L’ebraismo è una religione da bambini

Per sapere chi si è, è importante voltarsi indietro e scoprire da dove si viene.

Per capire dove andare è essenziale guardare alle proprie origini, volgere lo sguardo verso il solco che gli antenati hanno tracciato.

Il nostro popolo è nato in una maniera molto particolare. D-o non si è rivelato a una sola persona domandandole di portare il Suo messaggio ad un intero popolo.

Non ha eletto qualcuno per essere il Suo messaggero prediletto.

Ci ha chiamati in raccolta tutti indistintamente, uomini, donne e bambini, davanti ad un monte basso, piccolo, senza nessun tratto distintivo particolare.

E lì, prima di riunire i saggi del popolo ha detto: le donne, rivolgetevi a loro per prime. Perché saranno loro a lasciare un tratto indelebile nella vita dei loro figli e a decidere in che strada andranno.

Poi ha domandato che Gli venisse dato un garante, qualcuno che si sarebbe preso cura di tramandare la Torah che stava per dare.

Gli vennero offerti diversi personaggi importanti, persone di spicco e autorevoli, ma li rigettò.

Furono i bambini, non gli adulti di oggi ma quelli di domani, che scelse come propri testimonial nel mondo.

I primi attimi di vita del nostro popolo ci raccontano che se si desidera diventare davvero grandi non è necessario compiere passi giganti.

Non sono indispensabili pedigree, formazioni particolari, background autorevoli.

Non sono le cose sorprendenti, i gesti da prima pagina, che ci costruiscono come persone.

Sono le piccole cose, gì individui che potrebbero sembrarci di secondo piano, sono i minimi dettagli che danno vita a un grande progetto.

Datemi le donne, potenti nelle loro gesta silenti, datemi i bambini, la loro innocenza e caparbietà nell’ottenere le cose più semplici.

Riuniteli davanti a un monte piccolo, basso, senza pretese, che passerà alla storia per il luogo dove avvenne la prima rivelazione divina a una intera nazione.

Cominciate la vostra storia da quei piccoli particolari, da quelle fasce di società che in molti tendono a sottovalutare.

E solo allora potrete definirvi uomini, saggi del popolo.

Solo quando avrete imparato a riconoscere l’importanza delle persone che vi sembrano piccole, delle cose che vi appaiono quasi insignificanti, solo allora sarete degni di essere chiamati nazione.

Con l’augurio che gli insegnamenti della Torah accompagnino ogni piccolo passo della nostra vita, trasformandolo in un momento importante.
Gheula Canarutto Nemni

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Quella strana regola ebraica che vieta di leggere le storie dalla fine

La storia ebraica è fatta di pagine buie e righe di luce, di momenti d’amore divino rivelato e istanti in cui questo amore sembra sparito.

Tutto è iniziato quando abbiamo ricevuto la Torah davanti al monte Sinai. 

In quei primi momenti della nostra storia in cui D-o si è manifestato così apertamente, in cui la Sua esistenza era evidente come il sole che sorge al mattino, non abbiamo potuto fare altro che sceglierLo, costretti dalla forza dirompente e inconfutabile della verità e della rivelazione. 

Mille anni dopo comparve sulla scena un uomo di nome Haman.

Discendente da Amalek, il popolo che per primo aveva osato sfidare gli ebrei e seminare in loro dei dubbi nonostante la rivelazione a cui erano stati esposti, 

Haman decise che di questi ebrei ne aveva avuto abbastanza.

Erano già mille anni che diffondevano principi, valori, che non smettevano di seguire le proprie leggi nonostante fossero persino sparsi ai quattro angoli della terra. 

Forse non avevano ancora abbandonato D-o perché non erano stati messi davvero alla prova, pensò Haman. 

Forse sarebbe bastato emanare qualche legge in cui si imponeva l’annientamento del popolo ebraico, per portarli ad allontanarsi da quella fede così scomoda per il mondo. 

Dalla promulgazione del decreto di Haman fino al suo annullamento trascorsero undici mesi.

Periodo in cui gli ebrei avrebbero potuto provare ad assimilarsi, a mimetizzarsi nella società, a fare dimenticare chi fossero per salvare la propria vita e quella dei propri figli. 

Invece fecero esattamente il contrario, non solo non si nascosero.

Non solo non si assimilarono. 

Ma continuarono a camminare a testa alta, rafforzando la propria identità e facendo parlare così tanto di sé al punto che, racconta la meghilà, molti non ebrei si convertirono all’ebraismo 

A Purim D-o si è nascosto tra il banchetto di Achashverosh e la condanna a morte di sua moglie Vashtì, tra l’incoronazione di Ester e l’inspiegabile ascesa di Haman.

A Purim è avvenuto l’esatto contrario di ciò che era successo davanti al monte Sinai.

Nessuna rivelazione, nessuna traccia di D-o, solo un grande silenzio. 

Ester deriva il proprio nome da lehastir, nascondere. D-o si era nascosto, sperando che gli ebrei non smettessero di cercarlo. 

E proprio durante  uno dei periodo più bui della storia ebraica, quando una minaccia concreta di annientamento fisico totale pendeva sulle loro teste, quando la rivelazione di D-o si era trasformata in un ricordo lontano e nebuloso, gli ebrei scelsero di propria volontà di credere e avere fede.

E questi giorni vengono ricordati e celebrati attraverso tutte le generazioni, in ogni famiglia, in ogni stato e in ogni città. Questi giorni di Purim non smetteranno mai di esserci tra gli ebrei e il loro ricordo rimarrà in eterno nei loro discendenti’ dice la meghilà. 

Tutte le altre feste ricordano eventi miracolosi. Le dieci piaghe, la spaccatura del mar rosso, l’olio che ha bruciato per otto giorni, le nuvole che proteggevano gli ebrei nel deserto, D-o che dà la Torah sul monte Sinai. 

Purim è la festa in cui si celebra invece il miracolo della fede che rimane accesa e scelta e riscelta nonostante sia l’opzione meno conveniente.

 E’ la festa dell’ebreo che non si perde d’animo, che pur circondato dal buio e dalla sensazione di essere stato quasi abbandonato, pur essendo continuamente minacciato, non smette di cercare D-o. 

Purim è la celebrazione della fede fine a se stessa, svincolata dal fatto che D-o ci dimostri di amarci e proteggerci. 

E’ vietato leggere la meghila lemafrea, in maniera disordinata. Se uno sente leggere prima la seconda parte della meghilà e poi la prima, non ha fatto la mitzvà.

Il Baal Shem Tov interpreta questa regola spiegando che è vietato leggere la meghilà pensando che sia appartenuta solo al passato, ritenendo che questa fede profonda fosse presente solo negli ebrei di una volta.

In ogni ebreo, di ogni secolo e generazione, c’è la capacità di cercare e ritrovare D-o nonostante l’ebraismo possa essere rischioso e controcorrente. 

Purim è la festa della fede che batte il buio profondo. 

Gheula Canarutto Nemni

L’olio ebraico che alimenta le candele

Venerdì 11 dicembre 1931.

Mancano poche ore al tramonto.

La signora Rachel Posner ha appena finito di apparecchiare la tavola per lo shabat e di preparare le candele per l’ottava ed ultima sera di chanukah.

Il candelabro è posto sul davanzale della finestra, ben visibile a chi guarda da fuori, così da realizzare al meglio il pirsuma nisa, far conoscere al mondo il miracolo della festa.

Sul palazzo di fronte sventola una bandiera che in pochi anni rappresenterà lo sterminio di sei milioni di ebrei.

Rachel decide di immortalare l’immagine in una fotografia, sulla quale, una volta sviluppata, scrive

“Chanuka 5692. Juda verrecke, die Fahne spricht. Juda lebt ewig, erwidert das Licht – Chanuka 5692. Giudea muore, dice la bandiera. Giudea vivrà per sempre, rispondono le candele”.

La natura è regolata da un principio immutabile: dal nulla non si potrà mai generare qualcosa.

Dal primo momento della creazione è entrato in vigore il principio di Lavoisier, nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

Per generare energia, è necessario partire da qualcosa di pre- esistente La capacità di dare vita a qualcosa dal vuoto assoluto appartiene solo ed esclusivamente a D-o.

Per dare origine alla fiamma ebraica, per fare in modo che continui ad illuminare il mondo, è necessario che la fiamma prenda vita da qualcosa che già esiste.

Quando i greci invasero la terra di Israele capirono che, per dominare davvero il popolo ebraico, sarebbe stato prima di tutto necessario eliminare tutto ciò che nutriva la loro vitalità. Ed iniziarono a vietare l’osservanza delle mizvoth. Sapevano che la fiamma degli ebrei sarebbe rimasta accesa finchè la Torà l’avrebbe alimentata.

I tedeschi continuarono il loro lavoro. E prima di accanirsi sul corpo degli ebrei, attaccarono la loro anima. Appiccarono il fuoco a libri e rotoli della Torà, sperando che quei roghi rappresentassero l’inizio della fine del popolo ebraico.

Quando le finestre di una casa si trovano troppo in alto rispetto alla strada, il candelabro va posto di fronte alla mezuzah, sulla cui pergamena si trova lo Shemà Israel.

Ne parlerai quando ti trovi in casa tua, quando cammini per la strada, quando ti corichi e quando ti alzi, sta scritto.

Fai permeare la Torà e le mizvoth in ogni cosa che fai, in ogni parte di te stesso, nella tua esistenza.

Giudea muore, vorrebbero poter dire i nostri nemici. E noi continuiamo a studiare la Torà, ad osservare le mizvoth, a fare rispondere anno dopo anno dalla fiamma delle nostre candele,

Giudea vivrà per sempre.

Gheula Canarutto Nemni

Scusatemi per la mia follia ma sono ebreo…

Scusatemi, ma sono ebreo.

Per questo il momento prima mi vedete concentrarmi, chiudere gli occhi e pregare con profondità assoluta. E il momento dopo potrete osservarmi mentre canto e ballo a più non posso.

Potrete cogliermi mentre imploro D-o con le lacrime agli occhi e il nodo alla gola. E magari in quel mentre proclamo a squarciagola parole di gioia.

Scusatemi, ma sono stato creato in questo modo un po’ instabile.

Suono per 48 ore un corno d’ariete simile al pianto di un figlio, digiuno per 25 ore per ottenere il perdono assoluto e potere ricominciare da capo e quando giungo al culmine della mia spiritualità e una nuova pagina bianca viene offerta alla mia vita, invece di stare tranquillo nei miei nuovi propositi, mi auto inietto overdosi di felicità senza limiti.

Cosa ci posso fare? Sono stato programmato in questo modo.

Lamentatevi con il mio Creatore se avete qualche rimostranza da fare. Se vi piacerebbe avermi più equilibrato, più allineato, più contenuto e controllato.

Se state cercando un popolo costante nel tempo, avete sbagliato indirizzo. Noi siamo come la luna. Ogni giorno diversi dal giorno prima.

Scusateci, ma siamo ebrei.

E non ci potrete mai vedere fermi allo status quo, soddisfatti al 100% di quello che abbiamo raggiunto.

Non ci potrete mai cogliere mentre piantiamo il cartello ‘arrivo’ perché per noi ogni traguardo è solo un nuovo punto da cui riprendere a correre.

Scusateci ma ci è impossibile stare fermi.

E quando D-o ci comanda di essere felici, pur essendo consapevole che la felicità è un sentimento e non un pensiero razionale che si può facilmente dominare, quando ci chiede ‘fate entrare la gioia nei vostri animi’ poche ore dopo kipur in cui le lacrime inondavano i nostri visi, viriamo secondo le Sue indicazioni.

Scusandoci nuovamente per la nostra ecletticita’, domandiamo perdono se nei prossimi giorni ci vedrete accantonare la ragione, il pilpul, le ore trascorse a  studiare e discutere le pagine di Tora’.

Saremo impegnati a celebrare il semplice, al di sopra della logica, fatto di essere stati scelti per fare parte di questo popolo che si muove dalle lacrime al sorriso, dalla fede assoluta allo studio più profondo, a passi di danza.

Chag sameach e buona festa della gioia

Gheula Canarutto Nemni

L’ebreo questa strana e fastidiosa creatura…

Quando D-o ha creato il mondo, si è guardato intorno e ha detto.

Vorrei dare vita a una creatura diversa, in grado di portare avanti imperterrito il Mio messaggio, un individuo che, anche sotto tortura, minacciato e scacciato, non smetta mai di amare Me e i Miei precetti.

Vorrei creare una persona che, di fronte alla derisione degli altri, alla emarginazione e pregiudizi, continui a trasmettere con orgoglio la propria identità.

Vorrei un essere le cui azioni non passino mai inosservate, le cui parole abbiano un peso maggiore di tutte le altre, il cui pensiero sia in grado di cambiare il destino di tanti.

Ci vorrebbe un essere resistente agli urti, pensò.

Impiegò molti anni per progettarlo e pianificarlo.

Finalmente, 2448 anni dopo la creazione, venne alla luce l’ebreo.

Persona dotata di ottimismo assoluto, mentre gli Egizi preparano il cemento con i suoi neonati e nel loro sangue ci fanno il bagno, l’ebreo  prepara i tamburi in vista del giorno in cui sarebbe stato liberato dalla schiavitù e promosso al grado di popolo.

Individuo la cui fede si rafforza davanti agli ostacoli, che si dà il nome di Macabi e raccoglie adepti al grido di: chi è per D-o, si unisca a me,  nel momento in cui i greci ne disonorano le donne e dissacrano il santuario.

Fiero della propria identità al punto di coprirsi gli occhi e urlare Shema’ Israel, D-o è il nostro D-o, D-o è uno, mentre il fuoco avvolge il suo corpo e il pubblico guarda estasiato l’autodafé bruciare, mentre gli urlano marrani!, maiali! perché ha osato continuare a servire D-o di nascosto.

Imperterrito, testardo, saldo nei propri principi, quando arrivano i cosacchi per ucciderlo e spogliarlo di ogni bene e lui, per l’ennesima, infinitesima, volta, si mette in fuga, la prima cosa che mette in salvo sul carro, accanto ai suoi figli, non sono i beni terreni, ma i rotoli della Torà, quella Torà che lo rende così diverso e inviso al mondo.

Attaccato alle proprie tradizioni, mentre viene trascinato nei forni e ridotto a fumo nei cieli, l’ebreo raccomanda ai propri figli di non abbandonare quella strada da cui è arrivato con tanta fatica, di non dimenticare le regole che l’hanno accompagnato fino a quel momento, di non smettere di trasmettere ai discendenti ciò che i suoi padri gli hanno insegnato.

Quando nell’anno 2448 i discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe sentirono la voce di D-o proclamare la Propria unicità e l’obbligo di crederci, quando il dovere di onorare il padre e la madre, il non rubare, non rapire e non uccidere, furono messi sullo stesso piano della fede in un D-o unico, l’ebreo capì che non aveva più scampo.

Il suo destino sarebbe stato segnato per sempre.

Non avrebbe più potuto permettersi di vivere in nome di se stesso, non avrebbe più goduto della libertà assoluta di pensare, parlare ed agire, come un individuo a se stante.

Ai piedi di quel monte l’ebreo è stato nominato sacerdote al servizio divino, diffusore eterno di valori morali, collante tra spirito e materia, portavoce di D-o e delle Sue leggi.

Anche volendo, non avrebbe più potuto liberarsi di quell’identità a lui destinata.

Da quel momento in avanti, un ebreo che non rispetti la propria ebraicità, non viene rispettato dal mondo.

Davanti  a quel monte, capì che…

…l’ebreo e i precetti divini sono una sola cosa.

…essere ebrei è un percorso ad ostacoli, uno slalom tra chi ne vuole la sparizione dalla terra.

…essere ebrei non è una scelta, ma un onore imposto alla nascita.

Se D-o ha deciso di affidargli questa missione impossibile, di continuare a illuminare il mondo con gli insegnamenti della Torà, quella antica, datata e così sorprendentemente attuale, legge, è perché D-o si fida del popolo ebraico.

E sa che anche le acque più turbolenti non potranno estinguerne la fede, quella fiamma che brucia in eterno dentro al cuore di ogni ebreo.

Gheula Canarutto Nemni

 

I super eroi si sono ispirati alle feste ebraiche?

Esiste una frazione di secondo tra lo stimolo e la risposta, un attimo di esitazione tra l’input che proviene dall’esterno e l’output con cui reagiamo.

Un momento di riflessione si intercala tra il vuoto e l’azione di chi oserà colmarlo. In quel secondo, in quell’attimo, in quel momento, si crea la distinzione.

Tra chi subisce passivo nascondendosi dietro alla scusa, chi sono io per provare a cambiare il mondo in cui vivo e chi decide di scendere in prima linea per tentare comunque, pur non essendo nessuno.

Tra chi si assopirà nella comodità dello status quo e chi invece oserà sfidarlo.

In quello spazio temporale l’individuo può scegliere.

Se rimanere uno tra tanti e perdersi tra la folla in attesa che qualcun altro prenda l’iniziativa.

O innalzarsi al di sopra di tutti e trasformarsi in una pietra miliare della storia del mondo.

Una corda viene calata ogni giorno dal Cielo.

E’ l’occasione che viene concessa a ogni persona di diventare l’artefice del proprio destino e di ciò che gli sta intorno.

La maggior parte delle persone ignora l’opportunità concessa, preferendo rimanere al sicuro protetto da mura di indifferenza.

Un piccolo, esiguo numero di individui, si aggrappa alla corda. Saranno loro a fare la differenza.

Quando Mordechai raccontò a Ester del pericolo che tutto il suo popolo stava correndo, Ester si trovò di fronte a un bivio.

Avrebbe potuto rispondere,

sei tu Mordechai il capo della generazione, chi più di te potrebbe e dovrebbe fare qualcosa per salvare la nostra nazione?

Oppure guardare verso l’alto e lì vedere la corda che D-o le stava calando, accompagnata dalle parole: questa è la tua occasione.

La meghilà che leggiamo a Purim prende il nome da Ester, non da Mordechai. Prende il nome da una donna da cui nessuno si aspettava niente, una donna che, non essendo il leader della generazione, non era tenuta a darsi da fare.

Ester avrebbe potuto stare al sicuro nel palazzo reale, mentre fuori veniva pianificato il genocidio del suo popolo.

Meghilat Ester racconta il detto dei Pirkei Avoth Bemakom sheein anashim hishtadel lihiot ish, in un posto dove non ci sono uomini, cerca tu di essere un uomo.

Ester si tolse gli abiti del confort e sicurezza individuali e indossò quelli degli eroi, grazie ai quali il domani è migliore di oggi.

Il progresso, l’avanzamento, il rinnovamento non sono responsabilità esclusiva dei leader, delle istituzioni.

Non possiamo sempre aspettare che qualcuno prenda l’iniziativa in nome e per conto nostro.

Ognuno, senza distinzione di titolo e di posizione, può dare il via a un nuovo inizio.

In ogni momento della vita abbiamo due scelte.

Fare un passo indietro nella sicurezza di ciò che già esiste. O un passo avanti verso ciò che, grazie al nostro contributo, potrà esserci.

Purim sameach!

Gheula Canarutto Nemni

Chanuka. E se fossi tu il responsabile del destino del mondo?

Se percepisci il vuoto come assenza di quella cosa che avrebbe potuto esserci.

E il silenzio come quelle parole mancanti che nessuno ha ancora avuto il coraggio di pronunciare.

Se senti il peso inesistente del nulla come un’entità incombente.

Ricordati di quell’epoca in cui un popolo conquistatore emise degli editti contro una piccola nazione.

Riporta alla memoria la storia di quello sparuto gruppo di ebrei che ha deciso di ribellarsi contro la repressione.

Racconta ai tuoi figli il coraggio dei maccabei, poche persone che sfidarono i molti e il miracolo di quella fiamma rimasta accesa  contro ogni legge fisica e pronostico.

Se senti che qualcosa non va nel tuo mondo, se percepisci la necessità di aggiustamento, non fermarti perché ti sembra non esserci nemmeno un’ampolla intatta di olio puro.

Non ti arrendere anche se davanti a te c’è il nemico più forte del mondo.

Ce la puoi fare.

A colmare quel vuoto,

a dare consistenza a qualcosa che ancora non esiste,

a pronunciare quelle parole che cambieranno il destino di molti.

Non sei solo nella tua sfida come non lo erano i tuoi avi.

C’è il Tuo Creatore che amplificherà le tue azioni.

Ma sappi che lassù c’è Qualcuno in attesa della tua introduzione, del tuo calcio d’inizio,  del tasto start premuto senza timore.

D-o aspetta il tuo incipit, il tuo input iniziale, le prime righe di un manifesto mai scritto prima di adesso.

Tutto il creato rimane in sospeso finché una persona prende il coraggio in mano per provare a cambiare quello che c’è là fuori.

E quando un uomo decide di darsi da fare, di tentare nonostante tutto sembri remargli contro, allora in Cielo si inizia a danzare e la risposta di D-o si muove al ritmo delle azioni.

D-o ha programmato il mondo in modo che sia l’essere umano a dare il via ad un nuovo processo.

Discendiamo da avi che accendono la prima fiamma sapendo che poi D-o dirà: ci penso io alle altre.

Quando guarderai la fiamma di Chanukà muoversi quest’anno, sappi che ti sta parlando.

E’ la tua fiamma che il mondo sta aspettando.

Sei tu, solo tu, la persona da cui dipende il cambiamento.

Buon Chanukah!

Gheula Canarutto Nemni

L’eroe di Yom Kippur. Una storia vera 

L’eroe di questa storia sei tu.
Che sfidi le convenzioni, la razionalità, gli antisemiti, gli atei e i miscredenti e stai andando in sinagoga. 

La persona da ammirare è tuo figlio. Che lascia i suoi amici, i suoi giochi elettronici, i suoi siti preferiti, per sedersi accanto a te ad ascoltare parole di cui ignora il significato. 

Le eroine di queste pagine sono tua madre, tua nonna, donne che hanno visto massacrare i propri cari davanti ai loro occhi durante la guerra, che hanno respirato il fumo dei campi di concentramento. Eppure tornano ogni anno a confrontare D-o nella Sua dimora. 

Gli eroi siamo noi, discendenti di un popolo pieno di discussioni, di dubbi, di lacerazioni e persecuzioni. Che una volta all’anno accantoniamo tutte le nostre domande per ritrovare certezze.

Impavide sono le nostre gambe che ad ogni passo verso la sinagoga, annunciano senza paura al mondo: io sono ebreo e ne sono fiero.  

Eroica è la nostra anima, che, nonostante le tappiamo la bocca e tarpiamo le ali ogni giorno, si mette silente in angolino e aspetta. 

Perché sa che ci sono venticinque ore all’anno in cui nessuno potrà farla stare zitta. Una giornata intera in cui si sente solo la sua di voce. 

In queste ore siamo solo figli di D-o, parte di un disegno divino unico e diverso. 

In questo giorno, quando chiudiamo gli occhi e gridiamo: 

Shema Israel H’ Elokeinu H’ Echad

Ascolta Israele, D-o è il nostro D-o, D-o è Uno

nessuna barriera, 

nessun ostacolo, 

nessuna azione sbagliata 

o pensiero oltraggioso, 

nessun passato erroneo 

o atteggiamento controverso, 

nessun peccato 

né trasgressione 

potrà ergersi tra noi e il nostro Creatore. 

A Yom Kippur siamo un tutt’uno con Chi ci ha voluto nel Suo mondo. 
Gmar chatima’ tova’ 

Gheula Canarutto Nemni

Lettera al nostro papà che sta nei cieli

Caro papà, Un altro anno è passato. 

Seduto qui, davanti a questo foglio bianco, vorrei provare a fare un bilancio. 

Non mi sono sempre comportato come ti avevo promesso. 

Qualche volta ti ho trascurato e, non posso negarlo, ci sono stati momenti in cui ti ho accantonato, istanti in cui ti ho dimenticato. 

Mi hai chiamato e non sempre ho risposto. 

Ho dato per scontato tutto quello che mi hai donato, le tue attenzioni, i tuoi regali a cui mi sono così abituato. 

Papà, essere tuo figlio però non è la cosa più semplice al mondo. 

Sei un padre che pretende, che richiede, che sprona a non fermarsi mai davanti a niente. 

Il punto che io considero d’arrivo, è per te solo un’altra partenza. 

Quando mi sembra di avere fatto qualcosa di grande, mi dai una pacca sulla spalla e mi dici: domani, farai di meglio. 

Però so che lo fai per il mio bene. 

Non ti preoccupare figlio mio, nonostante i nostri alti e bassi, mi continui a ripetere, il nostro legame rimarrà per sempre immutato. 

Il mio affetto per te va al di là del tuo comportamento, mi hai detto un giorno. 

Le tue parole rimbombano nella mia testa facendomi capire cosa sia davvero l’amore di un padre.  

Tra poco arriverò da te come ogni anno. 

Cercherò di isolarmi da tutto e capire come intraprendere il mio nuovo cammino. 

Innanzitutto perdonami per non avere apprezzato, per quegli incontri che ho a più riprese rimandato.  

Il mio cuore vorrebbe dirti quanto ti amo, quanto sia importante saperti lì per me, nonostante tutto. Ma non trovo le parole giuste per dirlo. 

Papà, sono davanti alla tua porta e mi torna in mente quello che mi hai detto. 

Figlio mio, non sarai mai troppo lontano perché io non possa sentire un tuo grido d’aiuto.

Allora, ti prego, ascolta questo suono che tu stesso mi hai insegnato.

 Creatore del mondo, in questo primo giorno dell’anno raccolgo il fiato che Tu stesso mi hai dato e lo riverso nello shofar. 

 Il mio amore per Te lo esprimo attraverso questi semplici suoni, che provengono dalla parte più profonda di me stesso. 

Eccoti, figlio mio, sei ritornato. 

Sì papà, è questo richiamo puro, senza consonanti e vocali, che mi ha riportato.  

Shana’ tova’ umetuka,

Che possa essere un anno dolce per tutti 

Gheula Canarutto Nemni 

Sai cosa rispondere a tuo figlio quando ti domanda il significato della parola libertà? 

Se Shakespeare non avesse studiato e  le regole dell’ortografia e della grammatica, non avremmo l’Amleto né Romeo e Giulietta.

Se Einstein avesse ignorato gli assiomi e i paradigmi matematici, se avesse visto la fisica come un nesso casuale di eventi e non come una serie di fenomeni che seguono leggi precise, la teoria della relatività e l’energia nucleare non sarebbero mai esistite.

Se Mosè fosse andato a parlare con il Faraone e gli avesse detto solo libera il mio popolo, fallo andare e non avesse aggiunto altro, la vera libertà non sarebbe mai nata.

Cosa è la libertà lo puoi capire solo se sei stato prigioniero. Quando esci dalla prigione, quando spacchi le catene e vedi la luce del sole per la prima volta dopo tanto tempo. E ti domandi, e ora? Dove vado? Hai un mondo intero a disposizione, spazi infiniti. E nessuna indicazione ne’ strada spianata.

E allora capisci che la libertà, quella vera, non è solo l’assenza di un limite non desiderato.

Per essere liberi è necessario togliere le catene, abbattere i muri.

Ma non basta.

Per essere libero devi avere un’idea su quali saranno le tue prossime mosse, dove indirizzerai i tuoi passi.

Sei davvero libero se sai dove andare.

Un uomo totalmente privo di indicazioni, non è un uomo libero.

È un uomo perso.

Quando si tolgono le regole a un individuo gli si regala il vuoto; gli si spiana la strada perché si perda poi nel deserto.

Libera il mio popolo perché possa servirmi, disse D-o al Faraone.

Me li porto via, saranno i mie servi. Individui al servizio divino e non al servizio di un altro essere umano. O peggio ancora, persi nel nulla.

Insegneremo al mondo cosa significa libertà, disse D-o al suo popolo appena liberato dalla schiavitu’ e in procinto a sottomettersi alle Sue leggi.

La libertà non limita l’essere umano ma gli pone dei limiti, la libertà non lo ostacola ma gli pone dei paletti precisi, la libertà non ferma ma suggerisce dove sia meglio andare.

Pesach è la fine della schiavitù dall’Egitto e l’inizio della carriera degli ebrei come servi di D-o.

Pesach è la festa della libertà. Perché un individuo è davvero libero solo quando è provvisto della base giusta da cui partire per il proprio cammino nel mondo.

Pesach kasher vesameah e buona festa della libertà, quella vera

Gheula Canarutto Nemni