Mentre scrivo sto assumendo la decisione di mettermi a dieta.
Dopo soli tre giorni e mezzo di festa so che dovrò dedicare almeno un’ora al giorno alla ginnastica ed eliminare drasticamente ogni forma di carboidrati. Almeno finché avrò fatto la pace con la bilancia.
È’ una festa complicata la nostra, è’ vero. Svuotiamo gli armadi, puliamo la casa, eliminiamo ogni traccia di pane e cibi lievitati dal nostro orizzonte. Laviamo, tiriamo a lucido. La nostra casa non è mai così pulita. Ma abbiamo pochi minuti per assaporare il rumore del vuoto della nostra cucina. La copriamo, così nulla rischierà di entrare in contatto con ciò che poco prima aveva toccato il chametz, il cibo lievitato. E ricominciamo. Le patate vengono sbucciate, le uova dosate, le cipolle e carote soffritte. Il pollo arrostito,  Le pentole si riempiono, l’aroma di famiglia, di affetti, di nutrimento, si diffonde per la casa, nell’androne, negli appartamenti dei vicini.
Con il cibo cucinato possiamo   sfamare almeno altre quattro famiglie, oltre alle cinque che in ogni sera di festa si siedono  intorno al nostro tavolo.
Al mattino di festa, andiamo in sinagoga. Ma non ci restiamo per l’intero giorno. A pranzo torniamo a casa e di nuovo mangiamo.

Questi sono i giorni in cui ricordiamo l’uscita dall’Egitto, in cui ringraziamo D-o di averci salvato. Essendo usciti un po’ di fretta il pane dei nostri avi non era lievitato. Ma questo fu l’unico effetto collaterale di quella libertà così agognata. Dal momento dell’uscita dall’Egitto fino al ricevimento della Torah passarono giusto 49 giorni. Non 40 anni. E i rimanenti anni durante i quali gli ebrei rimasero nel deserto se è vero che furono contemplati come riparazione per un comportamento sbagliato, si rivelarono anni di coccole divine. C’era la manna dal cielo, l’acqua dal pozzo di Miriam, i vestiti crescevano addosso e venivano lavati dalle nuvole.  Colonne di nuvole e fuoco che si alternavano nella protezione dai nemici della nazione ebraica. La Torah si studiava da Mose’, il quale l’aveva sentita direttamente da D-o. Quando gli ebrei mandarono gli esploratori per capire come conquistare la terra, capirono che un periodo spiritualmente e materialmente così felice non si sarebbe mai più presentato. E così cercarono di ritardare l’entrata nella terra d’Israele.
Gentile redazione della Stampa, nella nostra tradizione la sofferenza non ha un ruolo centrale. Anzi. Il ruolo catartico nella tradizione ebraica ce l’ha a pieno titolo la gioia.
Le nostre feste si basano sul cibo, sugli amici, sui canti, su cene che si protraggono fino all’una di notte.
Hanno provato ad ucciderci, ci siamo salvati. E ora mangiamo.

P.s scusatemi, ma ora devo proprio tornare a cucinare. E se vorrete, la mia casa è sempre aperta per un incontro ravvicinato con questo tipo ebraico così sconosciuto…

Gheula Canarutto Nemni

 

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