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Gheula Canarutto Nemni

Nella diversità siamo tutti uguali

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filosofia

Scusatemi per la mia follia ma sono ebreo…

Scusatemi, ma sono ebreo.

Per questo il momento prima mi vedete concentrarmi, chiudere gli occhi e pregare con profondità assoluta. E il momento dopo potrete osservarmi mentre canto e ballo a più non posso.

Potrete cogliermi mentre imploro D-o con le lacrime agli occhi e il nodo alla gola. E magari in quel mentre proclamo a squarciagola parole di gioia.

Scusatemi, ma sono stato creato in questo modo un po’ instabile.

Suono per 48 ore un corno d’ariete simile al pianto di un figlio, digiuno per 25 ore per ottenere il perdono assoluto e potere ricominciare da capo e quando giungo al culmine della mia spiritualità e una nuova pagina bianca viene offerta alla mia vita, invece di stare tranquillo nei miei nuovi propositi, mi auto inietto overdosi di felicità senza limiti.

Cosa ci posso fare? Sono stato programmato in questo modo.

Lamentatevi con il mio Creatore se avete qualche rimostranza da fare. Se vi piacerebbe avermi più equilibrato, più allineato, più contenuto e controllato.

Se state cercando un popolo costante nel tempo, avete sbagliato indirizzo. Noi siamo come la luna. Ogni giorno diversi dal giorno prima.

Scusateci, ma siamo ebrei.

E non ci potrete mai vedere fermi allo status quo, soddisfatti al 100% di quello che abbiamo raggiunto.

Non ci potrete mai cogliere mentre piantiamo il cartello ‘arrivo’ perché per noi ogni traguardo è solo un nuovo punto da cui riprendere a correre.

Scusateci ma ci è impossibile stare fermi.

E quando D-o ci comanda di essere felici, pur essendo consapevole che la felicità è un sentimento e non un pensiero razionale che si può facilmente dominare, quando ci chiede ‘fate entrare la gioia nei vostri animi’ poche ore dopo kipur in cui le lacrime inondavano i nostri visi, viriamo secondo le Sue indicazioni.

Scusandoci nuovamente per la nostra ecletticita’, domandiamo perdono se nei prossimi giorni ci vedrete accantonare la ragione, il pilpul, le ore trascorse a  studiare e discutere le pagine di Tora’.

Saremo impegnati a celebrare il semplice, al di sopra della logica, fatto di essere stati scelti per fare parte di questo popolo che si muove dalle lacrime al sorriso, dalla fede assoluta allo studio più profondo, a passi di danza.

Chag sameach e buona festa della gioia

Gheula Canarutto Nemni

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A noi la scelta

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Fino a qualche anno fa ci si svegliava al mattino con la paura di aprire i giornali. Di trovarci la fotografia della carcassa di un autobus, di bambini che credevano di andare a scuola, di madri convinte di poter scendere per entrare nel proprio ufficio. Il nome Israele faceva rima con terrore, con paura, con timore. Di non sapere cosa sarebbe successo nell’arco di poche ore.

Ci dicevano che la soluzione sarebbe passata attraverso la ‘restituzione’ di terre conquistate col sangue dei nostri soldati. Attraverso l’abbonimento di un nemico sulla cui cartina, noi ebrei e la nostra terra, non ci siamo mai stati.

E’ arrivata l’Europa, i movimenti di estrema destra alternati ai pacifisti incalliti, incuranti degli errori passati e della saggezza dell’apprendere la storia nella sua verità accecante.

Abbiamo cercato di farla felice, di darle tutto ciò che ci chiedeva.

L’Onu ci ha poi imposto trattati di pace, insediamenti bloccati, ‘coloni’ come li chiama il mondo, buttati in caravan con le loro famiglia.

In silenzio, in un angolo, c’era sempre l’America, baluardo della democrazia nel 1945, sentinella contro dittature e regimi.

L’America.

Con la sua innata propensione alla difesa della verità, dei diritti umani reali, quel paese, abbiamo pensato, non ci avrebbe mai abbandonato.

Così, in nome di una lunga amicizia dovevamo essere pronti a seguirne le direttive. Quegli inviti gentili, con toni da amici, a pendere sul serio le proposte di pace di chi ci sogna in brandelli, quei ritiri unilaterali in cui una parte si arrende mentre l’altra colpisce con ancora più forza.

Finché un giorno, un presidente di quell’insieme di stati, ha dichiarato apertamente che il peso sulla coscienza del mondo di una nuova casa costruita sul territorio ebraico è preponderante rispetto a testate nucleari nascoste nella sabbia di un paese islamico.

E tu ebreo ti svegli al mattino e pensi e ora cosa si fa?

Hai due scelte, ci risponde la storia e Chi la crea in ogni momento.

a)Puoi rimettere il tuo destino nelle mani e nelle menti di uomini in carne ed ossa, in strategie di armamenti e disarmo, di ritirate e rese, negli umori mattutini dei diplomatici o nel desiderio di fama dei presidenti di turno. Ma ricordati che affidandoti alla natura, D-o dirà Mi ritiro, che le leggi del mondo facciano la loro parte.

b)Oppure puoi rimetterti nelle mani di Chi quegli accadimenti li produce e guida. Capendo che la sopravvivenza del nostro popolo tra i settanta lupi che lo circondano, non è altro che un miracolo a ciclo continuo.

A voi la scelta, dice D-o. O ricadere nella normalità dei meccanismi causa-effetto, delle vittorie del più forte, degli ammiccamenti ai presidenti. Oppure affidarsi a D-o, al Suo volere, a ciò che si aspetta dall’ebreo in questo mondo. E alla Sua capacità di stravolgere le leggi della natura in mezzo secondo.

Gheula Canarutto Nemni

Un ebreo è sempre un ebreo che è sempre un ebreo

 

Si accomodi pure, gli disse il medico.

Isacco spostò la sedia, imbarazzato. Era la prima volta che varcava la soglia di uno psicologo. Ma lui non ce la faceva più. Avvertiva dentro di sé un senso di inadeguatezza, di incapacità di affrontare la realtà. Tutto gli sembrava troppo pesante, troppo grande, troppo difficile da sopportare.

“Tutto in che senso?” gli domandò lo psicologo. Tutto. Il risveglio, il mettere giù un piede dal letto, il guardarmi allo specchio. Andare a lavorare, le liti dei miei figli…

”Lei è ebreo?” gli domandò a bruciapelo il dottore. Isacco si spostò sulla sedia di scatto. Non mi bastano quelli là fuori a ricordarmelo, pensò dentro di sé, aggiungendo alla lista mentale delle cose che non sopportava anche quella seduta che avrebbe dovuto essere terapeutica. “Che differenza le fa se sono ebreo o meno? Tutti i pazienti dovrebbero essere uguali per lei!” tuonò Isacco.

“Si calmi,” gli pregò il medico, “sono pronto a spiegarle”. Isacco provò a rilassarsi. Ma dentro di sé si sentiva ancora ribollire. L’ebraismo era l’ultima cosa di cui voleva ricordarsi. “Conoscerà sicuramente quel detto. Un ebreo è sempre un ebreo che è sempre un ebreo. Vede, caro Isacco, essere ebrei è scritto nel dna della persona. Uno che nasce ebreo può cercare di non esserlo per tutta la sua vita, può provare a ignorare questo proprio status. La sua essenza rimarrà, suo malgrado, volente o nolente, eternamente ebraica. Partendo da questo presupposto, lei ha davanti a sè due opzioni.

La prima di continuare a provare medicinali, cure antidepressive, sedute terapeutiche, viaggi in estremo oriente. Sono le alternative razionali che la sua mente cerca per colmare quel vuoto che sente dentro di sè alternato alla sensazione di un peso profondo,  a quell’incapacità di affrontare il mondo.

La seconda opzione è di partire dalla consapevolezza dell’esistenza della sua anima ebraica. E provare a darle voce, a nutrirla con Torah e mizvoth. Immagini un individuo che nasce con un talento incredibile di pittore. Un talento di cui egli stesso non è a conoscenza. Metta questo individuo per vent’anni dietro a una scrivania a fare conti. Tra i numeri vedrebbe emergere schizzi di ogni dimensione e colore, ritratti di paesaggi cittadini, palme e fiori. E, con molta probabilità, sarebbe il prossimo paziente in attesa là fuori. Un ebreo che non dà voce alla propria ebraicità è come un artista che non mette a frutto il proprio talento. Sentirà sempre una sorta di inspiegabile frustrazione dentro di sé.”

Isacco lo guardò senza emettere sillaba. Si ricordò di quella volta che aveva partecipato a una cena del venerdì sera, alla sensazione di irrefrenabile gioia con cui era uscito da quella casa illuminata come nel 1800 dal lume delle candele. Forse aveva capito qualcosa di se stesso. Si alzò, tendendo la mano al medico che aveva di fronte.

“Mi sono dimenticato di domandarle il suo nome” disse Isacco prima di uscire.

“Mi chiamo chassidut”, gli disse il dottore sparendo tutto d’un tratto.

TanyaE lasciando sul tavolo un libro intitolato Tanya, accompagnato da un bigliettino.

Lo studi, vedrà che le farà bene. Rimango, come per qualsiasi altro ebreo di questo mondo, sempre a sua disposizione… 

Buon Rosh Hashanà della chassidut

Gheula Canarutto Nemni

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