dare fastidio al mondo?

Quando gli ebrei uscirono dall’Egitto non furono le dieci piaghe il miracolo più grande.

Non furono l’acqua trasformata in sangue, la sabbia che prese vita sotto forma di pidocchi, non fu la grandine che cadde insieme al fuoco.

Gli ebrei rimasero in Egitto per 210 anni, circondati di idolatri e politeisti, immersi nell’impurità più profonda, soggiogati a un popolo oppressore che uccideva i bambini usandoli come mattoni per le piramidi.

E fu proprio allora che la nazione ebraica spianò la strada alla nascita di un fenomeno senza il quale noi non saremmo ciò che siamo oggi.

L’identità.

Gli ebrei, in numero così esiguo rispetto alla civiltà che li circondava, riuscirono a non cambiare i nomi dei propri figli, mantenendoli uguali a quelli dei propri avi, dando la forza a un bambino chiamato Avraham di ricordarsi chi era anche se si sarebbe trovato lontano dalle proprie genti.

Mantennero abiti diversi, un ebreo si poteva riconoscere da ciò che indossava, raccontava in silenzio la propria storia attraverso la propria veste.

Gli ebrei si sforzarono di continuare a usare la lingua ebraica, anche se tutto intorno risuonavano parole in un gergo diverso.

Nella loro mente non entrarono geroglifici, preghiere alle divinità pagane.

Il pensiero degli ebrei rimase autonomo, indipendente, attaccato ai valori trasmessi di generazione in generazione e non si fece permeare dalle correnti di pensiero comuni.

Fu quello il vero miracolo.

Il non allineamento.

La capacità di correre a testa alta tra chi pensava e predicava in maniera diversa, il ricordo costante nella parola, nel pensiero, nell’azione di chi si è, da dove si viene e dove si vorrebbe essere tra cento, mille anni.

Gli ebrei in Egitto rimasero liberi pur essendo schiavi, riuscirono a mantenere in vita la propria anima pur essendo minacciati di morte per centinaia di anni.

Quando a Pesach D-o liberò il Suo popolo dall’asservimento a una nazione straniera, il miracolo fu che ritrovò ebrei uguali a quelli che aveva mandato ad affrontare la schiavitù pregando in cuor Suo che non si perdessero.

Ogni ebreo sapeva dove ritrovare se stesso. E nessuno si era dimenticato come si pronunciava il nome di D-o in ebraico.

Pesach è la festa che celebra l’identità che sopravvive in ambienti ostili, l’identità che continua a respirare in periodo storici in cui tutti intorno cercano di convincerci che saremmo più sicuri se appiattiti sulle idee e gli stili di vita comuni.

Se sono ancora qui,

se so chi sono,

è perché qualcuno prima di me ha lottato con tutto se stesso per non allinearsi,

per non perdersi tra il pensiero comune,

per non annegare nelle correnti del mondo.

Abbiamo continuato a nuotare e siamo rimasti a galla non perché siamo più forti, non perché il nostro DNA contenga qualcosa di magico.

No.

È stato il nostro attaccamento cocciuto alle regole, a tutto ciò che è giunto fino a noi immutato attraverso i tempi, questo è il segreto grazie al quale siamo ancora qui, come una spina nel fianco dei nostri nemici, a celebrare pesach e suoi strani rituali colmi di significati, di respiri tramandati, di una storia che non hai mai smesso di esistere.

Pesach Kasher vesameach 
Gheula Canarutto Nemni

Se non credi nei miracoli e hai due minuti di tempo, fermati a leggere queste righe

Se non credi nei miracoli e hai due minuti di tempo, fermati a leggere queste righe.

Ti racconterò la storia di un uomo che si è svegliato un giorno al mattino con un forte rumore alla sua porta.

Ancora in pigiama, gli occhi appiccicati dal sonno, è andato ad aprire.

Raus! Gli hanno ordinato.

Ha guardato indietro, per vedere chi fosse la persona a cui urlavano ordini con così tanta violenza.

Non ha fatto in tempo a capire che non c’era nessun colpevole.

Juden raus! Gli hanno intimato puntandogli un fucile addosso.

Ha buttato in una piccola valigia di cartone qualche indumento, i suoi tefilin e il libro di preghiera.

Ha baciato la mezuzah con la sensazione in pancia che per tanto tempo non l’avrebbe più sfiorata.

Lo hanno caricato su un camion, la sua valigia stretta tra le mani e poi su un treno, la maniglia gli si era quasi appiccicata al palmo, lo hanno stipato su un vagone merci e per miracolo, la valigia non lo aveva ancora abbandonato.

Quando il treno si è fermato, ha pensato per una frazione di secondo che l’avessero portato in villeggiatura. Aveva una valigia con le cose più preziose, il cielo azzurro, la neve intorno.

Le grida lo riportarono alla realtà.

Giovane, in forza? Di qua!

Sua madre, sua moglie, le sue due figlie, di là!

in una fila parallela che con la sua non si sarebbe mai più incontrata.

Mandò un bacio nella loro direzione pregando l’aria di farlo posare sulle loro guance.

Gli ci volle qualche ora per capire che il fumo, in quel posto non usciva da un camino ne’ da una fabbrica. Non proveniva da combustione di legno o di carbone. Che quella fila così silenziosa alimentava ogni ora le fila degli angeli in cielo. E che quel fumo non era altro che l’esalazione di un grande, infinito ultimo respiro.

Riuscì a nascondere la valigia con i resti della sua religione.

Cercò di non dimenticarsi di Pesach e di Sukkot anche nei momenti più duri, quando intorno respirava sangue, dolore, innocenza e morte.

Accarezzava di nascosto le pagine del libro di preghiera e le passava ai compagni per contagiarli con una nuova speranza.

Se uscirò vivo da qui, mi farò ricrescere la barba che mi hanno tagliato.

Mi farò stampare il più grande libro di preghiera, perché tutti possano riversare il proprio cuore davanti a D-o senza timore.

Accenderò le candele di Chanukah nelle piazze pubbliche, sbandiererò ai quattro venti questa identità che mi stanno strappando di dosso.

Oggi questo uomo potrebbe essere scomparso da tempo, incenerito dal piano assassino nazista.

Ma invece è ancora qui.

A cantare a squarciagola i canti dei suoi avi, a legarsi intorno al braccio i filatteri scampati alla guerra, alla faccia di tutti quelli che lo avrebbero voluto vedere per migliaia e migliaia di volte, già morto.

Se lo incontrate, fermatevi a guardarlo per qualche secondo.

Quell’uomo che ancora crede, quell’individuo che è ancora intriso di fede, quel bambino che ancora recita lo shemà prima di andare a dormire, sono una eccezione alla regola dell’umanità.

Non avrebbero più dovuto esserci da tempo. 

Se sei un essere che ha bisogno di prove tangibili, guarda negli occhi un ebreo il 27 gennaio, giornata della memoria.

Secondo le leggi della natura, ne’ lui ne’ la sua fede non dovrebbero essere più qui.

La sua esistenza è la prova che D-o e i suoi miracoli ci sono davvero. 
Gheula Canarutto Nemni 

Scusatemi per la mia follia ma sono ebreo…

Scusatemi, ma sono ebreo.

Per questo il momento prima mi vedete concentrarmi, chiudere gli occhi e pregare con profondità assoluta. E il momento dopo potrete osservarmi mentre canto e ballo a più non posso.

Potrete cogliermi mentre imploro D-o con le lacrime agli occhi e il nodo alla gola. E magari in quel mentre proclamo a squarciagola parole di gioia.

Scusatemi, ma sono stato creato in questo modo un po’ instabile.

Suono per 48 ore un corno d’ariete simile al pianto di un figlio, digiuno per 25 ore per ottenere il perdono assoluto e potere ricominciare da capo e quando giungo al culmine della mia spiritualità e una nuova pagina bianca viene offerta alla mia vita, invece di stare tranquillo nei miei nuovi propositi, mi auto inietto overdosi di felicità senza limiti.

Cosa ci posso fare? Sono stato programmato in questo modo.

Lamentatevi con il mio Creatore se avete qualche rimostranza da fare. Se vi piacerebbe avermi più equilibrato, più allineato, più contenuto e controllato.

Se state cercando un popolo costante nel tempo, avete sbagliato indirizzo. Noi siamo come la luna. Ogni giorno diversi dal giorno prima.

Scusateci, ma siamo ebrei.

E non ci potrete mai vedere fermi allo status quo, soddisfatti al 100% di quello che abbiamo raggiunto.

Non ci potrete mai cogliere mentre piantiamo il cartello ‘arrivo’ perché per noi ogni traguardo è solo un nuovo punto da cui riprendere a correre.

Scusateci ma ci è impossibile stare fermi.

E quando D-o ci comanda di essere felici, pur essendo consapevole che la felicità è un sentimento e non un pensiero razionale che si può facilmente dominare, quando ci chiede ‘fate entrare la gioia nei vostri animi’ poche ore dopo kipur in cui le lacrime inondavano i nostri visi, viriamo secondo le Sue indicazioni.

Scusandoci nuovamente per la nostra ecletticita’, domandiamo perdono se nei prossimi giorni ci vedrete accantonare la ragione, il pilpul, le ore trascorse a  studiare e discutere le pagine di Tora’.

Saremo impegnati a celebrare il semplice, al di sopra della logica, fatto di essere stati scelti per fare parte di questo popolo che si muove dalle lacrime al sorriso, dalla fede assoluta allo studio più profondo, a passi di danza.

Chag sameach e buona festa della gioia

Gheula Canarutto Nemni

Dove si trova la vera casa degli ebrei?

Dove si trova la mia casa? Si chiedeva spesso.

Alzò lo sguardo verso il palazzo che aveva davanti. Questo è l’indirizzo che scrivo sotto alla voce ‘residenza’, pensò poco convinto.

Anche i miei nonni avevano una casa, in una bella via del centro. Ma un giorno qualcuno è arrivato e ha detto: ‘questa non è più vostra’. Due lacrime gli scesero lungo le guance.

La mia casa, quella vera, non possono essere queste quattro mura, non può consistere in questo insieme di pietre che per migliaia di anni, senza sosta, mi hanno preso, restituito per poi riprendersi di nuovo e restituirmi ancora, disse a se stesso.

Non è il posto dove lavoro, il mio ufficio, il palazzo in cui entro ogni giorno per svolgere l’attività attraverso cui mi presento al mondo, riflette’ guardandosi intorno mentre posava la sua grossa cartella piena di documenti.

Un momento prima sei un ingegnere, poi qualcuno ti licenzia, c’è la crisi e il giorno dopo non sei più nulla.

Casa deve essere qualcosa che c’è a prescindere da tutto il resto, pensò mentre si sedeva nella poltrona della sua sala.

Un luogo in cui potere sempre tornare anche se fuori tirano nuove correnti di pensiero, cambiano umori politici e le mode di passaggio.

La casa deve essere un punto fermo, resistente a tempeste, uragani, marce militari, distanze fisiche e allontanamenti, pensò mentre chiudeva la porta blindata.

Nessun ladro dovrebbe poterla svuotare, nessun malintenzionato dovrebbe poterla varcare.

La vera casa dovrebbe essere un luogo inespugnabile, invalicabile dagli altri.

Un posto dove solo io, in qualsiasi momento, posso entrare e uscire a piacere, pensò

incamminandosi lungo la strada.

Quel percorso, non lo faceva da tempo.

Le sue gambe compivano passi come se fossero memori di qualcosa di cui lui stesso non era a conoscenza.

Sembravano pervase da una consapevolezza atavica, remota, da una reminiscenza lontana e fievole ma sempre presente.

Arrivò a vie che gli sembrava fossero da sempre appartenute ai suoi percorsi, incrocio volti all’apparenza sconosciuti che emanavano un senso di famiglia e di pace.

Aveva camminato per migliaia di anni, senza sosta, lungo sentieri impervi e pericolosi.

Scusi, sa dove è la mia casa? Domandò a un passante.

Quale casa sta cercando?

Quella vera, che le apparterrà per sempre? Gli chiese.

Si guardi dentro, prosegui’ l’anziano signore.

Non capi’ subito.

Lei è ebreo.

La casa di un ebreo sta nella sua anima.

In quel puntino che si mette da parte in silenzio e che senza preavviso si risveglia tutto d’un colpo.

La casa è li’, nell’identità che tace e si mescola con ciò che sta intorno e un giorno all’anno, più forte di qualsiasi peccato e trasgressione, di qualsiasi inciampo e digressione, di qualsiasi strada sbagliata e tentativo di abbandono, si incammina a testa alta verso se stessa.

Ho vagato per così tanto tempo alla ricerca di qualcosa che mi portavo addosso?

Il vecchio gli sorrise e gli disse qualcosa.

L’uomo si svegliò. Del sogno che aveva fatto ricordava solo l’ultima frase.

Oggi è Yom Kipur. Il giorno dell’anno in cui l’ebreo, ovunque si trovi, riapre la porta della sua vera casa.

Gmar chatima tova’ e buon ritorno a casa

Gheula Canarutto Nemni

Se sono stato in grado di vedere più lontano è perché mi sono messo sulle spalle di giganti ( Isaac Newton)

Chi sono io per potere fare questo? Ci domandiamo così spesso.

Non è a me, non a una persona del mio livello, che questo messaggio si indirizza, ci ripetiamo fermando il nostro progresso.

Sono stata invitata negli Stati Uniti quest’estate a tenere una serie di conferenze a un raduno di sei giorni che ha raccolto 1500 ebrei.

Persone di tutti i retaggi culturali, religiosi, geografici.

Ebrei assetati di storia, di conoscenza di sé, dei prossimi passi da compiere.

Ebrei che si sono svegliati al mattino presto nei pochi giorni che avevano di vacanza, per cercare di assorbire lezioni, messaggi, valori, della religione in cui sono nati, ma di cui nessuno gli ha mai insegnato niente.

Desiderosi di capire, di colmare un vuoto identitario, di recuperare anni in cui hanno vissuto in un modo troppo simile al mondo di fuori.

In ogni momento libero, da speaker mi trasformavo in ascoltatrice.

Ho così sentito i racconti di figli di superstiti della Shoà, non immaginavo ce ne fossero così tanti e il loro desidero di uscire dalla bolla di sperata sicurezza in cui i genitori li avevano protetti.

Ho raccolto testimonianze di persone cresciute senza Shabat, senza sapere cosa sia una mezuzah, gente senza un D-o di Abramo, Isacco e Giacobbe a cui rivolgersi.

Ebrei che hanno scoperto a 50 anni di appartenere a un popolo da sempre perseguitato.

E che, invece di fuggire da questa identità scomoda, hanno provato a tuffarvici dentro.

Dopo sei giorni ho capito che davanti non avevo semplici persone ma eroi.

Eroe non è solo chi si butta nell’acqua per salvare qualcuno che sta affogando.

Eroe è chi osa e ri-osa, ogni giorno, uscire dalla propria area di sicurezza, dalle proprie abitudini.

La parola eroe deriva dal greco ed è colui che è dotato di forza prodigiosa, che è in grado di compiere imprese celebri.

L’impresa più celebre che un uomo possa compiere è liberarsi dalle consuetudini, da ciò che ha già acquisito ed andare oltre.

La forza prodigiosa non ce l’ha chi butta giù muri con una spallata e sconfigge sei nemici in una volta.

La forza prodigiosa appartiene a chi si alza al mattino e, attraverso pensiero, parole e azioni nuove e diverse, sfida il proprio status quo e le proprie certezze.

Ci hanno insegnato che grande è più di piccolo, ma forse non ci hanno detto tutta la verità.

Perché a volte i piccoli, quelli che partono da livello più bassi, sono loro a essere i più grandi.

È facile camminare su un sentiero che qualcun altro ha già solcato prima di noi.

È così difficile intraprendere un cammino e non fermarsi davanti al vuoto, all’ignoto, a ciò che non si è mai sperimentato prima e che non ci è mai appartenuto.

Si dice che mashiach arriverà nei nostri tempi perché, pur essendo noi dei nani spirituali, stiamo sulle spalle dei nostri antenati che erano dei giganti.

Ma forse mashiach arriverà nei nostri giorni anche perché oggi più che mai nel nostro popolo si trovano i baalei teshuva, eroi che hanno deciso di lasciarsi il vuoto ebraico alle spalle per farsi carico di nuove mizvoth, mai provate prima.

Al livello in cui stanno i baalei teshuva’, nemmeno i più giusti, i più tzadikim, stanno.

Gigante non è chi nasce già alto. Ma chi prova ogni giorno a superare il livello in cui si trovava il giorno precedente.

Gheula Canarutto Nemni

Dedicato ai Mosè che si fanno chiamare Antonio

Ci sono certi ebrei che hanno dimenticato cosa significhi essere ebrei.

Per i quali una stella di Davide è solo un solco sottile nel proprio subconscio.
Ci sono certe persone che nascono da famiglie ebraiche e non sanno nemmeno di essere connessi ai propri fratelli.

Individui non consci degli effetti che una loro singola parola può avere su fratelli a loro sconosciuti.
Esistono persone che non immaginano di essere collegate ad altri ebrei da legami così stretti ed inevitabili.
Ci sono ebrei che in casa si fanno chiamare Mosè mentre per la strada preferiscono farsi chiamare Antonio, persone che non distinguono il tramonto del venerdì da quello degli altri giorni della settimana, per i quali le tre stelle del sabato sera non sono diverse da quelle cadenti nelle notti di mezza estate.
Uomini e donne che ritrovano il D-o dei propri avi solo per le 25 ore del giorno di kipur, quando varcano la soglia di una sinagoga, si coprono la testa con la kipà e cercano di cogliere qualche parola di quella lingua che i loro trisnonni leggevano senza problemi.
Poi è venuto il Rebbe.
E ci ha insegnato che ci sono certi ebrei che hanno dimenticato cosa significhi essere ebrei perché probabilmente non hanno mai avuto qualcuno che gliel’abbia insegnato.
Ebrei che non sanno di avere fratelli sparsi in giro in tutto il mondo, pronti a lottare per loro e a difenderli di fronte a chiunque, perché non ne hanno mai incontrato uno.

Che non immaginano di possedere, ma magari vorrebbero avere così tanti legami indissolubili con persone che non sono della loro famiglia.
Persone a cui nessuno si è seduto vicino per spiegare che l’effetto dirompente della parola di un ebreo sulla vita di milioni di altri deriva dal fatto che siamo tutti parte indissolubile di D-o stesso, che proveniamo tutti dallo stesso respiro divino.
Quei Mosè che si nascondono sotto i panni di Antonio che forse non sanno quanto un loro piccolo, infinitesimo passo verso D-o e la propria identità, abbia una risonanza infinita nei cieli. Perché probabilmente nessuno gli ha mai detto che chi dà una svolta spirituale alla propria vita raggiunge livelli molto più alti di chi, in quei sentieri, ci ha sempre camminato.

Forse molte spaccature all’interno del popolo ebraico sparirebbero in un attimo se tutti leggessero le parole del Rebbe.

Siamo una sola cosa in due modi: nella nostra essenza e nel nostro carattere. Nella nostra essenza siamo una sola anima che deriva da una sola fonte. Nel nostro carattere siamo ognuno complementare all’altro, nessuno è davvero completo, ognuno di noi contribuisce a ciò che manca nell’altro, ognuno aggiunge perfezione all’altro. Come in un enorme mosaico, stando uno accanto all’altro rendiamo l’intero completo. Nessuno è perfetto senza tutti gli altri. E ognuno di noi è incompleto finché anche uno solo manca. Gheula Canarutto Nemni

Perchè sei antisemita? Lettera aperta di Mireille Knoll al proprio assassino

 

‘Sporca ebrea!’ mi urli mentre le ginocchia mi fanno male da quanto ho strofinato il mio pavimento, le mie mani bruciano da quanto ho pulito la mia cucina per la mia Pasqua e nella mia casa non c’è più una briciola né di sporco né di pane.

‘Hai avvelenato i miei pozzi!’ mi accusi davanti ai tuoi figli malati dall’assenza completa di norme sanitarie nella tua alimentazione, mentre io, dopo avere macellato gli animali, li sottopongo a ferrei controlli sul loro stato di salute.

‘Solo voi non prendete la sifilide!’ mi sputi in faccia mentre sto circoncidendo mio figlio in nome di una fede che migliora anche la qualità della vita.

‘Hai impastato il tuo pane azzimo con il sangue dei nostri figli!’ E io sto controllando le uova per accertarmi che non abbia nemmeno un puntino di sangue che me lo renderebbe proibito. E mi domando: da dove nasce questa accusa?

‘Controlli l’economia mondiale!’ Mi alzo la manica dove c’è impresso a fuoco il numero che ha sostituito il mio nome mentre ero internata in campo di concentramento. E ti rispondo: ti sei mai domandato da dove sono arrivato?

‘Hai ucciso il mio Dio’ mi dici mentre mi torturi affinché cambi il mio credo. ‘Il mio D-o è eterno’ sussurro esalando l’ultimo respiro.

‘Mireille, aprimi sono io’ e io, che da quando eri piccolo ti ho accolto nella mia casa e ti ho cantato le canzoni che i tuoi genitori non ti cantavano e ti ho dato l’amore che la tua famiglia non ti dava, ti ho aperto. Ti ho sorriso come sempre e ti ho fatto entrare. Ma tu hai iniziato a urlarmi sporca ebrea, hai avvelenato i miei pozzi, mi hai fatto ammalare, stai impastando il tuo pane azzimo con il sangue di mio figlio, sei più ricca di me, voglio santificare il nome del mio dio con il tuo sangue. E io ti guardo incredula e non capisco perché all’improvviso la storia sia piombata proprio nella mia casa, in queste mura abitate da una vecchietta di 85 anni che è riuscita a sopravvivere miracolosamente all’odio nazista ma non alla ferocia di un islamista.

E mentre le mie membra bruciano e la mia anima fa ritorno al Creatore, mentre le mie ceneri si uniscono a quelle dei miei cari rastrellati nel Vel d’Hiv e trasformati in fumo nelle ciminiere di Auschwitz, io Mireille Knoll, una anziana signora ebrea francese nata prima della guerra in Francia e uccisa nella sua casa di Parigi nel marzo 2018 da un vero antisemita, descritto da un sostantivo senza virgolette, un ragazzo allevato ed educato nell’odio assoluto di un popolo dal quale ha imparato a credere nel D-o unico e nella Bibbia, io idealista incallita che sono tornata a vivere in Francia nonostante la Francia mi avesse già tradita una volta, ti guardo e ti vorrei dire ‘ma io non ti odio’ nel momento in cui tu mi pugnali.

In ogni generazione c’è sempre chi tenta di sterminarci. In ogni generazione nasce una accusa falsa, una nuova menzogna. Ma la resistenza all’odio è parte del dna ebraico e le Mireille Knoll continueranno ad aprire la porta armate di fede in D-o e in un uomo migliore.

Gheula Canarutto Nemni

 

 

 

 

 

 

Ma chi l’ha detto che Gerusalemme appartiene agli ebrei?

Abramo fu il primo individuo della storia a capire che D-o esiste e guida il mondo.

E D-o chiamò Abramo e gli disse ‘Abramo’ e Abramo rispose ‘eccomi’. E D-o gli disse ‘Prendi per favore tuo figlio, l’unico che hai, quello che ami, e dirigiti verso la terra di Moriah e portalo in sacrificio su una delle montagne che ti farò vedere’.

Abramo si svegliò al mattino presto, affrettandosi a compiere il comandamento divino.

Arrivò alla terra di Moriah e lì cercò di offrire il proprio figlio in sacrificio a D-o. Un angelo lo chiamò giusto in tempo per fermarlo.

Abramo allora prese un montone e lo sacrificò al posto del figlio. E Abramo chiamò quel posto ‘D-o vedrà’. Fino ad oggi quella è la montagna della rivelazione di D-o dove D-o può essere visto (Genesi 22:2)

Quella terra, chiamata nella Torah terra di Moriah e in seguito D-o vedrà, corrisponde oggi a Gerusalemme..

In quel posto Davide, primo re di Israele, costruì il proprio palazzo reale, proclamando Gerusalemme capitale del regno.

Su quel fazzoletto di terra il figlio di re Davide, Salomone, costruì il primo santuario ebraico, seguendo le istruzioni che D-o gli aveva dato.

Nel 578 prima dell’e.v  Nabuccodonosor conquistò il regno di Israele, distrusse il primo Santuario e diede vita al primo esilio del popolo ebraico. Sulle rive di Babilonia dove stavamo seduti e piangevamo mentre ricordavamo Sion.

Dopo settanta anni Ezrah e Nechemia, due profeti ebrei, ricostruirono il santuario di Gerusalemme.

Arrivarono i greci- siriani e provarono, non riuscendoci, a conquistare quel minuscolo pezzo di terra.

La nazione ebraica continuò a vivere ancora per qualche secolo in pace e a compiere per tre volte all’anno i pellegrinaggi verso Gerusalemme prescritti nella Torah.

Arrivarono i Romani e distrussero il secondo Santuario nel 70 e.v. Gli ebrei si sparsero in molti paesi del mondo.

Negli ultimi 1947 anni gli ebrei non hanno mai smesso di menzionare Gerusalemme nelle proprie preghiere, hanno continuato a volgersi per tre volte al giorno verso Gerusalemme per pregare, ad ogni matrimonio hanno infranto un bicchiere cantando tra le lacrime ‘se ti dimenticherò Gerusalemme verrà dimenticata la mia mano destra’.

Gli ebrei non hanno mai smesso di vivere a Gerusalemme, fisicamente e spiritualmente, resistendo ai conquistatori che si presentavano periodicamente alle sue porte, cercando di farvi ritorno sfidando neve, deserti e briganti. Non c’è stato un solo minuto senza respiro ebraico nella Città Santa.

Caro Presidente Trump,

Grazie per averci ricordato che gli ebrei non vivono in Israele perché amano particolarmente le sfide, le difficoltà, il clima desertico e le alte temperature.

Non viviamo in Israele perché non abbiamo trovato casa in nessun altro posto.

Se siamo lì e non in Uganda,  se continuiamo a volgerci verso est, verso Gerusalemme, è perché proprio lì il nostro primo patriarca Abramo ha dimostrato il proprio amore e la propria devozione a D-o.

L’ebraismo non è una cultura, non è solo una lingua, un insieme di tradizioni, non è solo una lunga catena di storia, sacrificio e amore.

L’ebraismo non è solo un modo di pensare, amore per la conoscenza, per l’innovazione e per la pace.

L’ebraismo è tutto questo e molto di più.

Ma c’è un elemento essenziale senza il quale non sarebbe arrivato fino ai nostri giorni. Qualcosa che ha resistito alle tragedie, alle persecuzioni, all’odio irrazionale. Quella cosa si chiama fede. Fede nel Re Creatore del mondo.

Gerusalemme è il simbolo dell’amore eterno degli ebrei per D-o.