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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

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feste ebraiche

I super eroi si sono ispirati alle feste ebraiche?

Esiste una frazione di secondo tra lo stimolo e la risposta, un attimo di esitazione tra l’input che proviene dall’esterno e l’output con cui reagiamo.

Un momento di riflessione si intercala tra il vuoto e l’azione di chi oserà colmarlo. In quel secondo, in quell’attimo, in quel momento, si crea la distinzione.

Tra chi subisce passivo nascondendosi dietro alla scusa, chi sono io per provare a cambiare il mondo in cui vivo e chi decide di scendere in prima linea per tentare comunque, pur non essendo nessuno.

Tra chi si assopirà nella comodità dello status quo e chi invece oserà sfidarlo.

In quello spazio temporale l’individuo può scegliere.

Se rimanere uno tra tanti e perdersi tra la folla in attesa che qualcun altro prenda l’iniziativa.

O innalzarsi al di sopra di tutti e trasformarsi in una pietra miliare della storia del mondo.

Una corda viene calata ogni giorno dal Cielo.

E’ l’occasione che viene concessa a ogni persona di diventare l’artefice del proprio destino e di ciò che gli sta intorno.

La maggior parte delle persone ignora l’opportunità concessa, preferendo rimanere al sicuro protetto da mura di indifferenza.

Un piccolo, esiguo numero di individui, si aggrappa alla corda. Saranno loro a fare la differenza.

Quando Mordechai raccontò a Ester del pericolo che tutto il suo popolo stava correndo, Ester si trovò di fronte a un bivio.

Avrebbe potuto rispondere,

sei tu Mordechai il capo della generazione, chi più di te potrebbe e dovrebbe fare qualcosa per salvare la nostra nazione?

Oppure guardare verso l’alto e lì vedere la corda che D-o le stava calando, accompagnata dalle parole: questa è la tua occasione.

La meghilà che leggiamo a Purim prende il nome da Ester, non da Mordechai. Prende il nome da una donna da cui nessuno si aspettava niente, una donna che, non essendo il leader della generazione, non era tenuta a darsi da fare.

Ester avrebbe potuto stare al sicuro nel palazzo reale, mentre fuori veniva pianificato il genocidio del suo popolo.

Meghilat Ester racconta il detto dei Pirkei Avoth Bemakom sheein anashim hishtadel lihiot ish, in un posto dove non ci sono uomini, cerca tu di essere un uomo.

Ester si tolse gli abiti del confort e sicurezza individuali e indossò quelli degli eroi, grazie ai quali il domani è migliore di oggi.

Il progresso, l’avanzamento, il rinnovamento non sono responsabilità esclusiva dei leader, delle istituzioni.

Non possiamo sempre aspettare che qualcuno prenda l’iniziativa in nome e per conto nostro.

Ognuno, senza distinzione di titolo e di posizione, può dare il via a un nuovo inizio.

In ogni momento della vita abbiamo due scelte.

Fare un passo indietro nella sicurezza di ciò che già esiste. O un passo avanti verso ciò che, grazie al nostro contributo, potrà esserci.

Purim sameach!

Gheula Canarutto Nemni

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Chanuka. E se fossi tu il responsabile del destino del mondo?

Se percepisci il vuoto come assenza di quella cosa che avrebbe potuto esserci.

E il silenzio come quelle parole mancanti che nessuno ha ancora avuto il coraggio di pronunciare.

Se senti il peso inesistente del nulla come un’entità incombente.

Ricordati di quell’epoca in cui un popolo conquistatore emise degli editti contro una piccola nazione.

Riporta alla memoria la storia di quello sparuto gruppo di ebrei che ha deciso di ribellarsi contro la repressione.

Racconta ai tuoi figli il coraggio dei maccabei, poche persone che sfidarono i molti e il miracolo di quella fiamma rimasta accesa  contro ogni legge fisica e pronostico.

Se senti che qualcosa non va nel tuo mondo, se percepisci la necessità di aggiustamento, non fermarti perché ti sembra non esserci nemmeno un’ampolla intatta di olio puro.

Non ti arrendere anche se davanti a te c’è il nemico più forte del mondo.

Ce la puoi fare.

A colmare quel vuoto,

a dare consistenza a qualcosa che ancora non esiste,

a pronunciare quelle parole che cambieranno il destino di molti.

Non sei solo nella tua sfida come non lo erano i tuoi avi.

C’è il Tuo Creatore che amplificherà le tue azioni.

Ma sappi che lassù c’è Qualcuno in attesa della tua introduzione, del tuo calcio d’inizio,  del tasto start premuto senza timore.

D-o aspetta il tuo incipit, il tuo input iniziale, le prime righe di un manifesto mai scritto prima di adesso.

Tutto il creato rimane in sospeso finché una persona prende il coraggio in mano per provare a cambiare quello che c’è là fuori.

E quando un uomo decide di darsi da fare, di tentare nonostante tutto sembri remargli contro, allora in Cielo si inizia a danzare e la risposta di D-o si muove al ritmo delle azioni.

D-o ha programmato il mondo in modo che sia l’essere umano a dare il via ad un nuovo processo.

Discendiamo da avi che accendono la prima fiamma sapendo che poi D-o dirà: ci penso io alle altre.

Quando guarderai la fiamma di Chanukà muoversi quest’anno, sappi che ti sta parlando.

E’ la tua fiamma che il mondo sta aspettando.

Sei tu, solo tu, la persona da cui dipende il cambiamento.

Buon Chanukah!

Gheula Canarutto Nemni

L’eroe di Yom Kippur. Una storia vera 

L’eroe di questa storia sei tu.
Che sfidi le convenzioni, la razionalità, gli antisemiti, gli atei e i miscredenti e stai andando in sinagoga. 

La persona da ammirare è tuo figlio. Che lascia i suoi amici, i suoi giochi elettronici, i suoi siti preferiti, per sedersi accanto a te ad ascoltare parole di cui ignora il significato. 

Le eroine di queste pagine sono tua madre, tua nonna, donne che hanno visto massacrare i propri cari davanti ai loro occhi durante la guerra, che hanno respirato il fumo dei campi di concentramento. Eppure tornano ogni anno a confrontare D-o nella Sua dimora. 

Gli eroi siamo noi, discendenti di un popolo pieno di discussioni, di dubbi, di lacerazioni e persecuzioni. Che una volta all’anno accantoniamo tutte le nostre domande per ritrovare certezze.

Impavide sono le nostre gambe che ad ogni passo verso la sinagoga, annunciano senza paura al mondo: io sono ebreo e ne sono fiero.  

Eroica è la nostra anima, che, nonostante le tappiamo la bocca e tarpiamo le ali ogni giorno, si mette silente in angolino e aspetta. 

Perché sa che ci sono venticinque ore all’anno in cui nessuno potrà farla stare zitta. Una giornata intera in cui si sente solo la sua di voce. 

In queste ore siamo solo figli di D-o, parte di un disegno divino unico e diverso. 

In questo giorno, quando chiudiamo gli occhi e gridiamo: 

Shema Israel H’ Elokeinu H’ Echad

Ascolta Israele, D-o è il nostro D-o, D-o è Uno

nessuna barriera, 

nessun ostacolo, 

nessuna azione sbagliata 

o pensiero oltraggioso, 

nessun passato erroneo 

o atteggiamento controverso, 

nessun peccato 

né trasgressione 

potrà ergersi tra noi e il nostro Creatore. 

A Yom Kippur siamo un tutt’uno con Chi ci ha voluto nel Suo mondo. 
Gmar chatima’ tova’ 

Gheula Canarutto Nemni

Lettera al nostro papà che sta nei cieli

Caro papà, Un altro anno è passato. 

Seduto qui, davanti a questo foglio bianco, vorrei provare a fare un bilancio. 

Non mi sono sempre comportato come ti avevo promesso. 

Qualche volta ti ho trascurato e, non posso negarlo, ci sono stati momenti in cui ti ho accantonato, istanti in cui ti ho dimenticato. 

Mi hai chiamato e non sempre ho risposto. 

Ho dato per scontato tutto quello che mi hai donato, le tue attenzioni, i tuoi regali a cui mi sono così abituato. 

Papà, essere tuo figlio però non è la cosa più semplice al mondo. 

Sei un padre che pretende, che richiede, che sprona a non fermarsi mai davanti a niente. 

Il punto che io considero d’arrivo, è per te solo un’altra partenza. 

Quando mi sembra di avere fatto qualcosa di grande, mi dai una pacca sulla spalla e mi dici: domani, farai di meglio. 

Però so che lo fai per il mio bene. 

Non ti preoccupare figlio mio, nonostante i nostri alti e bassi, mi continui a ripetere, il nostro legame rimarrà per sempre immutato. 

Il mio affetto per te va al di là del tuo comportamento, mi hai detto un giorno. 

Le tue parole rimbombano nella mia testa facendomi capire cosa sia davvero l’amore di un padre.  

Tra poco arriverò da te come ogni anno. 

Cercherò di isolarmi da tutto e capire come intraprendere il mio nuovo cammino. 

Innanzitutto perdonami per non avere apprezzato, per quegli incontri che ho a più riprese rimandato.  

Il mio cuore vorrebbe dirti quanto ti amo, quanto sia importante saperti lì per me, nonostante tutto. Ma non trovo le parole giuste per dirlo. 

Papà, sono davanti alla tua porta e mi torna in mente quello che mi hai detto. 

Figlio mio, non sarai mai troppo lontano perché io non possa sentire un tuo grido d’aiuto.

Allora, ti prego, ascolta questo suono che tu stesso mi hai insegnato.

 Creatore del mondo, in questo primo giorno dell’anno raccolgo il fiato che Tu stesso mi hai dato e lo riverso nello shofar. 

 Il mio amore per Te lo esprimo attraverso questi semplici suoni, che provengono dalla parte più profonda di me stesso. 

Eccoti, figlio mio, sei ritornato. 

Sì papà, è questo richiamo puro, senza consonanti e vocali, che mi ha riportato.  

Shana’ tova’ umetuka,

Che possa essere un anno dolce per tutti 

Gheula Canarutto Nemni 

Sai cosa rispondere a tuo figlio quando ti domanda il significato della parola libertà? 

Se Shakespeare non avesse studiato e  le regole dell’ortografia e della grammatica, non avremmo l’Amleto né Romeo e Giulietta.

Se Einstein avesse ignorato gli assiomi e i paradigmi matematici, se avesse visto la fisica come un nesso casuale di eventi e non come una serie di fenomeni che seguono leggi precise, la teoria della relatività e l’energia nucleare non sarebbero mai esistite.

Se Mosè fosse andato a parlare con il Faraone e gli avesse detto solo libera il mio popolo, fallo andare e non avesse aggiunto altro, la vera libertà non sarebbe mai nata.

Cosa è la libertà lo puoi capire solo se sei stato prigioniero. Quando esci dalla prigione, quando spacchi le catene e vedi la luce del sole per la prima volta dopo tanto tempo. E ti domandi, e ora? Dove vado? Hai un mondo intero a disposizione, spazi infiniti. E nessuna indicazione ne’ strada spianata.

E allora capisci che la libertà, quella vera, non è solo l’assenza di un limite non desiderato.

Per essere liberi è necessario togliere le catene, abbattere i muri.

Ma non basta.

Per essere libero devi avere un’idea su quali saranno le tue prossime mosse, dove indirizzerai i tuoi passi.

Sei davvero libero se sai dove andare.

Un uomo totalmente privo di indicazioni, non è un uomo libero.

È un uomo perso.

Quando si tolgono le regole a un individuo gli si regala il vuoto; gli si spiana la strada perché si perda poi nel deserto.

Libera il mio popolo perché possa servirmi, disse D-o al Faraone.

Me li porto via, saranno i mie servi. Individui al servizio divino e non al servizio di un altro essere umano. O peggio ancora, persi nel nulla.

Insegneremo al mondo cosa significa libertà, disse D-o al suo popolo appena liberato dalla schiavitu’ e in procinto a sottomettersi alle Sue leggi.

La libertà non limita l’essere umano ma gli pone dei limiti, la libertà non lo ostacola ma gli pone dei paletti precisi, la libertà non ferma ma suggerisce dove sia meglio andare.

Pesach è la fine della schiavitù dall’Egitto e l’inizio della carriera degli ebrei come servi di D-o.

Pesach è la festa della libertà. Perché un individuo è davvero libero solo quando è provvisto della base giusta da cui partire per il proprio cammino nel mondo.

Pesach kasher vesameah e buona festa della libertà, quella vera

Gheula Canarutto Nemni

A Chanuka gli ebrei  festeggiano la vittoria della luce sul buio, del bene sul male. Nonostante tutto. 

Yehi or, fiat lux, luce sia, disse D-o. 

La luce comparve timida, nel buio immenso. 

Accennò qualche passo, un po’ tentennante, timorosa di scomparire per sempre inghiottita dal buio. 

Fatti avanti, sussurrò una voce dietro di lei. 

La luce alzò la testa e si guardò intorno. Il buio le lanciò uno sguardo di sfida.

 Non temere, sei più forte, disse di nuovo la voce. 

La luce prese coraggio e avanzò. 

Non credo ai miei occhi, le disse il buio. Chi pensi di essere per camminare così, nel mio territorio? 

Una tua piccola, infinitesima molecola lo può sconfiggere, suggerì la voce. 

Il cuore della luce era in tumulto. Da un lato la paura del proprio nemico, dall’altra la consapevolezza di essere stata creata con uno scopo preciso. 

Si fece coraggio ed entrò negli animi delle persone di fede, nel pensiero degli idealisti, nelle azioni di chi non si vuole arrendere. Si trasformò in molecole e attraversò l’universo alla velocità più alta del mondo. 

C’è una nazione che, una volta l’anno, per otto giorni, festeggia questa creatura coraggiosa che con un minimo accenno è in grado di sconfiggere un grande nemico. Con una piccola fiamma, illuminare un’intera stanza. 

C’è un popolo a cui è stato insegnato che I lumi vadano accesi in un crescendo, un lume in più ogni giorno,  uno dopo l’altro, perché la luce contagia chi le sta accanto.

Fiat lux, disse D-o creando il miracolo del buono, del positivo, del futuro, in un mondo che fino ad allora era stato buio.

 Yehi or, comandò D-o donando il potere all’essere umano di cambiare il proprio destino in un secondo, il potere di diffondere il bene e sconfiggere il male con un piccolissimo gesto. 

Una volta all’anno noi, figli ed eredi di persone che armate solo di luce e di bene, hanno difeso la sopravvivenza del nostro popolo, ricordiamo al mondo che il bene, la luce, se davvero si vuole, possono sconfiggere il male peggiore. 

Chanukah sameach! 

Gheula canarutto nemni 

D-o aspettami, sto ritornando

capodanno ebraico, rosh ahshanaD-o. Non so perchè Tu mi abbia messo al mondo, perché Tu ti sia preso la briga e dedicato del tempo per formare il mio corpo, per dare vita col Tuo respiro alla mia anima.

Presumo avessi in mente un piano speciale per me.

Altrimenti non sarei qui adesso.

Non so se ho fatto buon uso del tempo che mi hai concesso finora. Se ho sfruttato ogni minuto che mi hai regalato per migliorare me, per illuminare il mondo che mi sta intorno, per fare crescere i miei figli nella strada giusta della Torà, per dire ti voglio bene a chi mi sta accanto. Ne dubito molto.

Perché essere umani non è facile, come ben sai.

Hai messo sulla nostra strada miriadi di tentazioni, infinite scelte sbagliate abbaglianti che ci richiamano come sirene, col rischio di farci naufragare in ogni istante. A essere ottimisti probabilmente commettiamo un errore al minuto.

Eppure siamo di nuovo qui e troviamo il coraggio di bussare alla Tua porta. Per chiederti un anno buono, colmo di abbondanza, di serenità, di amore e salute.

Quando si torna a casa, da chi ci vuole bene, non sono le frasi che contano.

Basta uno sguardo, un’emozione, un abbraccio.

A Rosh Hashanà noi torniamo a casa e non sono solo le parole ad accompagnare il nostro rientro.

E’ un suono, quello dello shofar. Privo di vocali e consonanti, senza frasi su cui è necessario concentrarsi.

Lo shofar è come  il campanello di casa.

E’ il nostro segnale per dire sto arrivando, sto ritornando, per avvertire chi sta dietro la porta. Puoi esserti sporcato lungo il viaggio, puoi avere pensato, detto o compiuto cose diverse da quelle che che avresti dovuto. Puoi avere dimenticato la lingua di casa, le usanze della tua famiglia. Puoi avere ignorato le indicazioni che ti erano state suggerite.

Puoi avere persino dimenticato la strada.

Un ebreo, a prescindere dal percorso che abbia intrapreso, dalle scelte che abbia messo in atto, da tutto che ciò ha accantonato, nascosto, ignorato, un ebreo è sempre il benvenuto nella casa del proprio Padre.

Per farci aprire la porta basta un semplice suono, un po’ singhiozzante, varcare la soglia e cercare Chi ha creduto in noi dal primo istante, in cui ha deciso che il mondo, senza di noi, non avrebbe potuto farcela.

Teshuvà significa ritorno. D-o ci sta aspettando.

Shanà tovà umetukà

Che sia un anno dolce e colmo di buone cose

Gheula Canarutto Nemni

Quando l’amore ti insegna ad andare oltre a te stesso

24.000 studenti di rabbi Akiva. 24.000 individui con opinioni diverse. 

Ognuno ascoltava il maestro e pensava, ah senza dubbio è questo ciò che intende. 

Si volevano bene questi studenti, erano discepoli di un rabbino il cui motto era ‘ama il tuo prossimo come te stesso’. 

Fu proprio questo amore profondo a portare alla loro morte.

 Soffrivano profondamente nel vedere che i compagni possedevano una interpretazione delle parole di rabbi Akiva, così diversa dalla propria.

 Se dovevano amare gli altri come se stessi, dovevano fare di tutto per allineare il pensiero dell’altro al proprio. Altrimenti sarebbero stati degli egoisti, ad avere trovato la strada vera e a tenersela solo per se stessi.

 Così pensavano gli studenti di rabbi Akiva, studiavano e cercavano di imporre la propria strada interpretativa, agli altri. Amavano così tanto da morire, puniti per questo eccesso d’amore che tenta di allineare.

 Finché arrivo’ Rabbi Shimon bar Yochai, studente di rabbi Akiva. 

Capi’ e insegno’ che la realtà possiede infinite sfaccettature perché la materia non vive di vita propria, ma non è’ altro che la manifestazione profonda dell’infinito.

 Proprio in queste opinioni così diverse, in questa capacità di percepire in maniera differente qualcosa che sembrerebbe uguale agli occhi degli umani e alla loro mente, sta la dimostrazione che la materia sebbene limitata, prende vita dall’infinito e li’ anela a tornare.

 Per questo corriamo ogni giorno con obiettivi materiali in testa. Ma lentamente, col passare degli anni, capiamo che la felicità vera arriva da qualcosa che non possiamo spendere. Ne’ toccare. 

Per questo cresciamo, cambiamo fisicamente, invecchiamo. Eppure una parte di noi ci accompagna inalterata lungo il cammino.

 Per questo dimentichiamo che dietro al corpo materiale c’è un’anima che pulsa identica alla nostra e riusciamo a giudicare gli altri attraverso solo ciò che vediamo e sentiamo. 

Gli studenti di rabbi Akiva amavano i propri compagni come se stessi. Come un genitore ama un figlio e cerca di insegnargli l’amore per la musica e per la matematica, pensando che ciò che piace a loro piacerà sicuramente anche al figlio. 

Venne rabbi Shimon e disse. C’è l’io, il tu e il loro perché la materia è’ definita e ben limitata. 

Ma ognuno deve cercare di scoprire il noi, quell’anima fatta di spirito che condividiamo. 

Allora le diverse opinioni diventeranno sfaccettature colorate di un diamante attraversato da un raggio di luce. 

L’infinito percepito dalle diverse materie intellettuali. E alla fine siamo un tutt’uno. 

Se solo una singola persona manca dal popolo ebraico, la presenza divina, la shechina’, non puo’ manifestarsi, disse rabbi Shimon.

 Gli studenti di rabbi Akiva lo capirono e smisero di morire. Se solo un pensiero diverso dal nostro sparisse, noi, noi stessi, non saremmo più quello che siamo. 

Gheula Canarutto Nemni 

Per l’ebraismo non è mai troppo tardi

Se ti svegliassi al mattino e scoprissi che ti è stata offerta una seconda chance? Se venissero a bussarti alla porta e ti dicessero ‘il biglietto vincente della lotteria che pensavi di avere perso, l’ho ritrovato e sono venuto a restituirtelo’? Se durante una giornata qualunque scoprissi che quell’amico con cui avevi litigato, ti ha appena scritto che ti ha perdonato? Se ti dicessero che, nonostante tu ti senta staccato da D-o e lontano da ciò che ha comandato, ogni momento è buono per riprovare a raggiungerLo? Non domandatemi la definizione della religione ebraica. Sarebbe impossibile da trovare. Se però mi chiedessero di inventarmi uno slogan da mettere sulla porta della mia casa, in modo che la gente capisca che dentro ci vivono degli ebrei, lo slogan sarebbe ‘qui vivono persone convinte che non sia mai troppo tardi’. Non è mai stato troppo tardi per uscire dai campi di concentramento e ritrovare una vita normale, per ricordare paludi velenose che una volta infestavano la nostra terra mentre si ammirano grattacieli moderni. Non è mai troppo tardi per assaggiare uno shabat che non si è mai fatto, per lasciare sul proprio braccio le tracce di lacci di cuoio al mattino prima di correre al lavoro, per regalare alla propria intimità coniugale un risvolto spirituale seguendo le regole della purità famigliare. Non è mai troppo tardi per ritrovare la strada di casa, per modificare la propria direzione di marcia, per riscoprire se stessi e la ragione per la quale siamo venuti al mondo. Non è mai tropo tardi, come non lo era per quelli che, impuri durante Pesach, potevano portare il sacrificio un mese dopo, a pesach sheni, il secondo pesach. Nulla è mai davvero perduto per un ebreo, c’è sempre un varco che rimane aperto. Se non ora quando, disse Hillel. Ogni momento è l’ora giusta per la seconda chance che abbiamo sempre sognato.

Gheula Canarutto Nemni

 

 

 

 

 

 

 

 

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